Le due righe di sinossi con cui viene presentato sul web Una battaglia dopo l’altra (One battle after another) non sono in grado di rendere giustizia all’originalità con cui si sviluppa questo film. Paul Thomas Anderson è tornato sul grande schermo con un film d’azione dal ritmo serrato, costellato di caricature estremamente comiche e taglienti, mai troppo sopra le righe. I toni sono molto diversi da quelli del coming of age Licorice Pizza (2021), tuttavia i due film hanno in comune alcuni dei punti di forza: il direttore della fotografia è di nuovo Michael Bauman, che qui fa un lavoro di notevole bellezza, e la colonna sonora è composta da Jonny Greenwood dei Radiohead, alla sua sesta collaborazione con Thomas Anderson.
Questa produzione inoltre ha potuto contare su un budget decisamente più alto: circa 150 milioni di dollari, contro i 40 milioni per Licorice Pizza. I temi principali sono ispirati al romanzo Vineland di Thomas Pynchon (1990), adattati al contesto contemporaneo.

Giovani e vecchi soldati
Ci troviamo in California del sud, dove opera il gruppo rivoluzionario French 75. Pat Calhoun, detto “Ghetto Pat” (Leonardo Di Caprio), e Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor) sono amanti. In seguito a eventi di cui non vogliamo rovinarvi la sorpresa, Pat cresce la figlia Charlene (Chase Infiniti) da solo nella città-santuario di Baktun Cross, sotto le false identità di Bob e Willa Ferguson. Tenta disperatamente di tenerla lontana dalla militanza e da qualunque legame con il passato, fino al giorno in cui il capitano Steven Lockjaw (Sean Penn), nemico storico del gruppo, torna a cercarli. I membri superstiti del French 75 intervengono con il piano di emergenza concordato sedici anni prima, ma Bob/Pat ha, per usare un eufemismo, alcune difficoltà a rientrare con efficacia nel suo vecchio ruolo.
Intorno ai protagonisti si avvicendano una serie di personaggi che rappresentano praticamente qualunque comunità sia stata oggetto di dibattito negli USA di recente, dai coetanei queer di Charlene/Willa al Sensei Sergio (Benicio Del Toro), che ospita in casa propria le famiglie migranti. Meritano una menzione a parte le suore e i membri della setta suprematista “Christmas Adventurers Club”, nel doppiaggio italiano “Pionieri del Natale”. Se la sensazione che vi dà questo nome è di star guardando le truppe del Sergente Hartman marciare sulla sigla di Topolino, avete colto lo spirito.
L’ironia, che non risparmia nessuno e nessuna parte politica, serve ad offrire alcuni apprezzatissimi momenti di leggerezza e dare spessore a quella che è in realtà una constatazione molto amara riguardo il clima di violenza contemporaneo, le ideologie che riprendono piede e la reale condizione delle cittadine statunitensi lungo il confine messicano. La tensione è continua: la fuga personale del protagonista si intreccia con quella dell’intera comunità durante un raid della migra, la polizia di frontiera, e il lungometraggio rispetta tutti i canoni dell’action thriller. Ci sono gli scontri, i plot twist, il climax e anche un paio di classicissimi inseguimenti in macchina, resi spettacolari dalla qualità della fotografia. L’energia scorre fin dalla prima scena e rimane costante, fatto non scontato per una pellicola che dura quasi tre ore. Perfidia, che è il primo personaggio a comparire, incarna tutte le declinazioni di questa energia: la rabbia ma anche la determinazione, l’imprevedibilità del caos, il desiderio.

In che anno siamo?
Dentro a questa cornice si sviluppa a mò di filo rosso il commovente rapporto padre-figlia tra i protagonisti. Non si arriva mai a una particolare introspezione, che in una sceneggiatura di questo tipo naturalmente non trova spazio, ma sia il conflitto interiore di Pat/Bob che il percorso di scoperta di lei traspaiono perfettamente in ogni scena. La ragazza passa dall’avere un’idea distorta delle proprie origini, al mettere insieme i pezzi e poi a prendere in mano attivamente la propria storia, senza cadere mai nel didascalico. Questo ha sicuramente contribuito alla coesione del prodotto finale e alla carica emotiva delle ultime scene. Mentre il padre arranca letteralmente dietro Charlene/Willa, Una battaglia dopo l’altra rivolge anche al pubblico le domande in codice che i personaggi si ripetono in più occasioni: Che ore sono? Chi sei? Ovvero in che anno siamo, cosa sta succedendo, chi vuoi essere davvero tra tutti questi personaggi possibili. Thomas Anderson sembra aver intercettato perfettamente le motivazioni del risentimento dei più giovani davanti al caos che pervade quest’epoca, insieme al senso di impotenza di tutti. Il più grande incubo di un padre ex rivoluzionario non è il fallimento, è crescere una figlia nel mondo che viene dopo.
Paul Thomas Anderson con questo film dimostra ancora una volta una innegabile abilità tecnica ma anche la capacità di continuare a evolvere il proprio linguaggio. Una battaglia dopo l’altra finora è il suo esempio migliore di entrambe.