Tag: cannes 74

  • RECENSIONE DRIVE MY CAR – MIGLIOR SCENEGGIATURA CANNES 2021

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    Tra i meriti cinematografici di questo 2021 vi è sicuramente l’aver definitivamente consacrato presso i cinefili di tutto il mondo la figura del giovane regista giapponese Hamaguchi Ryūsuke. Noto in Occidente fin dal 2015, quando il suo fluviale Happy Hour vinse due premi a Locarno, e già in concorso a Cannes nel 2018 con Asako I & II, Hamaguchi quest’anno ha partorito due film che hanno razzolato premi e consensi pressoché unanimi in due tra i più importanti festival del mondo: a febbraio Il gioco del destino e della fantasia ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Berlinale, mentre a luglio proprio Drive my car, il film di cui ci accingiamo a parlare, ha ottenuto il Premio alla Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes. Tratto da due racconti (uno omonimo, l’altro intitolato Shahrazād) contenuti nella raccolta Uomini senza donne del celebre scrittore Murakami Haruki – un testo del quale nel 2018 diede origine al capolavoro Burning – L’amore brucia del coreano Lee Chang-dong –, il film di Hamaguchi è un’ampia (tre ore) e complessa parabola sulla rielaborazione del dolore e sui rapporti tra esseri umani

    La vicenda narrata ruota attorno al dramma personale dell’attore e regista teatrale Kafuku Yūsuke che, ingaggiato per mettere in scena lo Zio Vanja di Čechov, viene affiancato dalla giovane e taciturna autista Watari Misaki, incaricata di accompagnarlo quotidianamente in macchina nel tragitto casa-lavoro. Kafuku, però, è tormentato dai ricordi della defunta moglie Oto e, a poco a poco, instaura con l’autista un rapporto singolare, che aiuterà entrambi a confrontarsi con i propri traumi e le proprie relazioni irrisolte. 

    Con Drive my car, Hamaguchi porta a compimento un percorso di evoluzione tematica e stilistica iniziato con le sue opere precedenti. La predilezione per il dialogo e il grande controllo della messa in scena si accompagnano allo sguardo intimo con cui il regista guarda ai rapporti tra i personaggi e al loro bisogno celato di condividere con gli altri le proprie esistenze e i propri drammi. La comunicazione, nel cinema di Hamaguchi, è sempre apparentemente impossibile, tanto che i personaggi faticano a penetrare la coltre di mistero che li avvolge. Non è un caso che la caratteristica delle opere teatrali messe in scena da Kafuku all’interno del film, sia quella di essere interpretate da attori che parlano lingue differenti, segno di una incomunicabilità che pervade i rapporti umani sul palcoscenico e nella vita. 

    Ma in questo film il desiderio di relazione e la difficoltà di comunicazione non riguardano solo i vivi, ma anche i morti: Kafuku dialoga quotidianamente con la defunta moglie tramite un’audiocassetta, registrata da lei prima di morire, in cui la donna recita Zio Vanja, a eccezione delle battute del protagonista che sono ripetute dal marito. Tramite questo dialogo costante Kafuku ripensa alla donna e ai misteri insoluti del loro rapporto, primo tra tutti un racconto, rimasto privo di finale, che la donna era solita portare avanti oralmente dopo aver fatto l’amore col marito. “Noi sopravvissuti non facciamo altro che pensare ai morti.” dirà a un certo punto la giovane autista Watari Misaki – coetanea della defunta figlia di Kafuku e anch’essa portatrice di traumi irrisolti – alla quale nel corso del film l’uomo si avvicinerà fisicamente (in principio siede sui sedili posteriori, poi accanto a lei e infine, in uno dei momenti di maggior lirismo della pellicola, i due avvicinano le mani, protese fuori dal tettuccio della Saab Turbo rossa, stringendo ognuno una sigaretta bruciante) e spiritualmente: è il dolore del passato ad avvicinare le persone nel presente e a sospingerle verso il futuro. Non a caso i due protagonisti condivideranno un viaggio esistenziale sull’innevata isola di Hokkaidō, patria di Misaki: un pellegrinaggio alle origini della sofferenza per lei e il desiderio di partecipare a quel dolore per lui. Drive my car è dunque un road movie in cui la vera destinazione da raggiungere è il proprio cuore, unico luogo in cui – grazie anche alla compartecipazione del trauma – è possibile provare a fare i conti con i misteri del passato e trovare la pace. Non a caso Takatsuki, il giovane attore ex amante della moglie di Kafuku, dirà lui che “per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo, andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì.” 

    Hamaguchi fa dunque un film sul travaglio della rielaborazione dei fantasmi del passato (non è casuale, in tal senso, la scelta di spostare, rispetto al racconto di Murakami, l’ambientazione della vicenda da Tokyo a Hiroshima) e le battute finali dello Zio Vanja – che invitano ad affrontare le prove del destino e, nonostante tutto, ad andare avanti, a vivere e a credere nella possibilità di una requie finale – suonano (strano a dirsi, visto che sono espresse a gesti da un’attrice muta) come il perfetto complemento a Drive my car: un testo filmico di straordinaria densità semiotica e semantica, emotivamente e intellettualmente travolgente, da vedere e rivedere

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  • CANNES 2021: ANALISI DEL FESTIVAL

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    N.B.: nessun membro della redazione di framescinemawebzine.com/ è stato al Festival di Cannes e ha visto i film della selezione. Il presente articolo è un commento all'edizione e ai film del concorso basato esclusivamente sulle reazioni generali della critica italiana e internazionale che ha potuto vedere le pellicole al Festival.

    Ieri, 17 luglio, si è conclusa la 74ª edizione del Festival di Cannes, la prima tenutasi in presenza dall’inizio della pandemia. Il delegato generale Thierry Frémaux, principale curatore della selezione, ha allestito uno dei concorsi più ampi di sempre (ben 24 film in competizione per la Palma d’Oro), proprio per dare visibilità anche a pellicole del 2020 rimaste in attesa di un’edizione in presenza del grande festival francese dove svelarsi al mondo.

    Julia Ducournau con Vincent Lindon e Agathe Rousselle, protagonisti di Titane

    Partiamo subito dall’elefante nella stanza: la Palma d’Oro che la giuria guidata da Spike Lee ha assegnato a Titane, opera seconda della francese Julia Ducournau (seconda donna nella storia a vincere il festival, dopo Jane Campion per Lezioni di piano). Il film – un pastiche che riecheggia i capolavori body horror di Cronenberg e Tsukamoto: basti pensare che la protagonista è una donna che rimane incinta di un’automobile con cui si è accoppiata – ha letteralmente spaccato in due la critica internazionale, tra sostenitori (pochi) e detrattori (i più). Difficile trovare, negli ultimi anni, una Palma d’Oro tanto discussa (e discutibile, probabilmente). È assai probabile che Spike Lee abbia voluto lanciare provocatoriamente uno dei suoi ben noti messaggi politici, premiando un film che affronta di petto il tema del cambiamento e della fluidità sessuale, al centro del dibattito contemporaneo.

    Certo, lascia davvero perplessi il fatto che per premiare Titane, comunque nel complesso uno dei film meno graditi del concorso, la giuria abbia relegato a premi minori film universalmente acclamati come l’iraniano Ghahreman (A Hero) di Asghar Farhadi e il finlandese Hytti Nro. 6 (Compartment No. 6) di Juho Kuosmanen – che si sono divisi il Grand Prix, ossia il secondo premio per importanza – e soprattutto il giapponese Doraibu mai kā (Drive my car) di Hamaguchi Ryūsuke, secondo molti indiscutibilmente la miglior pellicola del concorso, premiato “solo” con il Premio alla Miglior Sceneggiatura (anche se si è rifatto con altri riconoscimenti indipendenti, come il prestigiosissimo premio FIPRESCI, assegnato dalla critica internazionale). A Hero rappresenta il ritorno in Iran di Farhadi che, dopo la parentesi spagnola di Tutti lo sanno (2018) con Penelope Cruz e Javier Bardem, torna alla sua forma migliore e, pur non riuscendo secondo la critica a toccare i vertici dei suoi capolavori (About Elly, Una separazione), realizza un nuovo memorabile spaccato della società iraniana. Compartment No. 6, invece, è il racconto di una bizzarra storia d’amore che si svolge interamente su un treno in Siberia, mentre Drive my car è il fluviale (179′) adattamento di un celebre racconto di Murakami Haruki.

    Un fotogramma di A Hero di Asghar Farhadi

    Un fotogramma da Compartment No. 6 di Juho Kousmanen

    Un fotogramma da Drive my car di Hamaguchi Ryusuke

    Altri film premiati sono stati il contestato israeliano Ha’berech di Nadav Lapid e il misterioso Memoria (Premio della Giuria ex aequo) di Apichatpong Weerasethakul, trasferta colombiana con Tilda Swindon del celebre regista tailandese, già Palma d’Oro nel 2010 per il cult Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Il film, acclamatissimo dalla critica internazionale, arriverà in Italia su MUBI. Migliori attori, invece, Renate Reinsve per Verdens verste menneske (The Worst Person in the World) del norvegese Joachim Trier e Caleb Landry Jones per l’australiano Nitram di Justin Kurzel.

    Il Premio alla Regia, infine, è andato a Leos Carax, beniamino dei cinefili di mezzo mondo, noto soprattutto per il celebre Holy Motors. Il regista francese ha aperto il festival con il musical-kolossal Annette, produzione internazionale con protagonisti Adam Driver e Marion Cotillard. Secondo molti si tratta di una versione caraxiana di La La Land, musicata dagli Sparks.

    Tra i film più discussi, non ce l’hanno fatta a entrare nel palmarès Paris 13th District di Jacques Audiard, melodramma raffreddato alla Wong Kar-Wai ambientato nelle periferie parigine, e Benedetta di Paul Verhoeven, già assurto allo stato di cult per le estreme scene erotiche tra suore lesbiche che utilizzano statuette della Vergine come dildi. Ahinoi, quest’ultimo (stranamente…) manca ancora di una distribuzione italiana. Tra i premiati manca anche il film forse più atteso del festival, The French Dispatch di Wes Anderson, che ha generalmente deluso la critica, che ha parlato di un’involuzione stilistica del regista texano, sempre più travolto dal proprio maniacale formalismo. Staremo a vedere se, effettivamente, si tratterà di una delusione. Tre piani di Nanni Moretti, unico film italiano in concorso, è tornato a casa a bocca asciutta e con reazioni critiche piuttosto negative, che parlano di un passo falso del grande regista nostrano. Ma non mancano i sostenitori della pellicola, che uscirà in Italia il prossimo 23 settembre. Tra i film che hanno deluso molto vi è poi The Story of my Wife, mega-produzione europea diretta dalla regista ungherese Ildikó Enyedi, che nel 2017 aveva lasciato tutti a bocca aperta con Corpo e anima (Orso d’Oro a Berlino) e che con il suo nuovo film pare invece aver disatteso le alte aspettative.

    Nel complesso il concorso di Cannes 74 – che vantava pellicole provenienti davvero da ogni parte del mondo – ha riservato come ogni anno sorprese e delusioni, ma ha segnato l’ennesima ripartenza dell’industria cinematografica mondiale, che non sembra intenzionata a fermarsi, anche di fronte alle grandi difficoltà causate dalla pandemia.

    La giuria del concorso presieduta da Spike Lee

    Tra le opere fuori dal concorso principale vale la pena segnalare almeno Unclenching the Fists della russa Kira Kovalenco, vincitore del premio Un Certain Regard, A Chiara dell’italiano Jonas Carpignano, vincitore del premio Europa Cinema Label della Quinzaine des Réalisateurs, e Murina di Antoneta Alamat Kusijanović, vincitore della Caméra d’or (il prestigioso premio alla miglior opera prima, vinto in passato da registi poi diventati grandi maestri).

    Fuori concorso segnaliamo almeno La ragazza di Stillwater – nuovo acclamato film di Tom McCarthy (Il caso Spotlight) con Matt Damon che, possiamo già dirlo, proverà a dire la sua ai prossimi Oscar – e i documentari The Story of Film: A New Generation di Mark Cousins e JFK Revisited: Through the Looking Glass di Oliver Stone. Il primo è il nuovo capitolo del monumentale documentario sulla storia del cinema The Story of Film: An Odyssey (2011, oltre 900′ di durata), mentre il secondo è il tentativo di Stone di tornare sul caso Kennedy, dopo il capolavoro JFK – Un caso ancora aperto (1991), e di riaggiornare le tesi espresse dal proprio film alla luce di nuovi elementi emersi nei passati trent’anni.

    Le Palme d’Oro onorarie, infine, sono andate a Jodie Foster e al nostro Marco Bellocchio.

    Marco Bellocchio con la Palma d’Oro onoraria ricevuta dalle mani di Paolo Sorrentino

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