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  • IO BALLO DA SOLA – L’ICONOGRAFIA DI SAN SEBASTIANO E LA TRASGRESSIONE GIOVANILE

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    Nell’estate dei suoi 19 anni la giovane americana Lucy (Liv Taylor) si reca in viaggio nelle splendide campagne toscane, vicino Siena. Era stato suo padre a spingerla a tornare in Italia, soggiornando a casa di vecchi amici di sua madre. Il pretesto di questo viaggio era di aiutare Ian, proprietario del terreno e artista, a realizzare una scultura prestandosi come modella. La permanenza in Toscana però si rivela molto più di questo per Lucy. 

    Quello che la giovane protagonista riuscirà a conquistare sarà il passaggio all’età adulta, sperimentando nuove esperienze e sensazioni e superando i propri limiti. La perdita della propria verginità e il significato che questo atto porta con sé sarà il fulcro del racconto, imponendo una chiave di lettura che verrà sottolineata ed enfatizzata da tutti gli elementi del film.

    Bertolucci trae ispirazione da un’esperienza vissuta in prima persona, data dall’amicizia che tempo prima lo aveva legato a un gruppo di artisti che si erano ritirati nel Chianti negli anni ‘60. Tra questi, in particolare, Matthew Spender, autore delle bellissime sculture presenti nell’opera.  

    IO BALLO DA SOLA E L’ARTE

    L’arte in Io ballo da sola è un elemento fondamentale, la cui importanza è sottolineata non solo dall’apporto dei lavori di Spender, ma anche da come questi, insieme ad altre forme artistiche, contribuiscano a evidenziare il messaggio principale del film nonché colonna portante del racconto: la perdita della verginità di Lucy

    È in funzione della creazione di una scultura che la protagonista s’imbarca in un viaggio da cui non tornerà uguale a prima. E il profondo cambiamento che avverrà in lei, appunto grazie al contributo intrinseco delle opere, è evidente in una conversazione con Ian, lo scultore che la ritrae.

    “Mi assomiglia almeno?”

    “Non deve assomigliarti.”

    È interessante inoltre far caso ai richiami stilistici presenti nelle sculture di Spender. Le influenze che si possono notare vanno dal primitivismo all’arte bizantina ed etrusca, e ciò sembra spingere verso la definizione di un ambiente genuino e spontaneo, atto a recuperare un legame con i sensi e con la spiritualità della terra. Un’attenzione posta all’immediatezza sacra del momento, che in un altro contesto Lucy avrebbe forse accantonato. È l’intero trasloco in campagna degli ospiti della protagonista che in realtà sembra caricarsi di questo significato, enfatizzando un modo di vivere e sentire il mondo che essi condivideranno con lei. 

    Importante in particolare è l’inquadratura della statua di San Sebastiano, presente all’interno della casa, durante una conversazione al telefono tra un giovane scrittore amico di famiglia e il personaggio di Noemi (Stefania Sandrelli). Quest’ultima (una donna quasi di mezza età) nel corso del film sembra, quasi al pari di Lucy, voler provare l’ebbrezza di una frequentazione giovanile, ma stavolta per riesumarne le sensazioni, non per scoprirle. Intrattiene conversazioni con Michele, il figlio di un amico di famiglia, lo sente per telefono, commenta il libro scritto da lui sull’amore e la passione. Ed esprime la sua opinione sul suo lavoro pochi passi più avanti della statua del martire.

    “No, è un libro assolutamente deprimente!”

    Dice Noemi prima di voltarsi per lanciare uno sguardo al santo. Un’occhiata che sembra caricarsi di desiderio e aspettative di sensazioni grandi quanto quelle espresse dalla raffigurazione.

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    SAN SEBASTIANO: L’ICONOGRAFIA DEL MARTIRE

    San Sebastiano era un militare romano nato nel 256 d.C. e vissuto sotto l’impero di Diocleziano. Ebbe a cuore di contribuire alla diffusione del cristianesimo grazie al suo ruolo di tribuno della corte pretoria, occupandosi della sepoltura dei martiri, dei cristiani incarcerati e divulgando la religione tra i funzionari di corte. Diocleziano, profondamente avverso al cristianesimo, si sentì fortemente deluso quando seppe dell’opera di propagazione di Sebastiano, e lo condannò a morte. Così quest’ultimo venne denudato e legato a un palo sul colle Palatino, dove venne trafitto da un gran numero di frecce. Ma secondo la leggenda sopravvisse nonostante il martirio grazie all’opera salvifica di Dio, e la sua fede fu così grande da spingerlo a proclamarla al cospetto dell’imperatore piuttosto che lasciare la città. Fu questo tuttavia a costargli la vita, che gli venne tolta definitivamente tramite una cruenta flagellazione.

    La figura di San Sebastiano porta con sé una storia ricca e articolata, che ha visto la sua simbologia evolvere e ridefinirsi nell’arco di quasi mille anni. Rappresentato inizialmente come un anziano trafitto da frecce, spesso veniva dotato della clamide militare, tratto distintivo dei soldati. È al tramonto dell’epoca gotica che lo si inizia più frequentemente a raffigurare nudo, e a partire dal XV secolo anche più giovane. Se il simbolismo (dalla sua origine per diverso tempo) era sempre stato riferito all’idea di un martirio, di un sacrificio per fede e amore di Cristo, l’aspetto estetico nel corso dei secoli influisce anche sul significato. Non sarà più tanto quindi un atto di devozione quanto una rappresentazione del dolore in sé, con la volontà di suscitare sensazioni forti negli spettatori. L’eccitazione legata alle più recenti figurazioni di San Sebastiano non è necessariamente di natura sessuale, ma spesso e volentieri può contribuire a sottolineare quest’ultima dove si volesse, come nell’opera di Bertolucci. 

    La delicatezza e allo stesso tempo l’intensità della storia di Lucy contraddistinguono e definiscono Io ballo da sola. Un’estiva tranche de vie agreste, che nonostante l’importanza e profondità del tema scelto riesce a mantenere, senza appesantirsi mai, una fresca e giovanile leggerezza.

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  • THE LIGHTHOUSE E LA SUA ISPIRAZIONE PITTORICA

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    The Lighthouse, il secondo film del regista statunitense Robert Eggers, esce nel 2019 e guadagna velocemente un successo notevole. Il tormento psicologico dei protagonisti, durante la loro permanenza su un isolotto come guardiani di un faro nei pressi del New England, riesce da subito ad affascinare il pubblico. L’altro aspetto a cui il film deve la sua grande popolarità (e grazie a cui ha potuto contare diverse candidature per molti riconoscimenti) è certamente la fotografia, fortemente legata a una composizione dell’inquadratura tramite cui Eggers si rifà a precise ispirazioni pittoriche.

    SASCHA SCHNEIDER E IL SIMBOLISMO

    Il pittore e scultore tedesco Sascha Schneider (1870-1927) rappresenta una delle maggiori influenze presenti nel film. La sua arte è caratterizzata da una ricerca della bellezza fisica ideale, ossessione generatasi in lui a undici anni in seguito a un grave incidente alla schiena. A Dresda, dove si trasferì per frequentare l’Accademia nel 1889, conobbe Max Klinger. L’artista, caratterizzato da uno stile simbolista angosciante e inquieto, influenzò Schneider in maniera evidente. Una poetica quasi pre-surrealista (sebbene lontana dalle riflessioni sull’inconscio che avrebbero contrassegnato il movimento) si unisce a un’esaltazione della bellezza dei corpi maschili per rappresentare la volontà di liberazione dall’oppressione sociale. Schneider, infatti, fu costretto a spostarsi in Italia nel 1908 a causa della sua omosessualità, che in Germania era ritenuta reato. Qui la sua produzione cambiò, lasciando da parte la dimensione disturbante e demoniaca per guardare all’antico come modello e rifarsi all’estetica neoclassica enunciata da Adolf Von Hildebrand.

    Il suo Perseo e Andromeda del 1924 è una delle ispirazioni visive principali del film, insieme a Il silenzio del mare (1887) di Arnold Böcklin e a un disegno senza titolo del 1888 di Jean Delville che mostra uno stormo di uccelli sul corpo di un uomo. 

    Tuttavia, l’opera che Eggers richiama esplicitamente è Hypnosis, del 1904. Nel film Thomas Wake, nudo, irradia luce dagli occhi sul volto di Winslow in una sequenza onirica che mostra l’inquietante follia in cui i due protagonisti scivolano. Il disegno è ricreato in modo quasi perfetto. Il soggetto, la composizione, la luce sono i medesimi, direttamente trasposti sullo schermo. Questo esempio del primo periodo pittorico di Schneider (prima del suo viaggio in Italia) contiene tutti gli elementi caratteristici della sua arte giovanile, e si presta perfettamente a mettere in risalto le atmosfere cupe che il film vuole trasmettere. Un omaggio diretto di questo tipo sposta la narrazione dalla dimensione della realtà a quella di un sovrannaturale sconosciuto, in grado di portare l’uomo alla dissennatezza. 

    JEAN DELVILLE E IL MITO DI PROMETEO

    Dopo Schneider, Egger richiama esplicitamente il pittore belga Jean Delville, grande esponente del movimento simbolista. Scrittore e filosofo oltre che artista, ebbe un grande successo accademico e fu ammirato per la sua convinzione che l’arte dovesse essere espressione di verità e bellezza spirituali. Le sue opere e i suoi scritti aspirano proprio a mettere in risalto questa concezione idealista per cui è necessario guardare oltre la realtà comune, con temi di vario genere che toccano spesso la religione e il mito

    Nel film, il suo disegno senza titolo del 1888 è, al pari di Hypnosis, ricreato nel dettaglio, ed è forse legato a una simbologia ancor più importante. Il protagonista dell’opera, infatti, sembra essere Prometeo, e non è difficile notare un’identificazione tra il personaggio della mitologia greca ed Ephraim Winslow, particolarmente avvalorata dalla scena del disegno. Secondo il mito, Prometeo venne condannato a farsi mangiare il fegato ogni giorno da un uccello, dopo aver tentato di rubare il fuoco degli dei per darlo agli uomini. Anche Winslow sembra subire una punizione del genere dopo aver cercato di rubare la luce del faro a Thomas Wake, il quale è facilmente assimilabile in questo contesto alla figura di Poseidone. 

    HOPPER E VAN GOGH

    Da un punto di vista prettamente scenografico invece il regista sembra essersi basato su The Lighthouse at Two Lights del 1929 di Edward Hopper. L’artista fu un importante esponente del realismo americano e divenne popolare per il senso di solitudine e malinconia inquieta che riusciva a trasmettere con dipinti apparentemente sereni e colorati. Sembra perfettamente inserito allora, al di là di una prima impressione, nella dimensione creata dal film, e non sorprende che Egger possa aver preso spunto proprio da questo artista..

    Il personaggio di Wake, invece, esteticamente ricorda molto un altro famoso personaggio della storia dell’arte: il postino Joseph Roulin dipinto da Van Gogh nel 1888. Che il regista vi si sia ispirato per i costumi del suo personaggio non è sicuro e l’analogia appare anche meno evidente che nei precedenti confronti; tuttavia, determinati dettagli sono molto somiglianti e certamente fa sorridere un paragone simile. 

    Van Gogh dipinse svariate volte Roulin insieme ad altri membri della sua famiglia. Il postino lavorava ad Arles, e Vincent, dopo essersi trasferito nella stessa città nel 1888, si sentì immediatamente legato a lui da un grande affetto. Il pittore vedeva in lui la personificazione dei valori che avrebbe voluto come fondamento della propria vita: gentilezza, noncuranza della cattiveria altrui e amore per i piccoli piaceri della vita. La forte e tenera amicizia che legò i due è rappresentata perfettamente anche nel film Loving Vincent (Dorota Kobiela e Hugh Welchman, 2017).

    La fotografia drammatica di Jarin Blaschke (basata su fonti di illuminazione intradiegetiche, come ha dichiarato lo stesso Eggers) viene quindi messa al servizio del mondo interiore del regista, per recuperare, reinterpretare e rifarsi a linguaggi altri rispetto al cinema ma che allo stesso modo possono colpire lo spettatore e giocare con le sue sensazioni. 

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  • A SCANNER DARKLY – LINKLATER E IL ROTOSCOPE

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    Il film del 2006 di Richard Linklater mette in scena in modo assolutamente dettagliato e fedele l’omonimo racconto di fantascienza di Philip. K. Dick. E’ la storia di un futuro distopico in cui un agente della narcotici si infiltra in un gruppo di tossicodipendenti per raccogliere quante più informazioni possibili sulla Sostanza Morte, una potentissima droga in grado di creare assuefazione e di uccidere. Non sarà facile per Bob Arctor (Keanu Reeves) mantenere un equilibrio tra l’assunzione della sostanza (per non essere sospettato dai soggetti tenuti in osservazione) e la sua stabilità mentale, ricordando sempre il suo obiettivo e le mosse necessarie per realizzarlo. Non sorprende quindi che il regista abbia avuto a cuore in primo luogo il riuscire a trasmettere una sensazione di straniamento e inquietudine a livello visivo, che rispecchiasse il percorso interiore del protagonista. La soluzione scelta è la tecnica del rotoscope.

    LA TECNICA DEL ROTOSCOPE

    Il rotoscope (o rotoscopio) si usa per creare un cartone animato con fattezze realistiche, per cui si lavora su scene girate che vengono ricalcate. Le immagini vengono proiettate su un pannello di vetro traslucido che diviene un supporto per il disegno. Negli ultimi vent’anni la tecnica si è ovviamente evoluta con l’aiuto del digitale. Con l’uso di quest’ultimo non cambiano solo i modi di applicare la tecnica, ma anche le motivazioni: se alla sua origine il rotoscope serviva per risparmiare tempo e agevolare il lavoro dei disegnatori (permettendo di risolvere velocemente e con costi più limitati diversi problemi), ad oggi può essere sfruttata per un fine artistico, come nel caso di Linklater.

    La tecnica nasce già nel 1917, ideata da Max Fleischer con suo fratello Dave, per il personaggio di Koko il clown; nel 1933 viene usata per una complicata scena di danza di Betty Boop. Viene in minima parte sfruttata anche dalla Disney in “Biancaneve e i sette nani” (1937) ma che scelse poi di servirsene solo per studiare i movimenti più complessi. La si può vedere inoltre nel videoclip di Take on me degli a-ha, diretto da Steve Barron. Ralph Bakshi ne fa largo uso nei suoi film di animazione e la si può ritrovare anche nel film “Yellow Submarine” (George Dunning, 1968).

    Molto spesso capita che oggi i puristi dell’animazione siano scettici nei confronti di questa tecnica. In un’epoca in cui non vi sono più necessità di ordine economico o tecnologico secondo alcuni non vi è il bisogno di una riproduzione così precisa della realtà con l’animazione, e anzi si dovrebbe lasciare più libertà alla mano dei disegnatori.

    LINKLATER E L’INTEROPLATED ROTOSCOPE

    Vediamo il regista statunitense fare uso di questa tecnica in ben due film: “Waking life” (2001) seguito da “A scanner darkly” cinque anni dopo. Per entrambi i lavori la scelta del rotoscope è orientata verso un fine artistico, per contribuire a sottolineare un senso espresso dalla narrazione. Nel primo vi è il tentativo di costruire un’atmosfera onirica e surreale. Si racconta infatti la storia di un ragazzo che non riesce più a svegliarsi e continua a sognare. Una squadra di artisti lavora sul girato sovrapponendovi disegni fatti al computer, insistendo nell’evidenziare difetti nelle linee di contorno per restituire allo spettatore la sensazione voluta. Si rappresenta visivamente l’esperienza vissuta dal protagonista (lo si può vedere soprattutto in una delle scene iniziali, quando appaiono delle note musicali fluttuanti mentre dei musicisti stanno suonando).

    Nel tentativo successivo di sfruttare il rotoscope, come abbiamo visto lo straniamento che si vuole trasmettere è riferito ad una potentissima droga. Il live action è seguito da una manipolazione digitale della durata di 18 mesi, e infine da un anno di dettagli in acquerelli sui fotogrammi. 

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  • CINEMA E ARTE – LA MIGLIORE OFFERTA

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    Il film del 2013 di Giuseppe Tornatore racconta la storia di Virgil Oldman, un raffinatissimo battitore d’aste stimato da tutti i suoi conoscenti e colleghi, ma inesorabilmente e intimamente solo. Senza una famiglia, Virgil si apre quanto necessario soltanto con pochi ma fondamentali personaggi, come l’amico Billy Whistler (interpretato da Donald Sutherland), il restauratore Robert (di cui veste i panni Jim Sturgess) e Claire Ibbetson, una figura fondamentale che cambierà la sua vita.

    Il giorno del suo compleanno Virgil riceve una strana telefonata da una ragazza, la quale lo prega di valutare i beni della casa dei suoi genitori ormai defunti. La richiesta avviene in un modo e in un contesto che non rispecchiano lo stile del battitore, che ne resta però segretamente affascinato, e decide di procedere. Scoprirà poi che sarà necessario concludere l’affare in maniera stravagante, perché Claire, la ragazza della telefonata, è affetta da agorafobia nella forma più estrema, e non è in grado di uscire di casa e di vedere altre persone.

    L’idea di una crescita personale e del superamento dei propri limiti è centrale nel film, sottesa all’intera vicenda, e avviene nel confronto con le diverse ossessioni di Virgil e Claire. La prima, la più evidente ma allo stesso tempo la più nascosta e profonda, è quella di Virgil per le donne, con  cui l’uomo ha un rapporto particolare, di ammirazione e timore. Se prova sentimenti positivi per loro ciò può avvenire soltanto da lontano. Sembrerebbe allora che il tipo di legame instaurato da Claire (a distanza, una comunicazione attraverso un muro) sia perfetto per lui.

    Eppure proprio questo lo spingerà a superare i suoi limiti. Questo amore che necessita lontananza si manifesta nella collezione privata del battitore d’aste. In una stanza segreta della sua casa egli conserva il suo più grande tesoro, un’ampia raccolta di ritratti di donne nel corso della storia. La sua relazione quasi amorosa con i dipinti verrà resa evidente dalla frase che Claire dirà quando si lascerà convincere ad esplorare questo nuovo ambiente:

    “Allora non sono la prima… hai avuto altre donne”

    E la risposta di Virgil dichiara la fiducia e la forza che egli sente nel nuovo rapporto che sta costruendo.

    “Sì, le ho amate tutte e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti.”

    Per quanto a un primo contatto con Claire Virgil sia rimasto stupefatto dalla sua schiettezza e (a sua detta) maleducazione, si renderà poi conto di essere simile a lei. La ragazza è terrorizzata da ogni essere umano e non riesce a uscire dalla sua stanza se c’è qualcuno in casa, mentre Virgil, pur senza arrivare ad una condizione così estrema, porta sempre con sé un paio di guanti per evitare di entrare in contatto con qualsiasi cosa venga da fuori, finanche le posate di un ristorante. I suoi ponti col mondo esterno sono tagliati in un modo invisibile ma possente, in primis col rifiuto di possedere un cellulare. E gli indizi di un cambiamento interiore si manifesteranno quando accetterà di averne uno, proprio per comunicare più velocemente con la giovane agorafobica. 

    L’emblema metaforico di come Virgil verrà cambiato dalla strana situazione è rappresentato dal tentativo portato avanti con Robert di ricostruire un automa antichissimo con dei pezzi trovati nella villa di Claire. Il battitore si rende conto di aver a che fare con un reperto di Jacques de Vaucanson, celebre inventore e artista francese del ‘700. Ammirando il prodigio, nel corso del suo restauro Robert farà un meraviglioso parallelismo, atto a rispecchiare l’interazione tra Claire e Virgil: i diversi pezzi di un congegno col tempo finiscono per richiamarsi a vicenda. Una volta entrati in rapporto l’uno con l’altro, e attivati per far funzionare il più grande meccanismo di cui sono parte, porteranno sempre con sé i segni l’uno dell’altro. Parole che colpiranno molto il battitore, che si sentirà protagonista di una situazione simile nel suo processo di evoluzione personale e di guarigione della ragazza.

    L’essenza del film è racchiusa in una frase pronunciata dallo stesso Virgil Oldman, ripresa da una sua vecchia intervista.

    “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”

    Un colpo di scena estremo alla fine del racconto metterà in crisi ogni certezza guadagnata dal protagonista, ma accostare arte e vita nell’esaltazione di questa massima sarà ciò che riuscirà a salvarlo. Nell’ultima scena (facilmente accostabile alla sequenza iniziale del ristorante) abbiamo la prova che la vicenda avvenuta, seppur drammatica, non ha lasciato indifferente colui che l’ha vissuta: può aver perso un’importante parte della sua vita, ma con essa sono spariti anche i limiti e gli ostacoli che ne erano comportati. La controprova di ciò sono i guanti ormai spariti dalle sue mani. Virgil non teme più di confrontarsi con l’esterno, la paura del contatto è svanita; e inoltre, come lui stesso dirà, stavolta attende qualcuno.

    Come lo stesso Tornatore ha dichiarato in diverse interviste, non è un caso che la storia sia narrata dal punto di vista del solo protagonista. La volontà è quella di sottolineare la sua prospettiva di visione del mondo e la sua sensibilità, a cui partecipa un’attenta orchestrazione di ogni scena: il film non è un giallo, ma una storia d’amore. L’innamoramento del protagonista è però trattato come un giallo, un’esperienza avvolta nel mistero, adeguata ad un uomo ormai anziano che conserva la timidezza e la paura di un ragazzino.

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  • BIG EYES – TRA INDIPENDENZA E AUTODETERMINAZIONE

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    Gli anni ’50 furono un periodo difficile per le donne. Un’indipendenza di qualsiasi tipo la si otteneva solo con grande impegno e perderla era molto facile. Si esisteva in funzione del proprio marito e senza la sua presenza era poco probabile essere prese in considerazione in ambito lavorativo e sociale.

    Ed è una storia proprio di indipendenza e autodeterminazione quella che viene narrata in Big Eyes, il film di Tim Burton del 2014, che descrive la vicenda realmente avvenuta della pittrice Margaret Keane.

    La pittrice (interpretata da Amy Adams) aveva appena affrontato un divorzio e scelto di scappare a San Francisco dalla California insieme a sua figlia Jane. Dopo un primo periodo di stenti, svendendo le sue opere per pochi dollari, la sua vita cambierà quando conoscerà Walter Keane (Christoph Waltz), il suo futuro marito, anche lui artista, autore di vedute parigine. Lui si renderà conto del suo talento e darà lentamente vita a un business dei suoi dipinti, caratterizzati da grandi occhi tristi. Alla base di questo impero commerciale ci sarà però una truffa: una vera e propria operazione di marketing, per cui il pittore vende più della pittrice, di conseguenza Margaret si ritrova costretta a lavorare duramente lasciando suo marito fingere di essere l’autore dei “trovatelli”.

    Siamo in un periodo storico in cui uno stile pittorico simile non aveva grandi prospettive di successo. Si stavano affermando (in America soprattutto) gli esponenti dell’espressionismo astratto, come Pollock, Newman, de Kooning. A posteriori si vedrà questo momento come una pietra miliare della storia dell’arte, oltre cui non sarà più possibile tornare indietro e guardare alla pittura alla stessa maniera. Questo lascia intendere la difficoltà per una donna divorziata e senza un lavoro di ricostruirsi una vita inseguendo il suo sogno; e ci permette di comprendere la scelta di Margaret di assecondare gli iniziali tentativi di Walter di spacciarsi come autore dei quadri. Una semplice confusione tra i cognomi (entrambi si firmavano “Keane”) da parte degli acquirenti iniziali dei dipinti si trova in perfetta corrispondenza con l’abilità di venditore di Walter (che oltre ad essere un pittore era principalmente un agente immobiliare). Quest’ultimo nel corso degli anni matura e definisce il suo personaggio pubblico, costruendo una figura con una storia da lui non vissuta ed emozioni da lui mai provate, per poter parlare delle sue ispirazioni. Struggente è la rappresentazione di sua moglie, la vera autrice, che non riesce inizialmente a ribellarsi alla candida ipotesi di un futuro perfetto, economicamente stabile e privo di turbamenti. Il costo di tutto ciò però sarebbe stato la sua integrità di pittrice, un rinnegamento della sua maternità nei confronti delle opere che lei considerava realmente come figli. E un grande segreto da mantenere col mondo, da non poter rivelare nemmeno a sua figlia, quello di essere in realtà lei a dipingere. Se questo atteggiamento interiorizzato di sottomissione può apparire ai nostri occhi degno di critica (considerato il grandissimo successo raggiunto dai quadri), è importante ricordare il contesto storico della vicenda e in relazione ad esso Margaret ci appare in realtà tutt’altro che assoggettata e oppressa: riesce a liberarsi degli uomini che la maltrattano, rifiuta il ruolo di semplice casalinga e agisce in ultima istanza per preservare ciò che aveva realmente valore per lei, cioè sua figlia e i suoi quadri.

    Arriverà a un punto di crisi anche con Walter, riuscendo a trovare la forza di scappare di casa con Jane e di dirigersi alle Hawaii, luogo in cui si era anche risposata, e qui ricostruirsi una vita. È interessante notare come questa potrebbe perfettamente essere considerata una soluzione narrativa di scarso livello, una sorta di deus ex machina completamente privo dei presupposti per avverarsi: Margaret e sua figlia sono in macchina, scappate di corsa dopo che Walter aveva mostrato segni di follia, senza soldi e con poca benzina e scelgono di andare alle isole Hawaii. E ci riescono e un anno dopo stanno bene. Ma perché proprio questa meta? C’è qualche significato simbolico? La presenza di un’importante galleria d’arte? Niente di tutto questo. Sarebbe un dubbio escamotage, meritevole di critica… se non fosse che tutto ciò è realmente avvenuto. 

    La questione delle Hawaii è ovviamente trattata in maniera relativamente fedele nel film: nella realtà Margaret vi si reca solo in seguito col suo terzo marito, ma la sua permanenza in questo luogo è importante nel racconto.

    Spesso uno dei criteri di valutazione di un film è la verosimiglianza e con verosimiglianza si intende una coerenza logica interna perfettamente funzionante, in cui gli elementi narrativi si richiamano dall’inizio alla fine, le scelte dei personaggi sono in linea con la loro personalità e le loro possibilità, e gli eventi sorprendenti mantengono sempre un’aderenza alla storia.

    Forse questo modo di concepire il verosimile è erroneo, poiché paradossalmente la vita si dimostra ricca di soluzioni narrative prive di senso. E quando ciò avviene ci si sofferma a riflettere su quanto accaduto, si sorride sommessamente e ci si arrende al tentativo di comprenderla logicamente, perché questo è impossibile. Ciononostante, è quello che pretendiamo da un film “verosimile”.

    La storia di Margaret Keane non è affatto verosimile, potrebbe sembrare il risultato degli ideali femministi sommati e ben articolati in un racconto per narrare una storia di emancipazione, di distacco da un terreno deleterio per una donna pronta a mettersi in gioco. Eppure risulta tanto più affascinante quanto più ci si rende conto della realtà effettiva di quanto accaduto.

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  • I CRITOFILM DI CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI – CINEMA E ARTE

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    Nel secondo dopoguerra si sviluppò in Italia l’idea di esercitare la critica d’arte sfruttando il nuovo mezzo cinematografico. L’obiettivo era quello di trovare un nuovo metodo di divulgazione della cultura visiva, e rinnovare i vecchi modelli di comunicazione sull’arte. Il documentario sembrava quindi uno strumento perfetto per sfruttare la visione e trovare un’alternativa alla critica letteraria.

    Il cinema quindi diventò un veicolo di diffusione di massa dell’arte, con non poche ambiguità nel trovare un equilibrio tra proposte anticonformiste e una semplice trasposizione filmica della critica tradizionale.

    Il documentario d’arte nacque in realtà con Luciano Emmer, che nel 1938 aveva iniziato a girare film in cui raccontava gli affreschi di Giotto con la visione simultanea e la piacevole aggiunta della musica.

    Tuttavia una vera e propria stagione del documentario d’arte vi fu nell’immediato dopoguerra, e si protrasse per diversi decenni, ad opera di diverse figure. Tra queste anche Carl Dreyer nel 1949 realizzò un film sull’arte dedicato a Thorvaldsen, sperimentando le possibilità del linguaggio cinematografico nell’esporre la scultura. In Italia i più importanti registi di documentaristi legati al mondo artistico furono Roberto Longhi e Carlo Ludovico Ragghianti.

    Il primo è considerato la figura più originale di questo periodo, che però non riuscì a rendere i suoi film caratteristici e innovativi, limitandosi ad una lettura delle opere legando i movimenti della macchina da presa ai suoi discorsi. Una semplice riproduzione filmata del testo, senza distaccarsi troppo dalla tradizione. Nonostante ciò vinse nel 1948 il Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia.

    Chi invece traspose sullo schermo una posizione filosofica completa e complessa fu Ragghianti, che cercò di sfruttare le nuove possibilità offerte. I suoi non erano semplici documentari, ma vera e propria critica fatta sfruttando il mezzo filmico. Si interessò alla dimensione dello spazio-tempo cercando di mostrare la genesi dell’opera. Si partiva nei suoi critofilm da una visione inusuale di questa (ad esempio una visione aerea) e il testo veniva scritto solo in seguito, basandosi sul montaggio. L’idea era che il cinema fosse capace in sé di un’operazione critica.

    Carlo Ludovico Ragghianti

    Centrale nelle sue operazioni critiche in generale era l’idea (mutuata dall’idealismo crociano) di una circolazione dello spirito tra forma e pensiero. L’espressione artistica sarebbe quindi un impulso diventato forma, e la critica doveva indagare la genesi di quest’ultima e studiarne le articolazioni.

    Questo obiettivo di fondo era l’indicazione da seguire nelle riprese dei critofilm, cercando di comprendere come l’artista avesse avuto l’intuizione.

    Quello dal 1954 al 1964 fu un decennio intenso di produzione. La scelta di soggetti e temi di questo periodo è varia. Comunità millenarie (il primo, dopo alcuni tentativi preliminari), Michelangelo (l’ultimo) ed altri che vanno dall’urbanistica alla pittura fiorentina furono i suoi lavori di questo periodo, che si conciliarono in una filmografia variegata in cui emergono tutti i differenti interessi dello storico.

    Questa volontà di sperimentare, scoprire, proporre novità era perfettamente in linea col carattere dello storico. Sentiva infatti una forte esigenza democratica di diffondere il valore dell’arte visto come una parte fondamentale dell’uomo e che se coltivato lo avrebbe portato ad un progresso etico collettivo. Questo interesse così indirizzato veniva chiamato “moralismo critico”, e si risolveva in un atteggiamento politicamente impegnato ad incoraggiare gli studi di storia dell’arte.

    Il suo interesse per l’arte era inteso nel senso più ampio possibile: considerava tale tutto ciò che avesse a che fare con la creatività dell’uomo, non trascurando quindi il cinema, l’urbanistica, le arti decorative, la fotografia.

    Nel 1945 venne nominato sottosegretario delle Belle Arti, con il compito di rimediare ai disastri della Seconda guerra mondiale. Da questa esperienza fu molto deluso, andando a chiamare “ipertiroidismo burocratico” la lentezza delle istituzioni nell’impegnarsi effettivamente nel valorizzare il patrimonio artistico.

    Cercò per tutta la vita di promuovere l’educazione culturale e l’amore per l’arte, diventando una delle figure più importanti del secolo scorso.

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  • F COME FALSO – CINEMA E ARTE

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    “Quasi tutte le storie più o meno celano una qualche menzogna. Ma non questa volta, è la mia promessa.”

    Siamo nel 1973 quando, con questo voto, Orson Welles in persona introduce la storia di uno dei più grandi falsari mai esistiti, Elmyr De Hory, e di Clifford Irvin, scrittore divenuto celebre per una falsa biografia su Howard Hughes e in seguito per il racconto biografico dello stesso Elmyr. Un’avventura di sotterfugi e inganni rischiosi narrata con l’ironia di chi è riuscito a imbrogliare le più alte personalità del mondo dei connoisseurs del ‘900.

    La linea sottile tra realtà e finzione si rivela essere il tema principale del film, presentandosi in più modi e occasioni e creando spunti di riflessione sul cinema stesso.

    “Se li appendi in un museo dove c’è una collezione di dipinti e li lasci lì per molto tempo diventano veri.”

    Elmyr divenne celebre per le sue rarissime capacità di riprodurre perfettamente i tratti di qualunque pittore, a dispetto della presunta competenza degli “esperti d’arte”. Ed è citando i versi di Kipling che Welles ci interroga sulla differenza tra un “bel falso” e un’opera d’arte.

    “E’ bello, ma è arte?” 

    L’elemento discriminante è il giudizio delle autorità, quindi se ai loro occhi il quadro è vero, che statuto l’opera assume?

    Per la prima ora del film De Hory e Irving sono i nostri protagonisti nel racconto della grandiosa vita del falsario e dei rischi corsi per il suo lavoro, l’incontro con lo scrittore e la storia della falsa biografia che lo aveva reso celebre. Al termine di questa vicenda al centro della narrazione c’è Oja Kodar, una bellissima ragazza che in vacanza nel paesino di Toussaint aveva fatto la conoscenza di Picasso, facendolo innamorare perdutamente di sé.  La sequenza che illustra questo momento è realizzata con una commistione di materiale girato, fotografie e quadri. Le passeggiate di Oja si alternano agli occhi veri del pittore, che la scrutano con uno sguardo che sarà sempre più affascinato da lei, fino ad impazzire e a trasformarsi… in un dipinto.

    In perfetta sintonia col tema fondamentale del film questo momento mostra come il significato associato a delle immagini sia cambiato in base alla loro collocazione, quasi come un falso in un museo.

    GLI ANNI ’70 E IL TEMA DELL’AUTORIFLESSIVITA’

    Negli anni ’70 uno dei temi – inconsciamente o consapevolmente – preferiti dai registi era quello dell’autoriflessività, ossia far parlare il mezzo artistico di se stesso. Ciò era stato generato da tensioni ideologiche che volevano opporsi alla prospettiva rinascimentale, cioè il punto di vista ideale di uno spettatore che deve immedesimarsi nella finzione. Questa è vista come intrinsecamente borghese, perciò da eliminare. La miglior maniera di farlo era portando allo scoperto la falsità del mezzo, l’inganno del cinema.

    Lo spunto proveniva dal teatro politico del drammaturgo Bertolt Brecht, che scrisse tra gli anni 20 e 40 e rese lo straniamento la caratteristica dei suoi spettacoli. Comunista, era convinto che impedire in tutti i modi possibili agli spettatori di immedesimarsi, straniandoli dalla vicenda, avrebbe permesso loro di avere un occhio critico sulle tematiche politiche trattate.

    Lo stesso principio caratterizza molti film degli anni 70, e non sorprende ritrovarlo in una pellicola che ha come tema il rapporto tra fittizio e reale. Sono diversi, infatti, i momenti in cui la troupe viene svelata, l’illusione crolla subito dopo la promessa di ascoltare solo verità in un racconto sul falso. Noi, da spettatori, riprendiamo coscienza della distanza che ci separa dallo schermo, e sorridiamo con Orson Welles del tranello in cui siamo caduti.

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  • LO SPECCHIO DI TARKOVSKIJ: UNA RIFLESSIONE IN COMPAGNIA DI SEGANTINI

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    Riflettere su Lo specchio di Andrej Tarkovskij (1975) è una condizione necessaria affinché l’oggetto, “lo specchio”, e dunque il film, sussistano. E infatti il film comincia con un televisore che non funziona, così come a non funzionare è il linguaggio del ragazzo balbuziente della prima celebre sequenza.

    La trama è ridotta all’osso: siamo in Unione Sovietica e in una campagna sperduta sta per iniziare un viaggio a partire dalle memorie di Aleksej, dalla sua infanzia con la sorella e la madre Natal’ja. Il cast è composto principalmente da Margarita Terekhova, Filipp Yankovsk e Ignat Daniltsev.

    legami affettivi e i sentimenti vengono visti insieme ai legami naturali, istintivi: in una parola, la famiglia.

    Il tema di fondo riguarda il rapporto tra natura ed essere umano, passando dunque dalla madre delle madri, la natura stessa come fonte di vita, alla madre umana, che insieme al padre simboleggiano gli “errori” e orrori che si tramandano e ripetono di generazione in generazione.

    Il senso di colpa è contemporaneamente un dono e una condanna della vita per Tarkovskij e sembra necessario intraprendere un viaggio esistenziale interiore col fine di fare i conti con sé stessi in quanto esseri viventi. Un po’ come per Leopardi nella figura dell’Islandese.

    Si parte con una terapista che affianca un giovane balbuziente. Ancora una donna, madre, che somiglia così tanto alla figura della moglie da confondere lo spettatore continuamente, riporta nella mente di Aleksej il vivere circondati da una natura inquietante: a tratti ribelle e rigogliosa, prepotente, come nel contrasto tra le fiamme e la fitta pioggia nella sequenza ambientata nella casa dell’infanzia verso l’inizio; a tratti fragile, spoglia, che mostra e riflette tutto il dolore e la malinconia come in uno specchio, agendo di vita in vita, nel divenire della storia che forse non diviene così tanto.

    L’educazione, in qualche modo, è uno dei mezzi con cui attraversiamo i ricordi mischiati e tenebrosi di quelli che probabilmente sono papà e mamma Tarkovskij insieme con quelli del giovane e anche adulto cineasta. Un altro mezzo è la casa, che rappresenta il primo ricordo, come anche il viaggio della crescita; la prima è in mezzo alla campagna e simbolo dell’essenza, circondata dal fuoco, dalla terra e dall’acqua, tutti elementi ricorrenti in questa e in altre opere dello stesso autore. Questa si contrappone alla casa-studio vuota, che attraverso lente carrellate (ad esempio verso la finestra) muove la trama nell’immobilità dell’azione e tuttavia nella fluidità della poesia. Quest’ultimo binomio è tipico del regista e qui si rende più esplicito nel linguaggio stesso, attraverso i testi scritti dal padre Arsenij Tarkovskij e per mezzo di riferimenti nella “mostrazione” di un ragazzino che sfoglia le pagine di un libro in semi soggettiva. Certamente un approccio semiotico ci direbbe di non poter identificare completamente figure empiriche con figure testuali, ma questo film sembra una vera e propria confessione, un album fotografico della vita del regista, condito dalla sua poetica sempre più riconoscibile.

    Il punto di vista, lo sguardo in senso stretto, è continuamente difficile da circoscrivere. Il padre del protagonista, ad esempio, non si vede quasi mai, se non nella scena del ritorno dal servizio militare e in un paio di flash back; la sua voce è incredibilmente intima e personale in tutte quelle scene in cui Natal’ja, nel ruolo che la rende soggetto e oggetto principale della macchina da presa nella veste di un’ assolutizzata e idealizzata madre e/o moglie (del personaggio identificato ipoteticamente come il Tarkovskij regista) sono di fronte allo specchio e si rivolgono contemporaneamente all’uomo presente, a loro stesse e, con una sorta di propagazione trascendentale del messaggio all’interno di un’atmosfera straniante e quasi divina, all’intera razza umana.

    Nonostante l’intreccio sapientemente costruito tra ricordi intimi della gioventù e dell’età adulta, tra storie di guerra e di cultura sovietica percepite individualmente e collettivamente, è la consapevolezza nell’utilizzo della macchina da presa a mostrare la maturità di Tarkovskij, anche metaforicamente rispetto al tipo di racconto. Il colore si alterna fin da subito al bianco e nero disorientandoci. Emblemi e immagini, fotografie, specchi e tanti altri simboli anche un po’ nascosti (pensiamo al latte o alle uova), sono sempre una delle forme di espressione più utilizzate. Le soggettive a volte, con movimenti lenti, sono difficili da scovare e sembrano espressione di qualcosa di più ampio di un singolo sguardo, qualcosa di più impersonale ed esperienziale, senza perdere quella sensazione di intimità. I movimenti di macchina sono miratissimi e calcolatissimi e, con una narrazione così (de)strutturata, rappresentano l’altro mezzo evidenziante la riconoscibilità di un autore (implicito nel testo) maturo ed evoluto pur restando fedele alle tematiche precedentemente trattate in Solaris (1972) e che ritroveremo anche in Stalker (1979).  Anche le musiche mettono in risalto le contraddizioni tra la gioia e il dolore del dare la vita ad una creatura, ricordando anche che in dono essa riceve conseguentemente la morte. Inoltre, esse suscitano ora nostalgia, ora malinconia e soprattutto un grande senso di angoscia e di tensione.

    Il culmine del simbolismo e della tensione intorno a tutte queste tematiche si raggiunge attraverso la sequenza dell’immagine della donna, chiunque essa sia, quasi nuda, sospesa, celeste (con annessi gli sguardi in macchina precedenti a dir poco inquietanti e stranianti).

    A questo punto, ci viene in soccorso un noto pittore, come accadde (breve digressione) quando per la prima volta vidi con un amico questa scena, e qualcosa, in particolare a lui, sembrò familiare.

    Certo, Giovanni Segantini tratta il tema della maternità e della sua mancanza con una fortissima critica di stampo soprattutto sessuale, che forse ricorda più l’atteggiamento puritano in parte ripreso, in parte parodiato dagli slasher degli anni ‘70. Inoltre, l’idea nasce da un forte trauma dovuto alla terribile mancanza della madre biologica. Tuttavia, questo non esclude ed anzi si collega benissimo all’approccio più esistenzialista del regista sovietico. Basta lasciar parlare le immagini (e anche i titoli dei dipinti ci dicono qualcosa).

    L’immagine di cui si parlava, della donna sospesa in aria, potrebbe essere un riferimento ad un dipinto: Il castigo delle lussuriose (1891).

    L’immagine di cui si parlava, della donna sospesa in aria, potrebbe essere un riferimento ad un dipinto: Il castigo delle lussuriose (1891).

    Ci sembra doveroso riportare, con altrettanta curiosità, l’immagine del dipinto di poco successivo (1894) e dello stesso autore: Le cattive madri.

    Per Segantini essere madre è un dovere a cui non si può venir meno ed è del tutto coerente con la visione pessimistica del film trattato, che in qualche modo cerca di analizzare i legami affettivi e di spiegarne la fallibilità continua e tuttavia anche la necessità per natura, come una sorta di imposizione. Infatti, è centrale il tema della malattia, che per entrambi gli autori rappresenta un sintomo sia di un qualcosa di errato, come un campanello d’allarme, e insieme di un qualcosa di perfettamente prevedibile e previsto, voluto e necessario. L’uso dei colori (ora caldi, ora gelidi), l’atmosfera tetra e angosciante, il giudizio, sono solo alcuni degli elementi di giunzione e di collegamento tra Segantini e Tarkovskij in relazione alla distruzione dell’idea di maternità e di vita e al contempo, alla paradossale idealizzazione di questa come eternamente presente e incontrollabile.

    Interessanti anche altri confronti più o meno espliciti e più o meno noti: con Pieter Bruegel il Vecchio (Cacciatori della neve, 1565) in una sequenza dedicata all’atteggiamento ribelle del padre del protagonista in relazione ad un momento in di addestramento mostrato in flash back con un rallenty incredibilmente dinamico, dirompente ed espressivo; e con Leonardo da Vinci (Ritratto di Ginevra de’ Benci, 1474) nel riprendere la raffigurazione di una donna anticonformista e ambigua.

    Per il regista russo, tutto ciò che abbiamo visto probabilmente è sintetizzabile nella sequenza finale, con un montaggio surreale e fuori da ogni tempo, narrazione o logica lineare: al termine, infatti, troviamo un climax esplosivo quasi inaspettato di emozioni contrastanti, tra gioia e sofferenza, tra accettazione e tragedia del sentire, della nascita e della rinascita.

    Si torna dove si è cominciato: alla natura, alla Russia (U.R.S.S.), alla campagna, all’acqua delle lacrime di Natal’ja (in risposta ad una domanda così semplice e così difficile); ai bambini, ad un urlo di gioia e di dolore che ricorda lo strazio di una donna stremata e di una nuova vita inconsapevole gettata in un ambiente ostile e mai scelto. Insomma, si torna alla colpa. Colpa che si ripete e che è sia dell’essere umano che della natura. Colpa che mette in discussione l’origine e il senso della vita, tra dono e condanna.

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  • DAVID LYNCH E IL SURREALISMO

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    David Lynch è considerato uno dei più importanti registi della contemporaneità, creatore demiurgo di tappe fondamentali della storia del cinema e della televisione. La sua unicità risiede in una concezione mistica della mente umana, misteriosa e oscura come un oceano e immergendosi sempre più a fondo nell’abisso si trovano i pesci più grandi e strani, proprio come le idee, se si ha il coraggio di esplorare il proprio inconscio.

    “Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se vuoi prendere un pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Laggiù i pesci sono più forti, più puri. Sono enormi e astratti. Davvero stupendi”.

    Twin Peaks (1990), The Elephant Man (1980), Blue Velvet (1986), Mulholland Drive (2001), sono alcune tra le opere che lo hanno reso celebre. Il cinema (e la televisione) non sono stati tuttavia il suo primo obiettivo artistico.

    Lynch nasce e si forma da pittore.

    A Missoula, nel Montana, in un piccolo paesino con bei giardini e graziosi fiori colorati (che il regista porterà sempre dentro di sé, ricreandoli all’inizio di Blue Velvet) iniziano le prime manifestazioni di creatività del giovane David. Il ragazzo cresce assorbendo le rassicuranti immagini del luogo in cui vive, dedicandosi spesso a scarabocchiare fucili mitragliatori, i suoi soggetti preferiti.

    L’incontro a Georgetown col pittore Bushnell Keeler, padre di un suo caro amico, è una svolta nella sua vita. David viene profondamente colpito dalla possibilità di potersi guadagnare da vivere con l’arte. Inizia a frequentare Keeler e viene spinto da lui ad iscriversi a un corso di pittura. Sempre lui gli regala un libro che per Lynch diventa importantissimo, Lo spirito dell’arte di Robert Henri.

    Il processo creativo che mette in atto dipingendo è molto simile all’automatismo psichico dei surrealisti. Lynch parte da un punto e lascia che le idee si ramifichino, trasformino, che emergano. Il risultato è diverso dall’intenzione iniziale. L’obiettivo è la deviazione.

    Usa quasi sempre colori scuri, non è interessato a piacevoli toni pastello ma è attratto da ciò che può provocare sensazioni, spinte interiori. Un’oscurità in cui sprofondare per poi arrivare al suo esatto opposto, una luce interiore.

    E’ nel 1964 che David inizia il corso d’arte alla Boston Museum School, che abbandona dopo un anno. Nel 1965 si iscrive alla Pennsylvania Academy of Fine Arts a Philadelphia.

    Non manca molto al contatto col cinema.

    Sarebbe tuttavia riduttivo classificare David Lynch con diverse categorie e periodizzazioni.

    Regista, pittore, musicista, scrittore. Lynch è un artista nel più completo senso della parola, abbattendo i confini tra le discipline e dedicandosi solo alla creazione, perseguendo spontaneamente una poetica ben precisa: la scoperta di sé e del proprio inconscio. L’arte è totalizzante nella sua vita.

    Nel 2001 David Lynch racconta in un’intervista le sue abitudini quotidiane. Spiega come ami la routine, anche dal punto di vista alimentare, arrivando a volte a mangiare la stessa cosa per mesi: cappuccino di mattina, diversi caffè durante la giornata, formaggio e tonno per cena. Un circolo rassicurante come le stanze sobrie e ordinate della sua casa. Tutto ciò costituisce una sorta di santuario sacro, come se la tranquillità e la “vuotezza” del mondo esteriore lasciasse più spazio a quello interiore per ampliarsi e articolarsi.

    Lynch si rifiuta di spiegare le sue opere, che si tratti di quadri o film. L’obiettivo è che vi siano sensazioni che avvolgano lo spettatore, lo allontanino dalla sua comfort-zone e smuovano qualcosa in lui.

    Il regista pratica da anni la Meditazione Trascendentale, tecnica riportata alla luce da Maharishi Mahesh Yogi che prevede di meditare due volte al giorno per 15/20 minuti.

    Con essa Lynch è convinto che si arriverà in futuro, tra molti anni di evoluzione, a espandere sempre più la sfera della coscienza, al punto che l’inconscio non esisterà più, ampliando la creatività dell’uomo.

    “Aumenta molto l’intuizione, il pre-sapere, il conoscere prima. In ogni aspetto della vita l’intuizione è lo strumento principale; ma cosa vuol dire intuizione? Significa sentire qual è la cosa giusta da fare ed essere capaci di farla.”

    (da un’intervista del 2014 rilasciata a Wordsinfreedom)

    Tra i pittori preferiti di David Lynch figurano Francis Bacon, Oskar Kokoschka, Edward Hopper.

    Bacon in particolare è una delle ispirazioni principali per le scene più lugubre e disturbanti di Twin Peaks, nonché delle più celebri. Le pennellate divengono sequenze, le scie evocative di colore acquisiscono il movimento, le figure prendono vita.

    In questo modo David Lynch continua a distinguersi e ad affascinare diverse generazioni di spettatori, attratti dall’incubo, dal mistero e dall’oscurità. Ma soprattutto forse dalla possibilità di potervi trovare, scavando, loro stessi.

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  • CINEMA E ARTE – VELVET BUZZSAW

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    La concezione dell’arte nel corso dei secoli ha assunto diverse accezioni: quando nel ‘600 inizia a diffondersi la pratica del collezionismo, e di conseguenza l’acquisto e la vendita di opere, si fissano i presupposti per vere e proprie operazioni commerciali, ancor più evidenti e definite dal secolo scorso.

    Velvet Buzzsaw, l’ultimo film di Dan Gilroy del febbraio del 2019 (reperibile su Netflix), racconta la storia di un mercato dell’arte i cui protagonisti sono importanti personaggi inseriti nel settore, che si muovono tra conoscenze e raccomandazioni e hanno come obiettivo la compravendita delle opere, regredite al ruolo di oggetti di scambio.

    “Ci scriverò un articolo, quanto costa?”

    “È molto più facile parlare di numeri che di arte.”

    A seguito del ritrovamento di strani dipinti nell’appartamento di un uomo morto, Vetril Dease, che si scoprirà essere un pittore mai espostosi al pubblico. Il momento risulta essere fondamentale e simbolico dell’intero film: vediamo l’avanguardistico mondo delle gallerie entrare nella sporcizia di una casa abbandonata e provare fascino non tanto per le opere in sé quanto per i guadagni che ne si sarebbero ricavati.

    È questa infatti la questione centrale. La sete di fama e soldi tuttavia dovrà scontrarsi con una sorta di Presenza legata ai quadri, per cui chiunque cercherà di approfittarne dovrà scontare conseguenze drammatiche. Jake Gyllenhaal interpreta un rinomato critico d’arte, Morf Vandewalt, che risulterà l’unica figura propriamente ancora legata a un amore per l’arte in sé e non del suo contesto.

    “È la mia vita, e io ricerco una specie di spiritualità nei miei articoli.”

    Sarà lui infatti a rendersi conto per primo del pericolo.

    “Non lo faccio per vendicarmi di te, è l’arte di Dease, e chi di noi cerca di trarne profitto è in pericolo”

    Il potere oscuro esercitato dai quadri del pittore morto sembra manifestarsi fin dalla loro prima esposizione pubblica, quando con uno splendido piano sequenza la macchina da presa ci porta, per un momento, ad osservare il mondo al contrario guardando attraverso un bicchiere pieno; come a sottolineare che da quella sera fatale, in cui ciò che si sarebbe dovuto evitare era stato compiuto, niente sarebbe stato più come prima.

    Un’elegantissima Rene Russo interpreta Rhodora Haze, importante proprietaria di una galleria d’arte. Rhodora è un’ex anarchica -come racconta lei stessa- che in seguito ha imparato ad avere buon gusto. Con vaghi accenni ad un passato in un gruppo punk (i Velvet Buzzsaw) e il tentativo di diventare un’artista, sono chiari i presupposti per cui anche lei, come Morf, arriverà in ultima istanza a comprendere il vero significato della vicenda. Sembra che questo privilegio sia concesso solo a chi sia in grado di provare una vera passione, mentre tutti gli altri non riescono a spiegarsi la portata degli eventi.

    Il film porta ad una riflessione estremamente attuale, in un periodo in cui ci interroga sullo statuto dell’arte e a tratti su una sua eventuale morte. Spinge a chiedersi dove si trovi il confine tra un semplice oggetto e un’opera, e invoca una rivolta spirituale, una rivendicazione di valori all’interno di un settore che per definirsi tale dovrebbe confrontarsi con l’individualità poetica di ogni prodotto artistico prima ancora che con la sua commercializzazione.

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