Tag: commedia all’italiana

  • Settant’anni di Totò Peppino e… la malafemmina

    Settant’anni di Totò Peppino e… la malafemmina

    Un comfort movie è un prodotto rassicurante che suscita familiarità in chi lo guarda: è un ritorno a casa, una coperta di Linus, una stanza piena di volti conosciuti. I personaggi diventano quasi dei parenti, le parole che stanno per pronunciare sono già attese e si percepisce un’impressione di consuetudine appagante. Tra i titoli che mi danno questa sensazione c’è sicuramente Totò, Peppino e… la malafemmina. Non ricordo esattamente la prima volta in cui l’ho visto, perché rappresenta per me una certezza, una personale categoria dello spirito.

    Il lungometraggio, nel 1956 stroncato dalla critica e acclamato dal pubblico, trae ispirazione dalla celebre canzone composta dal principe della risata sul retro di un pacchetto di sigarette e dedicata alla moglie Diana Rogliani. Il brano è interpretato nel film da Teddy Reno, al quale furono affidate diverse esibizioni canore. Non possiamo parlare di musicarello, ma l’utilizzo ricorrente della melodia classica napoletana conferisce ad alcune scene l’atmosfera di quel sottogenere cinematografico.

    Quest’anno l’iconica pellicola diretta da Camillo Mastrocinque compie 70 anni e, malgrado il tempo trascorso, si conferma un’irresistibile commedia che si lascia guardare e di cui probabilmente si parla troppo poco.


    La ripetizione e l’equivoco

    In un paesino di campagna nei pressi di Napoli due uomini si muovono su un calesse e intonano a gran voce “na femmena busciarda m’ha lassato”, lanciando pietre sul vetro dell’abitazione del vicino e scappando come dei bambini felici. La marachella si ripete più volte, perché il motore che alimenta il divertimento è la reiterazione. Lo scheletro della comicità si costruisce, sequenza dopo sequenza, attraverso la caratterizzazione dei fratelli Caponi che si presentano allo spettatore grazie alla continua riproposizione di gag e battute, spesso avvalorate da un contatto fisico (la frusta, la ruota, l’incidente con il trattore).

    Antonio (Totò) e Peppino (De Filippo) ci palesano immediatamente i loro tratti distintivi: il primo si prende gioco della parsimonia e dell’ingenuità del secondo, millantando conoscenze della vita che in effetti non ha.
    La sorella (Vittoria Crispo) invece, molto più vispa e sensibile dei due, viene relegata a una posizione di subordinazione che non le appartiene e sarà infatti l’unica a comprendere i malintesi che si avvicenderanno. L’altra costante sono appunto gli equivoci, la narrazione è coadiuvata dal continuo fraintendimento alimentato dall’atteggiamento approssimativo dei protagonisti. Tutti galleggiano su una verità semplice che non sono in grado di conoscere in profondità ed è proprio la genuinità a produrre l’umorismo.


    La comunicazione

    La parola scritta è fondamentale: è un biglietto inviato da una ragazzina gelosa a innescare la trama e soprattutto è una lettera sgangherata a rendere memorabile l’intera vicenda. Ettore Scola (allora aiuto regista) diede l’idea, i due attori improvvisarono e il resto è storia.

    Totò scandisce solenne le frasi in un italiano arrangiato e Peppino le riporta su un foglio con estrema difficoltà, sudato e stanco per l’impegno profuso. La punteggiatura è per loro sinonimo di abbellimento retorico e quindi perché non usarla in eccesso? D’altronde bisogna convincere la soubrette Marisa (Dorian Gray) a lasciare il nipote Gianni e la sola somma di denaro a lei destinata non basterebbe. La valenza simbolica di tale momento ha dato origine a numerose reinterpretazioni, una fra tutte quella indimenticabile di Troisi e Benigni in Non ci resta che piangere.

    La comunicazione è il fulcro del racconto e le barriere linguistiche si impongono nell’istante dell’arrivo a Milano. La parte opposta dell’Italia è percepita come un territorio straniero, nel quale la lingua è differente e il clima si suppone sia rigido a prescindere dalle stagioni (è necessario indossare il colbacco malgrado il calore). Il milanese è un alieno e prima di partire occorre istruirsi con chi ha varcato il “confine”. Ci sarà la nebbia? Quanti giorni impiegheranno? Gli abitanti del posto avranno lo stesso modo di camminare?

    Gli ostacoli dell’interazione verbale generano la battuta, causano ilarità. Il divario tra il nord e il sud è evidente, ma si trasforma in un pretesto spiritoso. Così l’improbabile richiesta a un vigile urbano (“noio volevan savuar”) rimane impressa sullo schermo, è l’istantanea di un’epoca in cui il progresso tardava ad arrivare in alcune zone della nazione, nonostante il boom economico.

    Lo stereotipo, usato in chiave ironica, mitiga quelle differenze tangibili e diviene motivo di unione. Qualcuno direbbe che si tratta di una raffigurazione semplicistica della realtà, ma il cinema può tutto e chi siamo noi per impedirglielo?


    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Sedotta e abbandonata – La sfiducia di Pietro Germi verso il popolo italiano

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    Sono passati cinquant’anni dalla morte di uno dei registi italiani più influenti del ventesimo secolo, Pietro Germi. Grande maestro della commedia all’italiana, le sue opere presentano una spiccata dose di satira e di critica verso la società e la popolazione italiana, con tutte le sue tradizioni e gli enormi difetti portati avanti dalla iper abusata frase “si è sempre fatto così”. Il suo primo grande successo arriva nel 1956 con Il Ferroviere, una delle ultime espressioni del Neorealismo italiano al cinema: attraverso la storia che sceglie di raccontare, Germi offre uno spaccato profondo e struggente del popolo italiano dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tra conflitti generazionali, lotte per migliori condizioni lavorative, cambiamento rapido dei valori a cui molti italiani all’antica non riescono a stare al passo. Poi il capolavoro assoluto Divorzio all’italiana (1961), con protagonisti Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli, vincitore del premio per la miglior commedia al Festival di Cannes e dell’Oscar per miglior sceneggiatura originale nel 1963. Germi era genovese, ma ambienta la sua opera più celebre in Sicilia, terra alla quale si sente particolarmente legato e del cui popolo critica senza scrupoli atteggiamenti, stili di vita e mentalità, con un’ironia a tratti feroce. Forse non tutti sanno che Divorzio all’italiana fa parte di una trilogia dedicata proprio a una certa parte della società italiana e ai suoi costumi, insieme a Signore & Signori (1966) e Sedotta e abbandonata (1964). Sarà proprio di quest’ultimo che andremo a parlare oggi, un’opera di cui non si discuterà mai abbastanza, estremamente importante nel panorama del cinema italiano.

    L’onore e la famiglia

    La famiglia siciliana degli Ascalone è radunata in sala da pranzo e stanno tutti dormendo, tutti tranne la sedicenne Agnese (Stefania Sandrelli), impegnata a studiare sul tavolo; anche Peppino Califano (Aldo Puglisi) è sveglio e approfitta della situazione per sedurre la giovane, nonostante sia promesso sposo di Matilde, sua sorella. L’uomo trascina la ragazza in giardino e i due hanno un rapporto sessuale; consapevoli del terribile errore cercano di mantenere il segreto, ma Agnese è divorata dal senso di colpa nei confronti della sorella e si comporta in modi sempre più strani e preoccupanti. Non ci vorrà molto a scoprire che la giovane è incinta e, sebbene non abbia intenzione di rivelare chi sia il padre, la verità esce presto fuori.

    Per il padre Vincenzo (Saro Urzì) la situazione è più tragica che mai: sono gli anni ‘60 e un nome onorevole è la cosa più importante per una famiglia siciliana. Com’era consuetudine all’epoca, Vincenzo si reca da Peppino e gli impone di sposare Agnese per “riparare il danno all’onore”, ma il giovane non vuole saperne più niente: Agnese non è più vergine e per questo nessun uomo vorrebbe mai sposarla, giusto? Il film, sulle note della fantastica colonna sonora di Carlo Rustichelli, esplora coraggiosamente le contraddizioni della mentalità siciliana del tempo, che spinge le famiglie Ascalone e Califano a un vero e proprio conflitto, fatto di stratagemmi e situazioni al limite del grottesco che culminano in un tentativo di matrimonio riparatore che non andrà in porto.

    Il paese non può sapere cosa sta succedendo, bisogna farsi vedere sempre perfetti, sorridenti, camminare a testa alta tra le vie, e mai far intendere che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Eppure si sta pian piano creando un’atmosfera da Far West nel piccolo paesino, e quella che dovrà pagarne le conseguenze peggiori sarà proprio la povera Agnese, giovane vittima di un sistema così grande e così complicato, davanti al quale i suoi sentimenti valgono meno di zero.

    Germi e lo sconforto verso il popolo italiano

    Un anno dopo l’uscita di Sedotta e abbandonata, nel 1965, avviene una vicenda che inizierà a mettere in discussione la società italiana e i suoi costumi, quella della coraggiosa Franca Viola: rapita e violentata ripetutamente dall’ex fidanzato che aveva rifiutato, Franca avrebbe dovuto accettare di sposarlo per poter estinguere il reato e “riparare l’onore” della sua famiglia. Eppure la ragazza, grazie anche al supporto della sua famiglia, ebbe il coraggio di rifiutare le nozze, dichiarando apertamente che a perdere l’onore non è chi subisce un crimine del genere, ma chi lo commette. Fino a quel momento non si era mai messo in dubbio che la violenza carnale fosse un reato contro la morale e non contro la persona.

    Oggi conosciamo queste vicende, insieme a tutto ciò che successe dopo, e guardare Sedotta e abbandonata porta un dolore ancora più grande: la povera Agnese, di appena sedici anni, subisce un’ingiustizia dopo l’altra, molte delle quali per mano del suo stesso padre, la persona che più avrebbe dovuto proteggerla. Alcune delle sequenze del film ci mostrano quanto Agnese stia soffrendo, quanto si senta in colpa e allo stesso tempo tradita dalle persone che più ama. Viene scrutata senza pietà dagli altri abitanti del paese, che in una celebre scena la inseguono per la strada gridando appellativi poco carini, la circondano e la osservano come tante maschere deformi con gli occhi vuoti, mentre le musiche di Rustichelli ci lasciano senza respiro, esattamente come lei.

    Ciò che traspare da Sedotta e abbandonata è un generale sentimento di sconforto da parte di Germi, uomo originario del nord Italia ma comunque molto vicino e molto affezionato al popolo meridionale. Il regista, non solo qui ma anche in altre opere come Divorzio all’italiana e In nome della legge (1949), riesce a celebrare il sud Italia ma anche a criticare aspramente lo stile di vita, i pregiudizi, la cultura e i costumi di un popolo che fa fatica ad abbandonare le sue mentalità e tradizioni, per quanto dannose possano essere. Sono arrivati gli anni ‘60 e Pietro Germi sta pian piano perdendo la fiducia verso la società meridionale, si sta convincendo che la sua cultura non riuscirà mai a cambiare davvero e a scrollarsi di dosso le sue convenzioni. Magari Franca Viola sarà riuscita a dargli un barlume di speranza, una piccola luce che avrebbe potuto aiutare anche la povera Agnese, di cui Germi celebra il coraggio, la forza e la brama di libertà.

    Oggi Sedotta e abbandonata ci sembra appartenere a un tempo così lontano da noi che quasi ci dimentichiamo quanto sia stato importante nel panorama cinematografico di un paese complesso come il nostro, costantemente diviso tra chi si attacca alle tradizioni e chi vorrebbe sempre puntare al futuro. Spesso amiamo proclamarci un popolo moderno, un popolo cambiato, ma riusciamo realmente a chiederci quanta strada sia stata fatta da allora? E soprattutto, quegli occhi neri che scrutavano Agnese e la inseguivano per le vie del paesino sono davvero scomparsi del tutto?

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • L’armata Brancaleone – Un medioevo di cavalieri incapaci e straccioni

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    L’armata Brancaleone è una commedia all’italiana del 1966, diretta da Mario Monicelli e sceneggiata dallo stesso regista e dal duo Age & Scarpelli. E’ il primo di due capitoli dedicati alla figura strampalata del cavaliere Brancaleone da Norcia. L’unicità di questo film si riscontra nella scelta dell’ambientazione medievale in chiave parodica, ma anche dalla caratterizzazione dei personaggi, interpretati da alcuni tra i più grandi attori italiani, come Vittorio Gassman nel ruolo di Brancaleone da Norcia e Gian Maria Volonté in quello del suo avversario, e poi compagno, Teofilatto dei Leonzi. Celebri sono i titoli di testa e di coda, illustrati dall’artista Emanuele Luzzati e accompagnati dalle musiche iconiche di Carlo Rustichelli. I titoli di testa sembrano preannunciare l’aspetto satirico della storia poiché le figure di Luzzati combattono, si percuotono con bastoni, si rincorrono, marciano in modo scomposto allo stesso modo dei personaggi del film.
    Come si evince dal titolo, il film segue le gesta del poco rinomato Brancaleone da Norcia, un cavaliere sfortunato e maldestro, e della sua cenciosa “armata”, composta da un barbaro, un imbroglione, un vecchio notaio ebreo di nome Abacuc e un po’ rincitrullito, un bambino mingherlino con una ridicola armatura raffazzonata e, infine, Teofilatto dei Leonzi, un borioso principe bizantino, che è stato diseredato dalla propria famiglia e alla quale cerca di estorcere del denaro, fingendosi un ostaggio della compagnia. Inizia così la grande avventura di Brancaleone da Norcia e della sua schiera di valorosi… più o meno.

    Lo verbo medievale: tra sperimentalismo linguistico e comicità

    Glorioso cavaliere, sanza lo tuo valore or non sarebbe quivi a ringraziarti et salutarti con tutte le sue genti Brancaleone da Norcia, patrone e signore di Aurocastro, sue vigne et suoi armenti. Concedimi dolce signore la permissione di ospitarti per lo manducare et per lo bevere allo mio castello!
    – Brancaleone 

    L’originalità della lingua parlata dai personaggi è uno degli elementi che ha contribuito a rendere esemplare questo film e a diffonderne la fama. Si tratta di un idioma immaginario tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e le espressioni dialettali della Tuscia.
    I tre sceneggiatori hanno attuato un lavoro di ricerca minuzioso per costruire il verbo popolare del film. A tal proposito, Mario Monicelli ha raccontato:

    Come parlavano nell’anno 1000? L’unica cosa che si ha di quel periodo è un atto notarile a cui ci siamo rifatti. Poi ci siamo ispirati a San Francesco, anche se posteriore e poi a Jacopone da Todi. Parlavano Latino… non credo, o forse sì. Così ci siamo inventati un latino maccheronico, ci si divertiva ad inventare parole inesistenti, ma che ci stessero bene… abbiamo lavorato molto anche sui dialetti, noi eravamo specializzati in questo. La verità è che durante la stesura della sceneggiatura ci si divertiva a recitare le battute e veniva abbastanza spontaneo parlare questa lingua inventata.

    Ai personaggi stessi sono stati attribuiti dei nomi “parlanti” che, già di per sé, dicono qualcosa del loro carattere o scimmiottano celebri personaggi storici o dei poemi cavallereschi. Ad esempio, si veda Abacuc, che gioca con la parola “bacucco”, ossia “rimbecillito dall’età”; oppure Brancaleone che sembra richiamare il mitico condottiero Riccardo “Cuor di Leone”, quando in realtà allude alla località di Norcia, patria del protagonista, dove gli abitanti erano specializzati nella produzione di salcicce e salumi.

    L’Italia rurale è lo scenario ideale in cui ambientare l’eroica impresa di Brancaleone da Norcia e dei suoi “prodi” compagni di viaggio. Nello specifico, sono state scelte le zone laziali del Viterbese, alcune location in Toscana, Umbria, Puglia e Calabria.
    Come se la lingua e l’ambientazione non fossero già sufficienti per restituire e ridicolizzare i cliché medievali, la squadra di Monicelli ha lavorato anche sul piano visivo e scenografico. Allo sperimentalismo linguistico si accompagna anche quello estetico, a cominciare dai costumi bizzarri e stilizzati di Piero Gherardi, per terminare con le pose bidimensionali e evanescenti della famiglia di Teofilatto, un chiaro riferimento alla regale staticità dei mosaici bizantini.

    Il lato grottesco dell’epica cavalleresca


    Brancaleone: Silenzio! Io vi sono duce! E però mi dovete obbedienza e dedizione. Lo nostro cammino sarà cosparso di sudore, lacrime et sanguine. Siete voi pronti a tanto? Respondete a una voce.  Siete voi pronti a morire pugnando? Noi marceremo per giorni, settimane et mesi, ma infine averemo castella, ricchezze et bianche femmine dalle grandi puppe. Taccone: ‘nnalza le insegne!
    Taccone: No le tengo!
    Brancaleone: Bene! E tu levale in alto! E voi, bifolchi, ponetevi all’ombra di esse, escite dalla fanga, che io farò di voi cinque un’armata…
    Abacuc: Duce, semo quattro.
    Brancaleone: Be’ io farò di voi quattro un’armata veloce et ardita che sia veltro e lione al tempo istesso! Avanti verso Aurocastro, nel core di Puglia! Avanti miei gagliardi! In marcia! Seguite!

    Abacuc: Ma dove va quello là?
    Pecoro: De qua!

    La pellicola si rifà alla tradizione dei poemi cavallereschi, dei romanzi cortesi delle novelle di Boccaccio e delle satire di Plauto e Molière per creare una storia corale, goliardica e grottesca, che molto ricorda, per schemi e personaggi, I Soliti Ignoti, altro celebre capolavoro di Monicelli.
    Non è un caso che all’interno del cast siano presenti due tra gli attori principali del film, cioè Vittorio Gassman e Carlo Pisacane.
    L’Armata Brancaleone si fa beffa dell’epoca cavalleresca rielaborandone i cliché e contestualizzandoli all’interno di un contesto scanzonato e improbabile. Il Medioevo di Monicelli è dissacrante, goliardico, bestiale e violento nonché popolato da personaggi miserabili e grotteschi: cialtroni, santoni e falsi profeti, cavalieri goffi e codardi e, infine, dame disinibite e tutt’altro che innocenti. Quella di Brancaleone è un’epoca stilizzata ed estremizzata, ma non per questo meno credibile. Rispetto alla scelta dell’ambientazione, Monicelli ha affermato in un’intervista alla metà degli anni ‘70:

    La verità è che noi non volevamo far vedere l’Alto Medioevo che si raccontava a scuola, nei romanzi di Re Artù, della Tavola Rotonda… tutti belli, nei loro castelli. Un Medioevo fatto di cortigiani, di dame, di duelli e tornei, insomma: un Medioevo molto raffinato, colto, dove tutti stavano bene. Tutto questo non era vero: la verità è che il Medioevo era una epoca selvaggia, ignorante, priva di cultura.

    Il mondo di Brancaleone è molto diverso da quello glorioso descritto nel ciclo arturiano o nell’Orlando Furioso; al contrario è molto più vicino all’estetica di Boccaccio, mescolata all’anima popolare della Commedia dell’Arte. Brancaleone, benché si reputi un valoroso cavaliere, non possiede alcuna delle virtù cavalleresche: non è prode, né nobile, né umile né onorevole. Malgrado i suoi grandi sogni e le sue aspirazioni, non riesce neppure a domare il proprio cavallo! E’ un cavaliere ignorante dal gran cuore, ma è anche un cretino. Affronta le sue giornate nell’illusione che il suo nome sia leggenda. Vive di miti, illudendosi che le sue gesta saranno cantate in una qualche ballata, ma ovviamente non è così. E’ un personaggio esageratamente drammatico, che spesso si lancia in pomposi sproloqui come fosse un tragico eroe shakespeariano.

    Brancaleone: Voi sapete chi io sia?
    Pecoro: None.
    Brancaleone: Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Ficulle.
    Mangold: Mai coverto.
    Brancaleone: Groppone da Ficulle fue lo più grande capitan di Tuscia. E io son colui che con un sol colpo d’ascia lo tagliò in due. Lo mio nome – stare attenti! – lo mio nome est Brancaleone da Norcia!

    Quello che ci colpisce di Brancaleone è, tuttavia, la sua perseveranza. Egli è convinto di essere un cavaliere valoroso e tira sempre dritto verso la sua strada, sebbene sia costretto ad affrontare numerose disavventure. La sua storia personale è, infatti, molto drammatica ed è costruita su alcuni cliché letterari: l’abbandono da parte della madre, la (finta) nobiltà d’animo, il patrigno malvagio, la sete di riscatto del proprio titolo, il forte istinto di sopravvivenza, la vita trascorsa “errando e pugnando”. Con questi presupposti, Brancaleone dovrebbe essere il perfetto ideale del cavaliere errante e inquieto. Et, dunque, cos’è ito storto?

    Gli aspetti grotteschi del personaggio si riflettono nella sua compagnia, che è tutto fuorché un’armata. E’, piuttosto, un manipolo sgangherato e improbabile, composto da individui tutt’altro che eroici: sono straccioni, imbroglioni, vigliacchi, che si trovano alle prese con un’impresa più grande di loro.
    Vi sono presenti numerosi topoi dei poemi cavallereschi: tra questi il viaggio intrapreso per ottenere la gloria, per riscattare il proprio onore (e un cospicuo bottino) e la fanciulla candida da salvare. All’interno della narrazione è presente anche un torneo, imprescindibile nell’immaginario dei cavalieri. E’ proprio in quel contesto che i personaggi incontrano Brancaleone, estremamente convinto di avere in pugno la vittoria, un ricco matrimonio e un titolo. L’intenzione e la tracotanza, però, non bastano e Brancaleone si ritrova ben presto a terra, durante la giostra, a causa dell’indisciplinatezza di Aquilante, il suo prode destriero.

    Un altro elemento narrativo di grande importanza è la tematica storica delle crociate, che verrà approfondita nel sequel Brancaleone alle crociate (1970). Nel corso della loro avventura la compagnia di Brancaleone si imbatte nel monaco Zenone alla guida di un’improbabile crociata, composta anch’essa da un drappello di pellegrini miserabili, appestati e sfortunati, che marciano al ritmo di invettive per scacciare Satana. L’armata si unisce presto al convoglio nella speranza di purificare il proprio corpo dalla peste – che in realtà non hanno contratto – e di liberare la terra santa dai vili usurpatori. Il cammino è lungo e, a ogni minimo cedimento di spirito, il santone affranca la sua truppa con una frase che diventerà iconica: “Sarai mondo se monderai lo mondo!”.
    Nonostante l’entusiasmo iniziale del gruppo, il povero Zenone è in realtà l’unico a credere veramente nella missione; al contrario, alla prima occasione Brancaleone e i suoi non ci pensano due volte ad abbandonare la marcia santa.

    Il duello: Cedete lo passo!

    Una delle scene più ilari e famose è, senza ombra di dubbio, quella del ridicolo e instancabile duello tra Brancaleone e Teofilatto, nato per il semplice desiderio di attaccar briga e dar sfoggio del proprio machismo cavalleresco:

    Teofilatto: Cedete lo passo.
    Brancaleone: Cedete lo passo tu!
    Teofilatto: No, è a te cedere, io son cavaliere…
    Brancaleone: Et io che sono? Le hai viste le schiere mie? O non hai occhi?
    Teofilatto: Ne ho almeno quanto tu hai la lingua.
    Brancaleone: Allora è lo cervello che ti ammanca!
    Teofilatto: Mah, forse, ma non lo core… a piedi o a cavallo?
    Brancaleone: No no, caballo no!

    Da questa sequenza comprendiamo quanto Brancaleone e Teofilatto conoscano molto poco dell’arte del combattimento: ogni colpo sferrato con foga, e senza alcuna strategia tattica, finisce per andare a vuoto e falciare il campo di grano che li circonda e che molto ricorda le aride steppe di Cervantes.
    Dopo ore di scontro, intervallato da tregue e consigli per curare l’indigestione, il duello si conclude alla pari per scelta dei due sfidanti.
    Quello che Monicelli porta in scena non è solo un duello patetico tra due cavalieri fasulli, ma anche tra Gassman e Volontè. E’ una scena estremamente comica e finalizzata a celebrare la grandezza dei due attori all’interno del panorama cinematografico italiano.
    Uno scontro tra titani che si conclude alla pari com’è giusto che sia.

    Per concludere, come ricorda lo stesso Monicelli, L’Armata Brancaleone mette in scena un «Medioevo cialtrone, fatto di polvere, di ignoranza, di ferocia, di miseria, di fango, di freddo». E’ un film in cui la letteratura alta cortese e l’epica cavalleresca si mescolano con il popolare creando una narrazione originale e dei personaggi indimenticabili, che ancora vivono nelle citazioni quotidiane di molti italiani. L’armata è composta da antieroi sconclusionati che si ritrovano tra le mani un’impresa fuori dalla loro portata e che, a differenza di Brancaleone, sono disposti a mollare alla prima occasione. Come ci si può aggrappare al codice cavalleresco quando arrivano la peste e i pirati saraceni? Questo è il pensiero di gran parte dei membri della compagnia, ma non del cavaliere di Norcia, che dinanzi ad ogni sfida si lancia alla carica al grido di: “Branca Branca Branca, Leon Leon Leon!”.

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    Benedetta Lucidi,
    Redattrice.