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  • 10 horror queer da recuperare per l’uscita di camp miasma

    10 horror queer da recuperare per l’uscita di camp miasma

    Dopo I Saw the TV Glow, Jane Schoenbrun torna al cinema con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, un altro film che mescola il genere horror col tema della queerness (“queer” è il termine ombrello usato per qualificare tutti i membri della comunità LGBTQIA+). Ispirato agli slasher classici e ai loro franchise infiniti, si inserisce in un filone molto florido di racconti dell’orrore sia letterari che cinematografici con elementi queer più o meno espliciti. D’altronde, i membri della comunità LGBTQIA+ hanno sempre trovato un’affinità con gli esclusi, i reietti della società, i ‘diversi’: cosa c’è di più ‘diverso’ di un mostro? Se in origine certi mostri sono nati come demonizzazione di tutto ciò che era considerato ‘anormale’ (compresa l’omosessualità), col tempo la comunità queer è arrivata a reclamarli come proprie icone.

    Per onorare l’uscita di Camp Miasma e prepararci alla visione, vi proponiamo alcuni horror queer che potete recuperare.

    [Attenzione: questo articolo contiene spoiler dei film menzionati!]

    1. Il castello maledetto (The Old Dark House, James Whale, 1932)

    Il “padre” cinematografico del Frankenstein più iconico è stato anche uno dei pochi registi apertamente gay della Hollywood pre-Codice Hays (il codice che limitava cosa fosse possibile mostrare al cinema). James Whale infuse diverse delle sue pellicole di tematiche queer. Uno degli esempi più lampanti è questo film considerato perso fino al ‘68.

    Durante una tempesta, cinque viaggiatori cercano riparo in una casa decadente che si rivela abitata da una serie di personaggi bizzarri e murati in un profondo fanatismo religioso. Questo non fa altro che aumentare le tensioni sessuali: la padrona di casa, ad esempio, osserva con lascivia una delle ospiti mentre si spoglia… Nel finale, il maggiordomo muto Morgan (Boris Karloff) libera dalla sua prigionia un piromane folle di nome Saul. Quando Saul soccombe, Morgan ne piange disperato la morte e lo riporta in braccio in camera sua, a mo’ di sposa.

    2. La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein, James Whale, 1935)

    Per diversi commentatori, il seguito di Frankenstein (1931) è migliore del suo predecessore. Uno dei motivi del successo è che al mugugnante “Mostro” del primo film (Boris Karloff) viene donata la parola. Grazie a questo espediente, il Mostro è libero di esprimere i propri sentimenti di alienazione e solitudine. Secondo certa critica, Whale avrebbe incanalato nel Mostro il suo vissuto di uomo gay nella società del tempo. La scena in cui il Mostro fa amicizia con un eremita cieco, presa in giro famosamente in Frankenstein Junior, diventa così una visione di due uomini ugualmente esclusi per le loro diversità che trovano consolazione nella reciproca “anormalità”.

    Non possiamo poi non parlare dell’esuberante Dottor Pretorius (Ernest Thesiger). L’insegnante del Dottor Frankenstein, introdotto in questo film, viene presentato come uomo dai modi eccentrici e quasi femminili. Potremmo dire che la sua partecipazione alla creazione della Sposa per il Mostro fà di lui e dell’altro scienziato una coppia di genitori.

    3. La figlia di Dracula (Dracula’s daughter, Lambert Hillyer, 1936)

    Sequel ufficiale del famoso Dracula con protagonista Bela Lugosi (Tod Browning, 1931), questo film segue la figlia del Conte, la contessa Marya Zaleska, in lotta con la sua natura vampirica. Lo “scontro” con sé stessi e contro i propri impulsi è un tema che, tristemente, può risuonare con le persone queer e la loro esperienza di vita.

    A rendere chiaro il sottotesto sono due scene in particolare. In una che già all’epoca fu oggetto di censura, la contessa invita a casa sua una ragazza con la scusa di farla posare per lei. Prima di berne il sangue, le chiede di spogliarsi e la osserva con desiderio. Nell’altra scena, dalla forte carica suggestiva, la Contessa tiene prigioniera la protagonista Janet e, in procinto di nutrirsi di lei, si sofferma a lungo sopra il suo corpo.

    4. La vestale di Satana (Les Lèvres rouges, Harry Kümel, 1971)

    In questo lussuoso film erotico, l’attrice Delphine Seyrig (Jeanne Dielman) interpreta Elizabeth Báthory, una nobildonna ungherese realmente esistita attorno alla quale circolano leggende legate al suo consumo di sangue. Elizabeth, ora vampira, viaggia per il mondo accompagnata da una riluttante assistente, Ilona. Le due incontrano una coppia di neo sposi in luna di miele, Stefan e Valerie. Mentre Elizabeth seduce Valerie facendo leva sugli evidenti scompensi psicologici dello sposo, Ilona, a sua volta, seduce Stefan.

    Se nel precedente film la sensualità era soffocata dalle maglie della censura, qui la passione e il sangue si prendono il centro della scena e diventano un tutt’uno.

    5. The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975)

    Una coppia di fidanzatini, Brad e Janet (Susan Sarandon), si trovano bloccati durante una tempesta di pioggia e cercano riparo in un castello popolato di strani individui (vi ricorda qualcosa?). Il padrone di casa, lo scienziato travestito Frank-N-Furter (Tim Curry), è in procinto di creare un uomo che soddisfi i suoi desideri. Seguono risvegli sessuali, incesto, cannibalismo e canzoni memorabili.

    Una presa in giro dei B-Movie tratta da un iconico musical, il film prende di mira il puritanesimo americano e la società dei consumi celebrando una sessualità libera. Divenuto un cult grazie alle proiezioni di mezzanotte, a distanza di cinquant’anni The Rocky Horror Picture Show rimane un momento di raccoglimento rituale per la comunità queer.

    6. Sleepaway Camp (Robert Hiltzik, 1983)

    Quello che potrebbe essere un normale slasher ambientato in un campo estivo in cui stanno avvenendo omicidi truculenti a destra e a manca diventa memorabile per il colpo di scena finale. In una sola inquadratura scopriamo che l’assassina è la timida Angela (Felissa Rose) e che, per citare il film stesso, “lei è un ragazzo”.

    Di questo finale si è molto discusso: per alcuni commentatori, equipara transessualità e istinti omicidi, ricadendo in uno stereotipo dannoso; altri leggono nel trattamento discriminatorio che Angela riceve dai campeggiatori una rappresentazione tristemente accurata della vita delle persone trans e il tormento interiore che ne deriva. L’attrice e attivista Calpernia Addams ha evidenziato che Angela non dovrebbe essere analizzato come personaggio transgender, ma piuttosto come una persona a cui è stato imposto il genere femminile (è stata infatti sua zia a decidere di cambiarle nome e presentarla come una ragazza).

    Lungi dal voler trovare un’univoca risposta a questo dilemma, Sleepaway Camp resta un oggetto interessante per le discussioni che apre attorno al tema e al genere dello slasher.

    7. Scream (Wes Craven, 1996)

    Dopo trent’anni e ben sette film, è giusto ricordare che il primo Scream resta una delle analisi meta cinematografiche più consapevoli e capaci di capovolgere gli stilemi del genere che prende amorevolmente in giro.

    Quello che forse non tutti sanno è che tra i Ghostface originali, Billy Loomis (Skeet Ulrich) e Stu (Matthew Lillard), c’era probabilmente un legame romantico… O almeno, la teoria più accreditata è che il motivo per cui Stu si sia unito ai piani di vendetta di Billy sia stata una sua cotta che Billy avrebbe sfruttato a proprio vantaggio. Se non basta a convincervi il fatto che lo sceneggiatore ha confermato che questo era il suo intento e che gli attori hanno aderito con entusiasmo a tale interpretazione, vi basti sapere che l’ispirazione dei personaggi è stato il caso di Leopold e Leob, una coppia (di nome e di fatto) di assassini che fornirono lo spunto anche per Nodo alla gola di Hitchcock.

    8. May (Lucky McKee, 2002)

    May (Angela Bettis) soffre visceralmente la solitudine, ma dall’infanzia è riuscita a farsi una sola amica: la sua bambola Suzie, su cui May riversa tutte le sue frustrazioni. In preda all’isolamento, May la tratta come fosse una persona reale con cui vige una relazione al limite del tossico. In un’occasione, rivela che sarebbe stata Suzie ad insegnarle come baciare.

    Sempre più vittima dell’esclusione a causa delle sue stranezze, come un moderno dottor Frankenstein la ragazza decide che se non riesce a farsi degli amici se ne creerà uno.

    Alla queerness intesa come “bizzarria” si unisce la queerness sessuale. Nella sua esplorazione sofferta dei rapporti umani e del sesso, May si interfaccia con due personaggi: il regista Adam e la sua collega Polly (Anna Faris). Entrambi, alla fine, contribuiranno al “collage” umano di May.

    9. Jennifer’s body (Karyn Kusama, 2009)

    “L’Inferno è una ragazza adolescente”, recita appropriatamente Amanda Seyfriend in apertura a questo film scritto da Diablo Kody (Juno), divenuto un cult anni dopo la sua uscita. Jennifer (Megan Fox) cade vittima di un rituale sacrificale che la lascia inaspettatamente viva ma affamata di carne umana. Attraverso la lente della commedia horror, vengono affrontati temi seri come lo stupro e lo sfruttamento del corpo femminile.

    Uno degli elementi più importanti della storia è l’amicizia\co-dipendenza tra Jennifer, la bella della scuola, e la “secchiona” Needy (Seyfriend), un legame che è già sfociato nell’attrazione sessuale e nel rapporto fisico. La crescita di Needy comporta, in parte, uscire dall’ombra dell’amica e da questo rapporto diventato malsano.

    10. Suspiria (Luca Guadagnino, 2018)

    Nel rifare il film omonimo di Dario Argento, Luca Guadagnino ha deciso che non aveva senso cercare di ricreare il mistero che nell’originale avvolge la scuola di danza dove avviene la storia. Così, nel più recente Suspiria il pubblico è da subito consapevole del fatto che la scuola che la protagonista Susie (Dakota Johnson) sta frequentando è gestita da un gruppo di streghe. L’horror a questo punto diventa un’esplorazione della danza come forza primordiale, del corpo femminile e dei suoi ‘poteri’. La “diversità” nella forma della stregoneria non è più un male da sconfiggere, ma viene anzi rivendicata nel finale. Fondamentali nel percorso di Susie sono i rapporti con le compagne di corso e quello particolarmente intenso con l’insegnante Madame Blanc (Tilda Swinton). Swinton dona al film un ulteriore strato di queerness interpretando, con la sua abilità di mutaforma, tre personaggi diversi: Madame Blanc, la strega Helena Markos e il Dottor Klemperer, un anziano vedovo.


    Silvia Strambi

    Redattrice

  • Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    È difficile trovare un argomento più attuale per il mondo del cinema degli onnipresenti reboot. Camp Miasma (“Teenage sex and death at Camp Miasma”) di Jane Schoenbrun affronta apertamente questa piaga del mercato presentando, prima ancora che le protagoniste, sé stesso: il franchise Camp Miasma, una saga di horror slasher in piena regola, in declino dopo ben trent’anni di videocassette, DVD, action figures. In poche parole, l’Enigmista della situazione. Nel disperato tentativo di rinfrescargli l’immagine, la produzione affida il reboot alla giovane regista Kris Williams (Hannah Einbinder). Kris, fan della saga fin dall’infanzia, decide di contattare l’attrice che aveva interpretato la sopravvissuta nel film originale, Billy Presley (Gillian Anderson). Si ritrova ospite a casa della donna, che vive da reclusa a Camp Tivoli, il campeggio sperduto nelle montagne dove erano stati girati i primi film. Inizia così non solo la sua avventura alla scoperta delle origini del franchise e del vero killer che ne ha ispirato il cattivo, ma anche la sua storia d’amore con Billy. 

    Jane Schoenbrun cerca di tenere insieme tantissimi discorsi che si intrecciano in continuazione: questo film è una satira, uno slasher, una commedia surreale, oltre che una storia d’amore che tratta il delicatissimo tema dell’oggettificazione di sé: Kris e Billy condividono il destino di essere donne, per di più queer, dentro un film horror americano. 

    Hollywood, lo spauracchio del woke e gli anni Ottanta 

    Non c’è un sottotesto elaborato a suggerire che Hollywood si adegua ai cambiamenti culturali solo nel momento in cui vuole alzare i numeri al botteghino: Kris è stata scelta apposta in quanto persona queer, perché bisogna riscrivere le parti apertamente transfobiche del Camp Miasma originale. Quasi nulla viene lasciato all’interpretazione del pubblico, ma la buona notizia è che questa e tante altre nozioni vengono presentate in un dialogo abbastanza divertente. Il divario generazionale tra le due protagoniste non viene particolarmente approfondito perché Billy stessa non è interessata a parlare di lavoro, insiste per tenere Kris nel qui e ora: in questo campeggio dove il tempo sembra essersi fermato (per fortuna, perchè gli anni Ottanta sono di moda) e dove forse un killer le sta osservando davvero. 

    Schoenbrun critica, senza nemmeno troppa cattiveria, l’industria cinematografica e al contempo ne celebra i miti: le immagini sono fitte di citazioni, è una vera e propria caccia al tesoro per cinefili. Tutto, dagli omaggi a David Lynch a Videodrome, è rimesso in scena con i colori iper saturi e l’atmosfera surrealista che avevamo già visto nel suo precedente lavoro, I saw the TV Glow (2024). Ad eccezione di una sequenza un po’ troppo lunga che rovina la tensione verso la metà, il resto è tenuto insieme in modo sufficientemente coerente. I molti piani di realtà si fondono con il film “originale” e con dei panorami a volte reali, a volte dipinti ad acquerello: è impossibile sapere dove ci troviamo, si può solo prendere atto di quello che succede. 

    Guardarsi ed essere guardate. 

    Parallelamente al discorso metacinematografico sul film in sé, la regista ne porta avanti un altro sul desiderio, tema tutt’altro che estraneo nell’horror. Anche qui si nota la scelta di scoprire subito le carte in tavola, carte che in questo caso hanno la forma del pollo fritto più suggestivo che sia mai stato ripreso. Di nuovo, una volta annunciato chiaramente di cosa stiamo parlando, quello che viene dopo è quasi solo intrattenimento

    [Attenzione: spoiler da qui in avanti]

    Billy accompagna Kris alla scoperta di quello che lei aveva imparato di sé recitando nel primo film: la possibilità di guardarsi da fuori, essere spettatrice del proprio spettacolo, ovvero, essere il killer che ti guarda mentre sei anche la vittima. Questa scoperta per Billy è stata fondamentale per la capacità di godere del proprio corpo, e la giovane regista decide di intraprendere lo stesso percorso, dato che fino a quel momento l’intimità le risultava complicata. L’argomento di per sé è potenzialmente drammatico, ma qui viene trattato come Billy esorta Kris a trattarlo: niente di grave, è solo intrattenimento, in questo caso lo spettacolo di sé stesse dentro le proprie fantasie, e se essere un personaggio diventa troppo difficile si può sempre spegnere il video. 

    Questa è la parte veramente originale del lavoro di Schoenbrun: il punto di vista di una donna queer che è cresciuta amando il cinema horror, ma vedendosi rappresentata in esso sempre e solo come una vittima. Kris non voleva più abbandonarsi al desiderio diessere cercata e guardata, perché credeva di doverlo fare senza partecipare da protagonista.Alla fine invece si fa inseguire dal killer sapendo di poterne prendere il posto, si lascia guardare non da un pubblico qualunque ma da sé stessa, per il proprio piacere anziché quello altrui. Allo stesso modo il killer, al livello metacinematografico del discorso, si gode le videocassette delle sue stragi. La metafora è realizzata in modo abbastanza palese, ma il film è talmente fitto di cambi di prospettiva e immagini surreali da non risultare mai banale.

    Menzione speciale al nome del killer di Camp Miasma: Little Death. Al di là dell’effetto comico di avere un cattivo del genere in un film in inglese, la petite mort indica lo stato di semi-incoscienza che può sopraggiungere durante o subito dopo un orgasmo molto intenso. Niente di grave insomma.

     “Hai scritto Psycho dal punto di vista della tenda della doccia.” – Billy a Kris 


    Federica Rossi

    Caporedattrice