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  • Una cosa vicina – Intervista al regista Loris Giuseppe Nese

    Una cosa vicina – Intervista al regista Loris Giuseppe Nese

    Rincorrere qualcosa che sembra sempre a portata di mano, ma che non possiamo mai afferrare: una sensazione che da bambini ricorda il pallone intrappolato tra i rami di un albero, abbastanza in alto da essere impossibile da raggiungere, anche mettendoci tutta la forza che abbiamo nelle gambe. Quando si cresce, però, quel pallone cambia forma, assume le sembianze di una figura che dovremmo conoscere da tutta la vita, ma che è sempre stata impossibile da comprendere.
    Una cosa vicina è il docufilm d’esordio del giovane regista salernitano Loris Giuseppe Nese, un racconto autobiografico ambientato nelle periferie della città campana in cui l’autore cerca di indagare sulla morte prematura e misteriosa del padre, insieme alle conseguenze che questo terribile evento ha avuto sulla sua famiglia, i suoi amici, il suo quartiere. Presentato alle giornate degli Autori durante la 82esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di VeneziaUna cosa vicina ha già ottenuto numerosi riconoscimenti in diversi festival (tra cui Premio Solinas, Premio Libero Bizzarri e International Documentary Festival di Roma) e in questo momento è in corso la distribuzione del film nelle sale italiane, in compagnia del regista e della montatrice e produttrice Chiara Marotta, entrambi fondatori della piccola casa di produzione Lapazio Film.

    Una cosa vicina è un racconto estremamente personale, la storia di un ragazzo che cresce vedendo gli uomini della propria famiglia morire uno dietro l’altro, senza riuscire a capire perché. La scomparsa improvvisa del padre in circostanze poco chiare getta le basi per iniziare il racconto all’indietro, per indagare sul passato. E quando arriva la consapevolezza che dietro quegli eventi si nasconde qualcosa di molto più grande, ecco che il cinema diventa il mezzo per provare a spiegare, a capire cosa è successo e cosa succederà: i film horror e le storie dei gangster di De Palma e Scorsese riflettono la violenza che il protagonista vive sin da bambino, e si trasformano nell’unico modo in cui affrontare un vuoto che sembra impossibile da colmare.

    «Tutti erano più pericolosi di me, ma il cognome che pesava più di tutti era solo il mio.»

    Abbiamo avuto modo di intervistare Nese, e vogliamo lasciare che sia lui stesso a raccontarvi del suo film, dei suoi obiettivi, e dell’esperienza di essere autore, regista e produttore nel panorama cinematografico italiano di oggi.

    Cominciamo dalle origini del documentario e dalla scelta di coinvolgere la tua famiglia e i tuoi amici: com’è nato Una cosa vicina, e quali sono stati gli eventuali ostacoli lungo la realizzazione del progetto?

    Ormai l’origine del progetto risale a una decina di anni fa, e tutto è nato da un dialogo con mia madre, la prima persona che ho coinvolto e a cui ho voluto spiegare le ragioni del mio progetto. La sfida era far sì che il film fosse sostenibile da tutte le parti coinvolte, anche dal pubblico. Bisognava capire fin dove spingersi, trovare equilibrio tra l’esigenza narrativa di raccontare certe cose e il reale bisogno di farlo.
    Difficoltà e dubbi ci hanno accompagnato dalla scrittura al montaggio, ma fa tutto parte del gioco del documentario, soprattutto per racconti che partono da una sfera così privata. Il mio obiettivo era concentrarsi su quei personaggi che circondano determinate vicende, prendere diverse voci, come la cronaca, i telegiornali, gli atti giudiziari, e metterle in relazione con i racconti privati portati avanti dalla mia famiglia, che avevo immagazzinato lungo tutta la mia crescita. Mi sento di dire che il film è stato, per me e per tutti i personaggi coinvolti, una sorta di terapia, che ci ha costretto a dialogare apertamente e trovare le parole giuste per affrontare certe cose. Su mia madre ho dovuto fare una specie di ricerca preventiva, anche farmi raccontare alcuni pezzi mancanti a macchina spenta, mentre sui miei amici mi interessava di più capire il loro punto di vista nel crescere insieme a un ragazzo coinvolto in questo tipo di sistema.

    Durante uno dei segmenti in cui intervisti i membri della tua famiglia, c’è un momento in cui tua zia parla di te dicendo “ricordo che andavi sempre in giro con la cinepresa”: qual è per te il valore del filmare in famiglia, dell’home video come espressione artistica? Sia per te ora, ma anche quando eri un ragazzino.

    C’è da dire che sono cresciuto sempre con una cinepresa in casa, ho iniziato a filmare utilizzando la videocamera dei miei genitori, una vecchia VHS C degli anni ‘80, poi ho vissuto il progredire della tecnologia fino al digitale. Per me è sempre stato un modo quasi per mettere ordine a ciò che mi circondava, andavo a individuare momenti che vedevo come eccezionali, che volevo immortalare in qualche modo. Era un po’ un modo per testimoniare, ma anche esprimere un punto di vista preciso. Ho poi portato avanti questo processo fino all’estremo nel momento in cui ho voluto usare il cinema per affrontare delle cose, come quando da ragazzino ho iniziato a girare piccoli cortometraggi horror. In qualche modo già lì si poteva vedere una sorta di incubo sepolto, che è stato poi lo stimolo per affrontare questo film, utilizzando il dispositivo cinematografico per confrontarmi con quelle persone che hanno vissuto quella particolare fase della mia vita.

    Ci sono alcuni momenti lungo il film in cui la voce narrante mette in relazione determinati eventi con i film di gangster e con il cinema horror: in questo rapporto col cinema, si può dire che l’intenzione era quella di razionalizzare alcuni eventi attraverso i film della propria infanzia?

    Quando ho scoperto autori come Scorsese, De Palma, Coppola, ma anche il cinema horror, mi sono reso conto che c’erano dei parallelismi tra certi personaggi che vivevano dall’altra parte del mondo e la mia vita. Sembrava quasi che questi autori mi parlassero, mi sembrava che quel tipo di racconto potesse essere portato avanti anche dal me adolescente. E ancora, che questo tipo di racconto potesse essere messo in relazione con ciò che si raccontava in Italia, quei discorsi sulla periferia campana dopo l’uscita del romanzo Gomorra che andavano un po’ tutti dalla stessa parte. A quel punto mi sembrava necessario dire la mia, anche da figlio alla ricerca della propria individualità. Ho voluto giocare con le diverse forme di rappresentazione, citando il gangster da una parte, ma poi andando in una direzione completamente diversa, per concentrarmi su ciò che resta di quelle azioni criminali che nel film restano sempre fuori campo.

    Possiamo dire la stessa cosa anche per i segmenti animati?

    Mi è sempre piaciuto mescolare i linguaggi e i generi, e anche l’animazione fa parte del racconto che ho voluto portare avanti, quello della progressiva ricerca della verità. Si parte dall’incubo dell’infanzia in forma di immagini animate con disegno libero su carta, si passa poi ai segmenti in stop motion come incontro tra realtà e animazione, per svelare infine l’immagine filmata e d’archivio del presente. Lo scopo era di dare forma a ciò che non si può vedere, a qualcosa che è frutto di uno stato d’animo, e credo che l’animazione sia il mezzo più potente per fare tutto questo. Si parte dall’incubo infantile, ma più il personaggio cresce e capisce la gravità di certe situazioni, più quel mostro diventa vicino e concreto.

    Invece per quanto riguarda le tematiche del territorio e delle radici, dopo la realizzazione del documentario è cambiato il rapporto con i tuoi luoghi di origine? Ti è capitato di vederli in modo diverso?

    Da una parte sì. Questo film è stato un percorso interiore che mi ha permesso di affrontare alcune cose di petto, e mi ha dato poi la possibilità di lasciarle andare, quasi di liberarmi. Mi ha fatto riscoprire un legame che ho sempre avuto con il mio territorio, specialmente la parte di città in cui sono nato e cresciuto, la zona orientale di Salerno. Mi porto dentro quel sentimento paradossale di fierezza dell’essere una persona cresciuta in periferia, tra le case popolari. Soprattutto negli ultimi anni ho sempre voglia di far germogliare progetti che partono dall’esperienza personale: già da un po’, insieme a Chiara Marotta e alla nostra casa di produzione Lapazio Film, portiamo avanti dei percorsi di formazione legati al cinema tra cui Memory Full per la realizzazione di cortometraggi legati al territorio. Tutti i nostri film, i corti che hanno preceduto Una cosa vicina, sono fortemente radicati nella città di Salerno, per andare contro quegli stilemi narrativi che vedono l’associazione diretta tra Campania e Napoli e ignorano le altre realtà.

    Per quanto riguarda un discorso strettamente produttivo, cosa significa oggi essere un piccolo produttore nel panorama cinematografico italiano?

    Dunque, nel 2018 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio, Quelle brutte cose, un film nato tra amici che però si è rivelato da subito convincente: è stato premiato alla settimana della critica di Venezia, l’anno successivo è stato l’unico italiano selezionato al Sundance, quindi ci ha subito fatto capire che potevamo farcela. Abbiamo fondato la società un po’ per continuare a mantenere questo spirito fortemente indipendente, termine che voglio associare a un senso di autonomia artistica e produttiva. Ovviamente non significa fare tutto ciò che si vuole in qualunque momento, anzi. Vuol dire affrontare molti problemi, anche burocratici legati al fundraising e alla gestione economica, ma riesce a darti la possibilità di sostenere i progetti di cui siamo sicuri di poterci occupare. Si tratta di un processo in cui c’è tanto lavoro, tanta programmazione, e va fatto consapevolmente.

    E invece cosa si può dire del ruolo della Film Commission Campania?

    La Film Commission campana ha sostenuto la parte di sviluppo, una cosa che ne fa una realtà molto interessante. Tra l’altro è stata la prima a permetterci di crescere, tramite attività di formazione e poi sostenendo i nostri film. Da quando abbiamo aperto la nostra società, ci siamo subito scontrati con il bisogno di compensare alcune questioni, come la formazione, e allinearci al nuovo ruolo di produttori che stavamo andando a ricoprire. Ormai è diventato fondamentale capire qual è la Film Commission di riferimento, quanto lavora sul suo territorio quanto è in grado di sostenere i progetti locali. In mancanza di questo, diventa molto più difficile mettere insieme un budget e porre le basi di un progetto.

    Infine, nel progetto spicca anche la partecipazione di Rai Cinema: come si è evoluto il rapporto con le altre istituzioni e partner sul suolo italiano?

    Diciamo che il percorso fatto finora ci ha permesso di avere una certa credibilità nel sistema: abbiamo in un certo senso programmato tutti gli step senza mai fare il passo più lungo della gamba, prima con la realizzazione di cortometraggi, poi con questo documentario, e il prossimo passaggio sarà un lungometraggio di fiction. Abbiamo potuto puntare sempre più in alto anche grazie ai sostegni pubblici: alla fine tutto si basa su quello, sulla capacità di preparare progetti nella maniera corretta in modo che possano essere finanziati. In fin dei conti, c’è bisogno di fiducia da parte di qualcuno.

  • Recensione: illusione – thriller italiano

    Recensione: illusione – thriller italiano

    A cosa pensate se vi diciamo Perugia? Se siete fan del true crime sarete probabilmente per un attimo tornati alla notte di Halloween del 2007 quando si consumò il terribile omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, le cui indagini e contro indagini hanno prodotto, oltre che una soverchiante attenzione della stampa internazionale, una serie lunghissima di opere audiovisive, di cui i podcast sembrano essere la forma finale (per ora). Evidentemente anche Francesca Archibugi collega il capoluogo umbro ai crimini violenti e decide infatti di ambientarvi il suo ultimo film, passaggio primigenio nel thriller per la regista romana, dopo essersi confrontata, sempre per la prima volta, con la serialità in La storia.

    Illusione si propone di raccontare la storia di una ragazzina di 15 anni e mezzo giunta in Italia dalla Romania come prostituta, avendo però fatto prima scalo in Francia, Germania e Belgio. Lei si chiama Rosa Lazar (Angelina Andrei) e in seguito alla prima scena la vediamo in fin di vita, stesa fra le acque di un canale di scolo sotto un cavalcavia. Ritrovata da dei poliziotti che la credono morta, sarà il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi, che ha origini perugine) a rendersi conto che la ragazza è viva e a consegnarla ad un istituto di cura, mentre la PM Cristina Caponeschi (Jasmine Trinca) indaga sul perché si trovi qui e lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) cerca di aiutarla a superare il trauma subito. Apparentemente però Rosa non sembra sofferente; è sempre felice (“troppo” ammonisce lo psicologo), gioca e ha un fascino estetico e auratico che strega tutti quelli che le stanno intorno, terapeuta compreso. Ma qualcosa le è successo e la trama di colpevoli potrebbe coinvolgere anche figure di spicco del parlamento europeo.

    Il cinema italiano non è nuovo al racconto degli oscuri meccanismi internazionali della prostituzione, e soprattutto non è nuovo al guardare queste questioni da un punto di vista che è nostro, senza mai effettivamente volersi confrontare con una realtà tanto disgustosa che richiederebbe uno sforzo ben diverso da quello che Francesca Archibugi, con Laura Paolucci e Francesco Piccolo in sceneggiatura, su testo originale di Emanuele Trevi, si concedono. Il centro del film ci viene chiarito essere Rosa, con i flashback della sua vicenda che oltre a renderci noti i suoi movimenti prima dell’arrivo in Italia servono anche per dirci chi è questa ragazzina esuberante, che sembra rendere tutti il più buoni con lesi per la sua sola presenza; tanto che questa sua dote angelicale innata le porterà a vedersi affibbiato il soprannome “vergine moldava”, e il disprezzo di tutti quelli che vorrebbero possederla ma non possono. E forse proprio è questa satira sullo sguardo binario (o santa o dannata, o donna angelo o strega) che si rivolge sulle donne a costituire l’unico sussulto intellettuale di un film che per il resto si rivela essere abbastanza piatto, soprattutto nel ricondurre il dramma dello sfruttamento della prostituzione esclusivamente a dinamiche di genere, ignorando completamente fattori economici, sociali, culturali che avrebbero sicuramente reso il film più interessante, ma complesso nella realizzazione. 

    Invece di prendere la strada di Princes (Roberto de Paolis, 2022) che si focalizzava sul dramma di una prostituta in Italia immergendosi nella sua realtà, Archibugi cerca di costruire attorno alle vicende di Rosa un thriller che vorrebbe posizionarsi su quella faglia difficile da domare, in cui si incontrano e si equivalgono genere e contenuto sociale vero. Nell’operazione di Archibugi sembrano mancare entrambi sul lungo periodo. Sebbene Jasmine Trinca e Filippo Timi (che solo pochi mesi fa erano al cinema ancora insieme con Gli occhi degli altri di Andrea De Sica) riescano a calarsi nei ruoli archetipici della PM dura, tagliente ma indomita lei, e del poliziotto burbero, spavaldo, ma con a cuore la sua missione lui, quello che manca è una struttura intorno adatta in cui le loro prove possano risultare organiche. Ma quello che alla fine ne esce è tutto ciò che c’è di più lontano dalle intenzioni di Archibugi, che preferisce far parlare e parlare i suoi attori invece che farli agire, riempendo il suo film di confronti a due, che coinvolgono incurantemente i quattro protagonisti principali, e che smonta completamente quel minimo di tensione che era sopravvissuta dalla scena del ritrovamento del corpo di Rosa (per luci, toni e tensione drammatica forse la migliore del film). 

    Da questi colloqui interminabili ne esce anche qualcosa di buono. È il rapporto che si instaura fra lo psicologo e Rosa, in cui l’uomo danza sempre fra il lecito e il non lecito, fa il suo lavoro con dedizione ma alle volte l’abbraccia e quando lei le salta addosso entusiasta per averlo visto dopo tanto tempo non esita a metterle due mani sotto le cosce per assicurarsi che la ragazza non cada. Qui Archibugi è nettamente più affilata che altrove nel riportare quella che sembra essere una crisi professionale ma anche personale e sessuale di un uomo che conosce il suo ruolo e sa quali linee non dovrebbe oltrepassare, e che è effettivamente convinto per tutto il film di non averlo fatto; disseminando dettagli qua e là la regista restituisce un dubbio sulla condotta etica e morale del terapeuta e soprattutto aggiorna e sposta leggermente quella che è una delle figure ricorrenti del thriller classico: il poliziotto corrotto, che si sente in colpa di fare quello che fa ma deve per motivi di forza maggiore.

    Gianluca Meotti

    Redattore

  • david di donatello 2026- le premiazioni di pianura

    david di donatello 2026- le premiazioni di pianura

    Sulla 71° edizione dei David di Donatello, in onda su Rai Uno mercoledì 6 maggio dalle 21.40 all’1.40 di giovedì notte, si possono fare due discorsi diversi. Il primo riguarda i premiati, che rivelano stima per un cinema autoriale ma popolare come quello di Le città di pianura, campione della serata con 8 premi; l’altro commento riguarda invece la serata in sé, la solita scoraggiante festa provinciale e amatoriale a cui siamo ormai tristemente abituati.

    Le città di pianura di Francesco Sossai conquista i David al miglior film, regia, attore protagonista (Sergio Romano), sceneggiatura originale (Sossai e Adriano Candiago), produzione, casting, montaggio, canzone originale (‘Ti’ di Krano). È un’incoronazione piuttosto coraggiosa, trattandosi di un film di circuito minore, prodotto a basso budget, con protagonisti e ambienti solitamente lontani dai riflettori.

    Primavera di Damiano Michieletto segue con 4 statuette (compositore, costumi, acconciatura e suono), poi con 3 premi Le assaggiatrici di Silvio Soldini (sceneggiatura non originale, trucco e David Giovani assegnato dalle scuole) e La città proibita di Gabriele Mainetti (fotografia, scenografia e VFX). La migliore attrice protagonista è Aurora Quattrocchi per Gioia mia di Margherita Spampinato, anche miglior regista esordiente, non protagonisti Matilda De Angelis per Fuori di Mario Martone e Lino Musella per Nonostante di Valerio Mastandrea. A mani vuote Paolo Sorrentino per La Grazia e Paolo Virzí con Cinque secondi.

    All’Accademia dei David di Donatello non manca il gusto, ma un certo senso di misura e coerenza sì. Metà delle attrici candidate a miglior attrice protagonista e non protagonista sono le medesime (lo star system italiano sarà limitato?), è bizzarra la presenza di Queer tra i nominati in diverse categorie che pur essendo una produzione in parte italiana appartiene ad un calibro produttivo diverso, ed è comunque tristino che l’unico film a reale ampia distribuzione e quindi noto alla gente comune, La Grazia, sia trattato come il tonfo della serata (le case di distribuzione italiane saranno limitate. Non è una domanda).

    Manca la misura anche nella gestione della serata, lunga quasi 4 ore (una di più degli Oscar!), durante la quale sono stati assegnati 3 David Speciali (percepiti: 30), puntualmente ridicolizzati dalla “leggiadria” di Flavio Insinna: Gianni Amelio (premiato alla carriera), Bruno Bozzetto e Vittorio Storaro. Compiacenti e pasciuti produttori accolgono il David dello Spettatore al film di maggiori incassi della stagione Buen Camino e il David al miglior film Internazionale a Una battaglia dopo l’altra. Chi l’avrebbe mai detto che Giampaolo Letta, AD di Medusa, non conoscesse il vero nome di Checco Zalone, ringraziando Francesco Zalone anziché Luca Medici. L’unico ospite internazionale è stato Matthew Modine, che al di là della verità sulla corretta pronuncia del suo cognome non ha aggiunto molto alla serata. 

    In compenso c’è stato spazio per i consueti saggi di danza accompagnati dalle esibizioni canore di artisti in vetta a Spotify di cui non si spiega la collisione con il mondo del cinema. A parte Francesca Michelin sul palco per lIn Memoriam, in cui viene tra l’altro ricordato giustamente anche Federico Frusciante, sembrano tutti lì esclusivamente come quota Sanremo. Forse il piano è attirare un pubblico generalista che sarebbe l’ideale destinatario della trasmissione per mezzo di ospiti fragorosi benché incoerenti. Sono un programma difficile i David, costosissimi e somiglianti formulaicamente ad una confusa crasi di teatro, TV e cinema. Chi mai potrà padroneggiare con sicurezza tanti linguaggi spettacolari e insieme imbrigliare e dar ritmo ad una serata sulla carta interminabile?

    Evidentemente non Flavio Insinna, che come conduttore riesce a mortificare i premiati, strascicare aneddoti non richiesti, puntualizzare dettagli ovvi e riuscire nell’ardua impresa di non far ridere neanche per sbaglio. Dovrebbe aggiungere brio alla serata Nino Frassica con le sue gag da Striscia la Notizia degli anni d’oro. La co-conduttrice è Bianca Balti, che sembra tanto a suo agio con il palco quanto poco con il gobbo che le suggerisce ogni passo. Sembra che nessuno abbia fatto prove, dilettanti allo sbaraglio a inseguir buste e statuette, passando davanti e dietro agli schermi su cui si proiettano le scene di cui nessuno è mai informato.

    E poi il solito repertorio: fuori onda imprevisti, gag imbarazzanti, audio che salta, domande vaghe e fuori luogo, salamelecchi e sbrodolamenti retorici sulla bellezza del cinema italiano. Fortunatamente stavolta nessun sottosegretario è salito sul palco a lodare le taumaturgiche iniziative ministeriali, Lucia Borgonzoni era seduta in platea. Il pubblico in sala ovviamente era composto da candidati, attori, giurati dell’Accademia e professionisti del settore, i quali, a giudicare dalla quantità di smorfie che si sono viste, evidentemente non erano stati informati della possibilità di essere ripresi durante la trasmissione.

    Inquadrare i candidati che hanno perso subito dopo la consegna del premio ad un altro concorrente è di cattivo gusto da parte della regia, non c’è dubbio. Ma, anche tra gli addetti ai lavori, è ovvio che non tutti abbiano dimestichezza con il dispiegamento di forze faraonico di una serata ai David di Donatello: il resto dell’anno purtroppo vivono vite normali, magari con debiti e difficoltà, come giustamente ricordano i tre registi di Roberto Rossellini – Più di una vita ricevendo il Premio Cecilia Mangini al miglior documentario. Altri discorsi degni di nota sono quelli di Lino Musella, che invoca la liberazione della Palestina, e di Matilda De Angelis, che insiste sul sostegno al cinema e ai lavoratori dello spettacolo. 

    Per il resto, Insinna in persona smorza, imbarazza e giocherella troppo, spesso allungando momenti già calcolati male, senza perdere l’occasione per frasette circostanziali e retoriche sul cinema italiano, la guerra, o la lunghezza della scaletta. Imprevedibilmente si è generata una coincidenza tra il vincitore della serata che narra una piccola provincia gaia e avvinazzata, e una cerimonia che esalta la provincialità e l’approssimazione dell’ubriachezza del cinema italiano. Grazie mille e buonanotte, andiamo a bere l’ultima. 

    Di seguito, l’elenco completo dei vincitori:

    Miglior Film

    Le città di pianura

    Miglior Regia

    Francesco Sossai (Le città di pianura)

    Miglior Esordio alla Regia

    Margherita Spampinato (Gioia mia)

    Migliore Sceneggiatura Originale

    Le città di pianura

    Migliore Sceneggiatura Non Originale

    Le assaggiatrici

    Miglior Produttore

    Le città di pianura

    Migliore Attrice Protagonista

    Aurora Quattrocchi (Gioia mia)

    Migliore Attore Protagonista

    Sergio Romano (Le città di pianura)

    Migliore Attrice Non Protagonista

    Matilda De Angelis (Fuori)

    Migliore Attore Non Protagonista

    Lino Musella (Nonostante)

    Miglior Casting

    Le città di pianura

    Migliore Autore della Fotografia

    La città proibita

    Migliore Compositore

    Primavera

    Migliore Canzone Originale

    Ti’, Krano (Le città di pianura)

    Migliore Scenografia

    La città proibita

    Migliori Costumi

    Primavera

    Miglior Trucco

    Le assaggiatrici

    Miglior Acconciatura

    Primavera

    Migliore Montaggio

    Le città di pianura

    Miglior Suono

    Primavera

    Migliori Effetti Visivi

    La città proibita

    Miglior Documentario – Premio David Cecilia Mangini

    Roberto Rossellini – Più di una vita

    Miglior Cortometraggio

    Everyday in Gaza

    David Giovani

    Le assaggiatrici

    Miglior Film Internazionale

    Una battaglia dopo l’altra

    David dello Spettatore

    Buen Camino

    David alla Carriera

    Gianni Amelio

    David Speciale

    Bruno Bozzetto

    Premio Speciale Cinecittà David 71

    Vittorio Storaro

    Edoardo Borghesio

    Caporedattore

  • Recensione: un anno di scuola – il miglior film italiano sull’adolescenza

    Recensione: un anno di scuola – il miglior film italiano sull’adolescenza

    Ieri

    Sam è una diciottenne svedese appena trasferitasi a Trieste a causa del lavoro del padre. Si iscrive al quinto anno di geometra ed è l’unica ragazza dell’ITIS Marie Curie. In un caos di maschi in tempesta ormonale riesce ad entrare in un gruppo di suoi compagni di classe, con cui trascorrerà il resto del suo ultimo anno di scuola.

    Laura Samani prende il racconto di Giani Stuparich del 1929 e lo porta nel 2007, alle porte di una crisi globale di un mondo non ancora digitalizzato. L’unica ragazza che riesce ad avere accesso all’istruzione diventa qui la diciottenne emancipata che dalla Svezia (paese che da 70 anni ha l’educazione sessuale nelle scuole e che da altrettanti anni infesta l’immaginario erotico degli italiani) trapiantata in Italia in una classe di soli maschi, in una scuola che deve condividere pure la palestra con un liceo pedagogico che quello spazio non ce l’ha. 

    Fred, una straordinaria semi esordiente Stella Wendick, sa perfettamente come fronteggiare gli atteggiamenti umilianti dei suoi compagni maschi, almeno inizialmente, e sembra molto più in crisi nel subire gli insulti delle ragazze, siano esse per gelosia o per rancore nei confronti di suo padre, venuto a Trieste per licenziare i metalmeccanici. 

    Domani

    Il 2007, anno in cui la regista ha effettivamente frequentato l’ultimo anno di scuola, è l’ultimo anno prima della grande crisi ma qui non si respira certo un benessere, un anno in cui Berlusconi non è al governo ma sembra comunque lui a comandare. E Trieste in ogni caso non è il centro del mondo, sarà sempre in ritardo. I ragazzi telefonano ai genitori per dire che non torneranno a casa, al padre di Fred basta un messaggio come dovrà bastare ai genitori della generazione successiva.

    Un Anno di Scuola è, senza troppa concorrenza, il miglior film sull’adolescenza mai girato in Italia, uno dei ritratti più naturalisti, sinceri e combattivi di cosa possa significare essere donna, e straniera, durante quella fascia di età nell’ambiente meno decostruito possibile, e al contempo uno degli sguardi più comprensivi su cosa può voler dire essere un maschio più sensibile del consentito. 

    Un Anno di Scuola è il miglior film italiano della stagione fino ad ora, e speriamo che possa circolare tra i ragazzi coetanei dei nostri protagonisti, fino a diventare un riferimento generazionale.

    Nicolò Cretaro

    Redattore

  • Creare la vita – Playing god, intervista a Matteo Burani e Arianna Gheller

    Creare la vita – Playing god, intervista a Matteo Burani e Arianna Gheller

    Uno scheletro di metallo che mani indifferenti rivestono di carne. Gambe, mani, volto, dita, occhi. Un pupazzo in stop-motion, creatura imperfetta tra tante creature imperfette abbandonate nell’oscurità.

    Playing god è una piccola storia dalle tinte perturbanti e oscure. È un cortometraggio co-prodotto dal bolognese Studio Croma Animation, attualmente nella shortlist degli Academy Awards per il Miglior Cortometraggio d’Animazione dopo aver vinto 92 premi nelle sezioni cortometraggi di alcuni dei più importanti festival del settore, da Tribeca ad Animayo passando per i Nastri d’argento.Della creazione di Playing god ci hanno parlato il regista Matteo Burani e l’animatrice e produttrice Arianna Gheller.


    Comincerei dall’immaginario visivo di Playing god, legato alla fisicità, alla materia, anche alla fragilità dei suoi soggetti. Qual è stato il lavoro di costruzione del visivo? Quali sono state le ispirazioni?

    Matteo Burani: L’idea di Playing god nasce nel 2017. Ci siamo dati un immaginario artistico che era basato sul cinema d’animazione stop motion, inteso non come genere ma come medium: l’importanza del costruire, del creare un puppet matericamente. L’idea nasce proprio da questo concetto: creare qualcosa, arrivare all’abitudine di creare degli oggetti per metterli da parte. Questo si allaccia anche al concetto artistico di uno scultore come Alberto Giacometti: un concetto artistico ed esistenzialista, di non essere mai soddisfatto del suo lavoro nonostante la percezione degli altri, perché non riusciva a vedere la perfezione in quello che faceva.
    Da qui anche il titolo: giocare a essere Dio, ma non in termini religiosi, quanto artistici. Infatti l’immaginario si fonda anche sull’immagine del demiurgo, che crea l’umanità dall’argilla. Tutte queste reference sono andate assieme all’immaginario stop-motion, insieme a questo concetto meta di un’animatore, come Arianna, che sia delle sculture che del loro creatore: era un’idea talmente accattivante per noi che poi ci abbiamo messo quei sette anni per trovare il modo per produrla!

    Arianna Gheller: Inoltre, volevamo creare un’opera di altissima qualità visiva, in modo da diventare un po’ un punto di riferimento nel mondo dell’animazione stop-motion. Quando siamo partiti non sapevamo minimamente come realizzare queste tre tecniche di animazione stop-motion e, soprattutto, come unirle insieme: da lì, è stato un grossissimo lavoro di sperimentazione che ci ha portato poi a quella qualità visiva che, quando ci siamo sentiti di padroneggiare, siamo andati dritti con l’animazione per due anni interi. È stato un lavoro di ricerca.

    Arianna Gheller sul set di Playing god

    Avete detto che è stato un lavoro durato sette anni.

    A.G.: Tutto è partito nel 2017, quando io e Matteo ci siamo incontrati a Bologna. Io provenivo da un percorso di studi dal Centro Sperimentale con l’esigenza di lavorare con la stop-motion, lui voleva creare qualcosa che differisse dai lavori pubblicitari precedenti dello studio. Da qui, l’intenzione di fare qualcosa di cinematografico ci ha portati ad avviare il progetto di Playing god. Non sapevamo come si affronta il lavoro di produzione di un film e, soprattutto, eravamo da soli. Siamo partiti a sperimentare il lato tecnico, l’ideazione della parte visiva e la scrittura della storia. Dal 2017 c’è stato tanto “capire” il processo.
    Per questo, a un certo punto ci siamo accorti che serviva una struttura più definita, anche dal punto di vista produttivo.

    M.B.: Avevamo già lavorato su altri progetti più “mainstream” e rivolti ai bambini. Nel momento in cui abbiamo avuto un’idea come Playing god, che su carta prometteva un certo tipo di estetica e di contenuto, abbiamo iniziato a trovare una serie di porte chiuse in termini produttivi, sia sul territorio che a livello nazionale. Fin da subito abbiamo anche provato a muoverci anche fuori dall’Italia, attraverso pitch forum in festival importanti ma, vuoi anche per l’immaturità dell’idea iniziale che si è evoluta, ci abbiamo messo anni a creare rapporti e a cercare strade produttive. Poi è arrivata anche la pandemia che ci ha fermati completamente, ed è in quel momento che ci siamo detti: o questa cosa rimane nel cassetto, o ce la prendiamo in mano e troviamo il modo di produrre e di vendere questo progetto a cui tenevamo.

    A.G.: Sì, il problema principale è stato che, confrontandoci con produttori che già conoscevamo, a posteriori ci siamo resi conto che in Italia non si conoscono ancora bene le esigenze produttive, diverse da quelle del live action, con budget diversi. Poi, tra disavventure e i passaggi ai pitch forum, abbiamo cominciato la costruzione del budget, con il bando di produzione della Film Commission e una campagna kickstarter per raccogliere i primi “mattoncini”, finita con successo.
    Sono stati sette anni di scoperta e tentativi, di errori e di intuizioni, di istinto e di tantissimo lavoro con una squadra di talenti enormi.

    La vita distributiva di Playing god è tuttora in corsa. Intanto, volete anticiparci qualche nuovo progetto all’orizzonte con Studio Croma?

    M.B.: Qui a Studio Croma ci occupiamo di animazione a 360 gradi, dalla scrittura di un’idea alla post-produzione. Lavoriamo con brand, su adv e video musicali, ma vogliamo focalizzare il nostro percorso nell’animazione nell’ambito cinematografico. Stiamo lavorando anche come co-produzione di cortometraggi internazionali; difatti, all’interno di questo percorso, abbiamo lavorato anche su un cortometraggio portoghese, tuttora in fase di distribuzione. A breve partirà un altro progetto di co-produzione internazionale, su un altro cortometraggio di animazione, e siamo in fase di scrittura del nostro primo film lungometraggio in stop-motion.
    Pensiamo che bisogna cercare di ampliare le possibilità dell’animazione, anche per la produzione. La nostra prospettiva è questa: non abbiamo realmente idea di quanto tempo ci impiegherà il lavoro del lungometraggio, ma continueremo a lavorare e a crescere!

    A.G.: Questo dal punto di vista produttivo. Poi, spero che, se Playing god dovesse entrare in nomination agli Academy, questo possa lanciare un messaggio e che, dopo di noi, questo possa aprire ad altre produzioni la possibilità di arrivare a questo punto, di poterci provare e di aprire un dialogo su come poter migliorare il settore in Italia, anche con le istituzioni, per migliorare certe dinamiche.

    Playing god è disponibile fino all’11 gennaio su Youtube e su Rai Play.

  • Orfeo, una storia d’amore e magia – Intervista alle animatrici

    Orfeo, una storia d’amore e magia – Intervista alle animatrici

    Orfeo di Virgilio Villoresi, al suo esordio nel lungometraggio presentato Fuori Concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, è uno sforzo produttivo e visivo inedito nel panorama cinematografico italiano, liberamente tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati. Come un lungo sogno che attraversa amore e morte, generi e stili, epoche e influenze, Orfeo è un’odissea prima di tutto visiva, che unisce il live-action con l’animazione in un contesto scenografico originale. Ce ne hanno parlato le animatrici Anna Ciammitti (animatrice stop-motion) e Stefania Demicheli (animatrice 2D), con un commento di Umberto Chiodi (animatore 2D e designer del poster).

    Anna Ciammitti e Stefania Demicheli sul set (foto di Rachele Salvioli)

    Il punto di partenza per il viaggio di Orfeo è il Poema a fumetti di Dino Buzzati. Qual è stato il lavoro di costruzione, a partire dal particolare immaginario visivo dell’opera d’origine, di un altrettanto particolare immaginario visivo per il film? 

    Anna Ciammitti: Poema a fumetti è un’opera letteraria e grafica estremamente libera, piena di invenzioni visive, con alcune trovate che tuttora risultano sorprendenti. Non segue nessuna regola, si susseguono vignette con ambienti e personaggi sempre diversi, come in un flusso di associazioni di pensiero, legate insieme dal racconto del mito di Orfeo. Alcune scene sono state riprese fedelmente o quasi: l’introduzione iniziale sulla villa di
    via Saterna, (ricreata con l’uso di lenti deformanti e pitture su vetro), il dialogo con la giacca, la discesa sulle scale, l’incontro in stazione con Eura. Ci sono scene del film che si sviluppano partendo da una vignetta singola, che nel fumetto è suggestione, e nel film diventa una possibilità di raccontare l’universo interiore di Orfeo. L’opera di Buzzati è la base su cui l’immaginario di Villoresi si è rotolato, immerso e reinventato seguendo le proprie ossessioni: l’amore per l’animazione e le sue sperimentazioni, gli oggetti da collezione della sua Wunderkammer, la creazione di effetti magici alla Melies e De Chomòn, i film romantici degli anni 50 e quelli sperimentali di Gioli, Deren, Cocteau…
    
    Stefania Demicheli: Orfeo non è una trasposizione fedele dell’opera di Dino Buzzati, ma un vero e proprio percorso creativo innescato da una “connessione” tra Virgilio e il Poema a fumetti. Questo ha significato, nell’adattamento, risolvere il tema del film attraverso un mix di animazione, live action, effetti ottici del pre-cinema, scenografie costruite a mano, giochi grafici di luci ed ombre utilizzando pellicola analogica e rinunciando a incursioni digitali non strettamente necessarie. La sceneggiatura via via si è espansa oltre le tavole della graphic novel originale, seguendo un piano più intimo della visione del regista che, con l’aiuto di Alberto Fornari, ha deciso di utilizzare come perno narrativo incontro, amore e separazione tra Orfeo ed Eura. In questo spazio creativo di oltre due anni, costruzione e improvvisazione non si sono mai fermati. Per noi è stato molto divertente e stimolante, a volte anche faticoso, scendere negli inferi insieme ad Orfeo e trovare insieme a lui il nostro bambino interiore, che ha ancora tanto bisogno di amore e magia.

    Orfeo contiene una moltitudine di contaminazioni, tra fumetto e cinema, suggestioni vintage e artigianato, liberty e surrealismo. Sopra tutte, tra live-action e animazione, stop-motion e 2D. Quali sono state le sfide più grandi nell’unire differenti forme di animazione con le sequenze live-action?

    A.C.: Ho iniziato animando in 2D tutti i personaggi e gli esseri che appaiono come figure nere in lontananza, che ci permettevano di ricreare in studio scene con spazi aperti e di dare respiro all’immagine. Ci sono migliaia di silhouette bidimensionali, tagliate a laser e poi animate “a sostituzione”, che con l’aiuto della scelta dei controluce e della pasta della pellicola 16mm siamo riusciti ad integrare con gli sfondi costruiti dagli scenografi. Anche le animazioni con polvere nera e oro su vetro, che fanno parte del mio bagaglio artistico, penso diano un moto di sorpresa e di magia alle scene di girato a cui si sovrappongono. Abbiamo realizzato l’animazione in stop motion delle fantastiche creature del film in una sincronia rara, e quindi anche l’interazione di questi esseri con gli attori in carne e ossa, che è stata una novità per noi. 
    S.D.: Le sfide più grandi si sono presentate soprattutto all’inizio. Abbiamo utilizzato la stop motion per questo tipo di effetti speciali proprio come un tempo quando si girava solo in pellicola, come il primo King Kong. Certo, oggi abbiamo computer e software dedicati con tanto di controllo video, ma la strada non è comunque priva di complicazioni! Quando in un’inquadratura Orfeo doveva interagire con personaggi animati, veniva girata prima in live action con l’attore e successivamente, senza toccare né macchina da presa né luci né scenografia, con l’animazione del “puppet” in stop-motion. Grazie al riferimento del girato in live action, noi animatrici eravamo più facilitate: avevamo uno sguardo da seguire, una reazione a cui far corrispondere una nostra azione.
    Umberto Chiodi: Per questo progetto ho lavorato sulla commistione di scrittura e immagini, tra segno calligrafico tradizionale e segno pittorico fisso e in movimento. Le grafiche dei titoli di testa sono a pennino e tempera bianca su carta nera, le animazioni sono a pennello e tempera bianca e nera su acetato, fotografate e montate con le bellissime sonorizzazioni di Enrico Ascoli. I titoli di coda sono stati pensati come una sorta di lungo rullo musicale di carta, che scorre mosso da una manovella, e su cui ho scritto a pennino e inchiostro i crediti. La linea curva, presente nei dettagli Liberty delle scenografie del film, è stata per me da subito una “guida” molto familiare. E da Buzzati, dal suo Poema a fumetti, abbiamo estratto i caratteri più surreali, simbolici e archetipici, rispetto a quelli Pop.
    Nella locandina, realizzata a china su carta, ho poi interpretato un’immagine chiave di Poema a Fumetti e che si trova esattamente ripresa anche nel film: la silhouette in controluce di Orfeo sulla soglia di un varco paradigmatico e la sua ombra che si allunga metaforicamente verso il fondo delle scale. A fare da cornice a questa porta ci sono i profili degli amanti, e volute “a colpo di frusta”, insieme Liberty e gotiche.
    Anna Ciammitti e Stefania Demicheli sul set (foto di Rachele Salvioli)

    L’aldilà di Orfeo pullula di creature e invenzioni visive. Quali sono state le più interessanti da ideare e animare?

    A.C.: Personalmente mi è piaciuto molto animare tutta la parte del sogno di Orfeo, che ha richiesto tante tecniche, soprattutto la breve scena del mondo che si scioglie, per la poeticità dell’immagine e per il mio amore per la plastilina. Fra le creature ho una predilezione per gli scheletri, al contempo sarcastici, malvagi, e con una fisicità goffa e dinoccolata. Stranamente preferisco animare pupazzi grandi, in scala 1:1: nonostante le difficoltà legate alla fisica - di sostenere e muovere pupazzi anche più alti di noi - il movimento tra un frame e l’altro è più ampio, li accompagni con tutto il corpo come se stessi recitando con loro. Le melusine, invece, avevano così tante ciocche di capelli da animare ogni frame che, nella scena che abbiamo girato per ultima, io e Stefania abbiamo esultato: finalmente eravamo riuscite a liberarcene!
    S.D.: Gli scheletri, queste creature dell’oblio che sembrano custodire la parte più innocente di Orfeo, sono 4 puppet costruiti dai bravissimi Riccardo Carelli, Federica Locatelli e Matteo Stefan che hanno smontato e rimontato manichini da sarto, aggiungendo pezzi e componenti varie ad hoc per riuscire a renderli più animabili possibile. Volevamo infondere un’anima dolce e spaventosa allo stesso tempo a quei mucchi di ossa, ma soprattutto ci siamo scontrate con i limiti: di spazio, di movimento, di espressività. In una scena uno degli scheletri entra in una stanza, appoggiando una mano sullo stipite della porta. Lo spazio era pochissimo e i polsi dello scheletro avevano dei limiti di articolazione: nascondendo il resto del mio corpo dietro la parete e giocando un po’ con la prospettiva, per qualche fotogramma la mano non è del personaggio ma dell’animatrice! Trovarci di fronte a situazioni in cui dobbiamo inventarci una soluzione, un “trucco”, per noi è un vero motore creativo: è il momento in cui ci accendiamo e ci divertiamo davvero. Il risultato di tutti questi sforzi artigianali sono per noi la fine di un percorso di impegno e di grande vitalità, ma speriamo di poter continuare a giocare ancora per molto tempo!

    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • Recensione Cinque secondi – La cura attraverso un incontro generazionale

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    Dopo due produzioni corali come Siccità e Un altro Ferragosto, Paolo Virzì torna in sala con Cinque secondi, un lungometraggio molto più intimo e a tratti cupo.

    Presentato alla 20ª edizione della Festa del cinema di Roma, il film racconta la storia di Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), avvocato di successo che, travolto da un profondo dolore personale, decide di rintanarsi nelle scuderie di un’antica villa toscana. La solitudine tanto anelata sarà minata da alcuni giovani che si insedieranno nella tenuta per ripristinare i vigneti circostanti trascurati. Il rapporto con Matilde (Galatéa Bellugi), una delle occupanti, gli donerà uno slancio per tentare di affrontare i traumi indelebili del suo vissuto.

    La desolazione dello spazio e del corpo

    Sin dalle prime sequenze la desolazione si manifesta in ogni angolo delle stanze, piene di muffa e scatolette di tonno consumate. Il silenzio alberga tra le mura del vecchio edificio e Adriano sembra desiderare di marcire in quel posto come in una prigione, in cerca di una redenzione che potrebbe non palesarsi mai. La casa abbandonata costituisce il suo riflesso, lo specchio dei giorni che verranno.

    Virzì lascia poco spazio alla commedia e ci mostra un uomo senza più scopi, un animale ferito in isolamento. Non ritira le raccomandate del postino, non apre le finestre e fuma mestamente un sigaro sotto la luce fioca di un abat-jour

    È con l’entrata in scena della collega Giuliana che la sceneggiatura (scritta dal regista con il fratello Carlo e con Francesco Bruni) si concede qualche breve istante di ilarità, evidente nel tono sempre scanzonato e sognante di Valeria Bruni Tedeschi, perfetto a rompere il contesto di disperazione proposto in precedenza.

    Da questo momento cominciamo a comprendere i motivi della condizione di depressione del protagonista e ci addentriamo nei suoi ricordi, vivendo parallelamente le vicende che lo vedono al centro di un processo penale a Roma e quelle che lo coinvolgono nella sua vita da pseudo eremita. 

    Sereni necessita inconsapevolmente di una spinta che gli dia la forza di essere clemente con le sue colpe. I pochi attimi in cui in passato ha indugiato non torneranno più, perché si sono spalmati nella sua esistenza alla ricerca di una giustificazione per un fatale ritardo.

    Il confronto tra generazioni

    L’arrivo dei ragazzi nelle vigne, dapprima visto con riluttanza, diventa il motore per avviare un percorso. 

    Viene dipinto un quadro piuttosto sommario del gruppetto, che sembra rimandarci a degli hippy un po’ svampiti e anacronistici, tuttavia, una comparazione generazionale serve a mettere in moto dei meccanismi fondamentali per la struttura narrativa. Due epoche diverse a confronto fanno emergere una rigidità rispetto a certi concetti essenziali, come la genitorialità. La nostra cultura ci impone dei ruoli che sovente risultano imperfetti, carichi di errori e di stereotipi. Qui vengono messi sulla bilancia il peso e al contempo la leggerezza del prendersi cura di qualcuno.

    Il periodo della vendemmia assume un triplice significato di rinnovamento: quello della terra in cui è ambientata la vicenda, quello del corpo di Matilde e quello dello spirito del personaggio principale.

    Così la fotografia, curata da Luca Bigazzi accompagna il tempo del racconto, facendosi lugubre nell’inverno (inteso sia come stagione che come stato d’animo) e ravvivandosi con qualche raggio luminoso quando l’estate si palesa e i campi si tingono di un verde acceso e naturale.

    “And now I’m older, gotta get up, clean the place” (e ora sono più vecchio, devo alzarmi, dare una pulita) canta Nick Drake sulle note di Place to be mentre una minuscola parvenza di benevolenza verso se stessi sorge insieme al sole del mattino.

    Cinque secondi non cerca l’assoluzione o una forma di perdono, va solo incontro a una nuova alba, probabilmente imperfetta come la precedente, ma sicuramente emblema di un inizio.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Recensione Le città di pianura – Veneto tra passato e malinconia

    Doriano (Pierpaolo Capovilla) e Carlobianchi (Sergio Romano) sono due amici di vecchissima data intenti a percorrere un Veneto quasi spettrale per andarsi a bere l’ultimo bicchiere che non arriverà mai. Non hanno apparenti legami né una vita al di là del bere e dello stare insieme, sembrano dei buffi fantasmi giocherelloni in una favola intrisa di malinconia e umanità, che ha la sua incredibile forza nell’essere allo stesso tempo così “locale” e universale. “Locale” proprio perché è un film che, neanche troppo tra le righe, parla della regione in cui è ambientato raccontandola come se fosse una sorta di mondo accessibile solo da chi in quelle zone ci abita; per gli altri, invece, quelle città di pianura in cui non c’è né mare né montagne sono un luogo che non esiste, quasi come fosse un ricordo; il Veneto “industriale” viene lasciato fuori dall’equazione da Sossai, il quale gli preferisce le nebbiose distese padane come luogo dove far scorrazzare i suoi due protagonisti, nettamente la cosa migliore del film. 

    Un ultimo bicchiere

    Quelli di Capovilla e Romano sembrano personaggi usciti da un film di Kaurismäki (il chiodo fisso della bevuta, una malinconia di fondo che sembra essergli endocrina), concretizzando quell’idea di sospensione continua voluta da Sossai (il quale riesce ad ottenerla grazie anche all’alternanza di 35mm e 16mm come supporto di ripresa): nonostante tutto l’alcol in corpo la loro vitalità è infatti trascinante e se ne accorge anche l’impacciato studente di architettura Giulio (Filippo Scotti, sempre a suo agio in questi tipi di ruoli), che diventerà il loro nuovo compagno di viaggio. Con l’innesto del terzo elemento il film trova la sua conformazione definitiva, un Il Sorpasso 2.0 dove i protagonisti procedono per tappe più o meno casuali con l’unica necessità di continuare a stare insieme per inseguire l’ultimo bicchiere. A differenza del film di Risi, qui non siamo negli anni del boom ma in un’epoca completamente diversa, che risente ancora del crollo finanziario del 2008 (punto di svolta centrale per i due uomini perché è lo stesso anno in cui il loro amico Genio se ne era scappato in Argentina per evitare il carcere) dove il passato è rimasta l’unica cosa a cui aggrapparsi, un passato mitico che viene celebrato ogni volta che si può con un brindisi.

    Trovare l’ago della bilancia

    L’abilità di Francesco Sossai, però, si vede proprio nel non far pendere l’ago emotivo del film tutto dalla parte della tragedia o dei rimpianti e quello che ne viene fuori è una sgangherata commedia on the road che bilancia situazioni grottesche e amare riflessioni su ciò che è stato, costruendo in filigrana un discorso su quella terra (“una parola che nessuno usa più”) che è stata sventrata dalla modernità e che rischia di scomparire. Da qui l’ossessione del regista per mappe e cartine che vengono mostrate a ripetizione, simboli freddi e bidimensionali che rappresentano territori vivi e vissuti, città di pianura che vengono erose dalla memoria ma che hanno una mitologia propria, della quale ormai fanno parte anche Doriano e Carlobianchi.

    Gianluca Meotti,
    Redattore.
  • Recensione L’isola di Andrea – Il ritorno di Capuano tra realismo e fantasia

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    Antonio Capuano torna al cinema con L’isola di Andrea, presentato fuori concorso alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di VeneziaL’accento è di nuovo sull’infanzia: questa volta, il regista si addentra nell’universo di una famiglia divisa, in cui il figlio diventa il cardine al quale aggrapparsi per assolvere i propri peccati.

    Anatomia di una separazione

    Marta (Teresa Saponangelo) e Guido (Vinicio Marchioni), dopo la fine del loro matrimonio, hanno deciso di ricorrere alla separazione giudiziale per definire le dinamiche legate all’affido del giovanissimo Andrea (Andrea Migliucci). Attraverso undici colloqui presso il tribunale dei minori lo spettatore deve ricostruire le evoluzioni relazionali che hanno portato all’epilogo di questa unione.

    Capuano ci dà un quadro frammentato di una storia quotidiana e ci invita a raccogliere tutti i pezzi per comprendere l’insieme. Mediante un gioco di sottrazione la scena viene “ripulita” da qualunque artificio: le luci sono naturali e una camera a spalla segue gli attori, li schiaccia, li circonda, ne rivela le anime celate. Spinge nell’interiorità dei personaggi, per analizzare le assenze e le presenze che li hanno resi chi sono.

    I dialoghi si susseguono, le parole sono parte integrante delle immagini. L’intera vicenda potrebbe essere trasposta su un palco di un teatro, se non fosse per il valore dei dettagli dei volti. 

    Bisogna guardare negli occhi i protagonisti, leggere dietro le maschere dei sorrisi irrequieti, scrutare le frasi non dette e nascoste dietro quelle pronunciate.

    La ricerca della realtà si traduce anche nella quasi totale assenza di musica, talvolta compensata dai brani che capitano inaspettatamente nelle stanze o per le strade, cantati o ballati senza pensarci.  Nulla è lasciato al caso, nemmeno questi fortuiti momenti musicali: Guido, ad esempio, intona guardandosi allo specchio ‘A canzuncella degli Alunni del sole, il cui testo aderisce perfettamente alla situazione che sta vivendo. 

    Ottenere la custodia del bambino rappresenta per gli adulti un modo per giustificare le proprie inadempienze, ma in questo flusso di chiacchiere e di scuse il punto di vista più interessante è proprio quello di Andrea

    Un gioco da bambini

    Il bimbo appare distratto e poco collaborativo, ma le sue battute lo rendono probabilmente l’unico giudizioso del gruppo.

    “Sono un animale triste, sempre con le scarpe ai piedi” dice al pappagallo dello zoo, manifestando un desiderio di libertà puro e naturale nella condizione di costrizione in cui riversa.

    Grazie a lui la dimensione del reale, tanto dominante, si lascia scalfire dall’immaginazione, dai disegni animati e dai ricordi colorati.

    Uno scenario semplice si carica di significati che stabiliscono dei contorni molto più complessi. Rintanarsi in un’isola di fantasia serve a fuggire dalle paure della vita ordinaria. Trovare quel luogo è facile, basta crederci e “poi la strada la trovi da te”.

    Il cineasta napoletano ha ancora qualcosa da raccontare e ci dimostra che non è tanto importante l’oggetto del racconto, ma quanto riusciamo a sentirlo.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Recensione La valle dei sorrisi – Stabilire un nuovo standard

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    Noi italiani eravamo maestri del film di genere. Quante volte abbiamo sentito questa frase, tra chiacchere da bar, live su Twitch o discussioni sui vari forum online? Nessuno può negarlo ed anzi a testimoniarlo, qualora ce ne fosse il bisogno, ci hanno pensato numerosi registi contemporanei di fama internazionale che continuano a citare come loro fonti di ispirazione Leone, De Feo, Bava, Fulci e la lista continua. Allora per quale motivo ancora capita di sedersi in sala e udire di sfuggita la coppia seduta dietro di noi commentare come “il cinema italiano ormai è andato, è anni che un buon film non arriva in sala”? Difficile trovare una risposta, o ancor meglio è difficile riuscire ad esporla nel poco spazio che abbiamo qui a disposizione, soprattutto perché distoglierebbe l’attenzione dal vero protagonista di queste pagine, La valle dei sorrisi, opera terza di Paolo Strippoli che anzi ci aiuta proprio a contrastare l’affermazione di poco sopra come, in realtà, hanno già fatto diversi autori e le rispettive opere negli ultimi anni.

    Con questa pellicola Strippoli, però, non solo dimostra che il cinema italiano di genere è più vivo che mai, ma centra talmente tanto l’obiettivo da costruire una nuova base: cinema horror italiano, we are so back!

    Remis, la pace dei sensi

    “Ma che c’avete tutti quanti in questo paese?

    Siamo solo felici. È una cosa bella, no?”

    Un veloce lavoro di supplenza di appena tre mesi: solo questo conduce Sergio Rossetti a Remis, piccolo paese tra le montagne nel quale però, fin da subito, sembra essere un pesce fuor d’acqua. Non è soltanto la sua provenienza dal sud Italia, quanto un dolore profondo che non riesce a nascondere e che stona fortemente con l’atmosfera pacifica e spensierata della cittadina. Ovviamente non è solo l’aria di montagna o l’acqua fresca, ma qualcosa di ben più contorto ed inquietante a rendere tutti così felici e sorridenti.

    Non vogliamo approfondire oltre, non tanto perché il mistero in sé che ben presto il film comincia a svelare scena dopo scena, quanto piuttosto per non rovinare la sorpresa del trovarsi di fronte un horror che in 122 minuti – durata leggermente sopra la media nel genere – costruisce una storia che riesce a narrarsi a pieno, senza momenti morti ma prendendosi tutto il tempo necessario a presentare e raccontare pochi personaggi caratterizzati magnificamente (chi più in profondità e chi meno). Tanto del film si mostra attraverso piccoli gesti: uno sguardo di sbieco, un abbraccio dalla stretta eccessiva, una lacrima che scorre sulla guancia, un movimento bizzarro del capo, un sorriso a troppi denti, tutti elementi che, più di mille parole, raccontano tanto dei personaggi e della loro vita passata e presente, oltre che degli innumerevoli sottotesti presenti nel racconto che, affiancandosi alla tematica principale, costruiscono un microcosmo ben definito e circoscritto, ma che facilmente può essere esportato ed applicato a innumerevoli situazioni del mondo reale.

    Costruire l’orrore

    Strippoli non è al suo esordio e tutto ciò che ha imparato con A Classic Horror Story e Piove si presenta qui, ma senza mai dare l’impressione di un copia e incolla quanto piuttosto di una vera maturazione artistica. L’orrore messo in scena da Strippoli non cede mai al jumpscare o allo spavento facile, preferendo invece una costruzione dalla forte tensione che spesso sfocia in sequenze estremamente ansiogene e inquietanti, capaci di costruire un forte senso di disagio nella spettatore mantenendo però costante l’interesse voyeuristico: più la pellicola procede e più le stranezze aumentano, più lo spettatore si ritrova coinvolto in un orrore da cui è praticamente impossibile distogliere lo sguardo.

    Non tutto è perfetto, soprattutto avvicinandosi ad una conclusione che a molti potrebbe sembrare scontata o poco interessante e, seppur comprendendo l’idea estremamente interessante di fondo, non possiamo che chiederci se non ci fosse un modo leggermente diverso per concludere il tutto senza questa piccola scivolata, che rimane però pur sempre più soggettiva che oggettiva. Al tempo stesso risulta impossibile lasciarsi condizionare da un finale imperfetto rispetto ad una costruzione precedente e di contorno così ottima: le scenografie, i costumi, la fotografia, la recitazione, le musiche ed il sound design, perfino gli effetti visivi si mantengono sempre su un livello estremamente alto, tanto che risulta quasi impossibile commentare con il canonico “per essere un film italiano comunque è fatto bene”. Perché ne La valle dei sorrisi niente mostra il fianco e tutto anzi aiuta ad immergersi completamente in una storia che, una volta conclusa, si vuole subito rivedere, ma certamente non perché quanto visto non sia abbastanza quanto per il livello incredibile raggiunto.

    Conclusione

    Quasi ironico che il tema centrale de La valle dei sorrisi siano i miracoli, perché l’opera stessa di Strippoli ha inevitabilmente del miracoloso: mai negli ultimi anni ci si è ritrovati davanti ad un horror italiano così ben costruito in tutto, dalla narrativa agli aspetti più tecnici. Strippoli incanala quanto imparato con le precedenti opere per costruire un racconto ricco di spunti narrativi e di personaggi interessanti, con momenti immediatamente iconici e numerosi rimandi al passato.

    Poco importa un finale (forse) non perfetto, perché davanti all’opera completa risulta inevitabile affermare come non solo Strippoli abbia confezionato l’horror italiano (e probabilmente non solo) dell’anno ma soprattutto abbia dimostrato, ancora una volta, l’enorme valore del cinema di genere in Italia. Un nuovo standard è stato stabilito, ora bisogna solo riuscire a mantenerlo.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.