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  • RECENSIONE WEST SIDE STORY – IL MUSICAL DI STEVEN SPIELBERG

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    Jets e Sharks tornano a scontrarsi al cinema dopo 60 anni, questa volta attraverso l’interpretazione di Steven Spielberg del famoso musical di Broadway, già acclamato nelle sale con il primo adattamento del 1961 diretto da Robert Wise e Jerome Robbins (vincitore di 10 Oscar).

    La storia non ha subito troppe modifiche: per le strade di una Manhattan che vive un periodo di rigenerazione urbana scorre un’accesa rivalità tra due bande per il controllo del territorio, i Jets comandatI dal “gringo” Riff (Mike Faist) e gli Sharks guidati dal portoricano Bernardo (David Alvarez). Il conflitto arriva al culmine quando nasce un amore impossibile tra Maria (Rachel Zegler), sorella minore di Bernardo, e Tony (Ansel Elgort), amico di Riff e vecchio componente dei Jets, prima di scontare una pena in carcere e decidere di mettere la testa a posto. I due appartengono a schieramenti opposti che non hanno intenzione di trovare un’intesa se non attraverso la guerra e il sangue, e il loro amore sembra non essere sufficiente a placare l’odio reciproco che infesta queste strade.

    La nuova rivisitazione si mostra funzionante ed è da ritenere promossa a pieni voti ma, per quanto Spielberg sia in grado di mantenere la qualità a cui ci ha sempre abituato in passato, il paragone con l’omonimo film del 1961 è d’obbligo. Il premiatissimo primo adattamento resta probabilmente superiore al suo successore che è capace di far rivivere la storia ma senza aggiungere nulla.

    La prima cosa importante su cui focalizzarci è l’elemento chiave del film: la musica.

    I testi sono molto fedeli agli originali e l’interpretazione canora non fa rimpiangere i tempi passati: ciò che cambia maggiormente sono le coreografie che, con l’aggiunta di cambi di piani, inquadrature e una scenografia più complessa, risultano essere colorate e immerse in un mondo vivo e materico. L’esempio più evidente lo si ha nell’esecuzione della celebre America che, da una scena su un terrazzo che si avvicina maggiormente a un fondale teatrale, nell’opera del 2021 prende vita in mezzo alle strade e alla gente che il testo del brano coinvolge.

    A livello corale il reparto attoriale si dimostra all’altezza e porta delle interessanti sorprese.

    Tra tutti spicca soprattutto Ariana DeBose in grado di onorare perfettamente il personaggio di Anita con un’interpretazione perfetta, ma non è la sola; da Riff a Bernardo, fino ai vari componenti delle bande, tutti sembrano incarnare in maniera eccellente le vite dei personaggi e dare il meglio di loro (in particolare nei momenti di gruppo) sia nei momenti musicali che non.

    Sicuramente molto interessante il lavoro di Rachel Zegler nel ruolo di Maria che, al suo esordio sul grande schermo, dimostra di avere grandi potenzialità e capacità.

    L’unica sbavatura si può trovare nel personaggio di Tony (Ansel Elgort) che, se da un lato stupisce per le sue abilità canore, dall’altro inciampa un po’ in alcuni momenti del film in particolare nell’espressività non verbale.

    Tra il cast figura anche Rita Moreno, storica interprete di Anita (con cui vinse un Oscar), qui nei panni di Valentina, personaggio inedito di questa versione che va a sostituire la figura di Doc: una scelta molto apprezzata, in particolare per la bravura dell’attrice che fa risaltare il suo personaggio per quanto sia secondario.

    In generale a livello qualitativo il film del 1961 e del 2021 sembrano equivalersi ma, se si vuole essere critici, si può trovare un punto da mettere in discussione. La storia mostra uno spaccato della New York degli anni ‘50 e mette in primo piano la grande insofferenza contro lo straniero da parte della gente del posto. Nell’opera del ‘61 questo disprezzo per i portoricani era più marcato e presente non solo tra le fila dei Jets, come si può notare dai commenti del tenente Schrank, che nella versione di Spielberg sono meno diretti e lasciati sottintesi: in generale l’aria fantastica donata dal musical pare celare un minimo l’atmosfera cruda dell’oppressione dei portoricani, trasformando lo scontro tra bande più in una rivalità tra squadre diverse che tra culture diverse. Se da un lato questo piccolissimo dettaglio non snatura il messaggio dell’opera, dall’altro non gli dona nulla di nuovo.

    I temi trattati, quali l’odio per lo straniero e il ciclo della violenza come portatrice di altra violenza, sono temi universali e sempre caldi, ed entrambe le versione lo rappresentano in maniera eccellente, per quanto la modernità che mostrava ai suoi tempi il primo adattamento lo portano un gradino più in alto. 

    Tirando le somme l’ultima fatica di Spielberg è assolutamente da premiare, risultando essere un prodotto perfetto e godibile che mostra la passione del regista per i musical e in particolare per questa pietra miliare di Broadway. Per quanto poche righe più sopra abbia ritenuto superiore il film del 1961, è da sottolineare come nessuno dei due sia più valido dell’altro e che, se considerati come prodotti in sè, sono sullo stesso piano qualitativo.

    Vi invito caldamente ad andare ad ammirare questa bellissima pellicola (e in caso non lo abbiate già fatto a recuperare quella del ‘61) e a perdervi nella storia dei “Romeo e Giulietta newyorkesi” che appassiona Broadway fin dal 1957.

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  • RECENSIONE LA RAGAZZA DI STILLWATER

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    È uscito nelle sale l’ultimo lavoro di Tom McCarthy, un thriller con protagonista Matt Damon in un caso giudiziario ispirato al caso Knox, con il quale però condivide solo alcuni punti superficiali.

    Seguiamo la storia di Bill Baker (Matt Damon, appunto), un umile lavoratore dell’Oklahoma che si trova ad andare oltreoceano per far visita alla figlia (Abigail Breslin) detenuta in un carcere a Marsiglia ormai da 5 anni, accusata di un omicidio che continua a sostenere di non aver commesso. Nel disperato tentativo di dimostrare la sua innocenza in una terra straniera, senza conoscere la lingua e senza alcun sostegno da parte delle giustizia che ritiene il caso chiuso ed impossibile da riaprire, Bill incontra Virginie (Camille Cottin) e la piccola Maya (Lilou Siavaud), che riusciranno a fargli intravedere la possibilità di costruirsi una vita ed una famiglia senza però dimenticare il suo obbiettivo, che lo tormenta costantemente: trovare il modo di dimostrare l’innocenza della figlia Allison.

    Il film, presentato fuori concorso alla 74esima edizione del Festival di Cannes, ha riscosso un grande successo riconfermando le grandi abilità di Tom McCarthy, già conosciuto per lavori amati dalla critica come Il caso Spotlight, con cui ha vinto anche l’Oscar per la sceneggiatura.

    La struttura narrativa è solida e ben scritta, sostenuta da un reparto tecnico semplice ma efficace. Le scelte registiche sono chiare ed essenziali e la fotografia non presenta sbavature.

    Un grande plauso va alla prova attoriale di tutto il cast, in particolare alla giovanissima attrice nei panni di Maya e ad un Matt Damon superlativo che riesce a trasmettere pienamente l’essenza del film e del suo personaggio, quello di un uomo intrappolato in una società e in una cultura a lui estranea. Il film si sofferma, infatti, sullo scontro culturale che i personaggi vivono costantemente. Bill Baker è un americano al 100%, quasi stereotipato, e lo dimostra in tutto: dalla postura al modo di pensare. Sarà costretto ad affrontare le difficoltà di interagire con una Marsiglia chiusa e ostile con lo straniero per cercare di salvare la figlia.

    Per quanto le premesse sembrino mostrare il lato investigativo come principale, in realtà la storia che ci viene mostrata ha ben altri obiettivi, tra cui la già citata voglia di mostrare la diffidenza verso l’altro (non solo nei confronti del protagonista ma anche verso comunità minori) e un costante desiderio di redenzione e riempimento dei vuoti nelle vite dei personaggi. Il rapporto incrinato con la figlia Allison porterà Bill a vedere in Maya e Virginie, in cerca di una figura paterna per la figlia e di un compagno per la madre, una perfetta seconda chance, una possibilità di redimersi dagli errori passati e ricominciare da zero. Ma per quanto possa provarci non può lasciarsi alle spalle il suo passato.

    Il punto focale del film è proprio l’interazione tra i personaggi che mostrano con evidenza la differenza tra due mondi, quello americano e quello europeo, sia negli aspetti più semplici come lo stile di vita quotidiano, sia nel profondo andando a mostrare la tradizione e il pensiero politico che contraddistinguono i due continenti, con un America trumpiana molto più decisa e pronta a ottenere con ogni mezzo ciò che vuole e un Europa, nello specifico una piccola comunità della Francia, diffidente nei confronti dei modi di fare dello straniero statunitense.

    L’autore riesce a valorizzare ogni dettaglio della storia, tutto è coordinato e trasmette bene l’idea che il regista vuole comunicare, dalle ambientazioni agli sguardi degli attori. La ragazza di Stillwater è in definitiva un ottimo lavoro, soprattutto grazie alle abilità del suo autore, che riesce ad usare lo scheletro di un thriller investigativo per analizzare un contesto multiculturale più generale attraverso la storia drammatica di un singolo individuo.

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  • RECENSIONE BLACKOUT LOVE

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    Prima di poter parlare di Blackout Love bisogna capire che genere di film è. Il lungometraggio confezionato da Francesca Marino viene definito una commedia non romantica, definizione più che adatta. Questa non è una storia d’amore, ma una storia che parla dell’amore, nello specifico della parte più dolorosa di quest’ultimo, dei graffi e delle ferite che possono lasciare le relazioni. Ciò che risulta è una commedia che tende spesso ad avere picchi drammatici, e che esce quindi dai canoni della commedia romantica classica.

    Seguiamo la storia di Valeria (Anna Foglietta) che già dalle prime scene si vuole mostrare come una donna tanto forte quanto solitaria, saltando di letto in letto senza volere alcun legame e mantenendo orgogliosamente un completo controllo sulla sua vita. Ma l’unica cosa forte e ruvida è la corazza che ha costruito attorno a sé per proteggere un animo sensibile e ancora scottato dalla spiacevole fine di un grande amore. Quando si ritrova il suo ex compagno Marco (Alessandro Tedeschi) in casa dopo che l’uomo ha subito un grave incidente con conseguente perdita di memoria, a Valeria verrà chiesto di stare al gioco per evitare ulteriori shock a Marco. Riluttante all’idea di rivivere in modo fittizio una storia così dolorosa, deciderà infine di sfruttare l’occasione per attuare la sua vendetta.

    Oltre alle costante presenza di momenti drammatici in un film che sostanzialmente è una commedia, c’è anche il delineamento dei protagonisti a rendere più difficile l’immersione per il pubblico. Valeria e Marco tendono a mostrare solo i loro difetti caratteriali, che li rendono dei personaggi a volte fastidiosi e pungenti per i loro modi di fare, soprattutto quando interagiscono tra loro, rendendo lo spettatore un elemento esterno che fatica ad amalgamarsi e immedesimarsi nelle vicende.

    Ma nonostante il film prenda decisioni particolari che rendono più complessa la possibilità di immergersi nel racconto, tutto è gestito nel migliore dei modi per ottenere comunque un buon risultato. 

    Anna Foglietta ci mostra una grande prova attoriale, con una versatilità eccezionale in grado di passare senza problemi dalla spensieratezza della commedia alla profondità del dramma.

    Dal lato registico si denota la capacità di gestire questi grandi cambi di stile, mantenendo la storia un tutt’uno e coerentemente sviluppata per quanto possibile, con un lievissimo calo verso il finale che può sembrare non prenda la direzione più logica, dovuto al crescendo dei toni tragici pur restando di fondo una commedia.

    Per quanto i personaggi siano costruiti per essere distanti e in un costante conflitto interiore ed esteriore, risulta possibile empatizzare con loro. In particolare Valeria, che tenta continuamente di non mostrare le sue debolezze tanto ai personaggi quanto allo spettatore, non riesce ad evitare di nascondere un dolore a cui tutti, chi più chi meno, sono familiari per esperienze personali o vicine. Il dolore sentimentale della fine obbligata di un rapporto senza possibilità di spiegazioni, un elemento portante della propria vita che da un giorno all’altro sparisce senza motivo, lasciandoti ferito e desideroso di un riscatto per riprendere le redini della tua vita. Un riscatto che Valeria cerca disperatamente, sentendo di essere uscita sconfitta dalla rottura e privata della possibilità di esprimere le proprie opinioni al riguardo.

    Il film porta con sé un grande quesito. Quando finisce un amore c’è chi lascia e chi viene lasciato, un vincitore e uno sconfitto, oppure si vince e si perde insieme?

    Ci viene mostrato il lato peggiore dell’amore, quello che consuma, che fa nascere il risentimento, il suo essere competitivo, una corsa a chi si riprende meglio alla fine del rapporto.

    Blackout Love è un progetto coraggioso per le sue particolarità, ma che riesce ad essere interessante e a conciliare due generi che di base sono divergenti. Il film merita la visione per quanto non sia per tutti. Ma se si riesce a vedere oltre le problematiche date dall’inconciliabilità dei generi su alcuni punti, si potrà osservare un prodotto ben confezionato che vale la pena di conoscere. 

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  • RECENSIONE BLACK WIDOW

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    Mentre attendiamo con ansia l’arrivo dei nuovi capitoli, sbirciando le fugaci foto di Tom Holland rubate dal set e speculando sul possibile ruolo del Dr. Strange come suo prossimo mentore e su nuove storie con supereroi inediti, si apre la fase quattro del Marvel Cinematic Universe, con un film interamente dedicato alla nostra Vedova Nera.

    Era ormai giunto il momento di conoscere un po’ di più del passato della misteriosa Natasha Romanoff. Prima di essere agente dello S.H.I.E.L.D. e successivamente Avengers, era un’assassina del KGB, ma le informazioni su chi fosse erano nulle, salvo che per qualche accenno ai traumi subiti, ai trattamenti disumani e ai nostalgici ricordi su vecchie missioni a Bucarest che condivide con Clint.

    Con la sua nuova famiglia a pezzi dopo gli accordi di Sokovia (Captain America: Civil War) e considerata una fuggitiva, Nat si troverà catapultata in un passato che credeva ormai superato, ritrovando vecchie conoscenze che la riporteranno alla sua infanzia, e affrontando incubi e demoni interiori da cui pensava di essere riuscita a fuggire tanti anni fa.

    Il film è all’altezza del resto delle produzioni Marvel, se non uno dei punti più alti. 

    Riesce ad elevarsi maggiormente dallo strato di superficialità che caratterizza solitamente i film supereroistici, anche se ciò non vuol dire che non ci sia la leggerezza tipica dei prodotti Marvel, ma che il film abbia la capacità di toccare più nel profondo le corde dell’animo umano, probabilmente grazie alla protagonista di questa pellicola. La supereroina interpretata da Scarlett Johansson è infatti diversa dai suoi colleghi: capace di azioni incredibili e con abilità fuori dal normale, resta pur sempre una persona umana dalla storia più terrena e vicina a noi, per quanto molto particolare.

    Non mancano di certo super soldati o scene d’azione adrenaliniche, ma la si percepisce come meno estranea e surreale di altre pellicole passate.

    Ma per quanto eccellente non è esente da qualche stortura.

    Tutti i personaggi introdotti sono interessanti, per quanto restino troppo poco sviluppati, come a fare da contorno alla protagonista, e anche la stessa Nat è dipendente dal profilo che lo spettatore ha disegnato su di lei con i film precedenti. Essere a conoscenza della saga nel suo completo è quindi necessario per apprezzare a pieno ogni più piccolo dettaglio, dalla situazione in cui la Vedova Nera si trova all’inizio del film fino ai particolari sparsi nel mezzo della pellicola.

    Scarlett Johansson ha nuovamente successo nell’interpretare un ruolo ormai decennale, ma dispiace non averla vista in una veste diversa: la personalità di Natahsa non si distacca troppo da come siamo stati abituati a vederla, e sarebbe stato interessante vedere un cambiamento molto più radicale nel suo modo di agire, nel momento in cui rivive la parte peggiore del suo passato, magari con qualche informazione in più della sua personale esperienza nella famosa Stanza Rossa, luogo principale per l’addestramento delle Vedove, spesso citata ma mai mostrata.

    In ogni caso non è obbligatoria una cultura completa sulle trame della saga sviluppate fino ad ora per godersi la pellicola. Presa individualmente resta comunque un lavoro eccezionale, sia a livello registico che attoriale. Dimenticando per un attimo il nome della protagonista, ciò che vediamo è la storia di una giovane donna che fin dall’infanzia è stata selezionata e controllata affinché adempiesse a un destino scelto da altri, costretta a lottare fino allo stremo per autodeterminarsi e trovare un posto da chiamare casa. I temi che affronta hanno un carattere universale: le lotte contro le sue paure e i demoni che la tormentano sono un qualcosa in cui tutti si possono identificare, e Black Widow cerca di mostrare questa parte dell’animo umano.

    Oltre a Scarlett anche il resto del cast è degno di nota: un’ottima prova attoriale da parte di tutti gli attori, che riescono a dare comunque una certa profondità in uno spazio che avrebbe potuto essere maggiore.

    Anche la colonna sonora aiuta ad impreziosire l’opera, in particolare in alcuni momenti dove ci viene mostrata l’infanzia della protagonista, quando era ancora innocente ma già promettente agli occhi dei capi sovietici.

    Del gruppo di vendicatori della vecchia guardia erano rimasti solo in due a non aver ricevuto un film a loro dedicato (Nat e Clint Burton), e non è impossibile pensare che sia in cantiere qualcosa per Occhio di Falco, dato anche il suo forte legame con la Vedova.

    In definitiva Black Widow è un prodotto di qualità, un ottimo superhero movie e un meritato riconoscimento ad uno dei personaggi più iconici del MCU. Resta qualche piccolo rimpianto dato solo dall’alta aspettativa dovuta alla voglia di conoscere qualcosa di più del retroscena della vita di un personaggio così amato e dall’apertura della nuova fase dell’universo cinematografico dei supereroi figli di Stan Lee, soprattutto dopo l’epico epilogo dello scontro col pazzo Titano.

    Come per ogni altro film della saga se ne consiglia la visione solo avendo alle spalle qualche informazione pregressa dei film precedenti (in particolare il già nominato Captain America: Civil War e il filone degli Avengers), e come sempre, ricordatevi di restare seduti anche dopo i titoli di coda.

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  • RECENSIONE TUTTI PER UMA

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    Susy Laude esordisce alla regia con Tutti per Uma, la storia di una famiglia tutta al maschile composta dal nonno Attila (Antonio Catania), suo fratello minore – lo zio Dante (Lillo), il figlio Ezio (Pietro Sermonti), i due nipoti Francesco (Gabriele Ansanelli) e Emanuele (Valerio Bartocci) e il cane Mimmo. In casa Ferliga regna un clima di tensione e continui litigi, dati dai vari problemi che i componenti della famiglia devono affrontare, in primis le scarse vendite e conseguenti debiti che l’azienda vinicola di famiglia, un tempo rinomata, sta provocando. Ma l’arrivo misterioso di una principessa dell’Austria dal nome impronunciabile potrebbe migliorare le sorti delle loro vite. Presentata al resto della famiglia sotto un’altra identità, la presenza di Uma (Laura Bilgeri) porta i Ferliga a circondarsi di un’aria di falsa serenità, per fare colpo sulla graziosa fanciulla.

    Il film si presenta fin da subito come un prodotto indirizzato ad un target di bambini, con toni fiabeschi e superficiali, risultando tuttavia eccessivamente semplice, anche per il pubblico a cui è destinato. Le premesse riguardanti la storia sembrano interessanti, con una semplice commedia unita alle più classiche favole su principi e principesse e con un cast promettente capace di strappare una risata anche ad un pubblico più generalista. Purtroppo il suo sviluppo lascia molto a desiderare. Non esiste un filo logico per tutta la durata del film e gli eventi accadono senza alcuna continuità logica con ciò che si è visto nella sequenza precedente. Molto spesso inoltre, eventi o azioni di cui si parla nei dialoghi non vengono mostrate su schermo, ma subiscono un’ellissi lasciandole all’immaginario dello spettatore, una pratica rischiosa che, se non viene fatta con criterio e intelligenza, rischia di rendere la storia del film incomprensibile.

    La parte narrativa della favola cerca di dare un’identità particolare e interessante alla storia, finendo invece per banalizzarla: un classico modello della principessa col suo principe azzurro senza spessore o originalità, che non riesce a legarsi bene con il resto della storia, risultando abbastanza superflua. Non banali sarebbero potuti risultare gli intermezzi Musical del film, che rimandano chiaramente ad una classica pellicola Disney, ma la loro scarsa presenza rendono le poche performance musicali un ulteriore ingrediente eterogeneo di un film che sembra più un miscuglio confusionario di generi e scenette.
    Le parti comiche, principalmente slapstcik, hanno poco mordente, risultando fiacche e provocando davvero poche risate. Anche le gag tra la coppia Lillo – Sermonti, che sulla carta dovrebbero risultare stellari, risultano banali e fuori luogo, come la sequenza che riprende le classiche gag anni ‘20, piacevoli forse per chi le guarda con un occhio consapevole, ma che per chiunque altro risultano alla pari di scenette tipici di programmi come paperissima sprint.

    I personaggi risultano poco definiti, restando tutti molto piatti per tutta la durata dell’opera. Ogni componente della famiglia Ferliga ha i suoi drammi personali e tratti riconoscibili, ma il loro percorso, quando presente, è mal raccontato, dando un illusione di sviluppo quando su schermo non si vede una singola inquadratura che lo motivi, come se l’autore sapesse dove andare a parare ma non sapesse come arrivarci. Probabilmente il vero problema di questo film è che cerca di fare troppo, inserendo forzatamente temi e particolari per ogni membro della famiglia, senza riuscire a gestirli e svilupparli a dovere, essendo poi costretto a ricorrere a salti temporali e lasciando così allo spettatore il compito di immaginare il percorso che porta dalla situazione iniziale a quella finale di ogni sottotrama presente nella storia. Infine, se un buon film si giudica da un buon antagonista, allora Tutti per Uma è ancora più in difficoltà. Lo zio Victor (Dino Abbrescia), principale antagonista, è, alla pari di tutti gli altri personaggi, una macchietta.

    Nei primi minuti di quest’opera filmica veniamo introdotti dal piccolo di casa, Emanuele, e ciò che segue sembra proprio il racconto della storia dal suo punto di vista, quello di un bambino che racconta a spizzichi e bocconi senza seguire una logica ma seguendo il suo istinto. Una bell’idea a livello concettuale ma nel pratico molto difficile da seguire, facendo vivere agli spettatori un’esperienza non appagante, anzi a tratti frustrante per alcune scelte narrative illogiche.
    Tutti per Uma è purtroppo una delusione. Nonostante un comparto attoriale e un presupposto narrativo con un buon potenziale, infatti, non riesce ad essere mai appetibile, nemmeno per un pubblico di più piccoli.

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  • RECENSIONE RAYA E L’ULTIMO DRAGO – L’ULTIMO “CLASSICO” DISNEY

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    Nel 2021 Raya entra a far parte della grande famiglia Disney come principessa e protagonista del 59° classico della famosa casa di produzione.

    In una terra leggendaria, Kumandra, le persone vivono in armonia insieme ai draghi fino alla comparsa di alcuni spiriti maligni, i Druun, che si nutrono di ogni forza vitale trasformando in pietra coloro con cui entrano in contatto. Il sacrificio del drago Sisu riporta la pace risvegliando gli uomini pietrificati ma non riuscendo a salvare la sua stessa specie, di cui rimangono solo statue. Tutto ciò che resta della magia di queste creature è una gemma che porterà gli uomini a scontrarsi e dividersi per il suo possesso. Dopo 500 anni la magica gemma viene saccheggiata dai vari clan, un avido gesto che risveglia i Druun riportando il caos in un regno ormai profondamente diviso. Raya intraprenderà un viaggio alla ricerca del drago che fermò al tempo i Druun e che si racconta essere dormiente, nella speranza di porre nuovamente fine a questa minaccia e di riunificare le varie regioni, da tempo divise, nell’antica e armoniosa Kumandra.

    Una delle caratteristiche tipiche dei classici Disney, le canzoni, è assente in questa pellicola, assenza che non pesa in alcun modo e rende la narrazione simile a un racconto epico di una qualche leggenda orientale. Per il resto la firma dello studio d’animazione è evidente, e immerge lo spettatore in una storia e in dei personaggi dai gusti riconoscibili, seguendo il percorso intrapreso nei film di quest’ultima era.

    Il film, infatti, continua la stessa linea di idee dei lavori precedenti, in particolare per la caratterizzazione della protagonista. Come Elsa e Vaiana, l’eroina di questo lungometraggio ha un carattere forte e ribelle, e dimostra di essere in grado di badare a se stessa. Per quanto abbia una forte personalità, Raya non è praticamente mai sola su schermo, ma anzi condivide la scena con i vari personaggi, coerentemente con il senso di comunione e fiducia reciproca che è alla base del film.

    Vendetta, rivalsa e obiettivi personali sono ciò che spingono in principio Raya a compiere il suo viaggio, ferita dai colpi alle spalle che le hanno fatto perdere la speranza nel prossimo e nella possibilità di riunificazione dei vari popoli come un tempo, a differenza di Sisu che, pur risvegliatosi in un mondo diviso, ha ancora in mente i tempi passati ed è genuinamente convinto della bontà intrinseca delle persone. Con l’influenza del simpatico drago e il ricordo del sogno del padre ormai pietrificato, Raya affronta le varie regioni nel tentativo di recuperare tutti i pezzi rubati della gemma, inizialmente vedendo chiunque fuori da se stessa come una minaccia o un ostacolo, come lo spietato guerriero Tong o la dispettosa Noi, ma riuscendo poi a vedere ciò che li accomuna: sono tutti esseri umani, un unico popolo diviso per colpa di uno stesso male che ha portato a una completa sfiducia e un mancato coraggio da parte di ognuno di fare il primo passo verso la riconciliazione.

    Raya e l’ultimo drago affronta molto bene i temi della fiducia e della comunione tra le persone, evidenziando le effettive difficoltà nella loro realizzazione ma anche i benefici che esse comportano. In un stallo di completa sfiducia qualcuno deve agire per primo e mollare la presa, ma solo se si ha il coraggio di avere fede nell’animo umano, rendendosi vulnerabili e rischiando di essere colpiti seppellendo l’ascia da guerra per primi, si potrà vedere l’altro non più come un nemico ma come un alleato.

    A livello tecnico il lungometraggio è sbalorditivo, i colori e la fotografia che ci accompagnano per tutta l’opera sono una gioia per gli occhi e l’animazione è di una qualità elevata.

    Sotto ogni aspetto Raya e l’ultimo drago non delude, e Walt Disney ci riconferma la sua grande capacità di portare al pubblico opere di alto livello, capaci di appassionare i più piccoli così come gli adulti con la loro magica ricetta in grado di far rivivere il bambino che è dentro di noi.

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  • RECENSIONE: LA MAPPA DELLE PICCOLE COSE PERFETTE

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    24 ore che si ripetono, lo stesso giorno ancora e ancora e ancora, in un loop temporale dove una sola persona è cosciente di questo piccolo problema del tempo. È un’idea che è diventata nozione comune, ormai anche per gli stessi protagonisti dei film sui loop temporali. Sono state esplorate tutte le modalità e generi, dal puro sci-fi d’azione, al thriller, all’horror, con grande interesse alla commedia romantica, probabilmente perché la storia d’amore tra due persone intrappolate nello stesso giorno è adatta per rappresentare un amore tanto effimero quanto essenziale.

    Ed è in questo punto che si colloca il film in questione. Questa volta a rivivere la stessa storia abbiamo un giovane ragazzo un po’ nerd, Mark, che ripercorre le 5 fasi del dolore temporale come da manuale: sperimentazione, noia, tentativo di fuga, tristezza e presa di coscienza.

    Dopo aver visto più e più volte la stessa quotidianità, aver imparato una perfetta coreografia che lo rende agli occhi ignari di chi lo circonda al limite del sensitivo, e dopo aver sperimentato quello che tutti proverebbero in una situazione del genere, la sua solitaria vita trova una possibile compagnia in Margaret, l’unica altra persona che sembra cosciente di questa falla nel sistema.

    Il suo obiettivo è realizzare una mappa della città che indichi tutte le piccole cose perfette, quegli eventi dove la casualità sembra organizzarsi per mostrare qualcosa di unico e raro, i momenti fugaci che svoltano una giornata.

    Ma per quanto la possibilità di vivere senza conseguenze potendo riavvolgere il nastro e ricominciare da capo possa essere elettrizzante, dopo l’ennesimo risveglio in un mondo già vissuto iniziano ad emergere le complicazioni, e quello che sembrava essere un potere che ti rende cosciente della situazione mentre gli altri vivono in una sorta di dormiveglia senza mai andare avanti, si trasforma in una gabbia dove ad essere intrappolato non sono gli altri ma te stesso.

    Il film porta continui rimandi alla cultura nerd, strumento di analogia con ciò che accade ai protagonisti: dalle citazioni di Doctor Who, ai continui tentativi di superare un livello di uno sparatutto che dopo ogni fallimento si resetta (come la vita stessa dei protagonisti) e fino ai riferimenti ricorrenti ad altri film passati sui loop temporali, come Ricomincio da capo (Harold Ramis, 1993) con Bill Murray. Esistono un’infinità di storie dal tempo ciclico, è il film stesso a mostrarcelo, ed è quindi necessario portare qualcosa che attiri l’attenzione dello spettatore per rendere questa ripetitività meno ripetitiva.

    Tecnicamente il film è scorrevole e rientra pienamente nei parametri del suo genere, non raggiungendo livelli di eccellenza. Mantiene per quasi tutta la pellicola una sensazione di standard, senza mai risaltare veramente sia dal lato registico che attoriale. Una semplice commedia come se ne possono trovare nei numerosi cataloghi online.

    Ma più si prosegue con la visione più assume carattere e profondità, riuscendo a condividere il suo messaggio di fondo attraverso le esperienze di Mark e Margaret: la difficoltà nel non essere pronti a lasciar andare un passato che pensiamo non averci ancora dato tutto quello che volevamo, l’importante e obbligatoria dipendenza sociale che ci contraddistingue in quanto esseri umani, per quanto ci si creda solitari, e il consiglio nel non cercare la perfezione nei grandi progetti, ma in quei momenti fugaci nella quotidianità capaci di strappare il sorriso anche in una giornata buia.

    La mappa delle piccole cose perfette è alla fine dei conti un film discreto, fa quello che deve, senza infamia e senza lode, ma non lasciando una sensazione di rimpianto per aver sprecato un’ora e mezza del proprio tempo alla comparsa dei titoli di coda.

    Chi ama il genere non ne resterà deluso e se avete un abbonamento Prime Video e qualche ora libera, o siete bloccati in un loop temporale e cercate ispirazioni su cosa fare nella vostra nuova ciclica vita, questo film potrebbe essere la soluzione.

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  • RECENSIONE I CARE A LOT – PREDATORI E PREDE

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    Al mondo esistono soltanto due tipi di persone: i predatori e le prede. Sta a noi scegliere se voler essere un agnello o vivere da leoni. È questa la visione di Marla Grayson (Rosamund Pike), una tutrice legale che si muove nella zona grigia della legge per truffare e sfruttare il più possibile anziani che necessitano di assistenza. E non è l’unica a pensarla così, anzi. in I Care a Lot, infatti, chiunque passi su schermo evidenzia il suo lato più corrotto ed egoistico, senza mostrare alcuna esitazione nel schiacciare gli altri per raggiungere successo e benessere personale. Le loro vittime fanno solo da sfondo, relegati al loro ruolo di “mucche da mungere” e ogni categoria sociale solitamente protetta o tutelata viene completamente ribaltata, mostrando donne meschine e anziani insolenti, impedendo allo spettatore di creare un rapporto empatico con chiunque.

    Mai fu più vera l’espressione di hobbesiana memoria “Homo homini lupus”.

    I problemi nel suo piano perfetto arrivano quando mette gli occhi su una succosissima preda, una gallina dalle uova d’oro che, però, porterà con sé molte complicanze apparentemente insormontabili. Marla incarna appieno il sogno americano, determinata ad avere successo e a entrare a far parte del piccolo gruppo di ricchi in grado di usare i soldi come arma e nel farlo ci mostra il lato più oscuro di questo sogno: dietro alla figura di una persona intraprendente fatta da sé e che tramite le sue sole forze e abilità riesce a scalare la vetta del successo, si nasconde un essere maligno e avido disposto a far affondare chiunque pur di ottenere ciò che vuole.

    Il film porta una critica tanto al capitalismo come veleno per le menti, quanto alle falle del sistema sanitario statunitense (e non solo) che consentono di rivoltare leggi e norme a proprio piacimento, permettendo di agire ingiustamente, ma lasciando la fedina penale immacolata.

    Rosamund Pike, già alle prese con un ruolo subdolo e macchinatore in Gone Girl (D. Fincher 2014), ci regala uninterpretazione eccellente, riuscendo anche solo con lo la recitazione fisica a mettere in chiaro la determinazione ad affermare la propria superiorità, rendendo a volte i dialoghi tautologici e superflui.

    Il potenziale della pellicola non rispecchia purtroppo il risultato finale. Il lavoro di J Blackson riesce a intrattenere e mantenere lo spettatore davanti allo schermo, ma sembra perdere la bussola con l’avanzare del film.

    L’idea alla base è interessante sia come narrativa che come messaggio. Guardando i primi minuti ci si aspetta una lotta più psicologica, con la protagonista che cerca ogni cavillo legale per assicurarsi la vittoria in un gioco di maschere. Marla Grayson, infatti, mostra fin da subito come dietro a tutti quei sorrisi quasi plastici e i grandi discorsi per il benessere del cliente, si nasconde una quasi totale assenza di moralità. Il tribunale è il suo palcoscenico e campo di battaglia, dove convincere il giudice e manovrarlo a suo piacimento, a differenza del principale antagonista che vede il suo punto di forza nell’aggressività e illegalità. Con il susseguirsi degli eventi, però, lo scontro vede abbandonare le aule del tribunale per trasformarsi in un film d’azione, con tanto di esplosioni e rapimenti al limite del possibile, dove due semplici tutrici legali mettono in seria difficoltà killer professionisti della mafia russa.

    Oltre alla dubbia credibilità che due persone, per quanto determinate, riescano a scontrarsi a viso aperto contro una criminalità organizzata, questo cambio di rotta trascura uno dei punti di forza potenziali del film: la critica all’inefficienza del sistema giudiziario, in particolar modo nella gestione della sanità, che oltre a non tutelare il più debole, gli impedisce di liberarsi dalla morsa del carnefice, in quanto sulla carta non sono stati commessi illeciti. Questo punto focale viene sostituito dalla ricerca di vendetta e da una sfida personale, abbandonando la manipolazione delle leggi e lasciando spazio all’illegalità pura e semplice.

    Il tentativo di recupero nell’epilogo non è sufficiente a nascondere come questo film non abbia le idee chiare del genere a cui appartiene e non riesce a risollevare pienamente le sorti della pellicola.

    Il film in sostanza intrattiene, con una buona tecnica registica e una grande interpretazione dei ruoli principali, ma lascia un po’ di amaro in bocca per la confusione narrativa che stona nel secondo atto e una mancata possibilità di portare una critica sociale non solo accennata, ma ben approfondita.

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  • Recensione Il Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

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    Dopo quasi 14 anni prende vita il progetto di Aaron Sorkin sulle vicende dei Chicago Seven, un gruppo di attivisti accusati dal governo federale degli Stati Uniti di cospirazione e istigazione alla sommossa nel corso della manifestazione finita in tragedia avvenuta durante la convention del Partito Democratico del
    1968 a Chicago.

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    Il film, in gara per i 93esimi oscar con 6 nomination e disponibile su Netflix, segue il processo contro i sette (o otto) imputati, ricostruendo gradualmente i fatti accaduti 5 mesi prima del processo. Aaron Sorkin, autore e regista di questo lungometraggio, riconferma le sue abilità, riuscendo a portare sul grande schermo un’eccellente trasposizione degli eventi realmente accaduti. Il tono con cui il film affronta un argomento così delicato, per quanto possa superficialmente sembrare troppo leggero e inadatto, è in realtà capace di rispecchiare l’aria che si respirava nelle rivoluzioni sessantottine in America, gestendo magistralmente le varie figure di spicco dei movimenti che si opponevano alla guerra in Vietnam in modo leggero ma mai svilente o ridicolizzante. In particolare i personaggi interpretati da Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman) e Jeremy Strong (Jerry Rubin), leader dello Youth International Party (Yippies) e i più “esuberanti” del gruppo, si permettono delle battute più scherzose e libertine, senza mai però eclissare i loro valori morali e diventare una macchietta tutto “Sesso, droga e rock&roll”.

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    Il regista e sceneggiatore Aaron Sorkin.

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    Così come nel ‘68 i vari gruppi che lottavano per una rivoluzione della società non erano uniti, le figure di spicco dei vari movimenti che si troveranno tutti seduti al tavolo della difesa sono eterogenei e in contrasto tra loro per modalità e opinioni, ma faranno fronte comune verso lo stesso obiettivo: far cessare
    la guerra in Vietnam. Ciò è subito messo in chiaro dalla prima sequenza del film che ci introduce i vari volti dei protagonisti intenti a motivare la loro presenza alla convention, con o senza permesso, evidenziando le caratteristiche che li differenziano o dallo scontro Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Hayden (Eddie Redmayne) che si evolve durante la pellicola che rappresenta chiaramente la frattura che il fronte pacifista stava attraversando in quel periodo.

    La macchina da presa si sbilancia in favore degli imputati mostrando come la sentenza sembri essere stata decisa a priori secondo pregiudizi razziali e culturali, trasformando il processo in un “processo politico” con sopo punitivo ed esemplare per ogni manifestante cercando di ottenere la condanna attraverso ogni mezzo. Una nota di merito a Sacha Baron Cohen che pur interpretando un personaggio molto simile ai suoi ruoli precedenti e in grado di dargli spessore e un livello di serietà e di solida morale sotto le vesti edonistiche hippie, senza ricadere in un “Aladeen figlio dei fiori”.

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    Sacha Baron Cohen interprete di Abbie Hoffman, ruolo che gli è valso la candidatura agli Oscar 2021.

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    Il resto dell’apparato attoriale non è comunque da meno. Nessuno dei ruoli principali è infatti sotto tono ottenendo un lavoro corale che funziona. L’utilizzo di materiali d’archivio si amalgama alla perfezione con la narrazione, sottolineando il forte impatto mediatico dell’evento, ben sintetizzato dagli slogan che la folla esprime rumorosamente: “Tutto il mondo sta guardando”.

    Il processo ai Chicago 7 racconta di un importante episodio della storia americana per la lotta verso una trasformazione sociale purtroppo dimenticato da molti e che dovrebbe invece essere ricordata e guardata da tutto il mondo, oggi come 50 anni fa, perché l’essenza dei temi trattati è immortale e valida ancora oggi, sebbene sotto abiti diversi adattati al periodo preso in questione.

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    Il cast del film.

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    I veri protagonisti della vicenda di Chicago.

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    Questo articolo è stato scritto per la pagina Instagram Frames Cinema, quindi era stato pensato un formato più consono per quel social network che per il sito web.

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