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  • MACBETH – DALLA LETTERATURA AL CINEMA… AI SIMPSONS

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    Le opere shakespeariane sono state da sempre una grande fonte di ispirazione per il cinema. Sono tanti i registi che si sono confrontati con le opere del Bardo e che hanno voluto realizzare la propria versione, dimostrando come la stessa storia possa essere raccontata da più punti di vista e con esiti assolutamente diversi l’uno dall’altro. Tutto ciò emerge con chiarezza con una delle opere più famose dell’autore britannico: Macbeth.

    DALL’ OPERA…

    L’opera letteraria è ambientata in Scozia in epoca medievale. Racconta la storia di Macbeth, un valoroso guerriero e nobile scozzese che, tornando da una battaglia col suo compagno Banquo, si imbatte in tre streghe. Queste profetizzano che Macbeth sarebbe diventato Barone di Cawdor e poi addirittura re di Scozia, mentre da Banquo sarebbero nati i futuri sovrani scozzesi. Non appena si avvera la prima previsione, Macbeth crede nella veridicità della profezia. Fomentato dalla moglie, comincia a compiere i peggiori delitti. Il prezzo che il protagonista e l’iconica Lady Macbeth devono affrontare è il senso di colpa, che peserà sulla loro salute mentale, tanto da essere causa della morte prematura della moglie. 

    Nell’opera, Shakespeare si focalizza sul tormento interiore dei personaggi causato dalla consapevolezza delle proprie azioni. Macbeth è un uomo coraggioso che, accecato dall’ambizione e dalla sete di potere, diventa uno spietato assassino e poi un tiranno. Lady Macbeth è indubbiamente uno dei personaggi più crudeli creati dal drammaturgo, che impone la propria volontà e manipola facilmente il marito. Nonostante abbia mantenuto i nervi saldi sin dall’inizio, nel corso della storia anche lei inizia a provare rimorso, perde la ragione e si uccide.

    … AL FILM

    Gli adattamenti di Macbeth sono estremamente numerosi e molto diversi tra loro.

    Uno tra i primi a confrontarsi con le opere del drammaturgo è stato Orson Welles: le sue versioni rivelano sempre delle differenze col testo originale, come un diverso ordine delle scene o un minor numero di soliloqui. Nel 1948, Welles ha diretto Macbeth, con non poche difficoltà, considerato il breve tempo di produzione (soli 21 giorni) e il budget estremamente basso. Il risultato fu una versione molto teatrale, con scenografie essenziali, una fotografia molto lugubre e performance caricaturali.

    Nel 1957, Akira Kurosawa ha realizzato la sua versione con Il trono di sangue. Si tratta di una versione molto libera che ambienta l’opera nel Medioevo nipponico. Le differenze col testo originale sono numerose, pensiamo alle tre streghe che qui sono rappresentate da uno spirito che due nobili nipponici incontrano nella foresta. Questo film ha provato l’eccezionalità di Kurosawa, che è riuscito a orientalizzare un baluardo del teatro occidentale, riuscendo così a mettere in contatto due mondi diversi. 

    Nel 1971 Roman Polanski ha realizzato The tragedy of Macbeth. Si tratta di uno dei film più violenti del regista, potremmo dire, infatti, che sangue e nudità sono le due peculiarità principali del film. In effetti, si tratta del primo film realizzato dopo l’omicidio della moglie Sharon Tate, a seguito del quale l’autore cadde in depressione, e in molti ritengono che questo evento avesse influenzato il film.

    Una versione più recente è stata realizzata nel 2015 dal regista australiano Justin Kurzel. Un adattamento rigoroso e storicamente corretto che segue l’arco di trasformazione del personaggio: Macbeth, da eroico combattente a tiranno senza umanità a uomo fragile che la moglie riesce a manipolare con facilità. Il film lascia spazio all’introspezione attraverso una serie di monologhi interiori recitati dall’attore stesso. Un film visivamente magistrale con una colonna sonora che sa dare la giusta suspence. 

    Infine, nel 2021 è uscito sulla piattaforma streaming Apple+ il primo film da solista di Joel Coen: The Tragedy of Macbeth. Per un’analisi più approfondita di questa pellicola vi rimandiamo alla nostra recensione.

    I SIMPSONS 

    Non sono pochi i riferimenti alle opere di Shakespeare anche in televisione. Si tratta indubbiamente di una strategia vincente che permette di innalzare la qualità dell’offerta televisiva e di rendere Shakespeare fruibile a un pubblico più ampio. A questo proposito, possiamo pensare all’episodio de I Simpsons: Four Great Women and a Manicure. Marge porta Lisa in un salone per la sua prima manicure, suscitando un dibattito sul fatto che una donna possa essere contemporaneamente intelligente, bella e potente. L’episodio è diviso in quattro parti, ognuna delle quali descrive la storia di una donna che è passata alla storia: Elisabetta I d’Inghilterra, Biancaneve, Lady Macbeth e Maggie Roarke. La storia di Macbeth è raccontata da Marge: la scena si apre sul palco del teatro di Springfield, dove alcuni attori amatoriali stanno mettendo in scena Macfield. A Homer viene assegnato il ruolo di un albero, così Marge, inasprita dal ruolo marginale assegnato al marito, lo convince a uccidere colui che avrebbe interpretato il ruolo del protagonista. Alla fine, dopo aver eliminato tutti gli altri attori, si trova solo a portare in scena l’opera e solo così riuscirà ad essere il migliore sul palco. Ad applaudirlo c’è solo il fantasma di Marge, che era morta di spavento dopo avere incontrato i fantasmi degli attori uccisi. L’entusiasmo di Homer dura poco: non appena prende coscienza di tutte le altre opere shakespeariane che avrebbe dovuto interpretare si uccide. Ormai diventato fantasma, dice a Marge che imparare tutte le altre opere sarebbe stata la vera tragedia per lui, così è di nuovo libero di essere pigro.

    Si tratta di un adattamento geniale, che è riuscito ad adeguare il testo originale ai nostri tempi. In particolare, colpisce la banalità del movente degli omicidi commessi da Homer: la posta in gioco è indubbiamente più bassa rispetto al testo originale, non si tratta di diventare re di Scozia ma di un semplice un attore teatrale. Con la loro inimitabile leggerezza, i Simpsons ci fanno riflettere su come la scala dei valori oggi sia cambiata e la vita venga sacrificata per motivi futili.

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  • A CHRISTMAS CAROL – UN CLASSICO INTRAMONTABILE

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    A Christmas Carol, tratta dall’opera letteraria di Charles Dickens, è una storia diventata un vero e proprio simbolo del periodo natalizio. 

    IL ROMANZO

    Charles Dickens (1820-1870) è uno dei romanzieri più importanti di tutti i tempi. Potremmo dire che i suoi romanzi sono degli evergreen, racconti indubbiamente figli della sua epoca per le tematiche trattate, ma il cui messaggio è sempre attuale. In effetti è proprio questo il bello dei classici, da essi si impara sempre qualcosa di nuovo e ad ogni rilettura si possono trarre nuovi spunti di riflessione. 

    A Christmas Carol è stata pubblicata nel 1843 nella raccolta The Christmas Book. Fu pubblicato in edizione di lusso, con rilegatura rigida di velluto rosso a bordi dorati. L’opera si impose sin da subito come un grande successo: il 24 Dicembre 1843, nonostante fosse in libreria da pochi giorni e avesse un costo elevato, il racconto aveva venduto 6.000 copie, un vero record per l’epoca. 

    Il romanzo racconta la storia di Ebenezer Scrooge, un anziano banchiere perfido e avaro, interessato solo al denaro, che vede il periodo natalizio solamente come una perdita di tempo, un intralcio al suo commercio. La vigilia di Natale fa lavorare il suo impiegato fino a tardi, rifiuta di fare un’offerta per i poveri e per strada risponde sgarbatamente agli auguri che gli vengono rivolti. 

    Riceverà la visita di tre fantasmi che, facendogli ripercorrere la sua esistenza fino a quel momento, il presente e il futuro, lo porteranno a rendersi conto di come ha vissuto fino a quel momento e a cambiare una volta per tutte.

    La critica sociale, sempre centrale nelle opere dell’autore, è presente più che mai. In particolare critica l’atteggiamento della borghesia nei confronti delle persone più povere costrette a lavorare per loro. 

    LE TRASPOSIZIONI

    Le storie di Dickens sono perfette per il piccolo e il grande schermo grazie alla trattazione di temi di denuncia sociale rilevanti ancora oggi e alle descrizioni dettagliate dei suoi personaggi, che dopo aver sofferto tante ingiustizie, com’è successo allo scrittore stesso da bambino, riescono a riscattarsi e a realizzare i loro sogni.

    Il romanzo è stato sin da subito oggetto di trasposizioni. Possiamo pensare ai primi cortometraggi muti britannici come Scrooge, or, Marley’s Ghost (regia di Walter R. Boothrisale, 1901)che, più che ispirarsi dal romanzo di Dickens, si ispira all’opera teatrale Scrooge (di J.C. Buckstone), spettacolo che esordì a Londra con grande successo. È curioso come il regista decise di far terminare con il protagonista che giura in ginocchio al fantasma la sua voglia di cambiamento, tagliando così parte della storia.

    Non possiamo non menzionare una versione radiofonica sull’emittente CBS Campbell Playhouse, che risale al 1939.

    Gli adattamenti variano dalle produzioni italiane come Non è Mai Troppo Tardi (di Filippo Walter Ratti con Paolo Stoppa e Marcello Mastroianni, 1953), ai film musical come La Più Bella Storia di Dickens – Scrooge (di Ronald Neame, 1970) all’animazione come Canto di Natale di Topolino (di Burny Mattinson, 1983). Pensiamo anche al racconto in chiave moderna di S.O.S. Fantasmi (Scrooged, di Richard Donner, con Bill Murray, 1988).

    CANTO DI NATALE DI TOPOLINO (1983)

    Si tratta di un cortometraggio della Walt Disney Company del 1983 che ricalca perfettamente l’anima del romanzo. Cambiano ovviamente i personaggi: qui troviamo Topolino nel ruolo di Bob Cratchit e Paperon de’ Paperoni in quello di Ebenezer Scrooge.

    Il successo fu enorme, tanto da ricevere una candidatura agli Oscar come miglior cortometraggio d’animazione.

    Un corto sicuramente molto diverso dai classici Disney a cui siamo abituati. L’atmosfera è più cupa, il che è ben evidente sin dai titoli di testa, accompagnati da un coro piuttosto malinconico. Man mano che scorrono le scene si notano volti piuttosto riconoscibili dagli amanti della Disney: Paperino nei panni di Fred, i mendicanti poveri che chiedono la carità vengono direttamente dal mondo di Robin Hood e ancora notiamo Nonna Papera, Cip e Ciop, Lady Cocca, il Grillo Parlante, Pluto e tanti altri. 

    A CHRISTMAS CAROL DI ROBERT ZEMECKIS (2009)

    Ad oggi è il lungometraggio più fedele al romanzo per storia e tematiche trattate e sicuramente è classificabile tra quelli di maggiore successo. 

    Si contraddistingue per un’incredibile attenzione ai dettagli e la sua capacità di descrivere in immagini l’atmosfera del Natale. In questa rappresentazione ogni cosa diventa tangibile: dal freddo della città al calore delle case illuminate; si percepisce la sofferenza degli orfani e dei poveri affamati, ma anche l’entusiasmo dei bambini che giocano per strada. Sicuramente indispensabile alla resa del film è stato l’uso della motion capture. Nel cast sono presenti attori di spicco come Jim Carrey, Gary Oldman, Colin Firth e Bob Hoskins che prestano i movimenti per i loro rispettivi ruoli. 

    A CHRISTMAS CAROL – LA MINISERIE DARK FANTASY DI NICK MURPHY

    Uno degli adattamenti più recenti del romanzo è la miniserie di Steven Knight frutto della collaborazione tra FX e BBC. 

    La serie si articola in tre episodi, ciascuno dedicato a uno dei fantasmi del Natale. Si distacca notevolmente dal romanzo, proponendo un prodotto angosciante e cupo ai limiti dell’horror. Tali atmosfere sono rafforzate dai sorprendenti cambiamenti della trama.

    La miniserie non si focalizza solo su Scrooge ma anche sui personaggi secondari, ben caratterizzati e piuttosto diversi dal romanzo. 

    Lo Scrooge portato in scena è probabilmente il più spregevole e responsabile della propria sorte; Bob Cratchit disprezza apertamente Scrooge, non prova compassione per il suo capo; il nipote Fred prova indifferenza nei suoi confronti; Mary Cratchit, moglie di Bob, che nel romanzo è piuttosto marginale, gioca nella serie un ruolo centrale. Sarà proprio quest’ultima responsabile della visita che i tre fantasmi del Natale fanno a Scrooge. 

    Una serie che sicuramente racconta in maniera originale una storia che tutti conosciamo molto bene. Sicuramente una visione più cupa rispetto al romanzo, in cui viene posto l’accento sulla disillusione di Scrooge più che sul suo cambiamento interiore. 

    PERCHÉ PROPRIO A NATALE?

    Il Natale ha sicuramente una funzione significativa nella storia: per l’autore questa festività è un’occasione per guardarci allo specchio e analizzare a fondo sé stessi. Grazie ai fantasmi che lo visitano, Scrooge capisce i suoi errori e passa dall’essere un uomo avaro e insensibile nei confronti degli altri all’essere un uomo generoso e sensibile.

    Charles Dickens non si limita a raccontarci una storia di speranza, dove il protagonista esce dalla sua condizione di miseria morale per ritrovare il senso della vita e della felicità. Dickens non si limita a dirci che possiamo essere felici ma ci spiega anche come fare. 

    Nessun percorso di cambiamento può iniziare senza una presa di conoscenza. La visita del primo fantasma Jacob Marley (il suo socio in affari morto sette anni prima condannato a a trascinarsi dietro pesanti catene come pena da scontare per una vita vissuta sfruttando il prossimo) porta il protagonista a prendere coscienza di quello che sarà il suo destino. 

    Il secondo passo è la compassione per se stessi: grazie allo spirito del passato che mostra un ricordo dei tempi della scuola, nel quale tutti i bambini giocano e lui è rimasto solo all’interno dell’edificio, abituato ad avere i libri come unici compagni di giochi. La compassione per se stessi è fondamentale perché ci permette di capire le nostre sofferenze interiori, di accettarle e di perdonarci per gli errori commessi. È solo da questo momento che possiamo finalmente sentire di meritare davvero il meglio per noi stessi, non perché siamo perfetti ma perché ci vogliamo bene anche con le nostre imperfezioni. 

    Lo spirito del Natale del presente mostra a Scrooge l’importanza della gratitudine. Per essere felici bisogna essere grati per tutto ciò che si ha. Quante volte parliamo del “mai ‘na gioia”? Eppure basterebbe solo guardarci in torno con più attenzione per renderci conto di ricevere già tantissimo dalla vita. 

    Lo spirito del futuro è sicuramente quello che ci spaventa più di tutti. Quando Scrooge lo incontra è già convinto di voler migliorare ma è terrorizzato dall’idea che qualsiasi sua azione potrebbe non essere sufficiente. Dickens sembra proprio volerci dire di non farci bloccare dalla paura del futuro. 

    Alla fine, il messaggio più importante di Dickens è proprio che non importa quale sia la nostra età e quanto gravi siano gli errori da noi commessi: c’è sempre tempo per migliorare. Purché lo si voglia davvero.

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  • ADATTAMENTO HOMECOMING – QUANDO LA VOCE SI FA IMMAGINE

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    PODCAST

    Se in passato sembravano prestarsi ad una trasposizione cinematografica soprattutto i libri, ci si è resi conto di quanto i podcast rappresentino un importante campo di sperimentazione e di innovazione di linguaggi e contenuti. Inoltre,  i podcast sono generalmente pensati e strutturati a puntate, quindi hanno una struttura affine a quella delle serie tv. Per questi motivi sempre più spesso molti podcast vengono adattati a video

    Certamente questa trasposizione comporta anche dei rischi. Basandosi unicamente sull’aspetto sonoro, il podcast invita lo spettatore ad immaginare. Il rischio è quello di non presentare un’immagine all’altezza delle aspettative o troppo diversa da come lo spettatore l’aveva pensata.

    La serie tv Homecoming è tratta dall’omonimo podcast di Eli Horowitz e Micah Bloomberg (anche collaborati per la sceneggiatura della serie), prodotto da Gimlet Media e riconosciuto come una delle migliori realtà a livello mondiale in questo ambito. 

    Il podcast racconta la storia di un assistente sociale, un veterano e una struttura sperimentale di riabilitazione attraverso 12 episodi carichi di mistero e suspense. Le puntate vengono portate avanti attraverso una serie di dialoghi, telefonate e conversazioni. Non c’è un narratore esterno ma non servono altre spiegazioni per restare coinvolti nella storia.

    Il regista Sam Esmail non si è limitato ad adattare i contenuti del podcast in video, ma ha reinterpretato quanto raccontato nella serie audio, prendendo concetti e idee differenti sul personaggio di Heidi per fare qualcosa di nuovo. 

    LA SERIE 

    I fan del podcast non sono gli unici a essersi resi conto del potenziale della serie: Amazon Prime Video lo ha, infatti, trasformato in una serie tv, il cui debutto risale al novembre 2018. 

    La serie ruota attorno a un mistero da scoprire. Heidi (Julia Roberts) è una consulente/ terapista che gestisce l’Homecoming Transitional Supporter Center, una struttura che nasce con l’obiettivo di accogliere i reduci di guerra, così da aiutarli a superare i traumi del passato e reinserirsi nella società. Nello specifico, Heidi si occupa di intrattenere colloqui giornalieri con i propri pazienti al fine di verificare come procede il loro percorso di reinserimento, sotto la supervisione di Colin Belfast (Bobby Cannavale), il suo capo. 

    Tutte le scene ambientate all’interno della struttura sopracitata, altro non sono che un flashback, che si alterna con il presente (ambientato nel 2022) in cui vediamo Heidi lavorare come cameriera in un ristorante. Un agente del Dipartimento di Difesa, Thomas Carrasco, irrompe nella sua vita per indagare sul caso Homecoming.

    La serie è stata spesso definita hitchcockiana, poiché la gestione dei tempi, delle inquadrature, dei ritmi e degli elementi della trama fanno pensare ai grandi classici cinematografici del thriller, in cui la tensione è palpabile grazie a quello che viene nascosto, non a quello che viene mostrato. In effetti, lo spettatore possiede quasi solo informazioni date ad Heidi ed è costretto a vivere con lei nell’incertezza costante e nel dubbio di quello che succederà dopo. 

    Sam Esmail stesso ha dichiarato che, sentendo il podcast, ciò che lo ha colpito maggiormente è stata l’atmosfera oppressiva di paranoia che lo permeava e il fatto che si concentrasse più sui personaggi che sull’intreccio narrativo. Ha aggiunto anche di essersi ispirato ai thriller degli anni ’70 ed in particolare a registi come Brian De Palma e Alan J. Pakula. Da grande fan, dunque, Esmail ha cercato di realizzare Homecoming trasportando su schermo le stesse atmosfere angoscianti del podcast. 

    TECNICISMI  

    La serie è un ottimo lavoro non solo dal punto di vista narrativo, ma anche tecnico.

    La regia alterna inquadrature orizzontali e verticali, scelta funzionale alla narrazione in quanto rappresenta l’alternanza tra passato e presente. Per fare un esempio: la prima sequenza si svolge nel 2018 ed è presentata in un normale formato widescreen; la seconda linea temporale, cioè il presente, usa il formato quadrato 1:1, dando così l’impressione di vedere scene registrate dal telefono di qualcuno. 

    Di grande importanza risulta anche la scelta fatta per la durata: gli episodi durano 30 minuti ciascuno, sono secchi ed essenziali. Una scelta funzionale alla narrazione, in quanto permettono di mantenere alto il ritmo e la tensione. 

    I colori sono molto cupi, al fine di far percepire allo spettatore un certo alone di mistero che permea l’intera serie. Anche per questo aspetto visivo gli showrunner si sono ispirati ai classici del genere degli anni ’70. Inoltre i colori risultano fondamentali anche per distinguere le due linee temporali: le sequenze nel 2018 sono più colorate, mentre quelle nel 2022 sono più piatte e spente, proprio per accrescere la sensazione che manchi qualcosa. 

    Particolare anche la scelta di utilizzare lo split-screen, quindi di dividere lo schermo in due parti, durante le conversazioni telefoniche, dando così la sensazione di essere capitati su una intercettazione che non avremmo dovuto sentire. Il regista ha dichiarato che per girare quelle scene hanno fatto realmente delle telefonate: i due si trovavano in stanze diverse e a volte tramite dei monitor vedevano quello che succedeva nell’altra stanza, altre volte ne erano all’oscuro.  

    La colonna sonora della serie è ripresa da alcuni famosi film come Vertigo, Tutti gli uomini del Presidente e Fuga da New York. La musica è qui un elemento fondamentale per creare un clima ansiogeno e paranoico. 

    CONCLUSIONE

    Il regista Sam Esmail, dopo Mr. Robot, ha creato uno dei prodotti seriali migliori degli ultimi anni, dal punto di vista sia narrativo che tecnico. Inoltre vanta anche un cast d’eccezione, con Julia Roberts come protagonista che fa così il suo esordio nel piccolo schermo passando per Bobby Cannavale e Stephan James.

    La serie ha ricevuto tre nomination ai Golden Globe nel 2019: candidatura per migliore attore in una serie tv drammatica a Stephan James e per migliore attrice a Julia Roberts; ma candidatura come migliore serie tv drammatica. 

    Il nostro consiglio, dunque, non può che essere quello di recuperare la serie, facilmente reperibile su Prime Video.

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  • ADATTAMENTO DAL TEATRO AL CINEMA DE IL DISCORSO DEL RE

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    Per adattamento si intende una rielaborazione in chiave cinematografica di un soggetto già esistente. Adattare un’opera teatrale per il cinema potrebbe sembrare semplice, ma non lo è affatto. Esistono altissime probabilità che una storia nata per il teatro non funzioni per il grande schermo. Sicuramente non è il caso de Il Discorso del re (2010), il film diretto da Tom Hooper e con la sceneggiatura di Adam Seidler, un’opera che inizialmente era stata ideata per il teatro. Il film ha riscosso un enorme successo e ha vinto numerosi premi, tra cui i quattro Oscar (miglior film, miglior attore protagonista a Colin Firth, miglior regista e migliore sceneggiatura originale). 

    TRAMA

    Dopo la morte del padre e l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, il principe Albert viene incoronato re con il nome Giorgio VI (Colin Firth), sebbene dai più non fosse considerato adatto poiché afflitto da una fastidiosa balbuzie. Per risolvere questo problema, il re si affiderà alle cure di Lionel Logue (Geoffrey Rush), un logopedista australiano fuori dagli schemi. La storia si concenta sulla relazione tra Logue ed il re. Tutte le loro interazioni implicano lo scetticismo del paziente e l’autorità e il carisma del terapista, anche se con il tempo il loro rapporto diventa sincero ed affettuoso. Grazie al suo aiuto Giorgio VI supererà le sue difficoltà e diventerà, negli anni in cui il Regno Unito si avvia verso la Seconda Guerra Mondiale, una guida per il suo paese.

    Perche a Seidler stava tanto a cuore questa storia?

    David Seidler è la persona più anziana che abbia mai vinto un Oscar per la Migliore sceneggiatura originale. Sin da ragazzo aveva capito di voler diventare uno scrittore e uno dei protagonisti delle sue storie non poteva che essere il suo eroe di infanzia, il re Giorgio VI. 

    Anche Seidler, a causa di un trauma di infanzia, aveva sofferto di balbuzie. Dato che con il tempo la sua balbuzie aumentava, i suoi genitori lo incoraggiavano facendogli ascoltare i discorsi del re Giorgio VI alla BBC: “Ascolta David, non è perfetto ma parlava molto peggio di te. Senti come parla adesso: pronuncia discorsi ascoltati da tutto il mondo!”.

    L’OPERA TEATRALE

    Anche se fu il film a rendere famosa la storia, Il discorso del re nasce come un’opera teatrale, debuttando all’Yvonne Arnaud Theatre di Guildfors il 10 febbraio 2012. 

    In questa rappresentazione gli eventi sono narrati in ordine cronologico, dalla morte del re Giorgio V fino all’abdicazione di Edoardo VIII e la nomina di Giorgio VI. L’opera si divide in due atti: il primo dedicato alla definizione del quadro storico, alla presentazione dei personaggi e degli eventi che porteranno Albert a diventare re Giorgio VI. Sin dalla seconda scena viene presentato il problema di Albert e la volontà di David, il primogenito, di sposare una donna non adatta a ricoprire il ruolo di regina. Il secondo atto è dedicato alla preparazione della cerimonia di incoronazione e alle lezioni con Logue che, man mano che la storia va avanti, diventano sempre più intense. 

    A teatro l’azione si svolge quasi esclusivamente attraverso i dialoghi, anche se la dimensione paraverbale non è meno importante, anzi. Pensiamo alle espressioni del viso che manifestano il disagio del re o agli esercizi fisici che fanno parte della terapia di Logue. Per spiegare tutto ciò, Seidler scrive scene brevi ma numerose.

    IL FILM

    Il film, a differenza dell’opera teatrale, non lascia molto spazio ai fatti storici. Esso, pur non trascurando del tutto la dimensione storica, si concentra soprattutto sull’evoluzione personale del re. In effetti, Seidler ha curato personalmente la ricerca storica, facendo poi verificare il tutto da alcuni storici inglesi, permettendosi comunque qualche licenza artistica. Inoltre, qualche settimana prima di iniziare le riprese, il nipote di Lionel Longue trovò le lettere scambiate con il sovrano, queste divennero di fondamentale importanza per rendere accurata la storia. 

    La colonna sonora è particolarmente importante e coinvolgente: il compositore francese Alexandre Desplat è riuscito a tradurre la balbuzie in linguaggio musicale, grazie ad una colonna sonora che, ripetendo alcune note, sembra far fatica ad andare avanti. Le sue musiche riempiono delicatamente il film.

    I titoli dei brani traducono momenti importanti del film, per esempio Lionel and Bertie è la colonna sonora che accompagna i loro incontri. Talvolta, in alcune scene la musica è totalmente assente, pensiamo al primo discorso a Wembley: in silenzio, la telecamera inquadra i volti del pubblico in imbarazzo, e del re con una forte balbuzie.

    DAL TEATRO AL CINEMA

    Il teatro e il cinema sono due forme espressive estremamente diverse e di conseguenza sono diverse anche le due versioni del Discorso del re. Nonostante sia riconoscibile lo stesso testo di partenza, diversi elementi presenti nel film sono assenti nell’opera teatrale e viceversa. 

    Il cinema, attraverso i primi piani coglie le emozioni dei personaggi e offre la possibilità di concentrare l’attenzione su certi dettagli. Il teatro, inevitabilmente, richiede una prospettiva più ampia: non bastano espressioni facciali ‘accennate’, tutto ha bisogno di essere più esasperato perché tutto deve arrivare fino all’ultima fila di spettatori. Pensiamo all’inizio del film, in cui cogliamo l’imbarazzo degli ascoltatori e del re mentre tiene il primo discorso a Wembley attraverso un montaggio di primi piani.

    Alcune differenze riguardano anche i personaggi. Nel film alcuni sono più gentili rispetto al dramma teatrale. Per esempio, possiamo pensare al fratello David, che nell’opera teatrale è più crudele nei confronti di Albert, infatti lo imita ogni volta che parla. Ancora, nell’opera teatrale non ci sono bambini, né le figlie del duca né i figli di Lionel. Al contrario, Myrtle (la moglie di Lionel) che nel film è una presenza molto silenziosa, nell’opera teatrale è più presente: viene presentata come una donna infelice che ha dovuto abbandonare il suo paese e ora si trova relegata in un paese che non sente suo e che non la fa sentire apprezzata.

    Abbiamo già detto che il primo atto dell’opera teatrale lascia più spazio ai fatti storici e ai personaggi politici, che permettono di dare un quadro completo della situazione del paese con le minacce della Germania e le loro incertezze verso il nuovo re.

    Nonostante l’attenzione di Seidler alla precisione dei fatti storici, il film è stato criticato per aver sorvolato su importanti eventi storici, come la riconciliazione tra Hitler ed Edoardo VIII. In generale, il film si concentra di più sulla dimensione privata del futuro re, la storia di un uomo molto coraggioso che riesce a superare un ostacolo che credeva essere insormontabile. La vicenda narra un momento importante e singolare della storia britannica, ma in tutto ciò l’attenzione principale è rivolta al futuro re, alle sue incertezze e soprattutto al modo in cui supererà le difficoltà legate alla sua balbuzie, un ostacolo che gli sembra insormontabile. Emerge un personaggio con un forte senso di responsabilità e dignità del ruolo che è chiamato a ricoprire, fondamentale è l’appoggio della famiglia e del terapista. 

    Un’ultima differenza riguarda la rappresentazione. Indubbiamente il mezzo cinematografico permette di costruire delle scene più complesse grazie al  montaggio. Pensiamo all’abdicazione di Edoardo VIII, nel film vi è un montaggio tra David che legge alla radio il discorso per annunciare la rinuncia al trono, mentre le sue parole fanno ancora da sottofondo ai volti di Elizabeth e Albert che prendono atto di ciò che succederà e infine l’ormai nuovo re, Giorgio VI, che si avvia per pronunciare il suo primo discorso davanti agli uomini di corte. A teatro, al contrario, vi è solo una scena “vuota” in cui il discorso di David scorre alla radio.

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  • ADATTAMENTO DA LETTERATURA A CINEMA DI RAGIONE E SENTIMENTO

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    Ho deciso di dedicare questa rubrica agli adattamenti cinematografici perché, a differenza di quanto si potrebbe pensare oggi, la letteratura e il cinema non sono due mondi così lontani. É più corretto parlare di un unico mondo narrativo che si esprime con due mezzi diversi. Mettendoli a confronto, possiamo notare che la dimensione della letteratura non è quella linguistica, ma le parole e le frasi servono a raccontare una storia. Così come nel cinema le immagini non devono solo essere contemplate, ma costituiscono il mezzo per mettere in scena delle azioni e narrare una storia. Quindi, cinema e letteratura sono accomunati dall’essere forme di racconto che si servono di mezzi differenti.

    Per adattamento si intende una rielaborazione in chiave cinematografica di un soggetto già esistente. L’industria cinematografica ricorre sempre più frequentemente a questa pratica in parte perché le sceneggiature originali e innovative sono sempre più difficili da produrre. Va da sé che se all’origine di un film c’è un romanzo o una biografia che ha già avuto successo, le probabilità di fare un buon lavoro sono indubbiamente più alte.

    Un ottimo esempio di adattamento è il film Ragione e sentimento (1995) di Ang Lee, sceneggiato per il cinema dalla celebre attrice Emma Thompson a partire dall’omonimo romanzo di Jane Austen. Il film ebbe un successo enorme, fu vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico del 1995 e dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino 1996. Inoltre, vinse il Premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale nello stesso anno.

    TRAMA

    Le protagoniste della vicenda sono le donne della famiglia Dashwood, cadute in miseria dopo la morte del capofamiglia. La loro tenuta passa infatti a John Dashwood, figlio del primo matrimonio del compianto signor Dashwood. Sebbene John abbia promesso al padre di prendersi cura delle tre sorellastre Elinor, Marianne e Margaret e della matrigna, viene persuaso dalla moglie Fanny a non cedere nulla dell’eredità paterna. Il clima di tensione costringe la signora Dashwood e le figlie a lasciare la proprietà.

    A quel punto Elinor, orgogliosa e riservata, cerca di mandare avanti la famiglia reprimendo l’amore per Edward (fratello di Fanny). Marianne invece, più romantica e istintiva, si abbandona alla passione per John Willoughby, un attraente giovane che improvvisamente partirà per Londra e si fidanzerà con un’altra donna.

    La storia è ricca di intrecci sentimentali e le sorelle saranno chiamate a trovare un equilibrio tra la ragione e il sentimento.

    IL CAST

    Il film diretto dal taiwanese Ang Lee vede tra i protagonisti Emma Thompson, attrice e sceneggiatrice, che interpreta Elinor. A dar volto a Marianne è invece il premio Oscar Kate Winslet. Il ruolo di Edward è stato interpretato da Hugh Grant. Alan Rickman invece dà il volto al Colonnello Brandon.

    LA TRASPOSIZIONE

    Adattare un romanzo di due secoli fa e farlo apprezzare ad uno spettatore del giorno d’oggi è sicuramente una sfida, ancor di più se consideriamo lo stile della Austen: l’autrice infatti non rende con discorsi diretti le situazioni chiave, i dialoghi importanti o i confronti tra i personaggi, ma spiega il tutto attraverso delle sintesi. Quindi, la Thompson ha dovuto trasformare tutte le parole della Austen in fatti.

    Il merito principale della sceneggiatrice è di aver snellito molto il romanzo. Tante scene piuttosto lunghe sono state abbreviate e non compaiono neanche i lunghissimi dialoghi del romanzo, che altrimenti al cinema sarebbero risultati ridondanti. Alcuni personaggi sono spariti del tutto in quanto non funzionali alla narrazione e molte scene incentrate su questi personaggi sono state reinterpretate o eliminate del tutto. Per esempio, non si nominano mai Lady Middleton e i suoi quattro figli presenti nel romanzo. Al contrario, altri personaggi marginali nel romanzo assumono un’importanza particolare nel film. Si pensi alla più giovane delle sorelle Dashwood, Margaret, che nel romanzo viene appena nominata, mentre nel film diventa un personaggio chiave. Invece, i personaggi maschili sono stati maggiormente approfonditi nel film, in quanto nel romanzo sono figure che rimangono sullo sfondo.

    Tuttavia, alla fine del romanzo e del film si arriva alla stessa conclusione: Marianne impara ad usare la ragione e ad accettare un matrimonio con un uomo sicuro e affidabile, mentre Elinor si lascia andare ai sentimenti che prova per Edward.

    È interessante confrontare la durata del film e la lunghezza del romanzo: l’edizione inglese del romanzo ha 335 pagine, mentre il film dura 132 minuti. Ci si aspetterebbe che il film suddivida equamente il tempo dedicato all’inizio, allo svolgimento e al finale del romanzo, invece alle prime 23 pagine del romanzo vengono dedicati i primi 25 minuti del film. Questo perché era necessario seminare bene le caratteristiche dei personaggi affinché lo spettatore possa affezionarsi a loro.

    LA FORZA DELLE IMMAGINI

    Il film, a differenza del romanzo, può puntare sulla forza delle immagini. Per questo il regista utilizza la tecnica della “semina” e della “raccolta”, che permette ad un oggetto, un gesto o una frase apparentemente insignificante all’inizio di assumere un significato più profondo perché ripetuto in un momento cruciale della storia.

    È il caso del fazzoletto di Edward che diventa il filo conduttore della storia d’amore con Elinor: l’uomo dà il fazzoletto alla donna in una delle scene iniziali e l’oggetto ricomparirà a Barton in una scena molto veloce, ma ricca di emotività (Elinor, sola in una stanza e triste per l’assenza di Edward, estrae il fazzoletto con le iniziali E.C.F. ben visibili e sospira).

    Altrettanto significativo è il caso della simpatia tra Marianne e Willoughby che è stata descritta in maniera generica dalla Austen, la quale si limita a dire che hanno gli stessi gusti. Il film la rende concreta attraverso il libro dei sonetti di Shakespeare: Willoughby vede Marianne con il libro e inizia a recitare il sonetto 116 e Marianne lo termina con lui. Marianne reciterà lo stesso sonetto da sola sotto la pioggia guardando tristemente la casa di Willoughby più in là nel corso del film.

    RAGIONE O SENTIMENTO?

    Qualche critico ha osservato che, mentre la Austen nel romanzo vedrebbe in Elinor la posizione giusta, il film guarda tutto dalla prospettiva di Marianne. Sicuramente il pubblico odierno è più pronto a percepire le istanze sentimentali di Marianne che non quelle di sacrificio e privazione di Elinor. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui il film sembra più a favore del sentimento che non della ragione.

    Probabilmente le principali divergenze tra le due versioni sono le generali differenze che esistono tra un romanzo del primo ‘800 e un film contemporaneo. Il film tende, laddove è possibile, ad alzare il livello di empatia dei personaggi, per questo si avverte un film più romantico di quanto non sia il romanzo.

    Pur restando il più possibile fedele allo svolgersi degli eventi, la sceneggiatrice Emma Thompson è riuscita ad aggiornare alcuni personaggi e tematiche adattandoli alla contemporaneità.

    Non si tratta di un adattamento letterale: il film non è una fotocopia del romanzo, ma il suo merito è di aver saputo fare piccoli o grandi cambiamenti per far sì che lo schermo potesse rendere i valori dei personaggi del libro con la massima fedeltà, ma anche con la massima efficacia per uno spettatore del XX secolo.

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  • ADATTAMENTO DA BIOGRAFIA A FILM – A BEAUTIFUL MIND

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    Questo articolo contiene spoiler sul film A beautiful Mind (2001) di Ron Howard.

    Ho deciso di dedicare questa rubrica agli adattamenti cinematografici perché, a differenza di quanto si potrebbe pensare, la letteratura e il cinema non sono due mondi così lontani. È più corretto parlare di un unico mondo narrativo che si esprime con due mezzi diversi. Mettendoli a confronto, possiamo notare che la dimensione della letteratura non è quella linguistica, ma le parole e le frasi servono a raccontare una storia. allo stesso modo nel cinema le immagini non devono solo essere contemplate: esse costituiscono il mezzo tramite il quale vengono messe in scena delle azioni e con cui una storia si sviluppa. Quindi, cinema e letteratura sono accomunati dall’essere forme espressive narrative che si servono di mezzi differenti.

    Per adattamento si intende una rielaborazione in chiave cinematografica di un soggetto già esistente. L’industria cinematografica ricorre sempre più frequentemente a questa pratica in quanto le sceneggiature originali e innovative sono sempre più difficili da produrre. Va da sé che, se all’origine di un film c’è un romanzo o una biografia che ha già avuto successo, le probabilità di fare un buon lavoro sono indubbiamente più alte.

    A BEAUTIFUL MIND

    Un interessante caso di adattamento cinematografico è A Beautiful Mind (2001), diretto da Ron Howard. Il film è tratto dall’omonima autobiografia di Sylvia Nasar sul matematico John Forbes Nash (interpretata da Russell Crowe), le cui teorie hanno rivoluzionato l’economia tanto da permettergli di vincere un Premio Nobel per l’Economia nel 1994.

    Un adattamento da fatti reali o autobiografie è molto complesso per vari motivi: Innanzitutto, perché spesso raccontano la storia di personaggi di successo che, nonostante abbiano raggiunto traguardi importantissimi nel corso della loro vita, non hanno dovuto affrontare ostacoli insormontabili e quindi la storia rischierebbe di non risultare interessante. In questo caso specifico un’altra difficoltà è rappresentata dal soggetto: lo spettatore medio, in genere, non è molto interessato al mondo della matematica e, dunque, la vita di un matematico poteva risultare poco attraente per il pubblico. Inoltre, i libri spesso si concentrano molto sull’interiorità del personaggio e rendere questo tipo di riflessione introspettiva in un prodotto audiovisivo è sicuramente una sfida non indifferente.

    Per realizzare un buon film, infatti, sono necessari un evento principale che aiuti a focalizzare l’argomento centrale della pellicola, e personaggi affascinanti con i quali il pubblico possa empatizzare. In secondo luogo, è fondamentale che il protagonista costruisca delle relazioni significative con altri individui: il rischio è quello di realizzare storie con protagonisti “soli” e senza veri e propri aiutanti o antagonisti che ne influenzino l’arco narrativo.

    TRAMA

    Nel 1947, John Nash, talentuoso matematico di diciannove anni, entra all’Università di Princeton. Refrattario a instaurare rapporti sociali, Nash ha solo un amico: Charles Herman, il suo compagno di stanza. Nash è ossessionato da un solo pensiero: trovare un’idea veramente originale, in quanto ai suoi occhi, questa è l’unica cosa che potrà dare valore alla sua vita. Le sue idee gli procurano fama e fanno progredire la sua carriera professionale. Infatti, Nash riceve un posto di professore al MIT (Massachusetts Institute of Technology) e un certo William Parcher, agente segreto, lo contatta per un incarico rischioso: in piena guerra fredda, a Nash viene chiesto di decodificare i codici segreti del nemico.

    Nel frattempo, conosce Alicia, una giovane studentessa di fisica innamorata di lui con cui si sposerà. Nash non dice alla moglie alcunché dei suoi lavori segreti e alla fine la troppa tensione, la fatica e il pericolo hanno il sopravvento: Nash viene dichiarato affetto da schizofrenia. La vita di Nash viene a questo punto sconvolta dalla scoperta che in realtà non esiste nessuna cospirazione e che Charles, la sua nipotina e William Parcher sono in realtà proiezioni della sua mente. L’unica cosa che può fare il dottore è aiutarlo a mostrargli tutto ciò che è reale e tutto ciò che crea la sua mente.

    Nell’ottobre 1978 torna a Princeton, dove diventa docente. Nel marzo 1994 gli viene annunciato che l’accademia di Stoccolma gli ha assegnato il premio Nobel per la teoria dell’equilibrio nell’economia moderna.

    IL FILM

    Una caratteristica in particolare rende questo film unico: se in genere sono i libri che penetrano meglio la personalità dei protagonisti, in questo caso è il film. La biografia è ricolma di dati e di date, con decine di personaggi e di eventi che, però, vedono il personaggio dall’esterno senza approfondire il suo mondo interiore. Al contrario, il film ha un approccio opposto: i dati sono pochi, i personaggi anche, la storia porta lo spettatore a condividere l’esperienza di Nash.

    La storia dello sceneggiatore ha sicuramente influito in maniera significativa sulla costruzione della storia: I genitori dello sceneggiatore Akiva Goldsman, infatti, erano terapisti che si occupavano di bambini con disturbi emotivi. Egli era, dunque, molto attratto dall’idea di poter lavorare su una storia che potesse contribuire a far si che la malattia mentale fosse considerata come una realtà da affrontare con maggiore sensibilità. L’intento dello sceneggiatore era quello di sensibilizzare il pubblico a una maggiore comprensione verso questo tipo di malattie, rendendo, però, la storia piacevole grazie all’introduzione di elementi comici e dettagli curiosi.

    La grande strategia è quella di far sì che lo spettatore si immerga totalmente con Nash nell’esperienza della sua patologia, rendendolo partecipe del senso di confusione e di shock del protagonista che, rendendosi conto di vivere in una realtà allucinogena, resta sbigottito di fronte alla gravità della propria situazione.

    Dal punto di vista tematico, la storia diventa il racconto di una storia d’amore che trionfa sulle difficoltà. L’amore che trionfa è quello per la moglie Alicia, che aiuta Nash a vincere le difficoltà della malattia e lo accompagna fino alla vincita del Nobel. La relazione con la moglie viene introdotta con una scena inspirata a un fatto reale narrato nella biografia: Nash stava facendo lezione a settembre e aveva chiuso tutte le finestre per non sentire rumore. Gli allievi avevano chiesto più volte di riaprire, ma Nash si era rifiutato, finché non si alzò Alicia, aprì la finestra e si sedette fissandolo con uno sguardo di sfida. Nel film la scena è arricchita: i lavori di fuori sono prodotti da degli operai che stanno lavorando e Alicia chiede loro di fare una pausa.

    DIFFERENZE FILM – BIOGRAFIA

    Ci sono parecchie differenze tra la versione cinematografica e la sua vita reale.

    Innanzitutto, Nash non ebbe mai allucinazioni visive come vediamo nel film; effettivamente tre personaggi del film sono completamente inventati: il compagno di stanza Charles Herman, la nipotina di Charles e l’agente governativo. È altresì vero che risulta molto efficace fare vedere allo spettatore le visioni del protagonista dal suo punto di vista, cioè come figure reali. Tutto ciò è utile per fare calare lo spettatore nella realtà di Nash e rendere ancora più forte la scoperta della malattia mentale.

    Tuttavia, all’inizio del film sono stati lasciati alcuni indizi come sintomi della malattia del protagonista, sebbene non percepibili subito. Per esempio, quando la nipotina di Charles corre in mezzo ai piccioni questi non si alzano in volo né si spostano. Segno che la bambina esiste solo nella mente di John. Inoltre, la nipotina ha la stessa età durante tutto il corso della storia, benché passino diversi anni, sarà proprio questo a convincere Nash d’essere affetto dalla malattia.

    Inoltre, diversi fatti della vita del matematico sono stati omessi. Nel film non vengono citati i legami sentimentali avuti dal professore prima del suo matrimonio con Alicia, non si parla del figlio avuto dalla relazione precedente o del suo arresto per omosessualità (cosa frequente nel Novecento, come succede anche in The Imitation Game). Inoltre, Nash continua a prendere farmaci anche dopo il 1970, anno in cui in realtà smise di prendere le cure.

    Il vero John Nash

    UNA BIOGRAFIA POCO FEDELE?

    L’obiezione principale mossa al film è di aver abbellito eccessivamente la biografia di Nash, occultando elementi importanti come le sue esperienze omosessuali, il divorzio temporaneo con Alicia e il figlio.

    Tuttavia, gli autori hanno fatto bene a non rappresentare alcune esperienze della vita del matematico, come i suoi rapporti omosessuali o il rapporto con Eleanor e il suo primo figlio, in quanto si trattava di esperienze episodiche che avrebbero appesantito in modo eccessivo la narrazione.

    Il discorso Nobel è stato scritto ex novo dagli autori del film. Si tratta di un espediente per dare allo spettatore il senso di un percorso compiuto, per fare una sintesi, una messa in rilievo di quello che il personaggio ha imparato nel suo cammino.

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