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  • IO BALLO DA SOLA – L’ICONOGRAFIA DI SAN SEBASTIANO E LA TRASGRESSIONE GIOVANILE

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    Nell’estate dei suoi 19 anni la giovane americana Lucy (Liv Taylor) si reca in viaggio nelle splendide campagne toscane, vicino Siena. Era stato suo padre a spingerla a tornare in Italia, soggiornando a casa di vecchi amici di sua madre. Il pretesto di questo viaggio era di aiutare Ian, proprietario del terreno e artista, a realizzare una scultura prestandosi come modella. La permanenza in Toscana però si rivela molto più di questo per Lucy. 

    Quello che la giovane protagonista riuscirà a conquistare sarà il passaggio all’età adulta, sperimentando nuove esperienze e sensazioni e superando i propri limiti. La perdita della propria verginità e il significato che questo atto porta con sé sarà il fulcro del racconto, imponendo una chiave di lettura che verrà sottolineata ed enfatizzata da tutti gli elementi del film.

    Bertolucci trae ispirazione da un’esperienza vissuta in prima persona, data dall’amicizia che tempo prima lo aveva legato a un gruppo di artisti che si erano ritirati nel Chianti negli anni ‘60. Tra questi, in particolare, Matthew Spender, autore delle bellissime sculture presenti nell’opera.  

    IO BALLO DA SOLA E L’ARTE

    L’arte in Io ballo da sola è un elemento fondamentale, la cui importanza è sottolineata non solo dall’apporto dei lavori di Spender, ma anche da come questi, insieme ad altre forme artistiche, contribuiscano a evidenziare il messaggio principale del film nonché colonna portante del racconto: la perdita della verginità di Lucy

    È in funzione della creazione di una scultura che la protagonista s’imbarca in un viaggio da cui non tornerà uguale a prima. E il profondo cambiamento che avverrà in lei, appunto grazie al contributo intrinseco delle opere, è evidente in una conversazione con Ian, lo scultore che la ritrae.

    “Mi assomiglia almeno?”

    “Non deve assomigliarti.”

    È interessante inoltre far caso ai richiami stilistici presenti nelle sculture di Spender. Le influenze che si possono notare vanno dal primitivismo all’arte bizantina ed etrusca, e ciò sembra spingere verso la definizione di un ambiente genuino e spontaneo, atto a recuperare un legame con i sensi e con la spiritualità della terra. Un’attenzione posta all’immediatezza sacra del momento, che in un altro contesto Lucy avrebbe forse accantonato. È l’intero trasloco in campagna degli ospiti della protagonista che in realtà sembra caricarsi di questo significato, enfatizzando un modo di vivere e sentire il mondo che essi condivideranno con lei. 

    Importante in particolare è l’inquadratura della statua di San Sebastiano, presente all’interno della casa, durante una conversazione al telefono tra un giovane scrittore amico di famiglia e il personaggio di Noemi (Stefania Sandrelli). Quest’ultima (una donna quasi di mezza età) nel corso del film sembra, quasi al pari di Lucy, voler provare l’ebbrezza di una frequentazione giovanile, ma stavolta per riesumarne le sensazioni, non per scoprirle. Intrattiene conversazioni con Michele, il figlio di un amico di famiglia, lo sente per telefono, commenta il libro scritto da lui sull’amore e la passione. Ed esprime la sua opinione sul suo lavoro pochi passi più avanti della statua del martire.

    “No, è un libro assolutamente deprimente!”

    Dice Noemi prima di voltarsi per lanciare uno sguardo al santo. Un’occhiata che sembra caricarsi di desiderio e aspettative di sensazioni grandi quanto quelle espresse dalla raffigurazione.

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    SAN SEBASTIANO: L’ICONOGRAFIA DEL MARTIRE

    San Sebastiano era un militare romano nato nel 256 d.C. e vissuto sotto l’impero di Diocleziano. Ebbe a cuore di contribuire alla diffusione del cristianesimo grazie al suo ruolo di tribuno della corte pretoria, occupandosi della sepoltura dei martiri, dei cristiani incarcerati e divulgando la religione tra i funzionari di corte. Diocleziano, profondamente avverso al cristianesimo, si sentì fortemente deluso quando seppe dell’opera di propagazione di Sebastiano, e lo condannò a morte. Così quest’ultimo venne denudato e legato a un palo sul colle Palatino, dove venne trafitto da un gran numero di frecce. Ma secondo la leggenda sopravvisse nonostante il martirio grazie all’opera salvifica di Dio, e la sua fede fu così grande da spingerlo a proclamarla al cospetto dell’imperatore piuttosto che lasciare la città. Fu questo tuttavia a costargli la vita, che gli venne tolta definitivamente tramite una cruenta flagellazione.

    La figura di San Sebastiano porta con sé una storia ricca e articolata, che ha visto la sua simbologia evolvere e ridefinirsi nell’arco di quasi mille anni. Rappresentato inizialmente come un anziano trafitto da frecce, spesso veniva dotato della clamide militare, tratto distintivo dei soldati. È al tramonto dell’epoca gotica che lo si inizia più frequentemente a raffigurare nudo, e a partire dal XV secolo anche più giovane. Se il simbolismo (dalla sua origine per diverso tempo) era sempre stato riferito all’idea di un martirio, di un sacrificio per fede e amore di Cristo, l’aspetto estetico nel corso dei secoli influisce anche sul significato. Non sarà più tanto quindi un atto di devozione quanto una rappresentazione del dolore in sé, con la volontà di suscitare sensazioni forti negli spettatori. L’eccitazione legata alle più recenti figurazioni di San Sebastiano non è necessariamente di natura sessuale, ma spesso e volentieri può contribuire a sottolineare quest’ultima dove si volesse, come nell’opera di Bertolucci. 

    La delicatezza e allo stesso tempo l’intensità della storia di Lucy contraddistinguono e definiscono Io ballo da sola. Un’estiva tranche de vie agreste, che nonostante l’importanza e profondità del tema scelto riesce a mantenere, senza appesantirsi mai, una fresca e giovanile leggerezza.

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  • THE LIGHTHOUSE E LA SUA ISPIRAZIONE PITTORICA

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    The Lighthouse, il secondo film del regista statunitense Robert Eggers, esce nel 2019 e guadagna velocemente un successo notevole. Il tormento psicologico dei protagonisti, durante la loro permanenza su un isolotto come guardiani di un faro nei pressi del New England, riesce da subito ad affascinare il pubblico. L’altro aspetto a cui il film deve la sua grande popolarità (e grazie a cui ha potuto contare diverse candidature per molti riconoscimenti) è certamente la fotografia, fortemente legata a una composizione dell’inquadratura tramite cui Eggers si rifà a precise ispirazioni pittoriche.

    SASCHA SCHNEIDER E IL SIMBOLISMO

    Il pittore e scultore tedesco Sascha Schneider (1870-1927) rappresenta una delle maggiori influenze presenti nel film. La sua arte è caratterizzata da una ricerca della bellezza fisica ideale, ossessione generatasi in lui a undici anni in seguito a un grave incidente alla schiena. A Dresda, dove si trasferì per frequentare l’Accademia nel 1889, conobbe Max Klinger. L’artista, caratterizzato da uno stile simbolista angosciante e inquieto, influenzò Schneider in maniera evidente. Una poetica quasi pre-surrealista (sebbene lontana dalle riflessioni sull’inconscio che avrebbero contrassegnato il movimento) si unisce a un’esaltazione della bellezza dei corpi maschili per rappresentare la volontà di liberazione dall’oppressione sociale. Schneider, infatti, fu costretto a spostarsi in Italia nel 1908 a causa della sua omosessualità, che in Germania era ritenuta reato. Qui la sua produzione cambiò, lasciando da parte la dimensione disturbante e demoniaca per guardare all’antico come modello e rifarsi all’estetica neoclassica enunciata da Adolf Von Hildebrand.

    Il suo Perseo e Andromeda del 1924 è una delle ispirazioni visive principali del film, insieme a Il silenzio del mare (1887) di Arnold Böcklin e a un disegno senza titolo del 1888 di Jean Delville che mostra uno stormo di uccelli sul corpo di un uomo. 

    Tuttavia, l’opera che Eggers richiama esplicitamente è Hypnosis, del 1904. Nel film Thomas Wake, nudo, irradia luce dagli occhi sul volto di Winslow in una sequenza onirica che mostra l’inquietante follia in cui i due protagonisti scivolano. Il disegno è ricreato in modo quasi perfetto. Il soggetto, la composizione, la luce sono i medesimi, direttamente trasposti sullo schermo. Questo esempio del primo periodo pittorico di Schneider (prima del suo viaggio in Italia) contiene tutti gli elementi caratteristici della sua arte giovanile, e si presta perfettamente a mettere in risalto le atmosfere cupe che il film vuole trasmettere. Un omaggio diretto di questo tipo sposta la narrazione dalla dimensione della realtà a quella di un sovrannaturale sconosciuto, in grado di portare l’uomo alla dissennatezza. 

    JEAN DELVILLE E IL MITO DI PROMETEO

    Dopo Schneider, Egger richiama esplicitamente il pittore belga Jean Delville, grande esponente del movimento simbolista. Scrittore e filosofo oltre che artista, ebbe un grande successo accademico e fu ammirato per la sua convinzione che l’arte dovesse essere espressione di verità e bellezza spirituali. Le sue opere e i suoi scritti aspirano proprio a mettere in risalto questa concezione idealista per cui è necessario guardare oltre la realtà comune, con temi di vario genere che toccano spesso la religione e il mito

    Nel film, il suo disegno senza titolo del 1888 è, al pari di Hypnosis, ricreato nel dettaglio, ed è forse legato a una simbologia ancor più importante. Il protagonista dell’opera, infatti, sembra essere Prometeo, e non è difficile notare un’identificazione tra il personaggio della mitologia greca ed Ephraim Winslow, particolarmente avvalorata dalla scena del disegno. Secondo il mito, Prometeo venne condannato a farsi mangiare il fegato ogni giorno da un uccello, dopo aver tentato di rubare il fuoco degli dei per darlo agli uomini. Anche Winslow sembra subire una punizione del genere dopo aver cercato di rubare la luce del faro a Thomas Wake, il quale è facilmente assimilabile in questo contesto alla figura di Poseidone. 

    HOPPER E VAN GOGH

    Da un punto di vista prettamente scenografico invece il regista sembra essersi basato su The Lighthouse at Two Lights del 1929 di Edward Hopper. L’artista fu un importante esponente del realismo americano e divenne popolare per il senso di solitudine e malinconia inquieta che riusciva a trasmettere con dipinti apparentemente sereni e colorati. Sembra perfettamente inserito allora, al di là di una prima impressione, nella dimensione creata dal film, e non sorprende che Egger possa aver preso spunto proprio da questo artista..

    Il personaggio di Wake, invece, esteticamente ricorda molto un altro famoso personaggio della storia dell’arte: il postino Joseph Roulin dipinto da Van Gogh nel 1888. Che il regista vi si sia ispirato per i costumi del suo personaggio non è sicuro e l’analogia appare anche meno evidente che nei precedenti confronti; tuttavia, determinati dettagli sono molto somiglianti e certamente fa sorridere un paragone simile. 

    Van Gogh dipinse svariate volte Roulin insieme ad altri membri della sua famiglia. Il postino lavorava ad Arles, e Vincent, dopo essersi trasferito nella stessa città nel 1888, si sentì immediatamente legato a lui da un grande affetto. Il pittore vedeva in lui la personificazione dei valori che avrebbe voluto come fondamento della propria vita: gentilezza, noncuranza della cattiveria altrui e amore per i piccoli piaceri della vita. La forte e tenera amicizia che legò i due è rappresentata perfettamente anche nel film Loving Vincent (Dorota Kobiela e Hugh Welchman, 2017).

    La fotografia drammatica di Jarin Blaschke (basata su fonti di illuminazione intradiegetiche, come ha dichiarato lo stesso Eggers) viene quindi messa al servizio del mondo interiore del regista, per recuperare, reinterpretare e rifarsi a linguaggi altri rispetto al cinema ma che allo stesso modo possono colpire lo spettatore e giocare con le sue sensazioni. 

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  • DAVID LYNCH E I SUOI PRIMI CORTOMETRAGGI

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    Il “regista più importante di questa epoca” (The Guardian) compie oggi 76 anni.

    David Lynch nasce a Missoula (Montana) il 20 gennaio 1946, trascorrendo l’infanzia nel nord-ovest degli Stati Uniti. Fin da bambino tende ad isolarsi, trascorrendo il suo tempo libero osservando il paesaggio circostante, studiando attentamente i dettagli della natura e disegnando.  Sviluppa quindi una grande passione per la pittura, che diverrà anche la base da cui darà vita al suo cinema.

    Nel 1965, a 19 anni, si iscrive alla Pennsylvania Academy of Fine Arts a Philadelphia. Questa Accademia rappresenterà un punto di rottura nella sua vita, dandogli una possibilità che stravolgerà il suo futuro così come lo aveva immaginato.

    SIX MEN GETTING SICK – I PRIMI CORTI

    Il primo cortometraggio di David Lynch nasce grazie ad una gara di pittura sperimentale in Accademia, nel 1966. Lynch intendeva partecipare con un dipinto raffigurante un giardino nero con esili macchie verdi, delle piante incolte che fendevano l’oscurità, reminiscenze della sua infanzia. La vista del suo quadro, però, lo ispirò a tal punto da decidere di dare vita a quelle figure. Così con una 16 mm e un budget di 200 dollari lavorò ad un’animazione angosciante della sua stessa opera: nacquero in questo modo i “sei uomini malati”, sei sinistre figure che trasmettono un forte senso di sofferenza e di inquietudine per un minuto intero, mentre una danza di linee si dispiega sul suono delle sirene di un’ambulanza. Lavorando a questo corto, Lynch si lasciò guidare dal processo creativo, secondo un modo simile all’automatismo psichico dei surrealisti: partendo da un determinato punto le idee si ramificano e l’inconscio lascia che nuovi spunti interferiscano facendo sì che il risultato sia diverso dall’intento iniziale.

    Con Six men getting sick Lynch vinse il primo premio, che divise col pittore Noel Mahaffey.

    https://www.youtube.com/watch?v=X0O4Qd07jzs

    Nello stesso periodo il regista visse delicate vicende familiari. Si innamorò di Peggy, una sua compagna d’Accademia che decise di sposare immediatamente. Ad aprile dell’anno dopo, in un momento di grandi difficoltà economiche, nacque sua figlia Jennifer. Per David Lynch ebbe così inizio un periodo molto burrascoso ed incerto della sua vita; nonostante questo l’artista non si diede per vinto, e continuò a sperimentare con quella che era diventata l’altra sua grande passione dopo la pittura: l’immagine in movimento, il cinema.

    THE ALPHABET

    Il corto successivo, The alphabet (1968) vide la luce grazie ad una proposta di collaborazione di H. Barton Wasserman, un altro studente dell’Accademia desideroso di lavorare con Lynch dopo il successo del suo primo lavoro. L’ispirazione arrivò grazie ad un racconto di sua moglie Peggy che, andata a far visita ai suoi genitori, aveva trovato sua nipote addormentata in un lettino. La bimba stava avendo un incubo in cui continuava a ripetere l’alfabeto. Il cortometraggio The alphabet è l’interpretazione Lynchiana di quell’incubo. Questo fu il primo momento in cui il regista mostrò le sue abilità di sound designer (che si manifesteranno del tutto in seguito) giocando con le incisioni dei vagiti di sua figlia. I dipinti di Francis Bacon sono le fondamenta su cui il corto è costruito visivamente, ed è possibile anche cogliervi un riferimento al conflitto di Lynch con le istituzioni scolastiche. Il regista decise di presentare la sua opera ad un concorso dell’American Film Institute,la cui vittoria avrebbe garantito delle sovvenzioni per la distribuzione del cortometraggio. Nonostante Lynch non fu tra i vincitori, i quali erano già quasi tutti registi affermati e con più esperienza, i due capi dell’AFI, Tony Vellani e George Stevens jr, lo contattarono personalmente per offrirgli un budget di 7.200 dollari e un adeguato canale di distribuzione.

    https://www.youtube.com/watch?v=oJ_t1eOAipo

    THE GRANDMOTHER

    Nel 1970 venne realizzato The grandmother, che mise per la prima volta il regista dinanzi ai veri problemi della realizzazione di un film. David scelse come protagonista della pellicola Richard White, un ragazzino che vedeva spesso passeggiare intorno a casa sua e che si rivelò perfetto per il ruolo assegnatoli. La nonna invece venne interpretata da Dorothy McGinnis.

    Questo cortometraggio rappresentava la sua più grande ambizione, e vi lavorò con grande impegno provvedendo lui stesso ad ogni aspetto della realizzazione. Per il sound design chiese l’aiuto di Alan Splet e del gruppo dei Tractor, ottenendo un suono inventivo e sperimentale, oltre che alcuni effetti sonori che non esiterà a riutilizzare in futuro.

    Nell’opera viene raccontata la storia di un bambino in un rapporto conflittuale coi genitori che sogna di far resuscitare la nonna morta da un baccello. Il sogno diviene realtà, ma a questa rinascita seguirà in breve tempo una rapida putrefazione. Risultano evidenti i rimandi a figure ancestrali rappresentate in un ciclo di vita e morte interno all’inconscio, il tutto inserito nella percezione del mondo di un bambino psicologicamente provato. Sarà grazie a questo lavoro -apprezzatissimo da Vellani e dai suoi colleghi- che Lynch verrà invitato a Los Angeles alla base dell’American Film Institute. Ed è qui che, un paio di anni dopo, inizierà a lavorare sul suo primo lungometraggio: Eraserhead. Ma questa è un’altra storia.

    https://www.youtube.com/watch?v=Hvq9bEajIVE

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  • DESTINO – QUANDO DISNEY COLLABORÒ CON DALÌ

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    Era il 1946 quando Walt Disney, in collaborazione con Salvador Dalì, avviò un progetto ambizioso e curioso. Il cortometraggio Destino fu terminato solo nel 2003 dalla Walt Disney Company, per mancanza di fondi all’epoca del suo iniziale sviluppo a causa della Seconda guerra mondiale. Solo i primi secondi infatti riuscirono ad essere creati, e mantennero il loro fascino per ben 58 anni, quando Roy, il bisnipote di Walt Disney, decise di riprendere in mano il progetto. Un tempismo particolare che permise di coronare le aspirazioni di Walt Disney, Dalì e Hench (artista Disney che contribuì con molti bozzetti) sommando la computer grafica all’animazione classica, in un’ottica di avanguardismo tecnologico. Vediamo raccontata, in sei minuti, una tragica storia d’amore tra il Tempo personificato e una donna mortale, una bellissima e leggiadra ballerina. La trama si sviluppa all’interno di ambientazioni surreali, in cui è evidente la firma dell’artista, che vanno a richiamare quei processi onirici tanto cari a Dalì. In questo paesaggio surrealista la ballerina si muove aggraziata andando alla ricerca della sua anima gemella, in luoghi mutanti in cui non mancano ostacoli che si frappongono tra lei e il suo oggetto del desiderio. Questa disperata ricerca dell’amore è un tema ricorrente nei film Disney, e non è improbabile che ci siano legami tra la donna e le principesse dei più grandi classici. L’itinerario che percorre è costellato di simboli maschili (torre e piramide) e simboli femminili (conchiglia, fontana) che portano con sé diverse allegorie: amori effimeri, la società che giudica, luoghi di conforto dove rifugiarsi momentaneamente. Giungerà il momento in cui la bellissima ballerina riuscirà a toccare i vertici emotivi del suo viaggio e, con una danza sinuosa e armoniosa, porterà il destino a cedere: la statua di Crono si romperà e la figura umana che impersonifica il Tempo uscirà fuori, libera per pochissimo. Nuovi impedimenti si interporranno tra i due, finché il Tempo non tornerà alla sua vera dimensione. La ragazza si scioglierà, la statua verrà ricomposta. 

    La colonna sonora che accompagna il racconto è composta dalle note del compositore messicano Armando Dominguez, che perfettamente si adattano alle atmosfere che si desiderava trasmettere. Tuttavia il caricamento del corto su youtube portò gli utenti a tentare le più fantasiose combinazioni e i più impensabili accostamenti, arrivando talvolta a risultati eccezionali, come con il brano Time dei Pink Floyd, che inaspettatamente vi si adatta molto bene.

    All’epoca della sua realizzazione iniziale fu difficile contenere l’entusiasmo di Dalì di fronte al progetto. L’animazione si era rivelata la risposta alle sue ricerche creative per un mondo mutante di esseri distorti. Troppe idee e una frenesia tale da non riuscire a realizzarle tutte risultarono in otto mesi di lavoro solamente per pochi secondi. Addirittura l’artista pretese di avere animali veri in studio a cui ispirarsi. Chiaramente il suo estro e il suo entusiasmo non furono facili da conciliare con la situazione dei debiti che imperversava. Così il cortometraggio fu abbandonato, ma il suo potenziale intrinseco riuscì a fare in modo che questa idea non smettesse di affascinare, fino al suo vero e proprio compimento.

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  • CINEMA E ARTE – LA MIGLIORE OFFERTA

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    Il film del 2013 di Giuseppe Tornatore racconta la storia di Virgil Oldman, un raffinatissimo battitore d’aste stimato da tutti i suoi conoscenti e colleghi, ma inesorabilmente e intimamente solo. Senza una famiglia, Virgil si apre quanto necessario soltanto con pochi ma fondamentali personaggi, come l’amico Billy Whistler (interpretato da Donald Sutherland), il restauratore Robert (di cui veste i panni Jim Sturgess) e Claire Ibbetson, una figura fondamentale che cambierà la sua vita.

    Il giorno del suo compleanno Virgil riceve una strana telefonata da una ragazza, la quale lo prega di valutare i beni della casa dei suoi genitori ormai defunti. La richiesta avviene in un modo e in un contesto che non rispecchiano lo stile del battitore, che ne resta però segretamente affascinato, e decide di procedere. Scoprirà poi che sarà necessario concludere l’affare in maniera stravagante, perché Claire, la ragazza della telefonata, è affetta da agorafobia nella forma più estrema, e non è in grado di uscire di casa e di vedere altre persone.

    L’idea di una crescita personale e del superamento dei propri limiti è centrale nel film, sottesa all’intera vicenda, e avviene nel confronto con le diverse ossessioni di Virgil e Claire. La prima, la più evidente ma allo stesso tempo la più nascosta e profonda, è quella di Virgil per le donne, con  cui l’uomo ha un rapporto particolare, di ammirazione e timore. Se prova sentimenti positivi per loro ciò può avvenire soltanto da lontano. Sembrerebbe allora che il tipo di legame instaurato da Claire (a distanza, una comunicazione attraverso un muro) sia perfetto per lui.

    Eppure proprio questo lo spingerà a superare i suoi limiti. Questo amore che necessita lontananza si manifesta nella collezione privata del battitore d’aste. In una stanza segreta della sua casa egli conserva il suo più grande tesoro, un’ampia raccolta di ritratti di donne nel corso della storia. La sua relazione quasi amorosa con i dipinti verrà resa evidente dalla frase che Claire dirà quando si lascerà convincere ad esplorare questo nuovo ambiente:

    “Allora non sono la prima… hai avuto altre donne”

    E la risposta di Virgil dichiara la fiducia e la forza che egli sente nel nuovo rapporto che sta costruendo.

    “Sì, le ho amate tutte e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti.”

    Per quanto a un primo contatto con Claire Virgil sia rimasto stupefatto dalla sua schiettezza e (a sua detta) maleducazione, si renderà poi conto di essere simile a lei. La ragazza è terrorizzata da ogni essere umano e non riesce a uscire dalla sua stanza se c’è qualcuno in casa, mentre Virgil, pur senza arrivare ad una condizione così estrema, porta sempre con sé un paio di guanti per evitare di entrare in contatto con qualsiasi cosa venga da fuori, finanche le posate di un ristorante. I suoi ponti col mondo esterno sono tagliati in un modo invisibile ma possente, in primis col rifiuto di possedere un cellulare. E gli indizi di un cambiamento interiore si manifesteranno quando accetterà di averne uno, proprio per comunicare più velocemente con la giovane agorafobica. 

    L’emblema metaforico di come Virgil verrà cambiato dalla strana situazione è rappresentato dal tentativo portato avanti con Robert di ricostruire un automa antichissimo con dei pezzi trovati nella villa di Claire. Il battitore si rende conto di aver a che fare con un reperto di Jacques de Vaucanson, celebre inventore e artista francese del ‘700. Ammirando il prodigio, nel corso del suo restauro Robert farà un meraviglioso parallelismo, atto a rispecchiare l’interazione tra Claire e Virgil: i diversi pezzi di un congegno col tempo finiscono per richiamarsi a vicenda. Una volta entrati in rapporto l’uno con l’altro, e attivati per far funzionare il più grande meccanismo di cui sono parte, porteranno sempre con sé i segni l’uno dell’altro. Parole che colpiranno molto il battitore, che si sentirà protagonista di una situazione simile nel suo processo di evoluzione personale e di guarigione della ragazza.

    L’essenza del film è racchiusa in una frase pronunciata dallo stesso Virgil Oldman, ripresa da una sua vecchia intervista.

    “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”

    Un colpo di scena estremo alla fine del racconto metterà in crisi ogni certezza guadagnata dal protagonista, ma accostare arte e vita nell’esaltazione di questa massima sarà ciò che riuscirà a salvarlo. Nell’ultima scena (facilmente accostabile alla sequenza iniziale del ristorante) abbiamo la prova che la vicenda avvenuta, seppur drammatica, non ha lasciato indifferente colui che l’ha vissuta: può aver perso un’importante parte della sua vita, ma con essa sono spariti anche i limiti e gli ostacoli che ne erano comportati. La controprova di ciò sono i guanti ormai spariti dalle sue mani. Virgil non teme più di confrontarsi con l’esterno, la paura del contatto è svanita; e inoltre, come lui stesso dirà, stavolta attende qualcuno.

    Come lo stesso Tornatore ha dichiarato in diverse interviste, non è un caso che la storia sia narrata dal punto di vista del solo protagonista. La volontà è quella di sottolineare la sua prospettiva di visione del mondo e la sua sensibilità, a cui partecipa un’attenta orchestrazione di ogni scena: il film non è un giallo, ma una storia d’amore. L’innamoramento del protagonista è però trattato come un giallo, un’esperienza avvolta nel mistero, adeguata ad un uomo ormai anziano che conserva la timidezza e la paura di un ragazzino.

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  • BIG EYES – TRA INDIPENDENZA E AUTODETERMINAZIONE

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    Gli anni ’50 furono un periodo difficile per le donne. Un’indipendenza di qualsiasi tipo la si otteneva solo con grande impegno e perderla era molto facile. Si esisteva in funzione del proprio marito e senza la sua presenza era poco probabile essere prese in considerazione in ambito lavorativo e sociale.

    Ed è una storia proprio di indipendenza e autodeterminazione quella che viene narrata in Big Eyes, il film di Tim Burton del 2014, che descrive la vicenda realmente avvenuta della pittrice Margaret Keane.

    La pittrice (interpretata da Amy Adams) aveva appena affrontato un divorzio e scelto di scappare a San Francisco dalla California insieme a sua figlia Jane. Dopo un primo periodo di stenti, svendendo le sue opere per pochi dollari, la sua vita cambierà quando conoscerà Walter Keane (Christoph Waltz), il suo futuro marito, anche lui artista, autore di vedute parigine. Lui si renderà conto del suo talento e darà lentamente vita a un business dei suoi dipinti, caratterizzati da grandi occhi tristi. Alla base di questo impero commerciale ci sarà però una truffa: una vera e propria operazione di marketing, per cui il pittore vende più della pittrice, di conseguenza Margaret si ritrova costretta a lavorare duramente lasciando suo marito fingere di essere l’autore dei “trovatelli”.

    Siamo in un periodo storico in cui uno stile pittorico simile non aveva grandi prospettive di successo. Si stavano affermando (in America soprattutto) gli esponenti dell’espressionismo astratto, come Pollock, Newman, de Kooning. A posteriori si vedrà questo momento come una pietra miliare della storia dell’arte, oltre cui non sarà più possibile tornare indietro e guardare alla pittura alla stessa maniera. Questo lascia intendere la difficoltà per una donna divorziata e senza un lavoro di ricostruirsi una vita inseguendo il suo sogno; e ci permette di comprendere la scelta di Margaret di assecondare gli iniziali tentativi di Walter di spacciarsi come autore dei quadri. Una semplice confusione tra i cognomi (entrambi si firmavano “Keane”) da parte degli acquirenti iniziali dei dipinti si trova in perfetta corrispondenza con l’abilità di venditore di Walter (che oltre ad essere un pittore era principalmente un agente immobiliare). Quest’ultimo nel corso degli anni matura e definisce il suo personaggio pubblico, costruendo una figura con una storia da lui non vissuta ed emozioni da lui mai provate, per poter parlare delle sue ispirazioni. Struggente è la rappresentazione di sua moglie, la vera autrice, che non riesce inizialmente a ribellarsi alla candida ipotesi di un futuro perfetto, economicamente stabile e privo di turbamenti. Il costo di tutto ciò però sarebbe stato la sua integrità di pittrice, un rinnegamento della sua maternità nei confronti delle opere che lei considerava realmente come figli. E un grande segreto da mantenere col mondo, da non poter rivelare nemmeno a sua figlia, quello di essere in realtà lei a dipingere. Se questo atteggiamento interiorizzato di sottomissione può apparire ai nostri occhi degno di critica (considerato il grandissimo successo raggiunto dai quadri), è importante ricordare il contesto storico della vicenda e in relazione ad esso Margaret ci appare in realtà tutt’altro che assoggettata e oppressa: riesce a liberarsi degli uomini che la maltrattano, rifiuta il ruolo di semplice casalinga e agisce in ultima istanza per preservare ciò che aveva realmente valore per lei, cioè sua figlia e i suoi quadri.

    Arriverà a un punto di crisi anche con Walter, riuscendo a trovare la forza di scappare di casa con Jane e di dirigersi alle Hawaii, luogo in cui si era anche risposata, e qui ricostruirsi una vita. È interessante notare come questa potrebbe perfettamente essere considerata una soluzione narrativa di scarso livello, una sorta di deus ex machina completamente privo dei presupposti per avverarsi: Margaret e sua figlia sono in macchina, scappate di corsa dopo che Walter aveva mostrato segni di follia, senza soldi e con poca benzina e scelgono di andare alle isole Hawaii. E ci riescono e un anno dopo stanno bene. Ma perché proprio questa meta? C’è qualche significato simbolico? La presenza di un’importante galleria d’arte? Niente di tutto questo. Sarebbe un dubbio escamotage, meritevole di critica… se non fosse che tutto ciò è realmente avvenuto. 

    La questione delle Hawaii è ovviamente trattata in maniera relativamente fedele nel film: nella realtà Margaret vi si reca solo in seguito col suo terzo marito, ma la sua permanenza in questo luogo è importante nel racconto.

    Spesso uno dei criteri di valutazione di un film è la verosimiglianza e con verosimiglianza si intende una coerenza logica interna perfettamente funzionante, in cui gli elementi narrativi si richiamano dall’inizio alla fine, le scelte dei personaggi sono in linea con la loro personalità e le loro possibilità, e gli eventi sorprendenti mantengono sempre un’aderenza alla storia.

    Forse questo modo di concepire il verosimile è erroneo, poiché paradossalmente la vita si dimostra ricca di soluzioni narrative prive di senso. E quando ciò avviene ci si sofferma a riflettere su quanto accaduto, si sorride sommessamente e ci si arrende al tentativo di comprenderla logicamente, perché questo è impossibile. Ciononostante, è quello che pretendiamo da un film “verosimile”.

    La storia di Margaret Keane non è affatto verosimile, potrebbe sembrare il risultato degli ideali femministi sommati e ben articolati in un racconto per narrare una storia di emancipazione, di distacco da un terreno deleterio per una donna pronta a mettersi in gioco. Eppure risulta tanto più affascinante quanto più ci si rende conto della realtà effettiva di quanto accaduto.

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  • VAN GOGH E IL CINEMA (PARTE 3): ALLA RICERCA DI VAN GOGH

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    Con questo articolo continuiamo il nostro viaggio nell’arte di Van Gogh attraverso le rappresentazioni al cinema dello straordinario artista olandese. Clicca qui per leggere la prima parte e qui per la seconda.

    Nel villaggio di Dafen, in Cina, 10.000 pittori dipingono quasi a livello di catena di montaggio per riprodurre copie dei quadri di Van Gogh richieste da clienti esteri. Il film documentario Alla ricerca di Van Gogh (China’s Van Gogh, Kiki Tianqi Yu, Yu Haibo, 2016) mostra il lavoro di Zhao Xiaoyong aiutato da suo fratello, suo cognato, sua moglie e inizialmente altri ragazzi. 

    Nel loro laboratorio, essi operano con passione e meticolosa precisione per avvicinarsi sempre più allo stile degli originali. Il film mira sicuramente ad evidenziare il grande amore di Zhao per la pittura, riuscendo a romanticizzare anche un’azione apparentemente fredda e mirata al guadagno come la riproduzione in copie di opere famose. I protagonisti devono confrontarsi con una realtà dura: li vedremo infatti perdere parte della squadra a causa delle paghe troppo basse, e arrivare a gestire l’impresa a livello familiare. Pur avendo quindi a che fare con condizioni sfavorevoli Xiaoyong non riuscirà a fermarsi, spinto dal desiderio di seguire la sua vocazione.

    Lo vedremo raggiungere il suo sogno, ovvero quello di recarsi ad Amsterdam per osservare dal vivo le opere originali di Van Gogh. Un viaggio che sarà importante per lui che gli permetterà di prendere maggiore coscienza del suo lavoro e delle sue inclinazioni. Avvicinandosi infatti a quello che sentirà essere lo spirito di Van Gogh, lo farà riflettere sulla differenza tra semplice pittore e artista. Come si classifica una persona in grado di dipingere tecnicamente ma che non senta l’esigenza impulsiva di riversare la sua interiorità sulla tela?

    Zhao si trova infatti in una dimensione in realtà diametralmente opposta a quella del suo pittore idolo: mentre per Van Gogh dipingere consisteva in un gesto immediato che trasponesse sulla tela la propria visione interiore del mondo, Xiaoyong lavora con una precisione quasi maniacale, calcolando attentamente ogni gradazione di colore e ogni pennellata, dipingendo con passione ma senza mettere niente di proprio all’interno delle opere che riproduce. Questo interrogativo lo tormenterà durante il viaggio di ritorno fino a un confronto coi suoi colleghi, in cui capirà che ciò che conta è la maniera in cui ci si sente, indipendentemente dal risultato.

    Il lavoro dei pittori viene mostrato con delicatezza affascinante ma allo stesso tempo con schiettezza, riuscendo a rappresentare la passione sincera di un pittore e la sua ammirazione verso il suo modello.

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  • VAN GOGH E IL CINEMA (PARTE 2): LOVING VINCENT

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    Con questo articolo continuiamo il nostro viaggio nell’arte di Van Gogh attraverso le rappresentazioni al cinema dello straordinario artista olandese. Clicca qui per leggere la prima parte.

    Loving Vincent, il film del 2017, opera della pittrice polacca Dorota Kobiela e del regista inglese Hugh Welchman, costituisce una innovazione cinematografica incredibilmente creativa.

    Si tratta del primo film interamente dipinto su tela, realizzato con la tecnica del “rotoscope”, per cui centoventicinque artisti hanno rielaborato immagini girate e le hanno trasformate in dipinti.  Più di 5 anni di lavoro e 5,5 milioni di dollari sono stati necessari per raggiungere l’obiettivo.

    Il risultato è stato un sorprendente oggetto indefinito tra film di animazione, film girato dal vivo e quadro. Le più celebri opere di Van Gogh prendono vita e si sviluppano, divenendo la scenografia viva della storia del loro autore.

    In realtà Loving Vincent non parla della vita del pittore, ma narra vicende che partono dalla sua morte.

    Il protagonista è Amand Roulin (interpretato da Douglas Booth), figlio del postino di fiducia di Van Gogh che ha il compito di consegnare a Theo, il fratello di Vincent, l’ultima lettera che quest’ultimo gli aveva scritto prima di morire. Nel corso del suo viaggio Amand si sentirà sempre più legato alla figura del pittore, conosciuta tramite i racconti degli altri, e cercherà di indagare sulla sua morte misteriosa per venirne a capo.

    IL PRINCIPIO PITTORICO DELLE MACCHIE DI COLORE

    Vi è un principio fondamentale del modo di stendere il colore che caratterizza l’arte dei post-impressionisti (come Van Gogh) e ha origine con l’impressionismo: non amalgamarlo in maniera omogenea e ben definita ma dipingere a “macchie”. Questa tecnica divenne poi la caratteristica più evidente del puntinismo e delle altre correnti pittoriche derivate.

    L’idea, sviluppata in un periodo storico di attenzione alle scienze, era che se la fusione tra i colori non avveniva sulla tela la si poteva comunque realizzare all’interno dell’occhio umano, guardando il quadro dalla giusta distanza.

    Così le opere di questo periodo giocano sulla percezione ottica degli spettatori, in un costante passaggio dalla dimensione della superficie della tela della macchia del colore e quella dell’immagine figurativa in profondità.

    Loving Vincent riprende questo principio e lo esaspera poeticamente, aggiungendo il movimento alle due dimensioni sopracitate. Le immagini sembrano disperdersi nei colori e ritrovare una forma, quasi rappresentando quel flusso spirituale tanto caro a Van Gogh.

    Nella sintesi ottica che avviene il tempo richiesto complessivamente aumenta, poiché non si tratta più di sintetizzare visivamente una singola figura, la quale una volta assunto il suo senso lo porta con sé; vi è qui una continua riformulazione e un continuo passaggio dalla bidimensionalità delle macchie prive di significato ad una profondità che narra una storia, che in un istante si disperde di nuovo.

    La sfuggevolezza delle immagini è coerente con la vicenda trattata: non si conosce infatti una verità sicura sulla morte del pittore o su alcuni aspetti della sua vita, ma si hanno solo percezioni che sembrano presentarsi come certe per poi sfumare in un’altra realtà.

    I più ritengono che Vincent si sia sparato, secondo alcuni il fatale colpo di pistola deve essere giunto da un altro, altri ancora preferiscono non pensarci proprio. Anche la presunta vita romantica del pittore è oggetto di discussioni sottoforma di pettegolezzi che costruiscono un quadro quanto mai incerto.

    IL RITORNO DEL TEMA DEL SUBLIME

    Diversi aspetti della storia della vita di Van Gogh nel suo rapporto con la natura fanno pensare alla presenza del tema del sublime legato alla sua figura. Nel film Van Gogh – sulla soglia dell’eternità (Julian Schnabel, 2018) sembra che ciò sia volutamente messo in evidenza. (abbiamo parlato di questo film nella prima parte della rassegna dedicata all’artista olandese, clicca qui per leggerlo).

    Anche in Loving Vincent si possono cogliere riferimenti, in particolare nel finale, nella discussione tra Amand e suo padre.

    “Guarda il cielo. C’è un mondo tutto da scoprire lassù. Qualcosa che possiamo guardare ma non comprendere del tutto. Mi ricorda Vincent.”

    E il riecheggio delle parole del pittore:

    “Non so spiegare perché, ma la vista delle stelle mi fa sempre sognare. Come mai mi chiedo, quei puntini luminosi nel cielo ci sono inaccessibili? Che sia necessario morire per raggiungere le stelle? E morire in pace in tarda età significa raggiungerle a piedi.”

    Non è difficile cogliere una parvenza di riferimento al celebre “cielo stellato” kantiano, pari alla grandezza interiore dell’animo umano nella misura in cui in entrambi è presente il sovrasensibile ma pur esistendo in lui, esso è inaccessibile all’uomo. Seguire la morale significherebbe non discostarsi da un percorso che al termine della nostra vita ha come destinazione proprio il sovrasensibile.

    Il legame tra Van Gogh e questo mondo superiore viene spesso ribadito in termini di una sensibilità assolutamente non comune, e per cui il pittore sarebbe stato considerato pazzo e pericoloso dai suoi concittadini.

    L’ultima frase riportata sembra suggerire un bisogno di Vincent impossibile da rimandare, ossia distaccarsi definitivamente da un mondo a cui (sempre scegliendo di accettare questa interpretazione) non era mai realmente appartenuto.

    Le ultime immagini del film sono il corollario di questi concetti. La nostra storia si chiude con una meravigliosa immagine del cielo stellato (Notte stellata, 1889) di Van Gogh che vede le singole macchie di pittura scomporsi e ricomporsi nell’autoritratto del pittore stesso.

    Così Loving Vincent conclude la vicenda, aprendo contemporaneamente un nuovo mondo di sensazioni e riflessioni. 

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  • VAN GOGH E IL CINEMA (PARTE 1): SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ

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    Con questo articolo iniziamo un viaggio nell’arte di Van Gogh attraverso le rappresentazioni al cinema dello straordinario artista olandese.

    “Genio è colui attraverso il quale la natura dà la regola all’arte, che di per sé non può essere stabilita da regole”

    La definizione di genio che Kant dà nella sua terza Critica si adatta benissimo a Vincent Van Gogh.

    Il film del 2018 Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel vede Willem Dafoe interpretare il pittore olandese, regalandoci una performance in cui l’attore riesce a cogliere perfettamente l’aspetto istintivo e spiritualistico che caratterizzò la vita dell’artista.

    La narrazione inizia col soggiorno di Van Gogh a Parigi subito prima di recarsi ad Arles, nel sud della Francia, spinto dall’esigenza di sentirsi più vicino alla natura. Qui vive una vita semplice ma permeata da emozioni forti, fino a giungere all’evento cardine del taglio dell’orecchio ed in seguito al trasferimento in un ospedale psichiatrico e, quindi, alla morte.

    Nella resa del racconto della sua vita l’accento viene posto sul fortissimo legame tra la pittura e l’esistenza di Van Gogh. Da questo dualismo si genera quella che potremmo definire una poetica, ossia una visione del mondo espressa artisticamente da un autore. Questo termine viene più frequentemente attribuito a scrittori o cineasti, potrebbe infatti sembrare assurdo riuscire a raccontare la propria concezione della vita e dell’esistenza solo tramite quadri. Eppure la grandezza di Van Gogh risiede proprio in questo, nell’essere riuscito a dare alla sua pittura la capacità di comunicare la propria poetica, la propria visione del mondo, solo coi tratti di un pennello.

    E’ risaputo che egli fosse assolutamente un artista (e un uomo) poco convenzionale, nonostante il periodo di grande cambiamento che avveniva nel mondo della pittura (siamo infatti alla fine dell’800: gli impressionisti sono stati superati, ci si è separati da tempo dal realismo pittorico e i post-impressionisti sentono una forte esigenza di innovazione) la sua arte non venne capita. Lo stesso Gauguin in una scena del film gli dirà bruscamente che la sua “non è nemmeno pittura. Non stendi bene il colore, sembra una scultura di argilla, sei troppo veloce.”

    A fronte di questi rimproveri, che quasi lo assimilano a uno scolaretto che deve ancora imparare a fare vera arte, Vincent sofferente può solo spiegare di non riuscire a fare altrimenti. E’ la sua arte, sta bene quando dipinge e per lui, il dipinto, deve e può essere solo un gesto netto.

    Ma cosa lo spinge a sentire una passione così forte da non potervisi ribellare?

    “Dentro di me c’è qualcosa, non so cosa sia. Vedo cose che nessun altro vede e questo mi spaventa, e ho paura di impazzire… ma poi dico a me stesso ‘farò vedere quello che vedo io ai miei fratelli umani che non riescono a vederlo. E’ un privilegio”

    Il rapporto inscindibile tra arte, natura e religione viene così dichiarato. Van Gogh si sente una sorta di profeta, vuole mostrare agli altri uomini la maniera in cui lui vede il mondo, ma è come se tutto questo avvenisse non per sua volontà. Come se un Dio parlasse tramite lui, o se attraverso la sua propensione innata la natura desse la regola all’arte.

    IL SUBLIME, LA NATURA

    Sublime significa, letteralmente, “sotto il limite”. Indica, cioè, un punto molto alto, il limite di qualcosa di più grande di noi. Si può intendere anche come “soglia”, magari proprio come “soglia dell’eternità”.

    Una scena chiave del film, da questo punto di vista, è quella in cui Van Gogh spiega come si sente davanti alla grandezza della natura.

    “Quando mi trovo di fronte a una vasta pianura non vedo altro che l’eternità. Sono l’unico a vederla? L’esistenza non può non avere una ragione

    Da un punto di vita filosofico (siamo sempre con Kant) il sublime è un sentimento di attrazione e repulsione che viene suscitato in noi dalla natura, talmente grande da sembrarci infinita, e dall’inadeguatezza delle nostre facoltà conoscitive di apprendere la sua forma. Perché è ovvio che qualsiasi pianura o foresta o oceano abbia una forma, e quindi un inizio e una fine, ma la nostra dimensione microscopica di uomini ci impedisce di apprenderla, e quindi continuiamo a percepirla come fosse infinita. Ma riuscire a concepire qualcosa come infinito appartiene a una facoltà sovrasensibile che possediamo ma a cui non abbiamo accesso. Ne sentiamo la parvenza, e infatti l’animo si sente elevato nel giudicare, e proviamo un rispetto per l’infinito essendo nella posizione di esseri finiti.

    Ma cosa si intende in questo caso con infinito?

    Qui Kant usa questo termine per indicare il noumeno, la cosa in sé, di cui non possiamo conoscere nulla se non la rappresentazione fenomenica e il piacere che proviamo davanti al sublime è dato da una facoltà sovrasensibile che ci rendiamo conto esista (e sia in accordo con quanto stiamo guardando) proprio per l’inadeguatezza che proviamo.

    Di conseguenza se si accetta questa interpretazione, andando a riprendere le parole di Van Gogh (quando mi trovo di fronte a una vasta pianura non vedo altro che l’eternità. Sono l’unico a vederla? L’esistenza non può non avere una ragione) egli sarebbe stato un ponte tra il mondo sensibile e quello sovrasensibile, un profeta. Sarebbe stato in grado di vedere il noumeno del mondo e lo avrebbe comunicato, sentendone una forte urgenza, ai suoi “fratelli uomini”, consapevole di essere l’unico a poter conoscere il sovrasensibile.

    L’ultima parte della frase si può allo stesso modo ricondurre a questa lettura filosofica dell’arte di Van Gogh, poiché secondo Kant lo scopo della nostra esistenza sarebbe il bene raggiunto seguendo la morale, la quale apparterrebbe al mondo della ragione e del sovrasensibile.

    La storia di uno dei pittori più originali e decisivi per lo sviluppo dell’arte nel corso del tempo non può non affascinare con la sua spontaneità e tenerezza nella completa sovrapposizione tra l’uomo e il pittore.

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  • I CRITOFILM DI CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI – CINEMA E ARTE

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    Nel secondo dopoguerra si sviluppò in Italia l’idea di esercitare la critica d’arte sfruttando il nuovo mezzo cinematografico. L’obiettivo era quello di trovare un nuovo metodo di divulgazione della cultura visiva, e rinnovare i vecchi modelli di comunicazione sull’arte. Il documentario sembrava quindi uno strumento perfetto per sfruttare la visione e trovare un’alternativa alla critica letteraria.

    Il cinema quindi diventò un veicolo di diffusione di massa dell’arte, con non poche ambiguità nel trovare un equilibrio tra proposte anticonformiste e una semplice trasposizione filmica della critica tradizionale.

    Il documentario d’arte nacque in realtà con Luciano Emmer, che nel 1938 aveva iniziato a girare film in cui raccontava gli affreschi di Giotto con la visione simultanea e la piacevole aggiunta della musica.

    Tuttavia una vera e propria stagione del documentario d’arte vi fu nell’immediato dopoguerra, e si protrasse per diversi decenni, ad opera di diverse figure. Tra queste anche Carl Dreyer nel 1949 realizzò un film sull’arte dedicato a Thorvaldsen, sperimentando le possibilità del linguaggio cinematografico nell’esporre la scultura. In Italia i più importanti registi di documentaristi legati al mondo artistico furono Roberto Longhi e Carlo Ludovico Ragghianti.

    Il primo è considerato la figura più originale di questo periodo, che però non riuscì a rendere i suoi film caratteristici e innovativi, limitandosi ad una lettura delle opere legando i movimenti della macchina da presa ai suoi discorsi. Una semplice riproduzione filmata del testo, senza distaccarsi troppo dalla tradizione. Nonostante ciò vinse nel 1948 il Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia.

    Chi invece traspose sullo schermo una posizione filosofica completa e complessa fu Ragghianti, che cercò di sfruttare le nuove possibilità offerte. I suoi non erano semplici documentari, ma vera e propria critica fatta sfruttando il mezzo filmico. Si interessò alla dimensione dello spazio-tempo cercando di mostrare la genesi dell’opera. Si partiva nei suoi critofilm da una visione inusuale di questa (ad esempio una visione aerea) e il testo veniva scritto solo in seguito, basandosi sul montaggio. L’idea era che il cinema fosse capace in sé di un’operazione critica.

    Carlo Ludovico Ragghianti

    Centrale nelle sue operazioni critiche in generale era l’idea (mutuata dall’idealismo crociano) di una circolazione dello spirito tra forma e pensiero. L’espressione artistica sarebbe quindi un impulso diventato forma, e la critica doveva indagare la genesi di quest’ultima e studiarne le articolazioni.

    Questo obiettivo di fondo era l’indicazione da seguire nelle riprese dei critofilm, cercando di comprendere come l’artista avesse avuto l’intuizione.

    Quello dal 1954 al 1964 fu un decennio intenso di produzione. La scelta di soggetti e temi di questo periodo è varia. Comunità millenarie (il primo, dopo alcuni tentativi preliminari), Michelangelo (l’ultimo) ed altri che vanno dall’urbanistica alla pittura fiorentina furono i suoi lavori di questo periodo, che si conciliarono in una filmografia variegata in cui emergono tutti i differenti interessi dello storico.

    Questa volontà di sperimentare, scoprire, proporre novità era perfettamente in linea col carattere dello storico. Sentiva infatti una forte esigenza democratica di diffondere il valore dell’arte visto come una parte fondamentale dell’uomo e che se coltivato lo avrebbe portato ad un progresso etico collettivo. Questo interesse così indirizzato veniva chiamato “moralismo critico”, e si risolveva in un atteggiamento politicamente impegnato ad incoraggiare gli studi di storia dell’arte.

    Il suo interesse per l’arte era inteso nel senso più ampio possibile: considerava tale tutto ciò che avesse a che fare con la creatività dell’uomo, non trascurando quindi il cinema, l’urbanistica, le arti decorative, la fotografia.

    Nel 1945 venne nominato sottosegretario delle Belle Arti, con il compito di rimediare ai disastri della Seconda guerra mondiale. Da questa esperienza fu molto deluso, andando a chiamare “ipertiroidismo burocratico” la lentezza delle istituzioni nell’impegnarsi effettivamente nel valorizzare il patrimonio artistico.

    Cercò per tutta la vita di promuovere l’educazione culturale e l’amore per l’arte, diventando una delle figure più importanti del secolo scorso.

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