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  • La delicatezza sismica di Dave Bautista

    La delicatezza sismica di Dave Bautista

    La storia del cinema è costellata di uomini che hanno tentato di conciliare una forza fisica distruttiva con un animo vulnerabile. C'è stato il Marlon Brando di Fronte del Porto, che con le mani da pugile accarezzava i piccioni. Oppure Mickey Rourke, che in The Wrestler ha trasformato la propria carne macellata in una mappa del dolore umano. Eppure, il caso di Dave Bautista rappresenta un'anomalia moderna che merita un capitolo a sé stante. A differenza dei suoi predecessori, e in netto contrasto con colleghi come Dwayne Johnson o il giovane Schwarzenegger, che hanno usato i muscoli per costruire imperi di onnipotenza, Bautista sta compiendo un percorso di decostruzione consapevole, nel pieno della sua carriera. Non è un attore di metodo che si gonfia per un ruolo, né una vecchia gloria in cerca di redenzione: è un prodotto dell'intrattenimento di massa (la WWE) che sta lottando per diventare autore del proprio corpo, facendosi carico dell’eredità dei giganti fragili.
    Nelle righe che seguono analizzeremo proprio questa metamorfosi in tre atti distinti: la gestione della sua imponenza minacciosa; l’utilizzo di gesti e accessori come strumenti di gentilezza; l’impersonificazione della malinconia che lo ha reso la musa inaspettata del cinema d'autore contemporaneo.

    La fisica del Contrasto: Il Brutalismo Emotivo

    C'è un momento preciso in cui Dave Bautista smette di essere un effetto speciale e diventa un attore. Non accade quando sferra un pugno, né quando urla. Accade, paradossalmente, quando è immobile. Prendiamo l'incipit di Blade Runner 2049: il pavimento trema sotto il peso dei suoi passi, la sua silhouette occupa l'intera inquadratura oscurando la luce, e ogni convenzione cinematografica appresa in decenni di action-movie ci urla che sta per scatenarsi l'inferno. Invece, Bautista si infila un paio di minuscoli occhiali da lettura e controlla l'aglio che bolle in pentola. In quel gesto banale, domestico, si consuma il più grande inganno e la più grande vittoria della sua carriera. Non c'è la furia performativa del wrestling, non c'è l'ego ipertrofico che solitamente accompagna i bicipiti nel ring. In quel preciso istante, il gigante smette di essere un effetto speciale e diventa, contro ogni logica visiva, la persona più vulnerabile nella stanza.
    Questa dissonanza cognitiva è la cifra stilistica che rende Bautista un'anomalia nel sistema hollywoodiano. A differenza di molti suoi colleghi passati dal ring al set, lui non vive la sua stazza come una trappola da cui evadere, né come un marchio da brandizzare all'infinito. Il suo corpo è semplicemente un dato di fatto, un paesaggio con cui convive pacificamente. L'ostacolo, semmai, è tutto negli occhi di chi guarda: è il viaggio culturale a proiettare su di lui l'aspettativa della violenza, la memoria muscolare di Batista della WWE. Lui, consapevole, usa questo pregiudizio ottico come strumento di contrasto. Più il suo corpo suggerisce minaccia, più la sua recitazione si fa docile, tattile, sussurrata. È una forma di brutalismo emotivo dove la tensione non nasce dall'azione, ma dalla costante, vibrante attesa di una delicatezza che non ti aspetti da mani capaci di stritolare pietre.

    Gli accessori della gentilezza: Mani, Lenti e Gestualità

    Se il corpo di Bautista è un monumento brutalista, i suoi accessori sono il tentativo disperato di arredarlo con calore umano. C'è un dettaglio ricorrente nella sua filmografia, e nella sua vita pubblica, che merita un'analisi azzardata: gli occhiali. In un attore d'azione standard, l'occhiale è spesso un oggetto di scena ridicolo, un trucco pigro per segnalare che il "bruto" è diventato improvvisamente intelligente (si pensi a Hulk in Avengers: Endgame). Per Bautista, invece, le lenti sono uno scudo. In Bussano alla porta (2023) di M. Night Shyamalan, il suo personaggio, Leonard, indossa una camicia bianca inamidata e un paio di occhiali dalla montatura sottile. L'effetto visivo è straniante: quel piccolo oggetto di metallo sul naso non serve a vederci meglio, ma serve a noi spettatori per mettere a fuoco la sua anima. Gli occhiali incorniciano occhi perennemente lucidi, riducendo la scala del suo volto da quella di un titano a quella di un insegnante di scuola elementare preoccupato. Attraverso quelle lenti, la minaccia fisica viene filtrata e convertita in autorevolezza malinconica.
    Ma è scendendo dallo sguardo alle mani che si scopre la vera cifra stilistica della sua recitazione. Un wrestler è addestrato a usare le mani per afferrare, lanciare, bloccare; le mani sono ganci, strumenti di contenzione. Bautista, con un lavoro di sottrazione formidabile, ha rieducato le sue estremità. Basta osservare come interagisce con la materia inanimata: mentre l'archetipo dell'eroe d'azione stringe ogni oggetto fino a farne scricchiolare le giunture, come a voler dominare l'ambiente circostante, Bautista sembra sempre impegnato a calibrare la propria forza. Che impugni un'arma o sfiori la spalla di un compagno, il suo tocco possiede una cautela unica, quasi avesse il terrore costante che il mondo gli si possa sbriciolare tra le dita.
    Questa tensione tra la potenza distruttiva delle sue mani e la delicatezza con cui sceglie di usarle crea una suspense emotiva unica. È quello che potremmo definire il "Paradosso di King Kong": la creatura è letale, ma il modo in cui tiene in mano la "bella" tradisce una paura di rompere tutto.
    In Guardiani della Galassia, il personaggio di Drax è scritto come un distruttore letale, eppure Bautista recita costantemente con i polpastrelli, sfiorando i compagni, cercando un contatto fisico che smentisce la sua natura.
    In questo senso, il Leonard di Bussano alla porta è il culmine della sua ricerca artistica. Lì, i muscoli diventano un problema logistico da gestire. La regia insiste nel mostrare quanto sia ingombrante Leonard in un salotto normale, quanto la sua stazza sia troppa per l'inquadratura. E lui risponde a questa ingombranza facendosi piccolo nei gesti, parlando sottovoce, chiedendo scusa. Non sta rinnegando il suo corpo, ma sta cercando di dimostrare che quella montagna è abitata da un insieme di emozioni.

    La rivoluzione del cemento armato: Il gigante che sa perdere

    C'è un motivo se un autore cerebrale come Denis Villeneuve, l'architetto della fantascienza moderna, ha scelto Bautista come sua musa "brutalista" non una, ma ben due volte. Villeneuve non cercava un wrestler per Blade Runner 2049 o Dune; cercava una rovina umana. Se si osserva attentamente il volto di Bautista quando è a riposo, quando la camera indugia su di lui senza che stia parlando, non vi si trova la sfida tipica del maschio alfa, bensì una tristezza antica, quasi geologica.
    A differenza di altri suoi colleghi wrestler, la cui immagine è levigata e lucida come un marchio aziendale che non può permettersi difetti, Bautista porta sullo schermo la tristezza della carne. La sua pelle, segnata e vissuta, racconta una storia di povertà infantile, di errori commessi, di una vita iniziata in ritardo. È l'unico eroe d'azione contemporaneo che possiede la credibilità del perdente. Rabban Harkonnen in Dune non è spaventoso solo perché urla; è spaventoso perché nei suoi occhi leggiamo la disperazione di un nipote che sa di non essere all'altezza delle aspettative dello zio. Sapper Morton in Blade Runner 2049 non combatte per vincere, ma attende la morte con la dignità di chi è stanco di fuggire.
    Questa capacità di incarnare la sconfitta è l'atto finale del suo rifiuto dell'Ego. In un'industria dove le star hanno contratti che vietano ai loro personaggi di perdere troppi combattimenti sullo schermo (una clausola reale per molti attori di Fast & Furious), Bautista ha costruito la sua seconda carriera sulla disponibilità a essere ferito, umiliato, o semplicemente triste. Ha rifiutato franchise miliardari per recitare in film rischiosi, scegliendo la complessità emotiva rispetto alla sicurezza del botteghino.
    In definitiva, aspettarsi che Dave Bautista superi il suo fisico per essere consacrato come grande attore sarebbe un errore di prospettiva. La sua forza espressiva non risiede nel tentativo di farci dimenticare quei centotrenta chili di muscoli, ma nell'incredibile capacità di renderli un dettaglio secondario, quasi un rumore di fondo.
    Bautista ha compiuto un'operazione inversa rispetto a Hollywood: non ha gonfiato l'ego per riempire il corpo, ha svuotato il corpo per farci entrare l'umanità. La sua rivoluzione è già compiuta ed è tutta qui, in questo equilibrio precario e affascinante. Non è un gigante che finge di essere una persona qualunque; è la dimostrazione vivente che si può occupare tutto lo spazio della stanza e, contemporaneamente, muoversi in punta di piedi per non disturbare. È un monumento di cemento armato che ha imparato a respirare.

    Fonti: Interviste varie a Bautista, intervista di Empire a Villeneuve, intervista a Shyamalan, articolo “Fast & Furious stars complicated demands” di The Wall Street Journal.

    MICHAEL PIERDOMENICO

  • Intervista a Tommaso Sacco – Il valore dell’esperienza

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” 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    Abbiamo intervistato l’attore Tommaso Sacco, che ci ha parlato della sua esperienza su set di grandi produzioni e dei suoi sedici anni trascorsi a Los Angeles per vivere a contatto col mondo del cinema. Come vengono percepiti negli Stati Uniti le vittorie e, dall’altro lato, gli insuccessi di un aspirante attore? Con delicatezza e acuità abbiamo riflettuto su stereotipi del mestiere della recitazione e sulle pressioni che comporta, delineando infine i veri valori da tenere a mente all’interno di questo ambito lavorativo.

    Gaia: Ciao Tommaso, vorrei iniziare chiedendoti del tuo ultimo progetto. Attualmente stai lavorando a Dostoevskij, la prima serie tv dei fratelli d’Innocenzo, che verrà trasmessa su Sky. Puoi anticiparci qualcosa della trama?

    Tommaso: Purtroppo non posso ancora rivelarvi molto. Mi è stato chiesto di mantenere il segreto, ma anche volendo il mio ruolo è piccolo e chiaramente solo gli attori con le parti principali hanno avuto accesso al copione di tutte le puntate, quindi sarei davvero poco d’aiuto. So solo che non ha niente a che vedere con il vero Dostoevskij. È stata però un’esperienza molto formativa, bella e quasi surreale. Ho lavorato a fianco di Filippo Timi che è un maestro ed è stato bellissimo confrontarsi con lui anche fuori dal set; sono stati dei giorni molto particolari ed entusiasmanti, poi i fratelli d’Innocenzo sono dei veri geni visionari, è stato divertente girare con loro e vederli insieme. Si avvertiva una sensazione di armonia sul set data dalle loro idee e dalla loro capacità di coordinare in perfetta sintonia cast e troupe. Devo dire che è stata una delle esperienze più belle vissute su un set, a livello sia formativo sia umano. Spero di lavorare ancora con loro.

    Gaia: Le riprese ora sono terminate?

    Tommaso: Le mie sì purtroppo, il progetto sapevo dovesse finire ad aprile. Quindi a meno che non ci siano stati ritardi penso abbiano concluso.

    Gaia: Invece si sa per quando sarà prevista l’uscita?

    Tommaso: Io so molto poco, credo per settembre ma non vorrei dirti una bugia.

    Gaia: Certo, non preoccuparti. Comunque, si tratta di una produzione italiana importante quale Sky, però tu hai lavorato anche con HBO, che è una produzione straniera molto nota, per la serie tv del 2005 Rome. Quindi hai potuto fare tante esperienze diverse, mettendo a paragone Italia e Stati Uniti. Hai notato grandi differenze tra le due case? E ti sei trovato meglio con una delle due?

    Tommaso: Allora, ai tempi di Rome io ero davvero un ragazzino. È stata forse la mia prima esperienza cinematografica. All’epoca studiavo all’Accademia dentro Cinecittà, in teoria non potevamo ancora lavorare, e io mi fingevo malato per correre sul set e sperare di essere preso per fare la comparsa, perché ne reclutavano molte ogni giorno… quindi iniziai in questo modo ed ebbi poi questa escalation di ruoli… che è durata un bel po’, sono stati inizialmente tutti ruoli piccoli, ma all’epoca per me fu davvero appassionante. “Ce l’ho fatta, sono arrivato” pensavo, perché comunque era un set enorme, in Italia tra l’altro… la televisione in quegli anni non era molto aggiornata, c’erano pochi network che trasmettevano programmi buoni. Credo fosse il periodo di Lost, che è stata la prima a cambiare le regole della serialità televisiva. In Italia ci siamo arrivati molto dopo, io nel frattempo ricordo di aver fatto Incantesimo… ed era strano passare da Incantesimo a Rome, senza nulla togliere alla prima ma le differenze tra i set erano notevoli. Era diverso come mole di lavoro, di set, di costumi… Rome è stato massacrante ma molto bello. Diciamo che l’esperienza in sé fu elettrizzante ma perché fu proprio la mia prima volta in un ambiente così importante, mi sembrava di aver coronato il sogno che avevo da piccolino. Non ho ricordi comunque di colleghi sul set, di momenti che si creano come magari è successo durante le riprese di Dostoevskij ed è avvenuto per tanti altri film più recenti.

    Gaia: Be’ certo comunque era l’inizio. Quindi fare la comparsa per HBO è stato il tuo esordio?

    Tommaso: Sì, è stato quello il mio ingresso nel mondo dello spettacolo.

    Gaia: A livello di esperienze hai iniziato alla grande perché hai lavorato anche al film del 2005 Mary di Abel Ferrara. Com’è stato avere a che fare con una personalità importante come lui?

    Tommaso: Quello me lo ricordo molto bene, c’è anche una storia divertente dietro. Perché Abel è proprio una figura paterna per l’attenzione che presta ad ogni membro del cast. Si vede che gli piace quello che fa e lo fa con tutto il cuore, ogni scena era davvero sentita. Lui si assicurava che anche tutte le comparse stessero bene; molte volte, soprattutto in grandi produzioni, questi aspetti sono un po’ trascurati, mentre lui era molto preciso, curava ogni dettaglio di ogni ruolo. Mi ricordo che lavorammo al teatro Troisi di Roma con Matthew Modine. Abel un giorno ci si avvicinò nel cinema e prima di girare ci fece un discorso di cui non ricordo bene le parole, però riuscì a creare un’atmosfera proprio bella, era come se dicesse “siamo noi, questo è il nostro progetto, stiamo facendo noi questa cosa, portiamola a casa tutti insieme”. Aveva un atteggiamento molto amichevole e protettivo. Era particolarmente attento nell’assicurarsi che tutti stessimo bene. Anche con Matthew trascorsi dei momenti belli, anche lì ero piccolo e confrontarmi con lui che comunque era un grande della scena attoriale di Hollywood, che ha lavorato con personaggi grandiosi, mi ha fatto sentire di aver raggiunto una vetta molto alta. Ricordo che mi disse una cosa molto bella, che prima o poi avremmo lavorato di nuovo insieme. E io anni e anni dopo lo rincontrai a Los Angeles, dove ho vissuto a lungo. Andai da lui e lui fu carinissimo, passammo tutto il pomeriggio insieme
    e mi fece un sacco di domande su ciò a cui stavo lavorando. Poi Abel lo rividi a Toronto a un film festival, lo salutai e fu gentilissimo come sempre.

    Gaia: Dà l’impressione di essere una persona davvero gentile e molto precisa.

    Tommaso: Sì, proprio così. Condividemmo un taxi quella sera.

    Gaia: È molto interessante il fatto che tu abbia vissuto a Los Angeles, anche perché se non sbaglio hai proprio la residenza lì, no?

    Tommaso: Sì, sono doppio cittadino, italiano e americano.

    Gaia: Vorrei chiederti qualcosa sulle tue origini, perché sei madrelingua inglese no?

    Tommaso: Sono madrelingua americano. Io sono in realtà originario di Napoli, ma i miei genitori sin da piccolino mi iscrissero ad una scuola americana, quindi ho fatto tutte le scuole in lingua inglese e poi ho completato gli studi a Los Angeles dove ho vissuto sedici anni, e ora sono rientrato.

    Gaia: È interessante come percorso. E nel corso della tua vita com’è nata la passione per la recitazione?

    Tommaso: Ho la passione per la recitazione da sempre, è quasi un’ossessione. Ero piccolino quando è nata. Avevo intorno ai 5 o 6 anni, vidi Indiana Jones e il tempio maledetto per la prima volta e ne rimasi affascinato. Era surreale per me. Io poi sono sempre stato un bambino abituato a giocare all’aria aperta, passavo spesso le giornate nel giardino di casa mia, quindi vedere quel film con una trama del genere e quelle ambientazioni fu una rivelazione. Chiesi a mio padre come fare per diventare come Indiana Jones. Lui mi disse “lui fa l’archeologo”, e quando risposi che avrei voluto diventarlo anche io lui mi frenò: “si però considera che bisogna studiare molto, e sicuramente non vai in giro con la frusta a saltare. Non è davvero così l’archeologo. Lui è un attore. Gioca solo a fare l’archeologo”. Ed così ebbi questa illuminazione: “allora voglio fare l’attore”. Da quel momento in poi ogni giorno chiedevo a mio padre chi fosse un attore e chi no tra le persone che vedevo in tv. Decisi così di voler essere “Uno nessuno e centomila”, di interpretare tutti questi personaggi. Un giorno volevo essere Indiana Jones, un altro giorno Batman, un’altra volta scappare dai dinosauri, volare su una bicicletta con un extraterrestre, viaggiare nel tempo su una macchina. Quello è stato il momento in cui si è innescata in me la passione.

    Gaia: Quindi finita la scuola ti sei iscritto ad un’accademia?

    Tommaso: Finito il liceo sì, ho fatto un’accademia a Roma. Dopodiché mi sono trasferito a Los Angeles dove ho studiato produzione cinematografica e sceneggiatura, ambiti che si sono rivelati un’alternativa molto interessante che mi ha portato grandi soddisfazioni in passato. Nel frattempo ho comunque continuato ad esercitarmi, non mi sono mai fermato con lo studio della recitazione. È necessario un aggiornamento costante, un lavoro sulle emozioni… è un percorso molto interessante proprio a livello psicologico.

    Gaia: Hai sceneggiato molti testi?

    Tommaso: Sì, sì, parecchi. C’è una serie che ho scritto, e sta nascendo un nuovo progetto ora.

    Gaia: Andando a Los Angeles avevi in mente anche idee di lavoro da attuare?Tommaso: Mi ci sono trasferito per studio, ma è comunque stato a cavallo dell’onda di Rome. Perché in quegli anni, dal 2005 in poi, l’Italia è stata un po’ ferma a livello cinematografico e televisivo, si producevano un po’ le stesse cose… Io penso ci sia stato quel passaggio di testimone generazionale per cui anche il pubblico stava mutando, e il Paese si è dovuto adeguare a questi cambiamenti. Quindi io con la padronanza della lingua inglese, con Rome fresco d’uscita ho pensato di tentare questo sogno e andare ad Hollywood. Poi da lì è stata una montagna russa per sedici anni, con momenti di grande soddisfazione e momenti di buio totale.

    Gaia: Qual è stata tra tutte le esperienze vissute all’estero la più interessante, quella che ti ha segnato di più?

    Tommaso: Ne ho molte in realtà. Perché poi io credo che quelle che all’estero mi sono servite di più paradossalmente siano quelle deludenti. Fondamentalmente perché ti portano a capire veramente quanto forte tu sia. È un ambiente che, è inutile dirlo, è difficile, ci sono più probabilità di andare sulla luna. E il lavoro dell’attore è un mestiere che richiede che tu venga rigettato ogni giorno, c’è sempre qualcuno che ti ripete che non vai bene, che non sei all’altezza. Chiaramente chi realizza un film cerca un determinato tipo di personaggio, dall’altra parte però c’è una persona che si è messa in gioco, che ha lavorato sulle sue emozioni e le sta mostrando. Questo senso di giudizio a lungo andare può portare le persone a una crisi. Negli Stati Uniti poi è tutto amplificato ed è tutto grandissimo. Se becchi il ruolo giusto arrivi alle stelle, se invece vieni rigettato ottieni l’opposto. Le grosse batoste o le grandi delusioni che possono avvenire a livello di carriera sono veramente toste perché poi coinvolgono anche tante persone. Quindi io mi ricordo queste esperienze ma semplicemente per come ne sono uscito. Mi è servito tornare in Italia e affrontare i colleghi all’interno di questo mondo in cui mi sono buttato e capire che riesco a sopravvivere alle delusioni. Ma ti parlo di farcela a livello più psicofisico che lavorativo. Quindi per rispondere alla tua domanda dopo questa digressione, ho avuto un paio di esperienze particolari, oltre quelle brutte che mi
    hanno segnato. Una era sempre per l’HBO, c’era questo telefilm che dovevano realizzare ma non ricordo se uscì o lo cancellarono. Ad ogni modo feci un sacco di provini con loro, testing con il network, insomma ero un passo dal cogliere l’occasione. Venni infine avvisato di essere stato scelto, ero uno dei sei personaggi principali all’interno di questa storia di roommates a New York. Mi presero e praticamente una settimana prima dell’inizio delle riprese mi dissero che avevano cancellato il personaggio.

    Gaia: No, che peccato!

    Tommaso: Eh sì. Però come dicevamo, avere anche una cosa del genere per me vale molto, fa parte del lavoro. Un avvocato non vince tutte le cause, un medico non riesce in tutte le operazioni. Quindi questo mi ha rafforzato, e nel cinismo della cosa è stato anche meglio perché sono soprattutto le esperienze toste che è importante vivere.

    Gaia: Sì certo, è un punto di vista molto valido ed è qualcosa di cui bisogna parlare. Soprattutto in questo ambito è necessario sapere che è possibile fallire, che probabilmente prima o poi si fallirà e sono queste le esperienze che ti formano, sono d’accordo con te.

    Tommaso: Assolutamente, ma poi io non li considero neanche fallimenti, cioè è così, è il lavoro di tutti i giorni. Noi attori siamo messi al microscopio quotidianamente. Anche con i miei amici, io sono l’unico che parla del lavoro. È qualcosa che spesso ti fa sentire in difetto perché gli stili di vita sono inevitabilmente diversi. E anche il fatto di dover dire “quel provino non è andato bene”…Gli altri professionisti non parlano così spesso di ciò in cui riescono o falliscono. Noi invece siamo sempre un po’ al centro dell’attenzione da questo punto di vista, perché c’è questa concezione che un attore o lo vediamo con l’Oscar in mano oppure la recitazione è hobby. Però nel frattempo io lavoro, questo è il mio lavoro. Ci sono vari livelli. Dobbiamo anche un po’ normalizzare questo nostro mestiere, perché è anche molto forte per noi psicologicamente avere una pressione del genere fuori, che ti crea ancora più solitudine. Quindi ai colleghi voglio dire che non ci sono fallimenti nella recitazione, perché se ti cancellano un ruolo o tagliano una scena non è colpa tua. Basta essere preparati a tutto.

    Gaia: Sì. Oltretutto chi non lavora all’interno di questo ambito non ha idea di quanto delicato sia l’equilibrio dell’interazione di così tante persone e di innumerevoli situazioni che vanno tenute sotto controllo, di cui una magari va male generando un effetto domino che può portare a dover annullare tutto.

    Tommaso: Sì assolutamente.

    Gaia: Vorrei terminare chiedendoti dei tuoi progetti futuri.

    Tommaso: Allora, progetti futuri… tra qualche settimana vado a Cortina a girare un film americano con Danny DeVito. Si chiama A sudden case of Christmas, e per ora questo è il mio progetto principale. Attendo poi di vedere gli altri lavori che ho girato e che devono uscire come Dostoevskij. E poi stiamo aspettando risposte.

    Gaia: Perfetto, allora abbiamo concluso. Ti ringrazio, è stato un colloquio davvero molto interessante. Ciao!

    Tommaso: Ciao!

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • 8 ATLETI DIVENTATI ATTORI

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    Il legame tra il mondo del cinema e quello dello sport è un consolidato sodalizio e con il passare del tempo diventa sempre più forte. 

    Sin dall’Ottocento, lo sport iniziò ad attirare l’attenzione dei nascenti mezzi di comunicazione di massa. Fu prima di tutto argomento privilegiato del giornalismo, infatti nel Novecento nacquero i primi quotidiani sportivi e, con il tempo, ottenne uno spazio all’interno dei quotidiani di informazione. 

    Con la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, lo sport guadagnò uno spazio significativo in televisione, in particolare  grazie alla possibilità di trasmettere eventi in diretta. 

    Per quanto riguarda il cinema, lo sport è sempre stato un’importante fonte d’ispirazione. In effetti, sono sempre più numerosi i film che raccontano le storie di atleti. Uno dei film più famosi è Chariots of fire (H. Hundson, 1981, ita: Momenti di gloria) che racconta la storia di Eric Liddell e Harold Abrahams, due velocisti che parteciparono ai Giochi Olimpici del 1924. Storie di questo tipo continuano ad essere raccontate fino ai giorni nostri, possiamo pensare a The Fighter (D. O. Russell, 2010) e a Tonya (C. Gillespie, 2017). Non è difficile capire i motivi di questa scelta, nello sport ci sono sentimenti, sfide, passioni, lotte personali e di gruppo. Insomma, tutti gli elementi necessari per rendere una storia interessante. 

    Tuttavia, il soggetto che più degli altri ha ottenuto attenzione da parte del cinema sono stati i Giochi Olimpici, anche se solo dopo le Olimpiadi di Berlino del 1936 ci si rese veramente conto di come il cinema potesse offrirne una rappresentazione sincera. Il film che documenta quella Olimpiade fu Olympia (L. Riefenstahl, 1938), film che nel 2005 la rivista Time inserì fra i 100 più belli degli anni Ottanta e che ancora oggi è un punto di riferimento per documentari e film sportivi. 

    Se sono numerosi i film in cui lo sport è protagonista, altrettanto numerose sono le stelle dello sport che sono diventate protagonisti dei film

    Vediamone alcuni!

    Ronda Rousey – Campionessa pluripremiata di judo, fu medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Dopo essersi dedicata anche ad arti marziali miste tra il 2012 e il 2017, nel 2018 ha iniziato la sua carriera nel wrestling professionistico. Ricordiamo la sua interpretazione in film come I Mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014) e Fast&Furious 7 (James Wan, 2015). 

    Carlo Pedersoli (Bud Spencer) – Campione italiano di nuoto con 11 ori ai campionati italiani, segnò la storia del nuoto diventando il primo italiano ad infrangere il muro del minuto nei 100 metri stile libero. Dal 1967 decolla la sua carriera da attore e sceglie come nome d’arte Bud Spencer. In coppia con Terence Hill, il successo dei loro film fu internazionale, ricordiamo Lo chiamavano Trinità (E. B. Clucher ,1970) o …Altrimenti ci arrabbiamo! (Marcello Fondato,1974).

    Johnny Weissmuller – Vincitore di 6 medaglie olimpiche, fu uno dei nuotatori più premiati della storia. Una volta abbandonato l’agonismo si dedicò al cinema, diventando celebre nel ruolo di Tarzan in film come Tarzan l’uomo scimmia (W.S. Van Dyke, 1932) e Il trionfo di Tarzan (W. Thiele, 1943).

    Vinnie Jones – Celebre calciatore britannico dal 1984 al 1998. Già come calciatore si era creato una nomea da “duro”, il che lo rese uno dei giocatori più temuti di tutta la Premier League e il secondo più espulso. La sua carriera da attore iniziò grazie a Guy Ritchie, che incontrò nel 1998, quando la sua carriera sportiva era ormai terminata. Recitò in innumerevoli film, ricordiamo: Codice: Swordfish (Dominic Sena, 2001) o Snatch – Lo strappo (Guy Ritchie, 2000). È stato presente anche in X-Men: Conflitto Finale (Brett Ratner, 2006) dove interpretava Juggernaut. 

    Dwayne Johnson –  Conosciuto anche come The Rock, era uno dei wrestler più famosi della  WWE. Nel 2000 iniziò ad avvicinarsi al mondo del cinema, non abbandonò subito il wrestling ma dal 2014 al 2019 le sue apparizioni divennero sempre più sporadiche. Ha ormai lasciato il nome The Rock, per ritornare a quello anagrafico Dwayne Johnson, col quale sta sempre più spopolando ad Hollywood. Oggi è un noto attore, soprattutto di film d’azione, tra i film ricordiamo : La mummia – Il ritorno (Stephen Sommers, 2001), Southland Tales – Così finisce il mondo (Richard Kelly, 2006) e Snitch – L’infiltrato (Ric Roman Waugh, 2013). 

    Arnold Schwarzenegger – Vincitore di ben 5 titoli di Mister Universo e 7 di Mister Olympia, possiamo affermare che si tratta di uno dei più importanti culturisti del mondo. Proprio grazie al suo fisico è entrato nel mondo del cinema, tutti lo ricordano come Conan Il Barbaro (John Milius, 1982) e in numerosi film d’azione come Commando (Mark L. Lester, 1985), Codice Magnum (John Irvin, 1986) e Danko (Walter Hill, 1988).

    Esther WilliamsCelebre nuotatrice e attrice statunitense. Fu campionessa dei 100m stile libero femminili già a 15 anni, ma non riuscì a partecipare alle Olimpiadi a causa della Seconda guerra mondiale che fece saltare due edizioni consecutive dei Giochi. La sua fama scoppiò con il film La Matadora (Richard Thorpe, 1947), ricordiamo anche La figlia di Nettuno (Edward Buzzell, 1949) e La Ninfa degli Antipodi (Mervyn LeRoy, 1952).


    Jason Lee – Oggi è ricordato come uno dei più grandi e innovativi skateboarder dei primi anni ’90, ma decise di lasciare il mondo dello skateboarding professionista per dedicarsi al cinema. Tra i tanti ruoli ricordiamo quello da protagonista della serie televisiva My Name is Earl (Greg Garcia, 2005-2009), dei film Cose da maschi (Chris Koch, 2003) e Alvin Superstar (Tim Hill, 2007).

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