Tag: cinema d’azione

  • RECENSIONE AVATAR: LA VIA DELL’ACQUA – RITORNO ALLE ORIGINI MA CON SGUARDO AL FUTURO

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    Dopo 13 anni è tornato James Cameron. Non solo sui grandi schermi, perché questo è anche un ritorno alle origini, alle ossessioni più primitive del regista, a quell’attrazione che da sempre nei suoi blockbuster genera inquietudine e assieme quel sense of wonder che soltanto Cameron, Spielberg (non è casuale che il termine blockbuster nacque proprio con Lo Squalo, a sottolineare il legame che da sempre soggiace fra i due artisti) e pochi altri riescono a suggerire: l’acqua.

    Una naturale evoluzione e al contempo summa del lavoro di Cameron: l’esordio con Piraña paura, poi The Abyss, Titanic, i documentari Ghosts of the Abyss, Aliens of the Deep e James Cameron’s deepsea challenge 3DE’ la via dell’acqua quella scelta da Cameron per rimpinguare di nuovo i box office mondiali (in Italia un esordio col botto di ben 1.4 milioni di euro il primo giorno, di cui 775.056 euro solo con proiezioni in 3D, dato da non sottovalutare per i più scettici) dopo che il primo capitolo aveva macinato record su record rimanendo tutt’ora al primo posto dei maggiori incassi di sempre senza rivalutazione col tasso d’inflazione (se applicato scivola di una posizione preceduto da Via col vento).

    Back to the origins per Cameron, ma sempre con uno sguardo avanti, al futuro. Nuove tecnologie brevettate (le riprese in motion capture subacquee che hanno richiesto un anno e mezzo di progettazione e che sono state girate dentro alla piscina – appositamente costruita – lunga 36 metri e mezzo e profonda 9, contenente quasi 950 mila litri d’acqua), nuovi orizzonti di Pandora da esplorare (prima le foreste pluviali del primo capitolo, ora nei mari della barriera corallina Metkayina: dopo appena due capitoli è già stata dedicata un’intera pagina Wikipedia al mondo di Pandora), nuove creature (marine) che pare di poter toccare con mano, nuove generazioni (forse più intelligenti delle vecchie) e una nuova qualità grafica che con la visione in 3D permetterà un’esperienza immersiva e coinvolgente senza eguali.

    I tulkun: le nuove creature marine simil-balene

    Nuovi incassi worldwide, senza dubbio (si prospetta un primo weekend con incassi globali attorno ai 450-550 milioni di dollari, su un budget di 350-400 milioni): fa sorridere notare come per una boccata d’aria ai box office – che in Italia senza interventi urgenti del governo appare più come un l’ultimo prezioso respiro prima che il Titanic affondi – ci si debba affidare a un film targato 20th Century Studios (ex 20th Century Fox) ovvero alla Disney, il nome per antonomasia che ripudia le sale negli ultimi anni. L’ironia della sorte.

    RIVISITARE PER ESPLORARE

    La storia è ambientata oltre un decennio dopo gli eventi del primo film e ritroviamo i due protagonisti Jake Sully (Sam Worthington) e Neytiri (Zoe Saldana), che assieme ai figli lasciano la foresta di Pandora per conoscere i popoli di mare dopo il ritorno sul pianeta degli umani, pronti di nuovo a radere al suolo l’ecosistema di Pandora per i loro profitti.

    In Avatar – La via dell’acqua c’è davvero tutto James Cameron all’ennesima potenza: l’antimilitarismo (mai finto o edulcorato: ci sparate? E allora vi spariamo!), l’ecologismo (come nel primo capitolo portato avanti dagli umani invasori), e per il divertissement dei più ferventi detrattori che si limitavano a vedere nel film del 2009 una semplice rivisitazione di Pocahontas, ora potranno sbizzarrirsi con nuove fantasiose battute accostando La via dell’acqua al western (si: c’è anche l’attacco al treno) e quindi a John Ford o Howard Hawks, al vietnam movie, a Balla coi lupi e – inaspettatamente – anche a Pinocchio. Ma non solo: rimanendo nella fantascienza Cameron passa in un battito di ciglia dal family drama all’action, dal coming of age al disaster movie (con un netto richiamo al suo Titanic sul finale, che risulta quasi come un’appendice apocrifa).

    Le riprese subacquee

    Cameron rivisita (Hollywood) per esplorare. Per espandere. Per implementare. Cameron torna alle sue ossessioni acquatiche e le estremizza, le riempie di meraviglia (The Abyss è in ogni angolo dei fondali oceanici e in ogni neon delle creature), le traspone su di un universo che dopo sei ore di visione ci sembra di aver appena cominciato a conoscere. Oltre che ovviamente sui suoi personaggi, vorremmo sapere di più sulle sue leggi fisiche, sulla sua biologia, sulla sua fauna e sulla sua flora. Vorremmo restare sempre immersi con i nostri occhialini dentro a un ecosistema di cui possiamo sentire gli odori e avvertire i fruscii. Vorremmo poter nuotare anche noi assieme ai Tulkun e a ogni creatura marina che popola le acque di Pandora: acque che Cameron rincorre da sempre e con cui i Na’vi possono connettersi per accedere alle memorie più recondite (come Cameron con il suo cinema) e percorrere così la via della salvezza (dell’acqua) ma che gli umani capitalisti vogliono nuovamente devastare e colonizzare.

    E’ davvero rivoluzionario il lavoro concepito da Cameron: uno dei pochi registi hollywoodiani contemporanei che, anche quando (ri)percorre le origini del suo cinema, guarda al passato ma sempre per raggiungere il futuro.

    Il clan della barriera corallina Metkayina: è guidato dal capo Tonowari e dalla moglie Ronal

    VECCHIE E NUOVE GENERAZIONI

    “Io so per certo che ovunque andiamo, questa famiglia è la nostra fortezza”

    La tagline emersa anche dai trailer era uno degli aspetti che aveva maggiormente preoccupato la cinefilia mondiale, allarmata da un apparente conservatorismo targato Disney e il suo aspetto family-friendly (per l’appunto) recintato nelle mura di un idillio familiare che soltanto in superficie lascia posto ad avvisaglie di progressismo. In realtà Cameron, com’è suo solito, rielabora concetti – anche quello di famiglia – o per meglio dire crea inusuali commistioni che pur conservando la tradizione, guardano sempre avanti, perché ha da sempre fiducia nella tecnologia, nel futuro, forse meno nell’uomo, e allora ecco che qui potrebbe nascere una svolta anche sotto questo aspetto: la famiglia di Avatar non è quella tradizionalmente concepita dal mondo occidentale ma è intesa più nell’accezione di “popolo”, volgendo lo sguardo più ad oriente in un incrocio tra animismo e reincarnazione che rende tutti i Na’vi figli della “Grande Madre” Eywa. Nemmeno i ruoli interni ai singoli nuclei familiari restano ancorati a precetti tradizionali grazie alla grande vena coming of age che permea l’intero film: non è un caso che i personaggi più significativi de La via dell’acqua siano Spider (Jack Champion) e Kiri (Sigourney Weaver). Il primo è figlio di Quaritch (il generale dei marines interpretato da Stephen Lang, villain anche di questo film) ma essendo cresciuto come nativo su Pandora è persino chiamato “ragazzo scimmia” mentre la seconda è figlia della Dr.ssa Grace Augustine e di padre ignoto. Non è più una questione di dissidi interni ai genitori (taluni persino sconosciuti), perché ora sono proprio i figli a essere di doppia identità, di doppia natura, a essere combattuti internamente; sono i figli a salvare i padri (i risvolti finali saranno eloquenti): il progressismo di Cameron non è mai urlato – al contrario della maggior parte dei prodotti mainstream odierni – ma agisce sottotraccia, camuffato in una narrazione apparentemente banale e mai sfacciatamente progressista; i padri hanno fallito (e bisogna specificare il ruolo maschile, perché Neytiri ne esce assai meglio di Sully a rimarcare il femminismo sempre presente in Cameron), perché è il passato ad aver fallito, forse solo con i figli e le nuove generazioni il futuro potrà essere migliore.

    La meraviglia dei fondali di Pandora

    Chi non ha fallito, di nuovo, è James Cameron. Ma – forse inconsapevolmente – il discorso padri e figli è quasi metacinematografico: il nuovo immaginario collettivo creato dal regista, volenti o nolenti, è un aspetto della settima arte con cui i futuri registi dovranno confrontarsi. Chissà le nuove generazioni come metabolizzeranno questa fantascienza? Assisteremo alla nascita di suoi epigoni capaci di rendergli giustizia? Che ne sarà e dove andrà il cinema dopo James Cameron? Sarà accettato (e implementato) o ripudiato?

    Intanto, nonostante molti di noi sarebbero comodamente rimasti sulle poltrone per continuare il viaggio su Pandora – anche ben oltre le tre ore e dieci di visione –  dovremo aspettare il 20 dicembre 2024 per il terzo capitolo, il 18 dicembre 2026 per il quarto e infine il 22 dicembre 2028 per il gran finale (con i rispettivi titoli che – in base ai leak – dovrebbero essere Il portatore di semi, Il cavaliere di Tulkun e Alla ricerca di Eywa).

    Non vediamo l’ora.

    Per recuperare la nostra recensione del primo capitolo di Avatar: clicca qui

    Per recuperare il podcast dedicato alla monografia di James Cameron:

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  • RECENSIONE RRR – SUPERUOMINI DALL’INDIA

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    Dodicesima opera di S. S. Rajamouli nonché film più costoso della storia del cinema indiano, RRR è arrivato anche in Italia distribuito da Netflix, permettendo di gustare anche nel nostro Paese questa pellicola che è diventata a tutti gli effetti, negli ultimi mesi, un caso internazionale, arrivando a collezionare tre nomination agli imminenti Saturn Awards. Prodotto a Tollywood, industria cinematografica specializzata in film in lingua telugu, da non confondere con la ben più famosa Bollywood che porta avanti la produzione di film hindi, RRR è ambientato nel 1920 nell’India colonizzata dagli inglesi. Una talentuosa bambina indiana della tribù Gond viene rapita dal tirannico amministratore britannico e dalla moglie. Komaram Bheem, che vigila sulla tribù, si mette in viaggio per cercarla e riportarla a casa, ad ogni costo. Si imbatterà lungo il cammino in Rama Raju, un ambizioso ufficiale della polizia imperiale indiana cui è stato assegnato il compito di fermarlo, ma che – inconsapevole della sua identità – diventa suo amico fraterno fino a quando cominceranno ad emergere le prime verità, determinando uno scontro epocale.  Se da un lato bisogna ringraziare Netflix per aver distribuito il film, dall’altra parte è abbastanza inspiegabile la scelta della celebre piattaforma streaming di fornire il film doppiato in hindi, non permettendo allo spettatore di poter usufruire della visione in lingua originale.

    Con questa opera S. S. Rajamouli  racconta l’amicizia tra due rivoluzionari indiani realmente esistiti creando un racconto epico e volutamente non realistico in cui i protagonisti seguono un processo di divinizzazione. Sin dalle prime battute del film il regista mette in mostra tutte le sue capacità e tutti i soldi spesi nell’operazione, utilizzando in maniera intelligente carrelli laterali, macchina a mano, piani sequenza e ralenti (di cui alla lunga tende tuttavia ad abusare) per costruire scene d’azione di grande spettacolarità e sempre sopra le righe, ambientate in numerosi e imponenti set con centinaia di comparse e condite di una CGI di discreto livello. I due protagonisti, interpretati da Rama Rao Jr. e Ram Charan, due delle star più famose del mondo di Tollywood, qui alla prima esperienza insieme dato che nessuna produzione in precedenza aveva avuto sufficienti soldi per potersi permettere di ingaggiare entrambi, sono due superuomini, protagonisti di una pellicola d’azione ultra muscolare, che riesce tuttavia a trascendere i generi, passando dall’action puro al thriller politico, dal musical alla commedia romantica. Dopo un lungo incipit di 30 minuti, la nascita della loro amicizia viene mostrata attraverso una parentesi musicale messa in scena come un videoclip, utilizzando la musica in maniera diegetica, metodo adottato anche in altri segmenti della pellicola, su tutti la sfida di ballo tra i protagonisti e gli inglesi, in cui la danza è uno strumento di riscatto sociale. Anche attraverso queste sequenze, in cui avviene l’incontro tra l’occidente e la cultura indiana, il film esplicita l’intento di fondere diverse influenze, creando un’opera fortemente radicata nella cultura indiana, ma filtrata attraverso l’azione e la spettacolarità del cinema hollywoodiano.

    All’interno della storia S. S. Rajamouli  non si pone problemi nel dipingere nel peggiore dei modi l’ingombrante dominazione inglese, che risulta essere il motore stesso della narrazione, in particolare attraverso le figure dell’amministratore britannico e di sua moglie, persone crudeli e sadiche, con la seconda dedita alla creazione come passatempo di atroci strumenti di tortura. Il film inoltre spinge sul pedale della violenza, mostrando l’uccisione di bambini e le violenze compiute dall’Impero britannico. L’unica eccezione tra i britannici viene rappresentata dal personaggio di Jenny, interesse amoroso di Bheem, dalla cui interazione nascono siparietti a tratti comici e a tratti agrodolci basati sulla barriera linguistica presente tra i due. Il rapporto più importante del film, tuttavia, resta quello tra i due protagonisti, che danno vita a una sentitissima bromance alternata a duri scontri, in cui queste semidivinità, simboleggiate dal fuoco e dall’acqua che si materializzano nella lotta tra i due, non hanno problemi a mostrare le lacrime per la sofferenza dell’altro. 

    Il film, della durata mastodontica di tre ore, non rispetta la classica struttura narrativa in tre atti, dando più volte l’impressione, anche a causa del minutaggio eccessivo, di trovarsi di fronte a una miniserie assemblata in un unico film, con personaggi fondamentali per alcuni “episodi” e di cui si perdono le tracce per il resto della pellicola o, viceversa, personaggi importanti presentati solo nella seconda metà del film. Inoltre, nell’ultima parte della pellicola, si ha paradossalmente la sensazione che qualcosa sia stato tagliato, con dinamiche narrative che non riescono a essere solide e molte situazioni che vengono risolte grazie a coincidenze di eventi che, casualmente, capitano al posto giusto e al momento giusto. L’escalation dell’assurdità delle scene d’azione col passare dei minuti porta il film a sembrare quasi un B-movie realizzato con tutti i crismi del caso, capace però di divertire in maniera efficace e a risultare già iconico. 

    Pur con alcuni difetti, uno su tutti l’estenuante minutaggio, nel complesso RRR risulta essere un esempio di grande cinema di intrattenimento, un qualcosa di diverso rispetto a ciò che siamo abituati a vedere, che ci permette di avere un assaggio del cinema indiano con innesti hollywoodiani:  un buon punto di partenza per esplorare questo vastissimo mondo cinematografico.

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