Venezia 82 apre con un film istituzionale rivolto più all'opinione pubblica italiana che agli spettatori della Mostra.
L'82esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia apre in maniera sfacciatamente democristiana e istituzionale. Se l'anno scorso dominava il gotico glamour dall'umorismo scoppiettante di Tim Burton con Beetlejuice Beetlejuice e un red carpet traboccante di divi, qui si sceglie la via della cautela. Si apre con il regista italiano vivente più noto e rappresentativo, con buona pace di chi non lo sopporta, e con un film sicuramente più sobrio e probabilmente meno divisivo rispetto al precedente Parthenope. Aprire con La Grazia di Paolo Sorrentino è però anche un gesto un pochettino autoreferenziale per Venezia, che toccando il tema dell'eutanasia riparte da dove si è fermata con l'ultimo Leone d'Oro, il non troppo amato La Stanza Accanto di Almodòvar.
Mariano de Santis (Toni Servillo, ça va sans dire) è il Presidente della Repubblica italiana alla fine del suo mandato. Rigido, temporeggiatore, democristiano per estrazione e giurista per vocazione. Alla fine del suo mandato è alle prese con alcune problematiche istituzionali (due richieste di grazia e la legge sull'eutanasia) e personali (una moglie defunta mai dimenticata, figli troppo distanti o troppo vicini, il futuro che a malapena esiste).

Non aspettatevi il Sorrentino politico che abbiamo visto nel suo capolavoro Il Divo o nell'introvabile Loro: De Santis, per quanto protagonista assoluto, non è il fulcro del racconto. È una figura meno indagabile e sfaccettata di Berlusconi o Andreotti, persino lui stesso non si considera interessante. E forse proprio per questo è riuscito a salire al Quirinale, mentre i suoi “colleghi” no. Se Giulio e Silvio vengono deumanizzati e quasi umiliati, Mariano non ne ha bisogno: già al primo sguardo lo spettatore prova tenerezza verso di lui. O un po’ di pietà. Siamo più dalle parti degli Antonio Pisapia che di Jep Gambardella.
Il centro di tutto è la sua mancanza di emozioni, di coraggio, di capacità decisionale, di iniziativa. Non si fa mai riferimento ad incarichi politici precedenti: per quanto ne sappiamo noi potrebbe essere il suo primo incarico politico dopo una vita da giudice. Sorrentino prende una base di Mattarella (il vedovo con la figlia accanto, come figura istituzionale generalmente apprezzata e con poca scaltrezza politica), lo condisce con le origine da provincia campana di Leone, la formale rigidità di Ciampi e l'atteggiamento respingente di Scalfaro e Cossiga. Arbitro tra i giocatori, analizzatore tra gli esecutori, formale tra gli eleganti, Mariano viene messo davanti alla possibilità di scegliere e di non scegliere. Lui, al contrario di Fabio Schisa, non ha tutta la vita davanti, e sottraendosi dal coraggio non perderebbe poi molto, forse nemmeno la faccia.
Tutti gli attori gravitano intorno a Servillo senza sfigurare, da Anna Ferzetti ad una forse troppo esagerata Milvia Marigliano passando per un gruppo di caratteristi che fa sempre piacere rivedere (come Orlando Cinque e Antonio Zibetti). Un Sorrentino forse destinato a far parlare più delle tematiche sociali del film su La7 che del valore cinematografico del film (e maledette siano le didascalie iniziali e finali). Non si parte col botto quest'anno, ma d'altronde il direttore artistico della Mostra Alberto Barbera non si trova anche lui nel semestre bianco?