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  • La delicatezza sismica di Dave Bautista

    La delicatezza sismica di Dave Bautista

    La storia del cinema è costellata di uomini che hanno tentato di conciliare una forza fisica distruttiva con un animo vulnerabile. C'è stato il Marlon Brando di Fronte del Porto, che con le mani da pugile accarezzava i piccioni. Oppure Mickey Rourke, che in The Wrestler ha trasformato la propria carne macellata in una mappa del dolore umano. Eppure, il caso di Dave Bautista rappresenta un'anomalia moderna che merita un capitolo a sé stante. A differenza dei suoi predecessori, e in netto contrasto con colleghi come Dwayne Johnson o il giovane Schwarzenegger, che hanno usato i muscoli per costruire imperi di onnipotenza, Bautista sta compiendo un percorso di decostruzione consapevole, nel pieno della sua carriera. Non è un attore di metodo che si gonfia per un ruolo, né una vecchia gloria in cerca di redenzione: è un prodotto dell'intrattenimento di massa (la WWE) che sta lottando per diventare autore del proprio corpo, facendosi carico dell’eredità dei giganti fragili.
    Nelle righe che seguono analizzeremo proprio questa metamorfosi in tre atti distinti: la gestione della sua imponenza minacciosa; l’utilizzo di gesti e accessori come strumenti di gentilezza; l’impersonificazione della malinconia che lo ha reso la musa inaspettata del cinema d'autore contemporaneo.

    La fisica del Contrasto: Il Brutalismo Emotivo

    C'è un momento preciso in cui Dave Bautista smette di essere un effetto speciale e diventa un attore. Non accade quando sferra un pugno, né quando urla. Accade, paradossalmente, quando è immobile. Prendiamo l'incipit di Blade Runner 2049: il pavimento trema sotto il peso dei suoi passi, la sua silhouette occupa l'intera inquadratura oscurando la luce, e ogni convenzione cinematografica appresa in decenni di action-movie ci urla che sta per scatenarsi l'inferno. Invece, Bautista si infila un paio di minuscoli occhiali da lettura e controlla l'aglio che bolle in pentola. In quel gesto banale, domestico, si consuma il più grande inganno e la più grande vittoria della sua carriera. Non c'è la furia performativa del wrestling, non c'è l'ego ipertrofico che solitamente accompagna i bicipiti nel ring. In quel preciso istante, il gigante smette di essere un effetto speciale e diventa, contro ogni logica visiva, la persona più vulnerabile nella stanza.
    Questa dissonanza cognitiva è la cifra stilistica che rende Bautista un'anomalia nel sistema hollywoodiano. A differenza di molti suoi colleghi passati dal ring al set, lui non vive la sua stazza come una trappola da cui evadere, né come un marchio da brandizzare all'infinito. Il suo corpo è semplicemente un dato di fatto, un paesaggio con cui convive pacificamente. L'ostacolo, semmai, è tutto negli occhi di chi guarda: è il viaggio culturale a proiettare su di lui l'aspettativa della violenza, la memoria muscolare di Batista della WWE. Lui, consapevole, usa questo pregiudizio ottico come strumento di contrasto. Più il suo corpo suggerisce minaccia, più la sua recitazione si fa docile, tattile, sussurrata. È una forma di brutalismo emotivo dove la tensione non nasce dall'azione, ma dalla costante, vibrante attesa di una delicatezza che non ti aspetti da mani capaci di stritolare pietre.

    Gli accessori della gentilezza: Mani, Lenti e Gestualità

    Se il corpo di Bautista è un monumento brutalista, i suoi accessori sono il tentativo disperato di arredarlo con calore umano. C'è un dettaglio ricorrente nella sua filmografia, e nella sua vita pubblica, che merita un'analisi azzardata: gli occhiali. In un attore d'azione standard, l'occhiale è spesso un oggetto di scena ridicolo, un trucco pigro per segnalare che il "bruto" è diventato improvvisamente intelligente (si pensi a Hulk in Avengers: Endgame). Per Bautista, invece, le lenti sono uno scudo. In Bussano alla porta (2023) di M. Night Shyamalan, il suo personaggio, Leonard, indossa una camicia bianca inamidata e un paio di occhiali dalla montatura sottile. L'effetto visivo è straniante: quel piccolo oggetto di metallo sul naso non serve a vederci meglio, ma serve a noi spettatori per mettere a fuoco la sua anima. Gli occhiali incorniciano occhi perennemente lucidi, riducendo la scala del suo volto da quella di un titano a quella di un insegnante di scuola elementare preoccupato. Attraverso quelle lenti, la minaccia fisica viene filtrata e convertita in autorevolezza malinconica.
    Ma è scendendo dallo sguardo alle mani che si scopre la vera cifra stilistica della sua recitazione. Un wrestler è addestrato a usare le mani per afferrare, lanciare, bloccare; le mani sono ganci, strumenti di contenzione. Bautista, con un lavoro di sottrazione formidabile, ha rieducato le sue estremità. Basta osservare come interagisce con la materia inanimata: mentre l'archetipo dell'eroe d'azione stringe ogni oggetto fino a farne scricchiolare le giunture, come a voler dominare l'ambiente circostante, Bautista sembra sempre impegnato a calibrare la propria forza. Che impugni un'arma o sfiori la spalla di un compagno, il suo tocco possiede una cautela unica, quasi avesse il terrore costante che il mondo gli si possa sbriciolare tra le dita.
    Questa tensione tra la potenza distruttiva delle sue mani e la delicatezza con cui sceglie di usarle crea una suspense emotiva unica. È quello che potremmo definire il "Paradosso di King Kong": la creatura è letale, ma il modo in cui tiene in mano la "bella" tradisce una paura di rompere tutto.
    In Guardiani della Galassia, il personaggio di Drax è scritto come un distruttore letale, eppure Bautista recita costantemente con i polpastrelli, sfiorando i compagni, cercando un contatto fisico che smentisce la sua natura.
    In questo senso, il Leonard di Bussano alla porta è il culmine della sua ricerca artistica. Lì, i muscoli diventano un problema logistico da gestire. La regia insiste nel mostrare quanto sia ingombrante Leonard in un salotto normale, quanto la sua stazza sia troppa per l'inquadratura. E lui risponde a questa ingombranza facendosi piccolo nei gesti, parlando sottovoce, chiedendo scusa. Non sta rinnegando il suo corpo, ma sta cercando di dimostrare che quella montagna è abitata da un insieme di emozioni.

    La rivoluzione del cemento armato: Il gigante che sa perdere

    C'è un motivo se un autore cerebrale come Denis Villeneuve, l'architetto della fantascienza moderna, ha scelto Bautista come sua musa "brutalista" non una, ma ben due volte. Villeneuve non cercava un wrestler per Blade Runner 2049 o Dune; cercava una rovina umana. Se si osserva attentamente il volto di Bautista quando è a riposo, quando la camera indugia su di lui senza che stia parlando, non vi si trova la sfida tipica del maschio alfa, bensì una tristezza antica, quasi geologica.
    A differenza di altri suoi colleghi wrestler, la cui immagine è levigata e lucida come un marchio aziendale che non può permettersi difetti, Bautista porta sullo schermo la tristezza della carne. La sua pelle, segnata e vissuta, racconta una storia di povertà infantile, di errori commessi, di una vita iniziata in ritardo. È l'unico eroe d'azione contemporaneo che possiede la credibilità del perdente. Rabban Harkonnen in Dune non è spaventoso solo perché urla; è spaventoso perché nei suoi occhi leggiamo la disperazione di un nipote che sa di non essere all'altezza delle aspettative dello zio. Sapper Morton in Blade Runner 2049 non combatte per vincere, ma attende la morte con la dignità di chi è stanco di fuggire.
    Questa capacità di incarnare la sconfitta è l'atto finale del suo rifiuto dell'Ego. In un'industria dove le star hanno contratti che vietano ai loro personaggi di perdere troppi combattimenti sullo schermo (una clausola reale per molti attori di Fast & Furious), Bautista ha costruito la sua seconda carriera sulla disponibilità a essere ferito, umiliato, o semplicemente triste. Ha rifiutato franchise miliardari per recitare in film rischiosi, scegliendo la complessità emotiva rispetto alla sicurezza del botteghino.
    In definitiva, aspettarsi che Dave Bautista superi il suo fisico per essere consacrato come grande attore sarebbe un errore di prospettiva. La sua forza espressiva non risiede nel tentativo di farci dimenticare quei centotrenta chili di muscoli, ma nell'incredibile capacità di renderli un dettaglio secondario, quasi un rumore di fondo.
    Bautista ha compiuto un'operazione inversa rispetto a Hollywood: non ha gonfiato l'ego per riempire il corpo, ha svuotato il corpo per farci entrare l'umanità. La sua rivoluzione è già compiuta ed è tutta qui, in questo equilibrio precario e affascinante. Non è un gigante che finge di essere una persona qualunque; è la dimostrazione vivente che si può occupare tutto lo spazio della stanza e, contemporaneamente, muoversi in punta di piedi per non disturbare. È un monumento di cemento armato che ha imparato a respirare.

    Fonti: Interviste varie a Bautista, intervista di Empire a Villeneuve, intervista a Shyamalan, articolo “Fast & Furious stars complicated demands” di The Wall Street Journal.

    MICHAEL PIERDOMENICO

  • Recensione The Last Showgirl – Per quel che vale, sei una leggenda

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    Sul palcoscenico compare una donna, vestita in abiti luccicanti e con un sorriso da illuminare l’intero teatro. Si trova qui per un’audizione da ballerina, la prima audizione da tantissimo tempo. Shelley è emozionata, i glitter sul volto non nascondono la sua voglia di sentirsi ancora bella agli occhi di qualcuno. Come i primi anni in cui ballava su un palco.

    Le ragazze di Razzle Dazzle

    A Las Vegas, in un casinò molto frequentato, sono decenni che va avanti lo spettacolo di danza Razzle Dazzle, realizzato sì da tante ballerine con abiti stupendi, ma anche poco coprenti. Tra le ragazze spicca Shelley (Pamela Anderson), una donna di età chiaramente superiore alla maggior parte delle colleghe, ma non per questo facile da eguagliare! Da quasi tutta la vita Shelley balla su quel palco, ammirata da una moltitudine di occhi tutti fissi su di lei. Certo, ci sono tanti svantaggi in un lavoro del genere, come la possibilità di essere toccate da clienti molesti o il dover risarcire l’azienda se un costume di scena si rompe, ma Shelley ama questo lavoro e non smetterebbe mai di farlo; non come la sua amica ed ex collega Annette (Jamie Lee Curtis), che anni prima ha deciso di scendere definitivamente dal palcoscenico.

    Nonostante tutto, le ragazze di Razzle Dazzle sembrano felici. Finché non arriva una notizia devastante: mentre le ballerine sono nei camerini a prepararsi per l’esibizione della serata, il loro responsabile Eddie (Dave Bautista) comunica che i gestori del casinò hanno deciso di cancellare lo spettacolo. Shelley è distrutta nel vedere crollare sotto i suoi piedi il pilastro che l’ha sorretta per trent’anni, ma questo evento inaspettato può rivelarsi un’occasione per riallacciare i rapporti con sua figlia che non vede da tempo.

    The Last Showgirl, ultimo film della regista statunitense Gia Coppola, ci fa entrare nei camerini affollati di un casinò di Las Vegas, mostrandoci una quantità infinita di boa di piume, strass, corpetti luccicanti, abiti colorati e vaporosi, ma anche le fragilità e le esperienze più intime delle donne che vi lavorano, chi da un vita chi da poco. Il film fa totale affidamento sul cast: abbiamo infatti una Jamie Lee Curtis molto abbronzata, Kiernan Shipka (la strega Sabrina di Netflix), Brenda Song (London Tipton delle serie di Zack & Cody!), Dave Bautista, una fantastica Billie Lourd, ma a dominare incontrastata è Pamela Anderson nel ruolo della protagonista. Anderson trasforma il personaggio di Shelley in una rivincita personale, per dimostrare al mondo la sua bravura di attrice al di là della sua bellezza, e ci riesce meravigliosamente.

    Una riflessione un po’ superficiale

    Le interpretazioni riescono a portare avanti una narrazione fatta di tanti momenti che sembrano usciti da un sogno, in cui le donne cercano di affrontare insieme uno dei problemi più complessi del mondo dello spettacolo: il terrore che tutto venga distrutto dal naturale scorrere del tempo. Ancora di più se per lo spettacolo in questione avere un corpo giovane è bello diventa qualcosa di fondamentale. Insomma, se avessimo una moneta per ogni film uscito negli ultimi sei mesi in cui una star dello spettacolo ha compiuto quarant’anni e deve combattere con il terrore di invecchiare, adesso avremo due monete. Che non sono sicuramente tante, ma è strano che questa cosa sia successa due volte! Il tema che The Last Showgirl cerca di affrontare è sicuramente interessante, ma risulta trattato in modo un abbastanza superficiale: la riflessione non va a fondo tanto quanto ci si aspetterebbe, e nel corso del film alcuni dei personaggi che sembravano essere più importanti finiscono per essere messi da parte.

    Una nota di merito va all’aspetto estetico, sia per la fotografia molto curata, in grado di dare alle scene un’atmosfera dolce e sognante, sia per i meravigliosi costumi che si vedono sullo schermo, mostrati spesso nei loro dettagli più luccicanti. La regia di Gia Coppola insiste anche sugli oggetti più banali del camerino dello show, come le forcine per capelli, la cipria e i pennelli da trucco, caricandoli di significato non solo per le ballerine di Razzle Dazzle, ma anche per lo spettatore in sala. E questi dettagli si vedono anche sui volti delle donne protagoniste, volti veri che scelgono di non nascondere i segni degli anni neanche sotto i glitter del trucco, come fa Pamela Anderson anche nella vita reale.

    Insomma, nonostante alcuni problemi di scrittura, The Last Showgirl è un film che merita di essere visto, anche solo per ammirare i costumi delle ballerine e lasciare che facciano da sfondo luminoso alle confessioni più intime scambiate all’interno di un camerino. E alla fine la bellissima performance di Pamela Anderson potrebbe anche farvi commuovere.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Recensione Guardiani della Galassia Vol. 3 – Apologia di James Gunn

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    Ticking bomb: Rocket Raccoon morirà entro 48 ore se i Guardiani non trovano un modo per salvarlo. Eggià. Inizia proprio così Guardiani della Galassia Vol.3. Con uno dei personaggi più memorabili di tutto l’universo Marvel in fin di vita. In realtà ancora prima della bomba a orologeria non poteva mancare l’iconica intro su tappeto musicale che aveva aperto anche gli altri due volumi: Rocket ascolta Creep dei Radiohead mentre vaga triste per Knowhere (la comunità galattica dove si sono stabiliti i Guardiani). Creep, weird, esattamente come Rocket, un mostro. Niente balletti di Peter Quill sulle note di Come and get your love o di Groot su quelle di Mr. Blue Sky. Con la malinconia di Creep – assieme alla classica sigla dei Marvel Studios interamente dedicata ai Guardiani – Gunn mette in chiaro sin da subito che questo è un epilogo, la conclusione di un ciclo. Del suo ciclo galattico. Ed è forse l’unica saga per cui possiamo utilizzare questo aggettivo possessivo, perché è una sua creatura. Termine non casuale. Creature, freaks, quelle che Gunn difende da sempre e a cui vuole dare dignità sin dai tempi della Troma (ma d’altronde era allievo di John Landis, cosa ci aspettavamo?).

    Rocket Raccoon (Bradley Cooper) da cucciolo

    Come sono sue creature i Guardiani. Certo, derivano dai comics, ma l’identità che hanno assunto su grande schermo è riconoscibile e personale. Identità. Già. Parola dimenticata ormai da tempo in casa Marvel. Identità. Proprio quella che ci rende unici. Quella che ti stupisce quando incontri una persona nuova. Quella inaspettata, che ti coglie di sorpresa. Che ti rinvigorisce, perché sai che potrà arricchirti e regalarti un tassello di vita che prima ti mancava. Quand’è l’ultima volta che avevamo potuto utilizzare questo termine prezioso per un lavoro MCU? Quand’è che eravamo rimasti sorpresi? Stupiti? Escludendo a priori la “fase 4” (eccezion fatta per WandaVision, ma si sta parlando di prodotti per il grande schermo) cosa rimane? Infinity War? Endgame? No: pur essendo bei film, si giocava troppo facile. Veder tirate le fila di dieci anni di universo cinematografico condiviso, certo, c’era lo stupore. Ma troppo facile. E l’identità era un lego di piccoli tasselli audiovisivi disseminati nell’arco di tutto quel tempo. Qui si sta parlando proprio di un prodotto identitario, unico, con un’estetica riconoscibile, capace di reggersi in piedi da solo. Smettiamo di girarci attorno: è la saga dei Guardiani della Galassia.

    I Guardiani della Galassia avanzano verso l’ultimo e epico scontro

    La formula-Marvel ormai è chiara: i registi sono un brand, un marchio da affibbiare ai film dove dei directors rimane soltanto qualche sintomo e qualche guizzo. L’autorialità del singolo è perennemente imbrigliata in quella più grande dell’enorme macchina produttiva dei Marvel Studios. I due deprimenti Thor: Ragnarok e Thor: Love and Thunder di Taika Waititi sono l’esempio per antonomasia: tanto (tantissimo) rumore per nulla. In 15 anni di MCU e dopo ben 31 film l’unico a uscirne vincitore è proprio lui: James Gunn. Per mera fortuna? O perché è riuscito a plasmare la saga che meglio si confaceva al suo background cinematografico di losers e di idioti (come sono tutti i Guardiani tranne Nebula e Gamora)? Attenzione: non idioti con accezione dispregiativa, ma nel senso von-trieriano del termine. O meglio: con lo stesso sguardo affettuoso da parte del regista. Quegli idioti che la sanno lunga. Molto più lunga dei normali. Che ora sbagliano e che cercano riscatto: non dimentichiamo che Peter Quill è la causa del disastro di Infinity War, mica bazzecole. E ora, in questo terzo volume (l’unica trilogia che si può fregiare di questo termine, a rimarcare come sia una mosca bianca nel mare magnum della Marvel) scopriamo che anche Rocket aveva diversi scheletri nell’armadio. Metacinema? Può darsi: tutto richiama il riscatto e la rivincita che lo stesso Gunn sembra volersi prendere dopo il licenziamento (ingiustissimo) ad opera della Disney nel luglio 2018, per via di tweet (per nulla) controversi di anni e anni addietro. Poi il reintegro nel marzo 2019, ma intanto era già andato dalla concorrenza e ancora una volta non aveva sbagliato: nel 2021 il suo The Suicide Squad – Missione suicida aveva convinto critica e pubblico facendo dimenticare a tutti il primo nefasto capitolo di David Ayer. Una convinzione generale così marcata che Gunn ha accettato il ruolo di co-presidente dei DC Studios nell’ottobre 2022. Fine della parentesi con la Marvel (come quella di Victoria Alonso, vice-presidente dei Marvel Studios e responsabile della sezione VFX che si è dimessa il 17 marzo 2023), ma c’era ancora spazio per quest’ultimo galattico capitolo dei suoi amati outsiders.

    Il coniglietto Floor (Mikaela Hoover), amico d’infanzia di Rocket

    Da dove eravamo partiti? Ah, già: da Rocket e la ticking bomb. Che personaggio magnifico, Rocket. Il primo personaggio dell’MCU che mette in campo il transumanesimo e il body horror. Sì, ancor più che in Doctor Strange nel Multiverso della Follia (dove ancora: le parvenze di horror erano soltanto eco del brand-Raimi) qui c’è davvero il body horror: come testimonia il villain (l’Alto Evoluzionario interpretato da Chukwudi Iwuji) che rievoca i cenobiti di barkeriana memoria, oppure gli animali con ferraglie trapiantate nel cranio e negli arti (esperimenti talmente crudeli da portare Nebula a confessare che ciò che hanno fatto a Rocket è molto peggio di quello che Thanos ha fatto a lei); ma il film è pieno zeppo di escrescenze, tanto che interi quartier generali come l’Orgosfera sono fatti di “antimateria organica”, riempiendo le inquadrature di organi e protuberanze (le stesse che poi si creeranno nel volto di uno dei protagonisti in una delle scene più tese). A dire il vero c’è l’horror tutto: Rocket è il perfetto simulacro del Frankenstein di Mary Shelley. Perfetto non a caso: il piano dell’Alto Evoluzionario porta la concezione gotica dell’essere perfetto a una dimensione universale, tentando di creare un vero e proprio nuovo cosmo di perfezione assoluta (non lontano dall’universo perfettamente bilanciato di Thanos).

    L’alto Evoluzionario (Chukwudi Iwuji) richiama i Cenobiti di Hellraiser

    Il film, pur adeguandosi al target di riferimento, resta sempre esplicito senza lesinare sulla crudezza di certi passaggi, confermando come Gunn non segua ordini imposti dall’alto ma riesca a mantenere salda l’identità della saga: tornano gli iconici accompagnamenti musicali – oltre a Creep si segnala anche No Sleep Till Brooklyn dei Beastie Boys nella sequenza più memorabile e folle del film -, c’è una rinnovata commistione di prostetica e CGI che rende tutto tangibile e credibile, un entusiasmante industrial design degli ambienti cosmici e soprattutto un climax – grazie anche all’espediente della bomba a orologeria – che non potrà che chiudersi in un inno al diverso, all’imperfezione, ai losers, all’unione e al gioco di squadra (all’organico, appunto). Perché per Gunn siamo tutti idioti, sia i buoni che i cattivi (“È proprio uno scemo!” diranno di Adam Warlock, anch’esso frutto di un esperimento della razza malvagia dei Sovereign)

    La perfezione cosmologica agognata dall’Alto Evoluzionario sembra terribilmente simile a quella a cui mira il progetto MCU; più che un saluto affettuoso, quello di Gunn è un dito medio ai Marvel Studios prima del commiato, perché con uno dei suoi lavori più concettualmente compiuti lo ha dimostrato di nuovo: per ora nel panorama dei cinecomics gioca un altro campionato.

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • RECENSIONE BUSSANO ALLA PORTA – QUESTIONE DI SCELTE

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    Il cinema contemporaneo offre poche certezze agli spettatori, ma fra queste c’è la buona novella che M. Night Shyamalan è ormai distante anni luce dal periodo buio degli spazi aperti e sconfinati de L’ultimo dominatore dell’aria e di After Earth, entrambi blockbuster affossati dalla critica, ma al cui soccorso sono arrivati Jason Blum con la sua Blumhouse Productions che producendo The Visit – un piccolo gioiellino dell’horror found-footage – hanno ridato linfa vitale al cinema del regista indiano naturalizzato statunitense. Finalmente con il thriller di parola Bussano alla porta, tratto dal romanzo horror La casa alla fine del mondo di Paul Tremblay e altra materia non originale di Shyamalan dopo Old (adattamento della graphic novel Castello di sabbia), siamo tornati alle dimensioni più confacenti al suo cinema, quelle degli spazi angusti e ristretti a una dimensione più umanista e intimista, un cinema che non ha bisogno di alti budget o di mondi da esplorare per parlarci della contemporaneità, perché spesso il mondo da dissezionare e da indagare potrebbe essere già racchiuso in uno chalet nel bel mezzo della foresta.

    LA SCELTA GIUSTA

    La bimba di otto anni Wen (Kristen Cui) e i suoi due papà, Eric e Andrew (Jonathan Groff e Ben Aldridge), stanno trascorrendo qualche giorno in uno chalet isolato nei boschi quando bussano alla porta quattro sconosciuti armati di diversi oggetti e arnesi; la banda è composta dal robusto e gentile Leonard (Dave Bautista), lo scontroso Redmond (Rupert Grint) e le più mansuete Adriane e Sabrina (Abby Quinn e Nikki Amuka-Bird). I quattro invasori hanno un compito: convincere i tre componenti della famiglia che uno di loro deve sacrificarsi per il bene dell’umanità. Dovrà per forza essere uno fra i due mariti o la piccola Wen a compiere la scelta impensabile e ogni rifiuto porterà alla morte di uno degli improvvisatisi cavalieri dell’Apocalisse, scatenando ogni volta una piaga sulla Terra

    Quale scelta compiere con la consapevolezza che l’Apocalisse risparmierà soltanto i tre membri della famiglia?

    Leonard (Dave Bautista), Adriane (Abby Quinn) e Sabrina (Nikki Amuka-Bird)

    “Qualunque cosa dovremo affrontare, qualunque siano le nostre lotte interiori, abbiamo sempre una scelta […] Sono le nostre scelte che fanno di noi quello che siamo e abbiamo sempre la possibilità di fare la scelta giusta”.

    Nonostante Shyamalan abbia già dedicato un’intera trilogia al concetto di superuomo, era destino che prima o poi – forse inconsapevolmente, come in questo caso – il suo cinema tornasse ad intrecciarsi con un cinecomic: è interessante notare come Bussano alla porta sembri riprendere in tutto e per tutto la chiosa di Spider-Man 3 di Sam Raimi, ma cosa c’entra l’uomo ragno con l’Apocalisse (domanda ai limiti del retorico: non c’è nulla di più speromistico che la possibilità di salvare l’intera umanità)? Il fil rouge che congiunge il (sottovalutato) terzo capitolo di Spider-Man con lo shyamalanverse risiede proprio nel concetto di scelta e le sue diverse declinazioni: il supereroe è convinto cheabbiamo sempre la possibilità di fare la scelta giusta(lui scelse di perdonare Flint Marko per la morte di Zio Ben, così come Harry Osborn scelse di sacrificarsi per salvare la vita del migliore amico), la stessa scelta che sono tenuti drammaticamente a dover prendere i tre malcapitati e futuri salvatori della Terra. Ma a che prezzo? Certo, è sempre possibile operare una scelta, ma è davvero sempre possibile compierequella giusta”?

    Infatti, Bussano alla porta prosegue il discorso di Spider-Man 3 problematizzandolo, ampliandolo, mescolando le carte in gioco e il piano su cui si gioca: se E venne il giorno ci catapultava nel bel mezzo della catastrofe causata dalle azioni dell’uomo sull’ambiente, questa nuova fatica di Shyamalan sembra esserne un sequel concettuale (“La verità è che la fine era iniziata molto prima che noi venissimo qui”, confesserà a un certo punto Leonard) ma perfettamente aggiornato alla contemporaneità.

    CINEMA-RADAR

    In realtà, nulla di sorprendente. Shyamalan ci ha da sempre dimostrato che i suoi film costituiscono un cinema-radar per le paranoie del contemporaneo: Signs e The Village per il clima post-11 settembre, E venne il giorno per il suicidio globale a cui stiamo andando incontro a causa dei danni all’ecosistema, Glass (che tira le fila di Unbreakable – Il predestinato e Split) per la figura onnipresente del supereroe/superuomo. Shyamalan capta e metabolizza, ma se in E venne il giorno eravamo immersi e vedevamo coi nostri occhi le conseguenze delle azioni dell’uomo sull’ambiente e a quelle immagini – noi, così come i protagonisti del film – potevamo crederci senza indugio, ora la sfida si fa più ardua. Perché non siamo più nel 2008 e dopo quindici anni la situazione è cambiata radicalmente: i personaggi del film sono barricati in casa e isolati dal resto del mondo (esattamente come noi a causa della pandemia, concetto che non casualmente tornerà nel film), messi davanti alla scelta se credere o meno alle angoscianti immagini trasmesse in televisione, posti di fronte a un’umanità sempre più sull’orlo del baratro per concause di cui ormai è difficile distinguere l’effetto di ogni singolo agente, tant’è che Andrew si interrogherà a più riprese del motivo di tali devastazioni senza ottenere alcuna risposta.

    La coppia Eric (Jonathan Groff) e Andrew (Ben Aldridge) assieme alla figlia Wen (Kristen Cui)

    HOME INVASION: SENZA INVASIONE

    Una risposta non arriverà mai, perché Bussano alla porta è un home invasion senza invasione, o per meglio dire: senza nemico; perché il nemico siamo noi, con le nostre scelte e le loro conseguenze, non ci sono cause esterne e inafferrabili, soltanto una necessità di sacrificio del singolo e una disperata necessità di empatia (quella che mancava all’omofobo Redmond quando pestava uno dei due coniugi omosessuali, come vediamo dai flashback con cui Shyamalan spezza saltuariamente la tensione).

    Il nemico è dentro di noi, non bisogna guardare troppo lontano; non è un caso caso che Shyamalan, giocando sempre con il fuori campo nelle sequenze più tese, come in Signs e The Village arrivi addirittura a tenere l’intero mondo fuori campo: è per questo che il suo cinema trova la massima espressione negli ambienti ristretti e circoscritti, perché da sempre i suoi film agiscono su di un piano puramente concettuale rifuggendo la spettacolarizzazione (che guarda caso, quando abbracciata, ha portato a rovinose capitolazioni).

    Il finale, che si discosta radicalmente dal romanzo e che (forse) si affida a un eccessivo didascalismo, è solo apparentemente più conciliatorio e consolatorio rispetto a quello nefasto di E venne il giorno: probabilmente, come sosteneva Peter Parker, c’è una “scelta giusta” che potremo compiere per evitare la catastrofe, ma il prezzo da pagare sarà altissimo…

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  • RECENSIONE GLASS ONION – KNIVES OUT – CAMBIANDO L’ORDINE DEGLI ADDENDI…

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    E’ cosa ormai nota che, nel panorama cinematografico contemporaneo, la tendenza a riciclare e rimasticare esperienze di successo del passato sia diventata un modus operandi  hollywoodiano consolidato e – forse – iper-inflazionato: il numero di reboot, sequel, requel e prequel di pellicole o saghe particolarmente fortunate, sintomo probabilmente di un periodo di “siccità artistica” generale in sede di scrittura,  sembrerebbe aver in qualche modo ucciso il rinnovamento iconografico del cinema odierno, ormai schiavo di un approccio produttivo finalizzato unicamente al successo sicuro attraverso la proposizione di contesti già ben noti allo spettatore. 

    Nonostante qualche mosca bianca, vedasi Blade Runner 2049 o la trilogia reboot de Il Pianeta delle Scimmie, appare chiaro come questa mentalità industriale abbia proposto ben poche cose interessanti e abbia creato una sorta di spirale degenerativa nel cinema popolare, in cui plasmare un prodotto totalmente originale che possa ottenere un riscontro veramente importante dal pubblico è ormai cosa estremamente rischiosa, nonché rarissima. 

    Proprio per questo motivo l’operazione messa in atto da Rian Johnson con Knives Out si dimostra lodevole a monte di qualsiasi valutazione critica sul film: dopo il sorprendente successo della prima pellicola, una vera e propria asta si è scatenata per accaparrarsi i diritti per la produzione dei sequel, con Netflix che è riuscita a strappare l’accordo bruciando la concorrenza con la cifra monstre di 469 milioni di dollari e dando vita a un progetto importante, che comprenderà almeno due nuove pellicole, sancendo di fatto la nascita di una saga cinematografica ex novo incentrata sulla figura del detective Benoit Blanc.

    Muovendosi nell’analisi di questo secondo capitolo – titolato Glass Onion: A Knives Out Mistery per rimarcare ulteriormente la brandizzazione del prodotto – appare impossibile non metterlo a confronto con il suo fortunato predecessore: partendo da una base solida e comprovata, Rian Johnson decide – più o meno saggiamente – di prendere ciò che funzionava al meglio nel primo capitolo e riproporlo qui in una salsa differente, ma che forse non riesce ad andare oltre al semplice rimescolamento delle stesse carte. La pellicola in questione conferma quanto di buono già era presente in Knives Out e si dimostra, dunque, impeccabile nella gestione di un cast corale – sul quale si tornerà più avanti – e soprattutto nel creare un contesto fortemente accattivante a livello visivo: partendo dagli splendidi costumi maniacalmente curati e che caratterizzano in maniera precisa ogni singolo personaggio, passando per le meravigliose scenografie eccentriche e dal vago gusto kitch, Glass Onion ha il merito di stravolgere interamente l’immaginario del primo film – prettamente vintage, freddo e autunnale – spostando l’intera vicenda in un clima decisamente differente, fatto di colori caldi, ambientazioni moderne, atmosfere estive e sapori mediterranei. 

    Questo cambio di rotta porta in dote un tono molto diverso rispetto all’ultima avventura di Benoit Blanc datata 2019, largamente meno cupo e meno teso in senso stretto, ma ben più votato a un racconto frizzante e pregno di humor, a tratti autoironico e consapevolmente calato nella contemporaneità: se in Knives Out questo elemento era sicuramente già presente – basti pensare al ragazzino impegnato a scrivere le proprie simpatie neo naziste su Twitter – qui si spinge forte in questa direzione e dunque si parla di Covid, di politicamente corretto, di teorie redpill di guru a la Andrew Tate, come di grandi miliardari a la Elon Musk, il tutto in maniera sapientemente equilibrata tra il satirico e il comico

    Nonostante, però, il film abbia una propria identità visiva indipendente e un approccio diametralmente opposto rispetto al predecessore, Rian Johnson decide di riproporre in maniera pedissequa la struttura narrativa di Knives Out in praticamente ogni suo snodo fondamentale, creando senza dubbio un whodunnit classico sufficientemente intricato nello sviluppo, che coinvolge e intrattiene efficacemente, ma che all’apparire dei titoli di coda lascia in bocca un sapore di già visto forse troppo forte per essere ignorato. Ovviamente non ci si aspettava dal regista una rivoluzione copernicana del “Giallo a la Agatha Christie”, ma purtroppo sembra chiaro come il film trovi nell’intreccio – così derivativo e in debito nei confronti del primo capitolo – uno degli aspetti sicuramente più deboli e scricchiolanti della propria narrazione.

    Al netto, quindi, di una sceneggiatura si brillante nei dialoghi, ma ben poco coraggiosa nello sviluppo della trama, il film ha comunque più di qualche freccia al proprio arco: come già anticipato in precedenza, la gestione del cast corale è sicuramente ottima, grazie soprattutto a un gruppo di comprimari in forma e in parte, tra i quali si distinguono sicuramente Dave Bautista (che film dopo film continua a confermarsi un caratterista interessante) e una splendida Kate Hudson in grande spolvero, entrambi sapientemente castati per interpretare personaggi sopra le righe e a briglia sciolta. La scena viene però, inevitabilmente, rubata dalla coppia Craig – Norton, con il primo che torna nei panni del Detective Benoit Blanc per scrollarsi di dosso – forse – il pesante smoking di James Bond, confermandosi credibile e a proprio agio anche in un contesto ben più ironico e sbarazzino rispetto a Knives Out e dimostrandosi allo stesso tempo pronto ad affrontare ruoli diversi e a rilanciarsi come attore e come icona dopo la fortunata parentesi 007; il secondo riesce a tenere in equilibrio un personaggio che, se fosse stato affidato ad un attore meno esperto e talentuoso, sarebbe potuto risultare oltremodo macchiettistico e sopra le righe, ma che nelle sapienti mani di Norton riesce ad essere comicamente folle, senza superare il fastidioso limite del grottesco

    Oltre, dunque, a un ottimo lavoro di casting e di direzione degli attori, va riconosciuto a Johnson il merito di aver messo in campo un impianto registico funzionale al racconto, che non eccede in barocchismi di sorta, ma che si concede comunque qualche movimento e qualche espediente interessante che potrà catturare l’occhio dei cinefili. Allo stesso modo va citato il montaggio che – nonostante un minutaggio forse leggermente eccessivo – riesce a mantenere un ritmo generalmente coerente con la narrazione, che rispecchia e sottolinea il tono frizzante della pellicola in maniera efficace. 

    Tirando in qualche modo le somme, questo Glass Onion rappresenta senza dubbio un sequel riuscito sotto molti punti di vista, solido nel portare avanti le caratteristiche della saga, ma che forse manca di coraggio e si adagia su se stesso – e sul film precedente – disattendendo parzialmente le premesse di discontinuità narrativa portate in campo dal primo atto, non riuscendo ad ergersi allo status di instant cult, come fu invece per Knives Out. Solo il terzo capitolo potrà dire se Rian Johnson riuscirà ad uscire dal solco tracciato dal primo capitolo, perché purtroppo – o per fortuna – il Cinema non è matematica e, cambiando l’ordine degli addendi, non sempre il risultato resta lo stesso.

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