Tag: cinema documentario

  • recensione Soap Fever – Un oscuro oggetto del desiderio chiamato Beautiful

    recensione Soap Fever – Un oscuro oggetto del desiderio chiamato Beautiful

    Può un prodotto audiovisivo salvare e sostenere una comunità o per lo meno avere un impatto sociale rilevante sulla popolazione di un’intera nazione?
    La regista finlandese Inka Achté, con il suo documentario Soap Fever (2026), risponde a questo interrogativo. Il lungometraggio, presentato in anteprima mondiale al 28°Thessaloniki International Documentary Festival e ora in anteprima italiana e in concorso internazionale al 22°Biografilm, segue Boys Who Like Girls (2018) e Golden Land (Kultainen maa, 2026), opere che si concentravano su individui alla ricerca di una loro identità all’interno di una comunità. In questo suo ultimo film, Achté racconta il suo paese natio, la Finlandia, attraversato da un vero e proprio fenomeno collettivo capace di unire le persone e di offrire loro una via di fuga dalla realtà: la soap opera americana The Bold and the Beautiful (1987-2012), creata da William J. Bell e Lee Phillip Bell, meglio conosciuta in italia con il semplice nome di Beautiful.


    cultura e desiderio

    Dopo la caduta dell’URSS, la Finlandia attraversa una profonda recessione che segna gran parte degli anni Novanta. La crisi provoca un forte aumento della disoccupazione, coinvolgendo quasi un milione di persone. Beautiful, un po’ come il manifesto pubblicitario della Coca-Cola che si palesa dalla finestra della stanza di ospedale di una Berlino post-crollo del muro in Goodbye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003) approda nelle case dei finlandesi.

    È proprio l’immaginario televisivo spesso osservato con sufficienza o ironia da registi del calibro di David Lynch, che in Twin Peaks (1990-1991) parodia la serialità melodrammatica con la fittizia Invitation to Love, a fornire una risposta alternativa alla crisi.

    Soap Fever rifiuta una prospettiva autoriale elitaria e sceglie di prendere sul serio l’impatto culturale di un prodotto generalmente considerato minore. Riflette su un concetto espresso da Slavoj Žižek nel saggio Trash Sublime (2013): la “cultura trash” o la cultura popolare incarnano l’oggetto del desiderio nascosto e irraggiungibile.

    Fotogramma di Invitation to Love (Twin Peaks, David Lynch, 1990-91)


    mitologia plurale

    Beautiful promuove un’immagine idealizzata di prosperità, benessere e stabilità che contrasta con la realtà finlandese del periodo. Vedere questo tipo di prodotto permette di sognare e di identificarsi in figure percepite come modelli di successo: tutti vogliono essere Ridge Forrester (Ronn Moss) e Brooke Logan (Katherine Kelly Lang). Proprio per questo, sono i fan di Beautiful, rintracciati tramite forum, ad essere i veri protagonisti del documentario. La regista permette loro di accedere ai set ricostruiti della serie, per immergersi ancora una volta in quel mondo trasognato degli anni Novanta, e mette al centro la loro quotidianità e la loro esperienza di visione, narrata tramite filmati di repertorio riproposti nella cornice di uno schermo televisivo. Achté crea un diario metatestuale della collettività, utilizzando foto, video, ritagli di giornale e cartoline che compongono un vero e proprio collage visivo

    Il diario solitamente è qualcosa di strettamente personale, legato al singolo, ma questo tipo di serialità televisiva ha unito la maggior parte dei finlandesi nel momento del bisogno e Soap Fever non può che essere un’opera plurale.

    Per quanto possa apparire come una forma di evasione alienante, figlia del consumismo promosso da una televisione commerciale e patinata, la soap offriva una prospettiva di speranza in un contesto in cui lo Stato sembrava incapace di gestire la recessione. In un’epoca in cui i media e le piattaforme favoriscono il binge watching e il consumo compulsivo dei contenuti senza affezione, Soap Fever restituisce valore ad una serie che era riuscita a migliorare le vite di alcuni, con un calore quasi familiare.

    Matteo Masi

  • Una cosa vicina – Intervista al regista Loris Giuseppe Nese

    Una cosa vicina – Intervista al regista Loris Giuseppe Nese

    Rincorrere qualcosa che sembra sempre a portata di mano, ma che non possiamo mai afferrare: una sensazione che da bambini ricorda il pallone intrappolato tra i rami di un albero, abbastanza in alto da essere impossibile da raggiungere, anche mettendoci tutta la forza che abbiamo nelle gambe. Quando si cresce, però, quel pallone cambia forma, assume le sembianze di una figura che dovremmo conoscere da tutta la vita, ma che è sempre stata impossibile da comprendere.
    Una cosa vicina è il docufilm d’esordio del giovane regista salernitano Loris Giuseppe Nese, un racconto autobiografico ambientato nelle periferie della città campana in cui l’autore cerca di indagare sulla morte prematura e misteriosa del padre, insieme alle conseguenze che questo terribile evento ha avuto sulla sua famiglia, i suoi amici, il suo quartiere. Presentato alle giornate degli Autori durante la 82esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di VeneziaUna cosa vicina ha già ottenuto numerosi riconoscimenti in diversi festival (tra cui Premio Solinas, Premio Libero Bizzarri e International Documentary Festival di Roma) e in questo momento è in corso la distribuzione del film nelle sale italiane, in compagnia del regista e della montatrice e produttrice Chiara Marotta, entrambi fondatori della piccola casa di produzione Lapazio Film.

    Una cosa vicina è un racconto estremamente personale, la storia di un ragazzo che cresce vedendo gli uomini della propria famiglia morire uno dietro l’altro, senza riuscire a capire perché. La scomparsa improvvisa del padre in circostanze poco chiare getta le basi per iniziare il racconto all’indietro, per indagare sul passato. E quando arriva la consapevolezza che dietro quegli eventi si nasconde qualcosa di molto più grande, ecco che il cinema diventa il mezzo per provare a spiegare, a capire cosa è successo e cosa succederà: i film horror e le storie dei gangster di De Palma e Scorsese riflettono la violenza che il protagonista vive sin da bambino, e si trasformano nell’unico modo in cui affrontare un vuoto che sembra impossibile da colmare.

    «Tutti erano più pericolosi di me, ma il cognome che pesava più di tutti era solo il mio.»

    Abbiamo avuto modo di intervistare Nese, e vogliamo lasciare che sia lui stesso a raccontarvi del suo film, dei suoi obiettivi, e dell’esperienza di essere autore, regista e produttore nel panorama cinematografico italiano di oggi.

    Cominciamo dalle origini del documentario e dalla scelta di coinvolgere la tua famiglia e i tuoi amici: com’è nato Una cosa vicina, e quali sono stati gli eventuali ostacoli lungo la realizzazione del progetto?

    Ormai l’origine del progetto risale a una decina di anni fa, e tutto è nato da un dialogo con mia madre, la prima persona che ho coinvolto e a cui ho voluto spiegare le ragioni del mio progetto. La sfida era far sì che il film fosse sostenibile da tutte le parti coinvolte, anche dal pubblico. Bisognava capire fin dove spingersi, trovare equilibrio tra l’esigenza narrativa di raccontare certe cose e il reale bisogno di farlo.
    Difficoltà e dubbi ci hanno accompagnato dalla scrittura al montaggio, ma fa tutto parte del gioco del documentario, soprattutto per racconti che partono da una sfera così privata. Il mio obiettivo era concentrarsi su quei personaggi che circondano determinate vicende, prendere diverse voci, come la cronaca, i telegiornali, gli atti giudiziari, e metterle in relazione con i racconti privati portati avanti dalla mia famiglia, che avevo immagazzinato lungo tutta la mia crescita. Mi sento di dire che il film è stato, per me e per tutti i personaggi coinvolti, una sorta di terapia, che ci ha costretto a dialogare apertamente e trovare le parole giuste per affrontare certe cose. Su mia madre ho dovuto fare una specie di ricerca preventiva, anche farmi raccontare alcuni pezzi mancanti a macchina spenta, mentre sui miei amici mi interessava di più capire il loro punto di vista nel crescere insieme a un ragazzo coinvolto in questo tipo di sistema.

    Durante uno dei segmenti in cui intervisti i membri della tua famiglia, c’è un momento in cui tua zia parla di te dicendo “ricordo che andavi sempre in giro con la cinepresa”: qual è per te il valore del filmare in famiglia, dell’home video come espressione artistica? Sia per te ora, ma anche quando eri un ragazzino.

    C’è da dire che sono cresciuto sempre con una cinepresa in casa, ho iniziato a filmare utilizzando la videocamera dei miei genitori, una vecchia VHS C degli anni ‘80, poi ho vissuto il progredire della tecnologia fino al digitale. Per me è sempre stato un modo quasi per mettere ordine a ciò che mi circondava, andavo a individuare momenti che vedevo come eccezionali, che volevo immortalare in qualche modo. Era un po’ un modo per testimoniare, ma anche esprimere un punto di vista preciso. Ho poi portato avanti questo processo fino all’estremo nel momento in cui ho voluto usare il cinema per affrontare delle cose, come quando da ragazzino ho iniziato a girare piccoli cortometraggi horror. In qualche modo già lì si poteva vedere una sorta di incubo sepolto, che è stato poi lo stimolo per affrontare questo film, utilizzando il dispositivo cinematografico per confrontarmi con quelle persone che hanno vissuto quella particolare fase della mia vita.

    Ci sono alcuni momenti lungo il film in cui la voce narrante mette in relazione determinati eventi con i film di gangster e con il cinema horror: in questo rapporto col cinema, si può dire che l’intenzione era quella di razionalizzare alcuni eventi attraverso i film della propria infanzia?

    Quando ho scoperto autori come Scorsese, De Palma, Coppola, ma anche il cinema horror, mi sono reso conto che c’erano dei parallelismi tra certi personaggi che vivevano dall’altra parte del mondo e la mia vita. Sembrava quasi che questi autori mi parlassero, mi sembrava che quel tipo di racconto potesse essere portato avanti anche dal me adolescente. E ancora, che questo tipo di racconto potesse essere messo in relazione con ciò che si raccontava in Italia, quei discorsi sulla periferia campana dopo l’uscita del romanzo Gomorra che andavano un po’ tutti dalla stessa parte. A quel punto mi sembrava necessario dire la mia, anche da figlio alla ricerca della propria individualità. Ho voluto giocare con le diverse forme di rappresentazione, citando il gangster da una parte, ma poi andando in una direzione completamente diversa, per concentrarmi su ciò che resta di quelle azioni criminali che nel film restano sempre fuori campo.

    Possiamo dire la stessa cosa anche per i segmenti animati?

    Mi è sempre piaciuto mescolare i linguaggi e i generi, e anche l’animazione fa parte del racconto che ho voluto portare avanti, quello della progressiva ricerca della verità. Si parte dall’incubo dell’infanzia in forma di immagini animate con disegno libero su carta, si passa poi ai segmenti in stop motion come incontro tra realtà e animazione, per svelare infine l’immagine filmata e d’archivio del presente. Lo scopo era di dare forma a ciò che non si può vedere, a qualcosa che è frutto di uno stato d’animo, e credo che l’animazione sia il mezzo più potente per fare tutto questo. Si parte dall’incubo infantile, ma più il personaggio cresce e capisce la gravità di certe situazioni, più quel mostro diventa vicino e concreto.

    Invece per quanto riguarda le tematiche del territorio e delle radici, dopo la realizzazione del documentario è cambiato il rapporto con i tuoi luoghi di origine? Ti è capitato di vederli in modo diverso?

    Da una parte sì. Questo film è stato un percorso interiore che mi ha permesso di affrontare alcune cose di petto, e mi ha dato poi la possibilità di lasciarle andare, quasi di liberarmi. Mi ha fatto riscoprire un legame che ho sempre avuto con il mio territorio, specialmente la parte di città in cui sono nato e cresciuto, la zona orientale di Salerno. Mi porto dentro quel sentimento paradossale di fierezza dell’essere una persona cresciuta in periferia, tra le case popolari. Soprattutto negli ultimi anni ho sempre voglia di far germogliare progetti che partono dall’esperienza personale: già da un po’, insieme a Chiara Marotta e alla nostra casa di produzione Lapazio Film, portiamo avanti dei percorsi di formazione legati al cinema tra cui Memory Full per la realizzazione di cortometraggi legati al territorio. Tutti i nostri film, i corti che hanno preceduto Una cosa vicina, sono fortemente radicati nella città di Salerno, per andare contro quegli stilemi narrativi che vedono l’associazione diretta tra Campania e Napoli e ignorano le altre realtà.

    Per quanto riguarda un discorso strettamente produttivo, cosa significa oggi essere un piccolo produttore nel panorama cinematografico italiano?

    Dunque, nel 2018 abbiamo realizzato il nostro primo cortometraggio, Quelle brutte cose, un film nato tra amici che però si è rivelato da subito convincente: è stato premiato alla settimana della critica di Venezia, l’anno successivo è stato l’unico italiano selezionato al Sundance, quindi ci ha subito fatto capire che potevamo farcela. Abbiamo fondato la società un po’ per continuare a mantenere questo spirito fortemente indipendente, termine che voglio associare a un senso di autonomia artistica e produttiva. Ovviamente non significa fare tutto ciò che si vuole in qualunque momento, anzi. Vuol dire affrontare molti problemi, anche burocratici legati al fundraising e alla gestione economica, ma riesce a darti la possibilità di sostenere i progetti di cui siamo sicuri di poterci occupare. Si tratta di un processo in cui c’è tanto lavoro, tanta programmazione, e va fatto consapevolmente.

    E invece cosa si può dire del ruolo della Film Commission Campania?

    La Film Commission campana ha sostenuto la parte di sviluppo, una cosa che ne fa una realtà molto interessante. Tra l’altro è stata la prima a permetterci di crescere, tramite attività di formazione e poi sostenendo i nostri film. Da quando abbiamo aperto la nostra società, ci siamo subito scontrati con il bisogno di compensare alcune questioni, come la formazione, e allinearci al nuovo ruolo di produttori che stavamo andando a ricoprire. Ormai è diventato fondamentale capire qual è la Film Commission di riferimento, quanto lavora sul suo territorio quanto è in grado di sostenere i progetti locali. In mancanza di questo, diventa molto più difficile mettere insieme un budget e porre le basi di un progetto.

    Infine, nel progetto spicca anche la partecipazione di Rai Cinema: come si è evoluto il rapporto con le altre istituzioni e partner sul suolo italiano?

    Diciamo che il percorso fatto finora ci ha permesso di avere una certa credibilità nel sistema: abbiamo in un certo senso programmato tutti gli step senza mai fare il passo più lungo della gamba, prima con la realizzazione di cortometraggi, poi con questo documentario, e il prossimo passaggio sarà un lungometraggio di fiction. Abbiamo potuto puntare sempre più in alto anche grazie ai sostegni pubblici: alla fine tutto si basa su quello, sulla capacità di preparare progetti nella maniera corretta in modo che possano essere finanziati. In fin dei conti, c’è bisogno di fiducia da parte di qualcuno.

  • Oasis: Supersonic – L’Inghilterra degli anni ’90 e la scena musicale

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    Gli anni ’90 hanno rappresentato un periodo estremamente vivo e dinamico dal punto di vista culturale in tutti gli ambiti: musica, moda, cinema e letteratura. L’Inghilterra in particolare è stata al centro dell’attenzione mondiale esattamente come era avvenuto tra gli anni ’60 e ’70.

    Parte di questa scena viene riportata Oasis: Supersonic, documentario del 2016 di Mat Whitecross, tornato in sala per un giorno in occasione della reunion della band, ma disponibile comunque su Prime Video.

    Il film ci racconta la vita dei fratelli Gallagher e il loro rapporto con gli altri membri della band (soprattutto della formazione iniziale), Paul “Bonehead” Paul “Guigsy” McGuigan e Tony McCarroll. Con un montaggio dinamico ricco di effetti grafici le più belle canzoni del decennio accompagnano la presentazione della personalità di Liam e Noel agli esordi: se l’uno aveva un carattere sfrenato già da adolescente, amava mettersi in mostra e non si tirava mai indietro davanti ad una rissa, l’altro era invece più chiuso e riservato, con una comfort zone ben delineata dalle mura di una camera da letto con una chitarra, un quaderno su cui scrivere canzoni e dell’erba. Da quando Noel scelse di entrare nel gruppo del fratello, (all’epoca chiamato The Rain ma quasi subito rinominato Oasis) non passò molto tempo prima di attirare l’attenzione dei media e di etichette discografiche importanti. Già nel 1993 infatti a Glasgow furono notati dal proprietario di Creation Records Alan mcGee, una figura fondamentale nella loro storia che contribuì considerevolmente al loro successo.

    Il britpop e l’Inghilterra degli anni ‘90

    Il documentario sceglie di concentrarsi molto su determinati aspetti della storia della band, come le vicende familiari dei due fratelli, il rapporto con gli altri membri del gruppo, i momenti più importanti nei termini della formazione della personalità dei protagonisti. Tutto ciò viene spiegato  molto bene, tuttavia si avverte la mancanza di alcuni elementi che non dovrebbero essere ignorati.

    Il lungometraggio infatti non accenna minimamente al contesto musicale (e culturale) in corso nella Gran Bretagna degli anni ’90, un preciso ambiente che gli Oasis avevano sicuramente contribuito a formare, ma ne erano anche stati il risultato.

    Dalla fine degli anni ’80 fino circa all’inizio degli anni ‘2000 dall’Inghilterra nasce e si diffonde il movimento della Cool Britannia. Difficile da definire, per alcuni dei suoi stessi protagonisti si trattò di un’operazione strategica organizzata dal Partito Laburista con l’obiettivo di ottenere consensi, per altri era effettivamente un momento storico incredibile da vivere.

    Si può intendere con Cool Britannia un confluire di energia e creatività da parte dei giovani all’interno di ogni ambito artistico. Gli anni ’90 sono il periodo dei Young British Artist, della rinascita della moda britannica, gli anni di Trainspotting e chiaramente gli anni del Britpop.

    Con quest’ultima definizione è importante tenere a mente come non si vada a definire un genere musicale, ma anche in questo caso una corrente, questo perché tutti i gruppi che potevano rientrare all’interno di questo termine ombrello avevano in realtà sonorità molto diverse tra loro (basti mettere a confronto i Suede con i Blur). Ciò che li accomunava era specificatamente il sentimento di essere “estremamente inglesi”. E non in un momento casuale, ma in quel preciso periodo storico. Per alcuni la nascita del britpop risale all’11 maggio 1992 con il singolo dei Suede The Drowners mentre per altri corrisponde all’ uscita dell’album Parklife dei Blur il 25 aprile 1994; esso non era altro che una reazione alla musica americana con un sound che i nuovi musicisti britannici proprio non riuscivano ad abbracciare.

    Così si sceglie di guardare indietro, agli anni d’oro della musica inglese. Ai Beatles chiaramente, ma anche ai Kinks e po’ anche a David Bowie. Si parlava quindi di un vero ritorno agli anni ’60, riassumibile nella formula “London swings again”.

    Il movimento deve la sua esistenza a nuove generazioni di ragazzi spavaldi, sicuri di sé, energici, figli (delusi) del governo di Margaret Thatcher che nel gettarsi nella musica avevano controbattuto ad un contesto culturale e sociale non più in grado di farli stare bene. L’artista Michael Craig-Martin, parlando del collega Damien Hirst e dei Young British Artists aveva affermato che il classico modo “inglese” di pensare consiste nell’aspettare che qualcosa di bello ti accada, per ritrovarsi poi la maggior parte delle volte con nulla in mano. Ma loro si stavano comportando diversamente, andandosi a prendere quello che volevano. Questo concetto vale nel mondo dell’arte tanto quanto in quello della musica, ed è facile crederci osservando una personalità irruenta e determinata come quella di Liam Gallagher.

    The battle of britpop

    Il documentario racconta molto bene il successo dell’album (What’s the Story) Morning Glory?, purtroppo però omettendo completamente cosa fosse effettivamente avvenuto in quegli anni che avesse ampliato la notorietà del gruppo e il motivo per cui la fama immediata dell’album fosse motivo di grande soddisfazione per i suoi autori.

    Gli Oasis tra il 1994 e il 1995 erano certamente famosi e stavano effettivamente scalando le classifiche, ma la band più celebre della scena musicale, nel ’95 soprattutto, erano i Blur. I due gruppi erano in una situazione di forte competitività a causa in primis del carattere violento di Liam Gallagher, che a fronte di qualsiasi premio vinto dai rivali aveva risposto con poca sportività, avanzando provocazioni abbastanza a lungo da riuscire a suscitare una reazione in Damon Albarn, il quale dopo aver inutilmente provato a mantenere un rapporto di reciproco rispetto iniziò a rispondere con i medesimi toni. Il risultato fu la decisione da parte dei Blur di rilasciare i loro singolo Country House, dall’album The Great Escape che sarebbe stato pubblicato mesi dopo, appositamente lo stesso giorno (14 agosto 1995) scelto dagli Oasis per il loro singolo Roll with it, dall’album (What’s the Story) Morning Glory?. Una mossa così audace poteva essere messa in atto solo da qualcuno convinto di vendere molto di più, e così effettivamente fu. I Blur vinsero con uno stacco notevole, anche a causa di un problema legato ai codici a barre dei CD dei concorrenti, per cui ne risultarono comprati molto meno del numero effettivo.

    La battaglia (perché fu costruita dai media come una vera e propria battaglia) quindi era ormai persa, ma non sarebbe finita lì. Dopo non molto tempo gli album interi sarebbero stato rilasciati, e il trionfo di (What’s the Story) Morning Glory? è paragonabile a pochi altri dischi nella storia della musica. Con alcuni dei brani anche oggi più famosi (Wonderwall, Don’t look back in anger, Champagne supernova) il successo degli Oasis venne consacrato definitivamente.

    L’ultimo punto di interesse storico del documentario è il live a Knebworth nel ’96, di cui è curioso il modo in cui viene narrato e descritto. Si trattò di un concerto estremamente importante e il fatto che gli Oasis vi partecipassero era sicuramente indice di una fama incredibile raggiunta in poco tempo. Ma nel film i due fratelli parlano chiaramente di come gli sembrasse quasi più un punto d’arrivo che un inizio, eppure la band si era formata solo sei anni prima e il primo album era stato rilasciato non più di due anni prima. Come spiegare una sensazione simile? Era sbagliato? E come arrivarono allora una produzione totale di 12 album?

    In realtà l’impressione che avevano avuto era giusta, qualcosa stava finendo, la corrente britpop si sarebbe esaurita di lì a poco. In molti ritengono che la sua fine si possa decretare già nel 1997 con l’ascesa delle Spice Girls, ma è comunque importante ricordare come non ci siano dei confini precisi che delimitano i movimenti culturali, e infatti alcuni album importantissimi furono pubblicati proprio tra il ’97 e il ’99 (ricordiamo in particolare Urban Hymns dei Verve). In generale con la fine degli anni ’90 terminò anche il britpop, un fenomeno tanto breve quanto ricco.

    Nonostante questi aspetti siano stati trascurati nel documentario, e certamente approfondire il contesto culturale sarebbe stato utile, Supersonic è un ritratto impeccabile dei due fratelli perché il focus è dichiaratamente su loro e sul loro rapporto. Ciò che si perde in termini di background si guadagna a livello di profondità della conoscenza delle loro persone, delineate in maniera ironica ma precisa, conferendo la giusta importanza ai momenti di svolta del gruppo e descrivendo alla perfezione lo spirito della band di Manchester.

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • RECENSIONE ALL THE BEAUTY AND THE BLOODSHED – L’ODISSEA DI NAN GOLDIN

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    All the beauty and the bloodshed arriva nelle sale dopo aver conquistato il Leone D’Oro alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, diventando il secondo documentario a ricevere questo riconoscimento. Laura Poitras (Citizenfour, Risk) ritrae questa volta Nan Goldin, fotografa e attivista tra le più influenti in circolazione, dando voce a un racconto che intreccia la dimensione privata dell’artista e il suo ruolo da attivista politica e militante, nella sua più recente battaglia contro la famiglia Sackler, principale responsabile della crisi degli oppioidi negli Stati Uniti. 

    Nonostante al centro del documentario ci voglia essere lo spargimento di sangue causato dalla dipendenza da ossicodone, l’esistenza vorticosa di Nan Goldin, segnata da avvenimenti drammatici che poco si differenziano dalle tragedie epiche, si impone subito come l’aspetto più coinvolgente. L’arte diventa quindi lo strumento fondamentale attraverso il quale emanciparsi dal baratro e la fotografia di conseguenza l’unico strumento per interpretare e attraversare la paura.

    In un continuo slideshow che alterna le fotografie provenienti da alcune delle sue raccolte più conosciute e rivoluzionarie – come The Ballad of Sexual Dependency, The Other Side e Soeurs, Saintes et Sibylles-  lo spettatore entra in contatto con il potente legame che unisce la fotografia al ricordo, materia inafferrabile e mutevole in grado di risalire in superficie generando ogni volta reazioni inaspettate. Il risultato è un flusso continuo, interrotto dalle incursioni nel presente,  che grazie all’intimità dei dialoghi assume a tratti le caratteristiche di una confessione.

    In sei capitoli si attraversa quindi la genesi artistica e personale di Nan Goldin, le cui radici risiedono nella volontà di cogliere l’eredità profondamente ribelle della sorella maggiore, il cui suicidio rappresenta la prima vera grande tragedia della sua vita. A partire da questo momento ricordiamo con lei l’amicizia salvifica con il fotografo David Armstrong, il rapporto con le pionieristiche comunità drag degli anni settanta, l’incontro con John Waters e con l’it-girl underground Cookie Mueller, l’esplorazione della sessualità e delle droghe tra i muri della Bowery, lo stigma della prostituzione, la dipendenza affettiva e la violenza domestica ed infine la prima grande battaglia politica e artistica intrapresa allo scoppio dell’AIDS.

    L’opera di Laura Poitras ha il grande pregio di raccontare un soggetto enormemente ricco, la cui vita si è a sua volta intrecciata con sottoculture altrettanto prolifiche dal punto di vista artistico, però risiede proprio in questo la debolezza del documentario. Si fatica infatti ad individuare una chiara direzione narrativa e, nel tentativo di far convivere due racconti, un filone finisce per avere la meglio sull’altro. All the beauty and the bloodshed rimane comunque un viaggio da compiere, certamente non per acquisire una visione esaustiva sulla più grande epidemia dilagata negli ultimi anni negli Stati Uniti ma per conoscere più da vicino l’incredibile retroscena della sua attivista più combattiva.

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  • 5 DOCUMENTARI SULLA MUSICA ITALIANA

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    In questa settimana Sanremocentrica vi proponiamo alcuni documentari sulla musica italiana da recuperare nel caso in cui le cinque serate del Festival non siano sufficienti oppure proprio non facciano per voi.

    SOUND GIGANTE. STORIA ALTERNATIVA DELLA MUSICA ITALIANA

    Mini docu-serie prodotta da Sky, andata in onda su Sky Arte a partire dal 18 gennaio 2023 e ora disponibile su Now Tv, Sound Gigante ripercorre in 4 puntate alcuni momenti salienti della musica “alternativa” italiana. Prendendo le mosse dal 1964 e in particolare da Morricone e dalla sua rivoluzione musicale del cosiddetto Spaghetti Western, la serie si srotola poi fin verso la fine degli anni Settanta, analizzando fenomeni e successi di una stagione musicale incredibilmente varia e feconda. Un racconto – tramite materiali di repertorio, interviste e , chiaramente, musica – delle sperimentazioni e innovazioni musicali che in quegli anni hanno portato sulla scena italiana (e non solo) generi e sottogeneri alternativi al pop o alla classica canzone italiana.

    NUMERO ZERO: ALLE ORIGINI DEL RAP ITALIANO

    Documentario del 2015 firmato da Enrico Bisi, fino a poco tempo fa disponibile su Netflix e ora reperibile a noleggio su Chili, Numero Zero segue le tracce dello sviluppo del rap nel panorama musicale italiano. Dagli anni Ottanta ai primissimi anni Duemila, il documentario si serve delle voci dei fautori di quella vera e propria rivoluzione culturale per raccontare il fenomeno musicale che da oltreoceano si è faticosamente fatto largo nella scena italiana.

    Le voci come quelle di Kaos One, Ice One, Neffa, Colle Der Fomento, Tormento, Fabri Fibra e Frankie Hi-Nrg raccontano, supportate da materiale d’archivio, il movimento dell’hip hop italiano e tutte le difficoltà e resistenze che questa “nuova” musica si è trovata ad affrontare in un paese abituato a tutt’altro stile.

    RED VALLEY: SIAMO QUELLO CHE ASCOLTIAMO

    Flash forward: dalle origini del rap arriviamo all’estate del 2022, precisamente al Red Valley Festival, grande evento musicale tenutosi a Olbia e al quale hanno partecipato alcuni degli artisti più ascoltati degli ultimi anni.

    Red Valley parte da un semplice assunto o, per meglio dire, da un dato preciso: 19 ore a settimana, il tempo speso in media dagli italiani nell’ascolto di musica. Ma se la quantità di ore può colpire, cosa dice questo dato sulla reale qualità del nostro ascolto? Stiamo veramente ascoltando o stiamo solo sentendo? 

    Un docu-concerto che coinvolge alcuni tra i nomi più celebri della scena musicale contemporanea (Blanco, Marracash, Pinguini Tattici Nucleari, Fabri Fibra, Irama, Salmo, Mr. Rain, Il Tre, Shablo e Paola Zukar) che si raccontano e ci raccontano tendenze, tematiche e peculiarità dell’industria musicale di oggi, tra riflessioni sulla fruizione, sulla decodificazione musicale e sul gap di genere.

    PROG REVOLUTION

    Altra produzione Sky Arte, altro salto negli anni Settanta. Questa volta però il focus del discorso è molto più specifico: in particolare ci fermiamo nella città di Milano, nel periodo che la vede come vero fulcro dell’industria discografica italiana, dal 1969 al 1979. Tra necessità politiche e fermenti sociali, Prog Revolution va a rintracciare i perché e i percome del progressive rock italiano e di coloro che l’hanno conosciuto, fatto e nutrito.

    Un documentario di Rossana de Michele in cui musicisti, artisti, fotografi e discografici dell’epoca ci conducono – tramite interviste e materiale d’archivio – nell’esplorazione di quello strato specifico di terreno musicale in cui società, arte e cultura si fondono in maniera inscindibile.

    IO TU NOI, LUCIO

    Tra le tante proposte Rai Play (che spaziano da Mia Martini a De Andrè, dai Bee Gees ai Kiss), a titolo esemplificativo – o forse più per affetto personale di chi scrive – scegliamo di includere in questo breve elenco il documentario Io Tu Noi, Lucio. 108 minuti di viaggio nella musica di Lucio Battisti, dal suo esordio, passando per i grandi successi scritti a quattro mani con Mogol, fino agli ultimi dischi in collaborazione con Pasquale Panella.

    Un atlante musicale che tenta di tracciare un ritratto (impossibile dire quanto esaustivo) di una personalità complessa e di un musicista nonché produttore innovatore e fuori da qualsiasi impostazione canonica

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