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  • David Bowie – L’alieno che cadde sulla Terra

    Un artista a tutto tondo… al cinema Dieci anni fa David Bowie, o Ziggy Stardust, o il Duca Bianco, lasciava il pianeta Terra per riunirsi alla sua astronave madre. Con una carriera che ha abbracciato cinque decenni e prodotto più di 20 dischi, Bowie è stato uno degli artisti più poliedrici del periodo: capace di suonare più di 10 strumenti, cantante, appassionato di filosofia, estimatore d’arte (nella sua casa era presente una grande collezione d’opere) e pittore, certo… Ma anche attore per il cinema. Meno conosciuta rispetto alla sua carriera di cantante è, infatti, il contributo che l’artista ha dato alla settima arte. Dalla sua prima apparizione sul grande schermo nel 1969 (il battesimo del fuoco è il cortometraggio a basso costo The Image) si contano una ventina di film di finzione in cui Bowie appare in veste di doppiatore (come nel cortometraggio animato The Snowman), attore o nei panni di sé stesso. Pensiamo al caso Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, in cui la dipendenza da eroina della protagonista comincia proprio ad un concerto del cantante; o ancora, al più scanzonato Zoolander, in cui una versione esagerata del cantante fà da giudice a una “sfilata a due” tra Ben Stiller e Owen Wilson. Ma chi era il David Bowie attore? Quali ruoli potevano interessare ad un uomo che aveva già fatto delle maschere e della reinvenzione il suo marchio? Creature fuori da questo mondo… Il “la” ce lo dà il primo lungometraggio, L’uomo che cadde sulla Terra (Nicolas Roeg, 1976): un ruolo che pare cucito a pennello su Bowie, vista l’immagine di alieno venuto dalle stelle che stava coltivando come performer. David Bowie diventa Ziggy Stardust che diventa Thomas Jerome Newton, alieno atterrato sulla Terra per portare l’acqua sul suo pianeta d’origine. Tratto da un romanzo di Walter Tevis, la premessa fantascientifica è in realtà il pretesto per esplorare temi come l’alcolismo e la crudeltà della sperimentazione scientifica. Se è vero che l’inizio (di una carriera, di una storia) può contenere in nuce tutto ciò che verrà, il David Bowie attore si posiziona subito come interprete di esseri ‘altri’, capace di distinguersi dalla folla con la sua fisicità androgina, gli occhi di colori diversi, lo sguardo svagato e il tono di voce sempre pacato. Dopo l’alieno viene il vampiro: nel 1983, Bowie recita al fianco di Catherine Deneuve e Susan Sarandon in Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger, Tony Scott). In questo horror sensuale e fastoso, Bowie è John, compagno di vita della vampira Miriam (Deneuve). Quando John comincia ad invecchiare tutto d’un tratto, Miriam rivolge le sue attenzioni sulla dottoressa Sarah (Sarandon). Ancora una volta, l’aspetto allampanato e straniante di Bowie è perfettamente adatto allo scopo di trasmettere il sentore di un essere non umano. Giocoforza fà, in questo caso, anche il fascino suo e di Deneuve: il mezzo attraverso cui i vampiri avvicinano le vittime per poi colpire. Arriviamo così al 1986 e al ruolo più famoso nella filmografia di Bowie: quello del malvagio Re dei Goblin Jareth in Labyrinth-Dove tutto è possibile (Jim Henson). Ancora una volta, il cantante interpreta una creatura sovrannaturale, stavolta in un film dai toni più family friendly: Sarah, quindicenne appassionata di creature e mondi fantastici, deve salvare il fratellino adottivo che ha accidentalmente ‘venduto’ al re dei goblin. Per farlo, deve attraversare il labirinto che dà nome al film e superare le insidie poste da Jareth. Per tutti coloro che vi hanno lavorato, compresa la protagonista Jennifer Connelly, Labyrinth è al di là della facciata fantastica una storia di crescita e di passaggio dall’età infantile a quella adulta. Lo stesso Henson affermò di aver scelto Bowie per il ruolo di antagonista perché portatore, con tutte le sue particolarità, di “una certa maturità (…), di tutte quelle cose che rappresentano il mondo adulto” (1). … e uomini straordinari Ma cosa succede quando dall’ ‘uomo che cadde sulla Terra’ e dai ruoli di creature soprannaturali si passa a un essere umano fatto e finito? Il primo tentativo attoriale di Bowie nei panni di un comune essere umano non è dei migliori. In Gigolò (David Hemmings, 1978), commedia (almeno nelle intenzioni) sul periodo di transizione tra la Repubblica di Weimar e il regime di Hitler, Bowie interpreta un nobile soldato di ritorno dalla guerra, costretto a fare del suo corpo un mezzo per vivere nel lusso che conosce. Eppure le sue idiosincrasie, che in altri film ed altri ruoli avevano funzionato, qui non fanno altro che farlo sembrare fiacco e legnoso. Colpa dell’incapacità attoriale del cantante o di quella del regista di dirigerlo e trovare un accordo tra i suoi modi e il tono della pellicola? In The Linguini Incident (Richard Shepard, 1991), una romcom che lo vede protagonista a fianco di Rosanna Arquette, il risultato è decisamente migliore. Bowie è Monte, un barman sfortunato e con la passione per le scommesse che decide, assieme alla collega Lucy (Arquette) e la sua amica Vivian, di rapinare il ristorante in cui lavorano. Sebbene il ruolo sembri più lontano dalla ‘persona-Bowie’ rispetto a quello interpretato in Gigolò (sofisticato, elegante, naturalmente affascinante), il regista riesce a sfruttare il modus attoriale del cantante, le sue inflessioni pacate e gli atteggiamenti svagati, per farne un perfetto contrappunto comico alla demenzialità della vicenda. Non guasta certamente che il personaggio di un mascalzone come Monte guadagni in carisma e in credibilità come interesse amoroso grazie al fascino di Bowie. Ne Il mio West (Giovanni Veronesi, 1998), delirio western in cui a due star come Harvey Keitel e Bowie si affiancano Alessia Marcuzzi e Leonardo Pieraccioni (con immancabile accento toscano), il nostro cantante è il leggendario pistolero Jack Sikora, rinomato per la sua crudeltà. Come da tradizione per molti pistoleri, la fama e la nomea li precedono e ne fanno delle figure quasi mitologiche. In questo senso, la decisione di scegliere una rockstar per la parte ha del geniale e l’esaspetata eccentricità del cantante fa comunque il suo in un film che potremmo cortesemente definire ‘noioso’. In Basquiat (Julian Schnabel, 1996) e The Prestige (Christopher Nolan, 2008) si fa un passo avanti: Bowie interpreta ora due uomini straordinari realmente esistiti. Nel primo film, biografia dell’artista rivoluzionario Jean-Michel Basquiat, Bowie si cala nei panni (e nella parrucca) di Andy Warhol. L’interpretazione fu considerata in maniera positiva da chi aveva conosciuto l’artista. Nolan lo volle, invece, per il ruolo dell’inventore Nikola Tesla in una parte minore ma fondamentale nella storia di due prestigiatori e la loro rivalità. Ma il film che meglio sfrutta la presenza scenica di Bowie è un curioso war movie di nome Furyo (Nagisa Ōshima, 1983). Bowie è Jack Celliers, prigioniero in un campo di prigionia giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Uno dei capitani del campo, Yonoi (Ryūichi Sakamoto), viene subito attratto dalla bellezza magnetica di Celliers e dalla sua natura ribelle e impenetrabile. Saranno queste stesse caratteristiche a creare scompiglio nel campo e causare la rovina del Capitano e di Celliers stesso. Una storia che, guardando alla letteratura europea, potremmo definire tipicamente decadentista, riuscita anche grazie alla credibilità della sua femme fatale: David Bowie. Formato ridotto C’è poi un’ultima, interessante tendenza da segnalare nel catalogo di film interpretati dal cantante: una serie di apparizioni che potremmo definire ‘brevi ma intense’. In Tutto in una notte (John Landis, 1985), una commedia-thriller piena di camei, un Bowie biondo ossigenato appare per meno di 4 minuti nel ruolo dell’assassino Colin Morris, armato di rasoio, rivoltella e un’ingannevole calma flemmatica. Nel musical Absolute Beginners (Julien Temple, 1986) il capo dell’agenzia di marketing Vendice Partners appare poco su schermo ma ha un forte impatto sulla narrazione: è l’ennesima manifestazione della corruzione delle istituzioni in una storia che parla di rivolta della gioventù. Nel controverso film religioso L’ultima tentazione di Cristo (Martin Scorsese, 1988), Bowie è il temibile Ponzio Pilato. La sola scena è lunga meno di quattro minuti: più che giudicare Gesù (qui interpretato da Willem Dafoe) il procuratore della Giudea si limita a disquisire con lui e spiegargli con calma da diplomatico le ragioni politiche per cui la sua condanna a morte è cosa conveniente. In Fuoco cammina con me (David Lynch, 1992), prequel-sequel della serie televisiva Twin Peaks, il contributo di Bowie è una letterale apparizione: l’agente dell’FBI Philip Jeffries, scomparso da due anni, si presenta all’improvviso nell’ufficio dei colleghi a Filadelfia, riporta delle frasi criptiche per poi sparire di nuovo senza lasciare traccia. Per quanto la sequenza in cui Bowie appariva fosse in origine più lunga (è presente nel film Twin Peaks: The Missing Pieces), già in questa versione Jeffries ci fornisce una delle chiavi di volta per interpretare l’intera serie: “we live inside a dream”, “viviamo dentro un sogno”. L’obiettivo, in questi casi, sembra essere quello di sfruttare la riconoscibilità del cantante per rendere assolutamente memorabili le scene in cui appare. E se siamo ancora qui a parlarne, dieci anni dopo, sembra proprio che la missione sia riuscita. Schlockoff, Alain (February 1987). “Jim Henson Interview”. L’Écran fantastique
  • Suso Cecchi D’Amico – Scrivere su misura

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” 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    La rassegna “Suso Cecchi D’Amico: Scrivere su Misura”, presentata al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, offre uno sguardo sull’opera della più grande sceneggiatrice del cinema italiano.

    Suso Cecchi D’Amico nasce a Roma nel 1914, col nome di Giovanna Cecchi, in una famiglia di artisti: il padre Emilio Cecchi era uno scrittore; la madre, Leonetta Pieraccini, una pittrice. Frequenta il Lycée Chateaubriand, lavora in alcuni uffici pubblici in gioventù e nel 1938, a 24 anni, sposa Fedele, figlio di Silvio D’Amico, di cui prenderà il cognome.

    Inizia a scrivere sceneggiature, firmandosi inizialmente Susy D’Amico, nella prima metà degli anni ’40. La sua prima sceneggiatura mai giunta sullo schermo si intitola Avatar, tratta da Theophile Gautier, e il primo film effettivamente realizzato con la partecipazione ai testi della nostra è Mio Figlio Professore di Renato Castellani nel 1946. Suso lavorerà ininterrottamente per 60 anni collaborando con tutti più grandi registi italiani tra cui Zampa, Lattuada, Camerini, Pietrangeli, Antonioni, Visconti, Fellini, De Sica.

    Come raccontato dal figlio Masolino, curatore insieme alle sorelle Caterina e Silvia della rassegna dedicata alla madre nell’ambito del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna:

    Quella dello sceneggiatore è un’attività servile, nella quale non a caso romanzieri affermati, orgogliosi della qualità della loro pagina, si sono trovati a disagio. Tutti, scrittori e sceneggiatori, mettono nella preparazione del film il loro talento oltre che per inventare storie, per riprodurre la vita, per entrare nella testa delle persone; e i registi piegano questo talento ai loro fini. Ecco, forse, mi sono detto, dov’era la marcia in più di mia madre, sempre tanto richiesta. Lei univa alla sua capacità di capire e conoscere la gente e il mondo esterno, quella di  capire anche il regista che l’aveva chiamata, e quello che costui aveva in testa. Era una psicologa di registi. Sapeva, o presto imparava, cosa voleva Visconti, cosa Blasetti, cosa Zampa. Così penso che il vero omaggio che le si può rivolgere non consista tanto nel cercare la sua mano, mano che lei non esibiva affatto, in questo o in quel film, ma nel passare in rassegna un numero di pellicole diverse tra loro quanto i registi con cui lei lavorò: registi che appunto, possiamo pensare anche grazie al suo aiuto, in quelle occasioni diedero il meglio di sé.

    Il modus operandi dell’epoca prevedeva la collaborazione di numerosi sceneggiatori, tanto che risulta spesso difficile risalire alla genesi di una battuta o di un dialogo, tuttavia il tocco inconfondibile di Suso Cecchi D’Amico la rende la più grande sceneggiatrice della storia del cinema italiano, seconda forse solo a Cesare Zavattini.

    E proprio con Zavattini Suso aveva partecipato nel 1948 alla sceneggiatura di Ladri di Biciclette. Una sceneggiatura nata dalle esperienze dirette, dall’osservazione della strada e dei suoi personaggi poi trascritti dagli sceneggiatori. Tutti coordinati da De Sica con uno Zavattini che cercava di tenere le redini del tutto, con la convinzione che la paternità di un film non potesse essere lasciata in mano al solo regista. Gli sceneggiatori erano numerosissimi, alcuni non avevano quasi messo mano ai dialoghi, ma allora andava così. Forse il contributo di Suso al film fu eccessivamente ridimensionato rispetto a quello di Zavattini, ma non era certo trascurabile.

    Suso inoltre capì come nessun altro le potenzialità di Anna Magnani sullo schermo, soprattutto nella commedia drammatica.

    Ad esempio L’Onorevole Angelina di Luigi Zampa del 1949, ispirato a dei fatti di cronaca, proteste mosse soprattutto da donne nella periferia romana ci mostra la nostra eroina improvvisarsi leader politica per farsi carico delle necessità della sua gente. L’Onorevole Angelina è forse la più politica tra le commedie neorealiste. In bilico tra femminismo e conservatorismo familista, tra pulsioni rivoluzionaria e rinuncia al populismo, vediamo Angelina scatenare guerre, deludere ed essere delusa, passare da popolana a condottiera, per poi crollare e risalire. Non c’è fiducia nel cambiamento, ma c’è speranza. Anche se la speranza porta rinunce. Angelina deve rinunciare alla politica per riuscire a tenere in piedi la sua famiglia, suo marito rinuncia alla sua posizione di pater familias per riconciliarsi con la moglie, perfino il borghese (qui umanissimo) rinuncia ai suoi profitti. Gli individui si sacrificano per il bene della collettività che tuttavia non tarda a mostrarsi rabbiosa e ingrata verso chi si è esposto per essa. Ma come spesso avviene in questo tipo di cinema italiano, tutto si perdona.

    Nella Città L’Inferno di Renato Castellani (1958) invece vede la Magnani interpretare Egle, un’assidua frequentatrice del carcere romano di Rebibbia. Ispirato al romanzo autobiografico Via delle Mantellate di Isa Mari, il film è frutto del grande lavoro di documentazione di Suso Cecchi D’Amico che ha passato molto tempo negli ambienti della piccola criminalità.

    A metà tra il neorealismo e il cinema verità (molte delle comparse sono vere detenute) il film nella sua apparente amarezza è in realtà un acquerello di amicizia e cameratismo femminile.

    Le detenute sono tutte amiche e amorevoli tra loro, non c’è ostilità nemmeno verso suore e sorveglianti o verso chi cerca di approfittarsi dell’altra, la stessa Cecchi D’Amico disse che “i criminali le sembravano tutti simpatici”. Sembra che nessuna di loro voglia davvero andarsene, che la vita di carcere sia migliore delle alternative di miseria e sopraffazione nel mondo esterno. Il carcere, al contrario dell’Italia del dopoguerra, in questo film non sembra una giungla crudele in cui combattere per la sopravvivenza. Difficile crederlo, ma il fascino resta.

    La collaborazione più iconica tra Suso e Anna resterà sicuramente Bellissima, di Luchino Visconti (1951). Il tramonto del neorealismo. La borgata romana volge per la prima volta esplicitamente lo sguardo al cinema. Anna Magnani all’apice della sua carriera interpreta una madre che carica sulle spalle di sua figlia sogni e aspettative da stella del cinema. Sono i sogni della madre che nemmeno lei sapeva di avere. Si accettano inganni, umiliazioni, miseria e a tratti anche la violenza. Anche qui il finale sembra assolvere tutti, come ogni film italiano. Sembra sempre che non ci sia spazio per i cattivi.

    Visconti dirigerà nuovamente la Magnani, nei panni di sé stessa e su sceneggiatura di Suso in Anna, episodio del film collettivo Siamo Donne (1953) in cui vediamo la nostra attrice in un banalissimo litigio con un tassista dagli effetti esilaranti.

    La versatilità di Suso le permette di spaziare dalla desolazione umana nelle opere di Michelangelo Antonioni come I Vinti (1952), fino a storie prettamente napoletane (ambiente a lei familiare) come il film di camorra Processo alla Città (Luigi Zampa, 1952) o il melodrammatico La Contessa Azzurra (Claudio Gora, 1960) Interessante notare in entrambe il ruolo del protagonista Amedeo Nazzari, grande amico di Suso. Se ne La contessa Azzurra vediamo il classico donnaiolo mediterraneo, in Processo alla Città vediamo un uomo solo contrastare una città intera, cercando di bonificare un clima infame senza potersi fidare di nessuno. Suso non apprezzò il casting di Nazzari, figura troppo sicura di sé che poco si prestava ad essere “sconfitto in partenza”.

    Nella fase di levante della sua carriera, nel 1984, dopo aver toccato Boccaccio e Casanova, troviamo quello che è probabilmente il più grande film di donne della storia del cinema italiano. Certo, il regista è un uomo, Mario Monicelli, così come quattro sceneggiatori su cinque, ma il tocco di Suso e un cast corale in cui spiccano Liv Ullman e Catherine Deneuve rendono unico Speriamo Che sia Femmina. Film crepuscolare, amaro: un pezzo di cinema nordico trapiantato in Toscana. L’aristocrazia contadina ormai allo stremo, una banda di donne in cerca di se stesse (senza uscire dalla propria tenuta possibilmente) con un contorno di maschi imbecilli. Film anni Ottanta nato vecchio, contro il nuovo che avanza, ma dal fascino unico, e meraviglioso testamento di una meravigliosa autrice.

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    Nicolò Cretaro,
    Redattore.