Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?
Baby invasion (Harmony Korine)
Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
A cura di Alberto Faggiotto.
Estranei (Andrew Haigh)
Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
A cura di Valentino Feltrin.
Challengers (Luca Guadagnino)
Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024, questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
A cura di Gaia Fanelli.
Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)
Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione.
A cura di Maria Cagnazzo.
Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)
Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
A cura di Jacopo Barbero.
The Bikeriders (Jeff Nichols)
Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
A cura di Enrico Borghesio.
Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)
Se inSlacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, inHit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
A cura di Simone Pagano.
L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)
Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
A cura di Silvia Strambi.
The Substance (Coralie Fargeat)
Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
A cura di Renata Capanna.
Anora (Sean Baker)
Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
A cura di Nicolò Cretaro.
Conclave (di Edward Berger)
Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
L’America rappresentata da Laszlo Benedek inThe Wild One (1953), quella conservatrice del secondo dopoguerra, prendeva la forma di una piccola cittadina californiana dove il tempo sembrava essersi fermato nel vecchio west. Un’America spaventata dal cambiamento, ostile verso le nuove generazioni in cerca di un qualcosa di diverso rispetto ai soliti valori tradizionali. Johnny Strabler (Marlon Brando) rappresentava il senso comune di alienazione e bisogno di ribellarsi provato da molti giovani dell’epoca. Tra questi figurava John Davis, un camionista di McCook, Illinois, che, ispirandosi proprio al personaggio interpretato da Marlon Brando, fondò il suo club di motociclisti: gli Outlaw MC. Il club si espanse in fretta e divenne presto uno dei più grandi degli Stati Uniti. Il fotografo americano Danny Lyon iniziò a seguire gli Outlaws a metà degli anni ‘60, pubblicando nel 1967 il fotolibro The Bikeriders.
A distanza di quasi sessant’anni dall’opera di Lyon, Jeff Nichols scrive e dirige (prendendosi molte libertà) un adattamento dell’omonimo fotolibro. Il film racconta l’ascesa dei Vandals MC e dei loro membri. Johnny (Tom Hardy), camionista e padre di famiglia, fonda i Vandals dopo la visione di The Wild One, rimanendo profondamente affascinato dal personaggio di Brando e da ciò che esso rappresenta. Benny (Austin Butler) è un vero ribelle, un uomo d’azione impassibile e di poche parole, che ambisce alla libertà più totale e simboleggia tutto ciò che Johnny vorrebbe essere. Consapevole di non essere il leader giusto per il futuro del club da lui stesso creato, Johnny vede in Benny la personificazione degli ideali che lo hanno ispirato a fondare i Vandals, la giusta guida per un gruppo sempre più violento a causa di nuove leve che non riesce più a tenere a bada. Ma il loro è un rapporto di stima reciproca: Johnny è per Benny quasi una figura paterna, colui che gli ha dato la possibilità di esprimersi per ciò che è nel profondo, che lo ha (forse) per la prima volta fatto sentire parte di qualcosa.
A ritrovarsi catapultata in questo mondo è Kathy (Jodie Comer), moglie di Benny e vera e propria narratrice del film. Attraverso una serie di interviste condotte dal personaggio di Danny (Mike Faist), esprime un punto di vista esterno, che offre una prospettiva umana e personale riguardo la vita ribelle dei Vandals, costituito anch’essa da regole e, di conseguenza, mai realmente libera.
Ma la storia dei Vandals è la storia di tutti i club di motociclisti fondati a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70, nati come luoghi di ritrovo per persone che un posto non lo avevano e in un’epoca in cui le illusorie sirene del sogno americano mietevano vittime sempre più numerose. E i bikers, equivalenti moderni dei cowboys, non facevano altro che sfidare il rigore di quell’America capitalista. Ma l’inizio della guerra in Vietnam, con il conseguente rientro dei primi veterani, ha dato alla luce una nuova America, violenta ed egoista. Le regole non cambiano, ma sono reinterpretate dai giovani appena rientrati dalla guerra e la cui prospettiva del mondo e della vita è ormai del tutto mutata irreversibilmente.
È la fine dell’epoca d’oro dei bikers, un tempo in cui il peggio che poteva capitargli era di finire investiti da una macchina che usciva da un parcheggio. Johnny vorrebbe Benny come suo successore, considerandolo come l’unico in grado di preservare i valori reali del club. Tuttavia, i suoi ideali gli impongono di non avere responsabilità alcuna, di non attaccarsi a niente e a nessuno.
La libertà, nelle sue molteplici interpretazioni, anima profondamente i personaggi e si riflette magistralmente nell’estetica della fotografia di Adam Stone e nel sonoro. Jeff Nichols dimostra nuovamente una grande abilità, soprattutto per quanto riguarda la direzione degli attori. La fragilità intrinseca del personaggio di Johnny è qui resa alla perfezione nella scelta del timbro vocale di Tom Hardy, stridulo e graffiato, in netto contrasto con l’immagine di forza e invulnerabilità che il personaggio dovrebbe incarnare. Ciò si contrappone efficacemente ai toni più bassi e misurati impiegati da Austin Butler.
Ciò che invece, a mio avviso, non riesce a convincere del film di Nichols è la tendenza a relegare sullo sfondo le forze motrici che animano molti dei personaggi, relegando così elementi cruciali della narrazione a una posizione di secondaria importanza. Inoltre, la gestione del cambio generazionale all’interno del club appare, a sua volta, carente di incisività. Molte delle nuove leve sono violente perché devono esserlo ai fini della narrazione, togliendo profondità a un elemento cruciale quale il passaggio da “club di vandali in motocicletta” a organizzazione criminale organizzata.
Gli anni rappresentati nel film, dal 1965 al 1973, sebbene ricchi di significato storico e culturale, non riescono a imprimere un senso di gravità e rilevanza alla narrazione. Il passare del tempo, che a un film che dipana il suo racconto nell’arco di otto anni dovrebbe conferire una dimensione di evoluzione e trasformazione, risulta così, in alcuni punti, trattato superficialmente. In definitiva, il film sembra, a mio avviso, mancare l’opportunità di sfruttare appieno il potenziale narrativo offerto dal contesto storico in cui è ambientato.
In conclusione, The Bikeriders di Jeff Nichols affronta con maestria temi di identità, ribellione e cambiamento sociale, sfruttando una fotografia e un immaginario che riflettono profondamente l’estetica e il clima dell’epoca. Tuttavia, il relegare in secondo piano le forze motrici che guidano i personaggi verso una ribellione contro l’”American Way of Life” tende a ridurre l’impatto emotivo e narrativo delle vicende rappresentate.
A tre anni dal primo film tratto dall’opera fondamentale (nel campo dello sci-fi letterario) di Frank Herbert, Dune: Parte 2 riprende esattamente dove ci aveva lasciati: sul pianeta desertificato Arrakis, al fianco di Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Jessica (Rebecca Ferguson) appena unitisi, dopo lo sterminio della loro casata, al popolo Fremen, nativi del luogo in lotta da decenni con la malvagia famiglia Harkonnen che governa col pugno di ferro il pianeta.
L’apertura di questo seguito riprende evidentemente la struttura del primo film: in entrambi, prima ancora di vedere il logo della casa di distribuzione sentiamo una frase pronunciata in una lingua misteriosa, a cui fa seguito una narrazione femminile ed infine una visione di Paul immerso nel sonno.
Oltre ad anticipare alcuni elementi importanti per la narrazione (i personaggi femminili coinvolti sono Chani e la principessa Irulan -interpretati da Zendaya e Florence Pugh rispettivamente-, figure speculari nella vita del protagonista; l’importanza dei sogni e delle premonizioni viene stabilita, così come l’elemento della narrazione della Storia attraverso terze persone), il prologo ci comunica sin da subito la propria dipendenza dal primo Dune. Questo viene così a configurarsi ancora di più come un lungo preambolo fondamentale per la visione di ciò che seguirà: questo film più che un seguito va considerato un vero e proprio secondo capitolodella stessa storia.
Dalla carta al grande schermo
Come adattare un romanzo inadattabile? Il Dune di Herbert è un romanzo di intrighi politici e manovre interne che fa molto affidamento sui pensieri dei personaggi e su discussioni di tipo strategico e filosofico, lasciando spesso il grosso dell’azione al di fuori della pagina.
Era un’impresa davanti al quale il regista Denis Villeneuve, erede di una tradizione di adattamenti non riusciti (ricordiamo il progetto monstrum di 14 ore mai realizzato di Jodorowsky, e il Dune rinnegato di David Lynch) si era già trovato di fronte. Impresa che al netto di alcune necessarie differenze nel passaggio da libro a schermo gli era già riuscita nel 2021, e che per nostra fortuna anche in questo caso, con cambiamenti più radicali, risulta per lo più un successo.
Un cambiamento particolarmente rilevante riguarda la maniera in cui si è deciso di portare su schermo il personaggio di Alia, sorella di Paul. Nel film di Villeneuve questa influenza in maniera molto più indiretta le azioni di Jessica, loro madre, e ha molta meno parte nel climax finale. Tuttavia, vista la difficoltà di rappresentare visivamente un personaggio simile senza scadere nel ridicolo o senza affrontare enormi difficoltà (Alia viene descritta nel libro come una bambina estremamente precoce), la scelta compiuta risulta in fin dei conti saggia.
Più fondamentale è stato il lavoro svolto su Chani e la sua relazione con Paul. I cambiamenti apportati si possono considerare tendenzialmente positivi, visto che danno spessore e personalità ad un personaggio che pur avendo un ruolo fondamentale nel libro risultava a dir poco invisibile. Tuttavia, visto l’interesse dimostrato da Villeneuve nell’adattare anche Messia di Dune, seguito letterario, sarà interessante vedere come saranno affrontate alcune delle scelte compiute nella parte finale del film riguardo alla protagonista femminile.
Alcuni temi preponderanti in Messia di Dune, che rappresentava per ammissione dello stesso Herbert una sorta di inversione di rotta rispetto al percorso di Paul nel primo libro, vengono già affrontati inDune: Parte Due, ad esempio la strumentalizzazione del fanatismo religioso per scopi personali ed il pericolo insito nel seguire figure carismatiche. Una scelta anch’essa apprezzabile, se l’intento di Villeneuve di realizzare una trilogia cinematografica dedicata al personaggio del giovane Atreides si realizzerà.
Curiosa, infine, appare la scelta di mantenere la sezione dedicata a Lady Margot Fenring (Léa Seydoux), che nei seguiti letterarinon ha alcuna conseguenza, tantopiù che ci si è invece disfatti di Thufir Hawat (Stephen McKinley Henderson), apparso nel primo film e la cui vicenda personale aiuta nel finale del libro ad adombrare di drammaticità la vittoria finale di Paul. Resterà da scoprire se Villeneuve ha intenzione, anche in questo caso, di allontanarsi dal libro e di dare al personaggio un ruolo più ampio nel sequel.
Una buona base
Gli elementi che funzionavano nel primo Dune funzionano anche qui: la costruzione di un mondo fantastico, assolutamente estraneo rispetto al nostro eppure così familiare e credibile, con un’epicità e una grandiosità da blockbuster supportata, in questo caso, anche dalla cornice naturale offerta dal deserto, molto più presente in questo film; il lavoro sulla colonna sonora (anche in questo caso composta da Hans Zimmer) e il sonoro più in generale, contribuiscono a rendere l’esperienza cinematografica non consigliata, ma piuttosto obbligata; un ottimo lavoro di scrittura per un gruppo di personaggi così vasto, che permette ad ogni personalità di venire ben caratterizzata anche con pochi tratti. Certo un eccellente lavoro è stato svolto anche nel casting: i “nuovi arrivati” si inseriscono bene all’interno del gruppo di attori che avevano già partecipato alla prima parte, con una nota di merito in particolare rivolta alla fisicità e il linguaggio corporeo di Austin Butler nei panni del temibile Feyd-Rautha.
Una menzione d’onore va poi a Chalamet, che realizza in maniera estremamente credibile e chiara il tumultuoso percorso interiore del protagonista. Attraverso i diversi nomi che in corso d’opera gli vengono assegnati (da “Paul Atreides” passiamo al nome Fremen “Muad’Dib Usul” e al più referenziale “Lisan al Gaib”), Paul muta in maniera consistente nel corso del film per poi raggiungere la sua “forma finale”, terribile e temibile: quella del messianico “Kwisatz Haderach”.
Unica pecca quella di trasformare il personaggio di Stilgar (Javier Barbem), leader dei Fremen, in una spalla comica che dà vita ad alcuni siparietti stranianti in un contesto altrimenti serio, i quali per di più rischiano di sminuire il suo fanatismo religioso.
Dove poi il primo film peccava un poco rispetto all’assai vituperato lavoro svolto da Lynch, ovvero una fotografia relativamente statica, qui assistiamo ad alcune interessanti soluzioni di colore, specialmente nella scena ambientata sul pianeta Giedi Prime o nelle sequenze di battaglia nel deserto di Arrakis che non potranno non ricordare il lavoro svolto in Blade Runner 2049.
Conclusioni
Dune-Parte Due è un blockbuster riuscito, un racconto epico nel quale ogni elemento, narrativo e tecnico, contribuisce alla tessitura di un arazzo ricco (a tratti, forse, anche troppo ricco) che prosegue la tradizione del suo predecessore nel rompere la “maledizione” dei libri e dei film da essi tratti.
Resta da vedere se i risultati al botteghino saranno abbastanza buoni da permettere a Villeneuve di terminare la trilogia al cui ultimo capitolo il finale di questo film, evidentemente, strizza l’occhio.
In questo diciassettesimo episodio di Strade Perdute Alessandro, Jacopo e la loro ospite Anna Negri analizzano l’ultimo film di Baz Luhrmann, ovvero Elvis, biopic atipico sul Re del Rock ‘n Roll che segna il ritorno del regista australiano sulla scena dopo ben 9 anni. Buon ascolto!