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  • RECENSIONE MEMORIA – L’ODISSEA SONORA DI APICHATPONG WEERASETHAKUL

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    Il cinema di Apichatpong Weerasethakul richiede l’accettazione del mistero, ossia l’accettazione della certezza che nella realtà ci sia un sottofondo spirituale al quale dobbiamo fare appello se vogliamo vivere profondamente, concretamente e in maniera identitaria – cioè appartenendo profondamente a noi stessi – questa stessa realtà.

    Massimo Causo

    Apichatpong Weerasethakul, regista thailandese classe 1970, è uno tra i più bizzarri e personali cineasti contemporanei. Salito alla ribalta internazionale nel 2010, grazie alla Palma d’Oro vinta per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ha sviluppato uno stile complesso e unico nel suo genere, che gli ha fatto meritare la nomea di Autore. I suoi film – tra i più belli vale la pena ricordare almeno Tropical Malady (2004) e Cemetery of Splendour (2015), oltre al già citato Zio Boonmee – sono spesso poco parlati, rarefatti nelle atmosfere, animati da una dimensione spirituale potentissima, che sovente si esplicita nell’incontro con misteriose presenze fantasmatiche che dimorano nella giungla thailandese. Con Memoria, tuttavia, Weerasethakul ha abbandonato il proprio paese natio per realizzare una coproduzione internazionale girata in Colombia, con la presenza nel cast di una grande star come Tilda Swinton. Quella dell’Autore che abbandona il proprio paese per realizzare un ambizioso progetto all’estero è ormai una pratica diffusa tra i grandi registi del nostro tempo: si pensi, per fare solo qualche nome, a Paolo Sorrentino con This Must Be The Place, Bong Joon-ho con Snowpiercer, Park Chan-wook con Stoker, Asghar Farhadi con Tutti lo sanno e Kore-eda Hirokazu con Le verità. Cambiano gli addendi, ma lo schema resta simile. Nel caso di Memoria, poi, i paesi coinvolti sono ben undici – Colombia, Thailandia, Regno Unito, Francia, Germania, Messico, Cina, Taiwan, Stati Uniti, Qatar e Svizzera – e tra le decine di coproduttori e produttori associati che si possono leggere nei titoli di coda figurano grandi nomi dell’establishment cinematografico internazionale: il cinese Jia Zhangke, la colombiana Cristina Gallego, persino Danny Glover (!). Tutto questo permette di avere un’idea su come avvenga la produzione e il finanziamento di pellicole di questo tipo: attraverso un’autentica “chiamata alle armi” degli ammiratori di Weerasethakul, che sfruttano la propria influenza per raccogliere i finanziamenti necessari e sostengono il film nella sua circolazione globale.

    Memoria, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2021, inizia a Bogotà, dove la scozzese Jessica, donna d’affari in ambito floricolo, è svegliata una notte da un potente rumore sordo. Il giorno successivo, la donna si reca all’ospedale a fare visita alla sorella Karen e scopre che, nei pressi della struttura, stanno avendo luogo degli scavi archeologici che stanno portando alla luce diversi scheletri antichissimi. Faticando a dormire la notte e continuando periodicamente a udire il rumore, Jessica si rivolge a un giovane ingegnere del suono, Hernán, per provare a ricrearlo digitalmente. I due, a poco a poco, diventano amici, forse persino qualcosa di più, ma un giorno lui scompare nel nulla, come non fosse mai esistito. Jessica, allora, parte per un viaggio nella Colombia rurale, in cerca di risposte. Lì incontra un altro uomo di nome Hernán, ma notevolmente più in là con gli anni, con cui stabilisce una connessione particolare.

    Prendere o lasciare: Apichatpong Weerasethakul è un regista a cui bisogna affidarsi. Anche nei suoi film thailandesi è oggettivamente difficile (anche, ma non solo, per distanza culturale) comprendere appieno il complesso immaginario mistico-religioso-animalesco-mostruoso-fantasmatico che li anima. Eppure, se si è in grado di lasciarsi andare e di farsi coinvolgere dall’affascinante universo visivo e sonoro che il regista sa evocare, le sue pellicole, nella loro disarmante e sonnolenta lentezza, sanno coinvolgere ed è possibile scoprire in esse dimensioni emotive rare a viversi altrimenti. Se ci si accosta a esso con concentrazione e pazienza adeguate, il cinema di Weerasethakul lascia un senso di profonda spiritualità e permette di ripensare i concetti di vita, morte e relazione umana sotto una nuova luce. Bene: Memoria non sovverte queste premesse, ma per altri versi è assai diverso dal cinema precedente del regista. Il mondo in cui Weerasethakul immerge la protagonista Jessica, interpretata da una Tilda Swinton che sa trasmettere tutto il senso di spaesamento del personaggio, è un universo di assoluta normalità, in cui a poco a poco si manifestano elementi di discontinuità, quasi dei varchi su un’altra dimensione: il misterioso rumore; l’inspiegabile apparente evaporazione del personaggio del giovane Hernán (i suoi colleghi ingegneri, improvvisamente, sostengono di non averlo mai conosciuto); i bizzarri sogni della sorella di Jessica, che attribuisce la causa del proprio malessere e del proprio ricovero ospedaliero prima a un cane, poi agli incantesimi di una sorta di una tribù indigena che vive nella giungla; la progressiva riemersione, durante gli scavi archeologici, di resti umani risalenti a migliaia di anni prima, testimonianze di una dimensione ancestrale che pare travalicare i limiti temporali della realtà. 

    Jessica si aggira in questo mondo così normale ed eppure così legato all’oltre come in uno stato di trance (più o meno la condizione in cui Weerasethakul vorrebbe indurre gli spettatori), interrogandosi sulle origini di tutto ciò e imbattendosi, grazie alla sua professione, in un ipertecnologico armadio per la conservazione dei fiori in cui “il tempo si ferma”. Ecco, il mondo di Memoria pare essere un po’ come quell’armadio: è un luogo in cui alcuni elementi paiono vivere in una dimensione propria, separata rispetto al normale flusso del tempo e della realtà. E – come si scopre durante la lunga scena del colloquio con il secondo Hernán, quello più vecchio (sorge chiaramente il dubbio che si tratti di una versione invecchiata del giovane uomo scomparso) – l’elemento che pare più resistente al tempo in questa “dimensione altra” sono i ricordi, la memoria del titolo. Jessica e Hernán, infatti, discutono di diversi temi (sogni, memoria, reincarnazione, vite passate) e, a poco a poco, paiono sempre più legati dalla condivisione della predisposizione a captare i segni della dimensione dei ricordi, della collisione tra diverse temporalità. Tra questi due personaggi, che odono il misterioso rumore, nasce la comunicazione: i due riescono a sintonizzarsi (letteralmente!) su una comune frequenza e fondono le proprie esperienze passate, presenti e future, dando vita a un’intima dimensione di compartecipazione degli (infiniti?) tempi delle proprie (infinite?) vite. Jessica e Hernán riescono così a sentirsi, ad ascoltarsi, a capirsi, forse. Ed emerge un rapporto umano fecondo, come nessun altro lo era stato nel corso di un film in cui spesso i personaggi comunicano con dialoghi bizzarri, sterili, ai limiti del grottesco. Il più grande difetto e limite di Memoria, paradossalmente, è che Weerasethakul – differentemente da quanto fatto in altri suoi film misteriosissimi ma, proprio per questo, affascinanti – senta, nel finale, l’esigenza di rivelare la fonte del rumore, con una trovata fantascientifica che non appare molto coerente con il resto della narrazione.

    Il desiderio di spiegare, poi, va in controtendenza proprio rispetto alla natura dell’opera nel suo complesso. Enigmatico per natura, Memoria avrebbe beneficiato di una narrazione pienamente aperta, anche nei suoi esiti finali. A prescindere da ciò, comunque, l’ultimo film del regista thailandese non è certo per tutti: lo apprezzerà chi riuscirà, con pazienza, a farsi ipnotizzare dall’elaborata composizione delle inquadrature (Weerasethakul realizza molti piani sequenza a camera fissa) e dalla bellezza delle immagini (l’eccellente fotografia è del solito Sayombhu Mukdeeprom, divenuto frequente collaboratore anche di Luca Guadagnino), a farsi cullare dal raffinato tappeto sonoro e a farsi emozionare dal brivido della sintonizzazione di soggettività a opera di forze inspiegabili. L’autore di questa recensione, questa volta, ci è riuscito solo in parte. 

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  • RECENSIONE SCOMPARTIMENTO N. 6 – IN VIAGGIO CON IL DESTINO: IL FASCINO DELLA SOLITUDINE E DELL’INASPETTATO

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    Si fa attendere, Juho Kuosmanen, come i grandi registi (fra i quali è già entrato di diritto): sono passati cinque lunghi anni dalla sua opera prima, La vera storia di Olli Mäki (2016), un Toro scatenato in salsa finlandese, presentato in Italia nella sezione Festa Mobile del 34° Torino Film Festival e vincitore del Premio Un Certain Regard di Cannes 2016. Per gli occhi accorti non era stato difficile cogliere sin da subito il particolare talento di Kuosmanen nel descrivere, senza troppi artifizi o mezzi dispendiosi, la spontaneità (soprattutto attoriale) e il realismo di certe situazioni del mondo del pugilato di Helsinki.

    Il talento del regista quarantaduenne si riconferma in Scompartimento n.6 – In viaggio con il destino (tratto dal fortunato romanzo omonimo di Rosa Liksom), vincitore del Grand Prix a Cannes 2021 ex aequo con Un eroe di Farhadi e scelto per rappresentare la Finlandia nella categoria miglior film internazionale ai premi Oscar 2022.

    Laura (Seidi Haarla) è un’aspirante archeologa finlandese che studia a Mosca, dove ha in affitto una stanza di proprietà dell’amante Irina (Dinara Drukarova); insieme vogliono recarsi a Murmansk per godere dal vivo dei petroglifi (incisioni rupestri scavate nella roccia dalle popolazioni primitive). Irina, tuttavia, è trattenuta nella capitale russa per impegni di lavoro mentre Laura, a malincuore e un po’ amareggiata, sale da sola sul treno, dove dovrà inaspettatamente condividere lo scompartimento numero 6 con il giovane e rude operaio Ljoha (Yurij Borisov), dal passato tanto sbiadito quanto quello della donna. Il primo approccio fra i due non è dei più teneri, ma sotto le vesti volgari e scorbutiche di Ljoha si nascondono tratti pienamente umani che si manifesteranno in un reciproco (e sincero) scambio di battute e affetto.

    L’HIC ET NUNC DELL’INASPETTATO

    Echi di Linklater, ovvio: Prima dell’alba è dietro l’angolo. Ma c’è dell’altro. Il capolavoro con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy, oltre che da Rohmer, andava a pescare in una tradizione cinematografica drammaturgica-sentimentale ben precisa, dove le colonne portanti erano il magnetismo fra i due e l’alchimia di dialogo che pian piano andava strutturandosi sempre più intimamente. Nella seconda opera di Kuosmanen siamo da tutt’altre parti. Se la struttura narrativa può sembrare simile al film di Linklater, il regista finlandese affida più alla regia che alla sceneggiatura il compito di indagare l’intricato e (inizialmente) conflittuale rapporto fra la studentessa e l’operaio.

    I personaggi sono costantemente pedinati (come nel recente La scelta di Anne) da intensi primi piani a camera a mano (anche per suggerire l’idea del vagone in movimento), laddove sono gli sguardi e il non detto ad essere più eloquenti di mille parole. Ci troviamo certamente dalle parti di Drive my car (2021) di Ryûsuke Hamaguchi, altro film a bordo di un mezzo di locomozione (una Saab 900), che – allo stesso modo dello scompartimento numero 6 – con il suo viaggiare invitava i protagonisti ad approfondirsi vicendevolmente. I silenzi e il lungo errare accomunano il film finlandese a quello tratto da Murakami: è importante il viaggio, non la meta. Sono entrambi film di prospettive ed orizzonti – sebbene rinchiusi in una macchina o in un vagone -, perché non ci è dato sapere quale sarà il futuro di Laura e di Ljoha. Il nocciolo del film sta piuttosto nel fascino dell’inaspettato e dell’imprevedibile (che la regia riflette molto bene nella forma, attraverso bruschi stacchi di montaggio e rapidi movimenti di macchina), che l’imperversante solitudine può spesso modellare in armi a suo vantaggio.

    I personaggi del film sono soli, abbandonati a una vita che, probabilmente, non li soddisfa appieno. Eppure, l’opera finlandese non si proietta mai verso il futuro, tesa verso chissà quali misteriose mete, ma è valida nel cogliere l’istante, il presente, i momenti e i piccoli sguardi propri dell’anima dei due protagonisti, che solo a difficoltà riescono ad emergere. Cosa significano per Laura le incisioni rupestri verso cui si sta dirigendo? Sono forse un passato che non la soddisfa e da cui non si riesce a distaccare? La mansione di operaio è davvero la vita che Ljoha avrebbe voluto scegliere? Secondo Kuosmanen, a volte bisogna – temporaneamente – mettere da parte questi dubbi amletici che attanagliano la mente: dobbiamo vivere hic et nunc, qui e ora, e senza indugi (filosofia rispecchiata anche dal suo modus operandi sul set, dove cerca di realizzare meno ciak possibile).

    Alla fine, anche dei petroglifi apparentemente insignificanti potrebbero diventare il simbolo suggellante di un’imprevista amicizia (o relazione?), eliminando, almeno temporaneamente, qualsiasi rancore o ruggine, e riportandoci metaforicamente alla meravigliosa cavità nel muro del monastero in rovina di Angkor Wat della toccante chiosa finale di In the mood for love (2000).

    Un doveroso plauso, infine, alla scelta di Kuosmanen di girare Scompartimento n.6 in pellicola: pur dovendola trasporre su supporto digitale ai fini della proiezione, grazie alla collaborazione con il direttore della fotografia Jani-Petteri Passi e all’ispirazione di Le meraviglie di Alice Rohrwacher, il lungometraggio non perde una singola sensazione che potrebbe esserci donata dalla visione in pellicola.

    Se è innegabile che per molti minuti si respiri quell’aria da “film da festival” (termine affibbiato da molti anche al già citato La scelta di Anne), allora viva i festival e le loro opere!

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  • RECENSIONE DRIVE MY CAR – MIGLIOR SCENEGGIATURA CANNES 2021

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    Tra i meriti cinematografici di questo 2021 vi è sicuramente l’aver definitivamente consacrato presso i cinefili di tutto il mondo la figura del giovane regista giapponese Hamaguchi Ryūsuke. Noto in Occidente fin dal 2015, quando il suo fluviale Happy Hour vinse due premi a Locarno, e già in concorso a Cannes nel 2018 con Asako I & II, Hamaguchi quest’anno ha partorito due film che hanno razzolato premi e consensi pressoché unanimi in due tra i più importanti festival del mondo: a febbraio Il gioco del destino e della fantasia ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Berlinale, mentre a luglio proprio Drive my car, il film di cui ci accingiamo a parlare, ha ottenuto il Premio alla Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes. Tratto da due racconti (uno omonimo, l’altro intitolato Shahrazād) contenuti nella raccolta Uomini senza donne del celebre scrittore Murakami Haruki – un testo del quale nel 2018 diede origine al capolavoro Burning – L’amore brucia del coreano Lee Chang-dong –, il film di Hamaguchi è un’ampia (tre ore) e complessa parabola sulla rielaborazione del dolore e sui rapporti tra esseri umani

    La vicenda narrata ruota attorno al dramma personale dell’attore e regista teatrale Kafuku Yūsuke che, ingaggiato per mettere in scena lo Zio Vanja di Čechov, viene affiancato dalla giovane e taciturna autista Watari Misaki, incaricata di accompagnarlo quotidianamente in macchina nel tragitto casa-lavoro. Kafuku, però, è tormentato dai ricordi della defunta moglie Oto e, a poco a poco, instaura con l’autista un rapporto singolare, che aiuterà entrambi a confrontarsi con i propri traumi e le proprie relazioni irrisolte. 

    Con Drive my car, Hamaguchi porta a compimento un percorso di evoluzione tematica e stilistica iniziato con le sue opere precedenti. La predilezione per il dialogo e il grande controllo della messa in scena si accompagnano allo sguardo intimo con cui il regista guarda ai rapporti tra i personaggi e al loro bisogno celato di condividere con gli altri le proprie esistenze e i propri drammi. La comunicazione, nel cinema di Hamaguchi, è sempre apparentemente impossibile, tanto che i personaggi faticano a penetrare la coltre di mistero che li avvolge. Non è un caso che la caratteristica delle opere teatrali messe in scena da Kafuku all’interno del film, sia quella di essere interpretate da attori che parlano lingue differenti, segno di una incomunicabilità che pervade i rapporti umani sul palcoscenico e nella vita. 

    Ma in questo film il desiderio di relazione e la difficoltà di comunicazione non riguardano solo i vivi, ma anche i morti: Kafuku dialoga quotidianamente con la defunta moglie tramite un’audiocassetta, registrata da lei prima di morire, in cui la donna recita Zio Vanja, a eccezione delle battute del protagonista che sono ripetute dal marito. Tramite questo dialogo costante Kafuku ripensa alla donna e ai misteri insoluti del loro rapporto, primo tra tutti un racconto, rimasto privo di finale, che la donna era solita portare avanti oralmente dopo aver fatto l’amore col marito. “Noi sopravvissuti non facciamo altro che pensare ai morti.” dirà a un certo punto la giovane autista Watari Misaki – coetanea della defunta figlia di Kafuku e anch’essa portatrice di traumi irrisolti – alla quale nel corso del film l’uomo si avvicinerà fisicamente (in principio siede sui sedili posteriori, poi accanto a lei e infine, in uno dei momenti di maggior lirismo della pellicola, i due avvicinano le mani, protese fuori dal tettuccio della Saab Turbo rossa, stringendo ognuno una sigaretta bruciante) e spiritualmente: è il dolore del passato ad avvicinare le persone nel presente e a sospingerle verso il futuro. Non a caso i due protagonisti condivideranno un viaggio esistenziale sull’innevata isola di Hokkaidō, patria di Misaki: un pellegrinaggio alle origini della sofferenza per lei e il desiderio di partecipare a quel dolore per lui. Drive my car è dunque un road movie in cui la vera destinazione da raggiungere è il proprio cuore, unico luogo in cui – grazie anche alla compartecipazione del trauma – è possibile provare a fare i conti con i misteri del passato e trovare la pace. Non a caso Takatsuki, il giovane attore ex amante della moglie di Kafuku, dirà lui che “per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo, andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì.” 

    Hamaguchi fa dunque un film sul travaglio della rielaborazione dei fantasmi del passato (non è casuale, in tal senso, la scelta di spostare, rispetto al racconto di Murakami, l’ambientazione della vicenda da Tokyo a Hiroshima) e le battute finali dello Zio Vanja – che invitano ad affrontare le prove del destino e, nonostante tutto, ad andare avanti, a vivere e a credere nella possibilità di una requie finale – suonano (strano a dirsi, visto che sono espresse a gesti da un’attrice muta) come il perfetto complemento a Drive my car: un testo filmico di straordinaria densità semiotica e semantica, emotivamente e intellettualmente travolgente, da vedere e rivedere

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  • RECENSIONE TITANE – PALMA D’ORO A CANNES

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    Titane è un film diretto da Julia Ducournau, regista francese al suo secondo lungometraggio dopo Raw (2016). La pellicola, premiata con la Palma d’oro a Cannes nel 2021, ha ricevuto critiche contrastanti dovute alla singolarità dell’opera. Quella di Titane è una visione sensoriale disturbante, che gioca con ciò che più può disgustare lo spettatore a tal punto da impaurirlo solo con una pura suggestione, ancor prima di mostrare effettivamente qualcosa, il tutto nonostante la violenza gratuita sia uno dei fattori del film maggiormente percepibili.

    Dopo una breve presentazione della protagonista (Agathe Rousselle) nella sua fase infantile e dell’incidente scatenante, assistiamo ad immagini spinte e provocanti che orientano lo spettatore verso una dimensione erotica per poi farlo diventare, sorprendentemente, testimone di una violenza inaudita. Quest’ultima componente andrà scemando nella seconda parte del film, quando subentrerà il personaggio interpretato da Vincent Lindon, capace di emozionare e strappare due o tre risate (le uniche dell’intero film).

    Paura, tensione e suspense sono sin da subito manifeste tra il pubblico, che a volte preferisce voltarsi, rifiutandosi di vedere qualcosa per cui ha in effetti pagato un biglietto. Un comportamento po’ un paradossale, giustificato però dalla propensione verso l’orrido che tanto piace alla Ducournau. La visione di Titane è sicuramente unica nel suo genere, poiché suoni ed immagini contribuiscono ad una continua e costante paura di vedere qualcosa di eccessivamente crudo e sicuramente molto meno piacevole rispetto al sangue color Ferrari tipico di registi come Tarantino. Qui la violenza gioca un ruolo molto diverso, prima visiva e fisica, poi psicologica. Lo spettatore si sente straziato, anche solo con un primo piano di un personaggio che urla senza che venga mostrata effettivamente la fonte del dolore.

    È un film sicuramente sui generis, non apprezzabile da tutti, soprattutto a causa di un sottotesto che lascia spiazzati e incerti anche dopo la fine della visione.

    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico bisogna oggettivamente riconoscere la bravura di ogni maestranza dietro a questa produzione, con punti forti fotografia, colonna sonora e montaggio. Quest’ultimo presenta numerose microellissi e Jump-cuts utili a snellire alcune scene, rendendo la durata del film perfetta. Ottima la regia, da sottolineare soprattutto la seconda sequenza, colma di movimenti di macchina liberi, svincolati, ingannevoli, utili a descrivere il contesto circostante e a fungere da establishing shot. Non da meno la scelta delle musiche, adeguate ad ogni contesto, a volte funzionali alle dinamiche del racconto, altre invece giocando per contrasto con l’azione rappresentata. Per intenderci, una scena di grande azione e violenza costruita sulle note di un brano più allegro, che vorrebbe stendere un velo di ironia sul tutto, anche se a volte, invano.

    È un film tutt’altro che ironico, sarebbe più corretto definirlo raccapricciante, drammatico e allegorico. In conclusione, dunque, un film molto forte e non consigliabile a chi è sensibile alla visione di contenuti crudi del genere Body horror. Al contrario, chi trova anche interessante e appassionante questo genere, non può che vedere quest'opera. Il film uscirà nelle sale italiane il 30 settembre.

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  • CANNES 2021: ANALISI DEL FESTIVAL

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    N.B.: nessun membro della redazione di framescinemawebzine.com/ è stato al Festival di Cannes e ha visto i film della selezione. Il presente articolo è un commento all'edizione e ai film del concorso basato esclusivamente sulle reazioni generali della critica italiana e internazionale che ha potuto vedere le pellicole al Festival.

    Ieri, 17 luglio, si è conclusa la 74ª edizione del Festival di Cannes, la prima tenutasi in presenza dall’inizio della pandemia. Il delegato generale Thierry Frémaux, principale curatore della selezione, ha allestito uno dei concorsi più ampi di sempre (ben 24 film in competizione per la Palma d’Oro), proprio per dare visibilità anche a pellicole del 2020 rimaste in attesa di un’edizione in presenza del grande festival francese dove svelarsi al mondo.

    Julia Ducournau con Vincent Lindon e Agathe Rousselle, protagonisti di Titane

    Partiamo subito dall’elefante nella stanza: la Palma d’Oro che la giuria guidata da Spike Lee ha assegnato a Titane, opera seconda della francese Julia Ducournau (seconda donna nella storia a vincere il festival, dopo Jane Campion per Lezioni di piano). Il film – un pastiche che riecheggia i capolavori body horror di Cronenberg e Tsukamoto: basti pensare che la protagonista è una donna che rimane incinta di un’automobile con cui si è accoppiata – ha letteralmente spaccato in due la critica internazionale, tra sostenitori (pochi) e detrattori (i più). Difficile trovare, negli ultimi anni, una Palma d’Oro tanto discussa (e discutibile, probabilmente). È assai probabile che Spike Lee abbia voluto lanciare provocatoriamente uno dei suoi ben noti messaggi politici, premiando un film che affronta di petto il tema del cambiamento e della fluidità sessuale, al centro del dibattito contemporaneo.

    Certo, lascia davvero perplessi il fatto che per premiare Titane, comunque nel complesso uno dei film meno graditi del concorso, la giuria abbia relegato a premi minori film universalmente acclamati come l’iraniano Ghahreman (A Hero) di Asghar Farhadi e il finlandese Hytti Nro. 6 (Compartment No. 6) di Juho Kuosmanen – che si sono divisi il Grand Prix, ossia il secondo premio per importanza – e soprattutto il giapponese Doraibu mai kā (Drive my car) di Hamaguchi Ryūsuke, secondo molti indiscutibilmente la miglior pellicola del concorso, premiato “solo” con il Premio alla Miglior Sceneggiatura (anche se si è rifatto con altri riconoscimenti indipendenti, come il prestigiosissimo premio FIPRESCI, assegnato dalla critica internazionale). A Hero rappresenta il ritorno in Iran di Farhadi che, dopo la parentesi spagnola di Tutti lo sanno (2018) con Penelope Cruz e Javier Bardem, torna alla sua forma migliore e, pur non riuscendo secondo la critica a toccare i vertici dei suoi capolavori (About Elly, Una separazione), realizza un nuovo memorabile spaccato della società iraniana. Compartment No. 6, invece, è il racconto di una bizzarra storia d’amore che si svolge interamente su un treno in Siberia, mentre Drive my car è il fluviale (179′) adattamento di un celebre racconto di Murakami Haruki.

    Un fotogramma di A Hero di Asghar Farhadi

    Un fotogramma da Compartment No. 6 di Juho Kousmanen

    Un fotogramma da Drive my car di Hamaguchi Ryusuke

    Altri film premiati sono stati il contestato israeliano Ha’berech di Nadav Lapid e il misterioso Memoria (Premio della Giuria ex aequo) di Apichatpong Weerasethakul, trasferta colombiana con Tilda Swindon del celebre regista tailandese, già Palma d’Oro nel 2010 per il cult Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Il film, acclamatissimo dalla critica internazionale, arriverà in Italia su MUBI. Migliori attori, invece, Renate Reinsve per Verdens verste menneske (The Worst Person in the World) del norvegese Joachim Trier e Caleb Landry Jones per l’australiano Nitram di Justin Kurzel.

    Il Premio alla Regia, infine, è andato a Leos Carax, beniamino dei cinefili di mezzo mondo, noto soprattutto per il celebre Holy Motors. Il regista francese ha aperto il festival con il musical-kolossal Annette, produzione internazionale con protagonisti Adam Driver e Marion Cotillard. Secondo molti si tratta di una versione caraxiana di La La Land, musicata dagli Sparks.

    Tra i film più discussi, non ce l’hanno fatta a entrare nel palmarès Paris 13th District di Jacques Audiard, melodramma raffreddato alla Wong Kar-Wai ambientato nelle periferie parigine, e Benedetta di Paul Verhoeven, già assurto allo stato di cult per le estreme scene erotiche tra suore lesbiche che utilizzano statuette della Vergine come dildi. Ahinoi, quest’ultimo (stranamente…) manca ancora di una distribuzione italiana. Tra i premiati manca anche il film forse più atteso del festival, The French Dispatch di Wes Anderson, che ha generalmente deluso la critica, che ha parlato di un’involuzione stilistica del regista texano, sempre più travolto dal proprio maniacale formalismo. Staremo a vedere se, effettivamente, si tratterà di una delusione. Tre piani di Nanni Moretti, unico film italiano in concorso, è tornato a casa a bocca asciutta e con reazioni critiche piuttosto negative, che parlano di un passo falso del grande regista nostrano. Ma non mancano i sostenitori della pellicola, che uscirà in Italia il prossimo 23 settembre. Tra i film che hanno deluso molto vi è poi The Story of my Wife, mega-produzione europea diretta dalla regista ungherese Ildikó Enyedi, che nel 2017 aveva lasciato tutti a bocca aperta con Corpo e anima (Orso d’Oro a Berlino) e che con il suo nuovo film pare invece aver disatteso le alte aspettative.

    Nel complesso il concorso di Cannes 74 – che vantava pellicole provenienti davvero da ogni parte del mondo – ha riservato come ogni anno sorprese e delusioni, ma ha segnato l’ennesima ripartenza dell’industria cinematografica mondiale, che non sembra intenzionata a fermarsi, anche di fronte alle grandi difficoltà causate dalla pandemia.

    La giuria del concorso presieduta da Spike Lee

    Tra le opere fuori dal concorso principale vale la pena segnalare almeno Unclenching the Fists della russa Kira Kovalenco, vincitore del premio Un Certain Regard, A Chiara dell’italiano Jonas Carpignano, vincitore del premio Europa Cinema Label della Quinzaine des Réalisateurs, e Murina di Antoneta Alamat Kusijanović, vincitore della Caméra d’or (il prestigioso premio alla miglior opera prima, vinto in passato da registi poi diventati grandi maestri).

    Fuori concorso segnaliamo almeno La ragazza di Stillwater – nuovo acclamato film di Tom McCarthy (Il caso Spotlight) con Matt Damon che, possiamo già dirlo, proverà a dire la sua ai prossimi Oscar – e i documentari The Story of Film: A New Generation di Mark Cousins e JFK Revisited: Through the Looking Glass di Oliver Stone. Il primo è il nuovo capitolo del monumentale documentario sulla storia del cinema The Story of Film: An Odyssey (2011, oltre 900′ di durata), mentre il secondo è il tentativo di Stone di tornare sul caso Kennedy, dopo il capolavoro JFK – Un caso ancora aperto (1991), e di riaggiornare le tesi espresse dal proprio film alla luce di nuovi elementi emersi nei passati trent’anni.

    Le Palme d’Oro onorarie, infine, sono andate a Jodie Foster e al nostro Marco Bellocchio.

    Marco Bellocchio con la Palma d’Oro onoraria ricevuta dalle mani di Paolo Sorrentino

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