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  • Recensione La fine di Oak Street: un B-Movie da 85 milioni di dollari

    Recensione La fine di Oak Street: un B-Movie da 85 milioni di dollari

    Nei primi giorni del 2026 è arrivato nelle sale italiane Una di famiglia – The Housemaid (che purtroppo non ha niente a che vedere con il piccolo capolavoro di Kim Ki-young). Questo thriller di belle speranze mette alla prova i suoi spettatori fin dal principio. Infatti, Paul Feig (Le amiche della sposa e Un piccolo favore) prova a convincere chi guarda che la dolce Millie (Sydney Sweeney), bella e giovane donna leggermente spettinata, sia in realtà una senzatetto in cerca di lavoro.

    L’incipit è coerente con il mood generale della pellicola, dove tra padroni di casa ambigui e giardinieri guardoni, si susseguono scene e svolte narrative che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità.

    Niente di male, un film poco riuscito non ha mai ucciso nessuno, specialmente quando riesce a strappare qualche risata agli spettatori più cinici e incassare 400 milioni al box office.

    Viene quasi da domandarsi se sia effettivamente un brutto film, oppure se la qualità, in fondo, non sia poi così importante.

    Ecco,La fine di Oak Street è la versione in salsa fantascientifica diUna di famiglia: intenti seri, grandi nomi, tanti milioni. Forse non tutti usati nel migliore dei modi.

    1982, la famiglia Platt vive in un incantevole quartiere di periferia, con villette colorate, giardini ben curati e simpatici vicini di casa.

    Denise è un’aspirante scrittrice, mentre Glen lavora come fattorino dopo aver perso il lavoro precedente. Audrey e Brian sono nel pieno dell’adolescenza, con tutti i problemi e cambiamenti che il periodo comporta.

    Purtroppo dietro ai sorrisi di circostanza si nasconde un matrimonio in crisi, a cui Denise e Glen provano a restare aggrappati nel tentativo di tenere unita la famiglia.

    Una notte, durante un temporale, un wormhole porta il loro quartiere indietro nel tempo di 250 milioni di anni, costringendo i Platt a fare affidamento gli uni sugli altri per cercare di sopravvivere.

    È difficile credere che il regista di questo film sia lo stesso di It Follows, eppure è così. David Robert Mitchell sembra aver dimenticato tematiche e atmosfere dei suoi lavori precedenti; dall’ottimo horror sopracitato, che all’uscita colpì critica e pubblico, al neo-noir Under the Silver Lake, che invece suscitò più di qualche dubbio fin dalla sua presentazione a Cannes nel 2018, pur restando un ottimo esempio di come si può giocare con generi e cliché senza ricadere nei soliti schemi.

    Dopo un flop di quella portata (solo 2 milioni al botteghino), Mitchell ha dovuto attendere ben otto anni prima di poter tornare in sala, con quello che a tutti gli effetti sembra un modo per non finire nel dimenticatoio, oppure, senza voler essere troppo malfidenti, un tentativo di mettere da parte un po’ di budget per quello che potrebbe essere il suo grande ritorno, ovvero They Follow, già annunciato e confermato dalla casa di produzione Neon.

    Con La fine di Oak Street, il regista americano mette da parte qualsiasi discorso autoriale per mettere in scena un qualcosa che è difficile contestualizzare, non solo all’interno della sua filmografia, ma anche all’interno di un genere, quello della fantascienza, che anno dopo anno sembra sempre meno in grado di meravigliare il suo pubblico.

    Quando si parla di cinema e dinosauri la mente va immediatamente a Spielberg, forse il regista che ha saputo più di chiunque altro rendere la fantascienza veicolo di meraviglia.

    Se si guardano i suoi lavori sul genere, da Incontri ravvicinati del terzo tipo a Jurassic Park, è facile rendersi conto che la scoperta di qualcosa che non si crede possibile, che siano alieni o dinosauri, è quasi sempre motivo di incanto prima che di paura, questo vale sia per i protagonisti del film che per gli spettatori.

    Mitchell, nonostante abbia ammesso di essersi ispirato ad alcuni lavori di Spielberg, sembra non aver avuto neanche lontanamente l’intenzione di sbalordire il suo pubblico.

    Dall’introduzione dei protagonisti frettolosa e superficiale – con rimandi estetici anni ‘80 che sembrano arrivare da Stranger Things più che dalla realtà – all’entrata in scena delle creature preistoriche, tutto sembra procedere per dovere di causa, senza lasciare spazio e tempo a nessun tipo di emozione.

    Anche nei momenti di raccoglimento della famiglia, dove il ritmo rallenta e ci sarebbe spazio per caratterizzare adeguatamente i personaggi e permettere a chi guarda di empatizzare con loro, quello che salta all’occhio è un product placement invasivo e insistito, condito da dialoghi fuori contesto per la situazione.

    La sceneggiatura (firmata dallo stesso regista), oltre a non lasciare nessun dubbio sullo svolgersi degli eventi, passa dal “dramma” a maldestri tentativi di stemperare una tensione che non c’è, con scene talmente sopra le righe da risultare ridicole.

    Tutto ciò passerebbe in secondo piano se il film facesse parte di quel filone di b-movie alla Asylum, dove l’ultima cosa da giudicare è la parte tecnica (per ovvi motivi).

    In questo caso però, ci troviamo di fronte ad una produzione da 85 milioni di dollari, che se escludiamo il cachet degli attori ed una CGI accettabile, è difficile capire dove siano andati a finire.

    La sensazione che rimane addosso alla fine della visione, è quella di aver assistito ad un brutto film che sconfina (involontariamente?) nel trash a più riprese, cosa che in realtà lo salva dall’essere un completo fallimento, dato che qualche risata scappa, a volte anche nei momenti sbagliati.

    Forse, il modo migliore per approcciarsi a La fine di Oak Street è quello di spogliarsi di ogni straccio di aspettativa, dimenticarsi del regista e dei suoi film precedenti, e andare in sala per passare un’ora e mezza in compagnia di dinosauri più o meno realistici. C’è sicuramente di peggio a questo mondo.

    Federico Rigamonti

    Redattore

  • Under The Silver Lake – Simboli e (sovra)letture

    sìmbolo s.m. – Qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto a evocare in partic. entità astratte, di difficile espressione.

    […]

    In semiologia […] segno il cui significante è in rapporto puramente convenzionale con la cosa significata, alla quale si collega in virtù di una regola costante, e in genere nota e accettata dai più.”

    Dal vocabolario Treccani

    Il 19 aprile di cinque anni fa arrivava nelle sale americane, con una distribuzione estremamente limitata, Under The Silver Lake, terza opera diretta da David Robert Mitchell (che molti conosceranno probabilmente per l’hit horror It Follows uscito cinque anni prima) e che vedeva nel ruolo di protagonista un Andrew Garfield impegnato a “scrollarsi” di dosso i ruoli-immagine acquisiti con The Social Network e i due Amazing Spider-Man. Un film che permetteva anche a Mitchell stesso di distanziarsi dal suo passato e di sperimentare con nuovi generi e nuovi stili di narrazione con un “film [che] è un mistero e ci sono misteri dentro quel mistero ed alcuni personaggi potrebbero essere considerati misteri a loro volta. Andrò a spiegarli? No.”

    Un’affermazione semplice e chiara da parte del regista stesso, da non intendere però con l’intenzione di presentare un racconto confuso e sconclusionato quanto piuttosto di costruire più layer di significato, ognuno permeato di segni e simboli, che permettono così di aprire molti più spunti di riflessioni di quanto si possa originariamente preventivare. Ma andiamo per gradi.

    Disclaimer: l’articolo, per poter andare affondo nell’analisi, conterrà ovviamente numerosi spoiler. Consigliamo caldamente quindi di recuperare prima il film e poi di tornare sull’approfondimento in un secondo momento!

    Sam: tra anestesia e sesso

    Sam risulta fin da subito un personaggio molto particolare da porre come protagonista di una storia: non è un eroe, non è un modello archetipico, è semplicemente un giovane uomo come tanti altri. Al tempo stesso sembra però una persona vuota, che passa le sue giornate senza lavorare e senza hobby (quasi fosse un cortocircuito tra l’uomo libero dai fardelli della società e quello a cui il vero raggiungimento personale pare impossibile, situazione simboleggiata fin da subito dalla morte dello scoiattolo che cade ai suoi piedi, ritenuto comunemente simbolo dell’organizzazione meticolosa a cui fa da contraltare il “vivere alla giornata di Sam”), in un loop i cui unici momenti degni di attenzione sono gli sporadici ed occasionali sguardi-spia verso le vicine. Proprio da questo ricaviamo un ulteriore elemento di definizione negativa del protagonista: venendo a conoscenza sulle battute finali del film di come Sam sia stato lasciato dalla precedente fidanzata, è facile visualizzare in lui una persona con un’idea contorta e corrotta delle donne, che fatica perciò ad interagire con loro al di fuori della sfera sessuale. Non a caso solo le shooting star e la ballon girl (scopertesi tutte escort) e l’amica attrice (che si presenta alla sua porta solo per un rapporto sessuale) costruiscono un dialogo con lui, mentre le altre donne sembrano ripudiarlo e cacciarlo via, con la scena delle “donne che abbaiano” nel bagno che ne diviene la rappresentazione perfetta.

    L’Owl’s Kiss e il Dog Killer nella copertina di un albo di “Under The Silver Lake”

    È quindi altrettanto facile vedere in questa lettura l’Owl’s Kiss come manifestazione indiretta di vendetta da parte delle donne nei confronti della sua visione, mischiando al tempo stesso sessualità e pericolo. Unica vera differenza sembra essere nella figura di Sarah che, costruendo un rapporto che non sfocia nel rapporto sessuale, diviene una figura che trascende la visione maschilista e carnale di Sam: non è più corpo, ma icona, quasi fosse una donna dei sogni di origine dantesca da trovare e salvare. Il finale porta però ad una chiusura devastante per il protagonista: Sarah è ormai chiusa per sempre nel mausoleo ed in egual modo Sam, nonostante l’uscita successiva dal tunnel sembri simboleggiare una rinascita a nuova vita, rimane costretto nella sua classica routine ad Hollywood, vuota e senza obiettivi, dalla quale sembra trovare una (momentanea) via di fuga nello stabilirsi con l’anziana vicina, affondando nuovamente nella sfera sessuale, placando i suoi desideri e creandosi una bolla (apparentemente) sicura.

    Hollywood: la terra dei sogni infranti

    Facile notare fin dalla prima visione l’immensa quantità di rimandi al mondo del cinema: non solo l’intera vicenda si ambienta attorno e dentro Hollywood, ma è facile pensare a molti film della Hollywood classica come 7th Heaven (film consigliato più volte al protagonista dalla madre e la cui trama è, apparentemente, molto simile alle vicende di Sam), How To Marry A Millionaire (le cui tre donne sono facilmente associabili alle tre “muse” dell’ascensione sul finale e di cui Sarah tiene le bambole accanto al televisore) o l’incompleto Something’s Got To Give (con Sarah nella piscina che ricrea in maniera quasi del tutto identica Marilyn Monroe in una scena del film), oppure i bagni che ricordano da vicino quelli visti in The Shining (non a caso qui uno rosso e l’altro verde) come anche le tombe degli attori usate come tavolini in un locale o quella di Hitchcock usata come appoggio dalle attrici/escort.

    È forse ancora più facile notare i riferimenti a Spider-Man – forse dovuti proprio alla presenza di Garfield come attore protagonista –: la gomma da masticare che si staglia come una ragnatela sulla mano di Sam che, subito dopo, proprio per toglierla e nascondersi dai ragazzini si abbassa assumendo la posa tipica dell’arrampicamuri, o ancora al suo risveglio l’albo di The Amazing Spiderman “incollato” alla sua mano.

    Sam si nasconde da alcuni ragazzini assumendo la posa tipica di un famoso arrampicamuri…

    Leggermente più velata e cupa è invece la lettura che Mitchell porta di Hollywood, il mondo dei sogniche, per poter essere raggiunto, obbliga però a fare altro: non è un caso infatti che quasi tutte le donne che Sam incontra si vedano costrette a vendere il proprio corpo per potersi permettere di inseguire quel sognomantenendo al tempo stesso una vita “abbastanza dignitosa”. In questo Hollywood stessa sembra sguazzare in questo fango, di cui emblema diventa la fila di ragazze semi-vestite per dei provini davanti al garage di un uomo sporco e sovrappeso intento a fotografarle con fare malizioso, da cui è poi facile ricavare una parabolaancora una volta maschilista (forse ulteriormente accentuata dalla visione di Sam) che porta Hollywood ad imporsi sulle donne e sulle scelte e gli obblighi imposti a quest’ultime: non è ancora una volta un caso che ritorni più volte Janet Gaynornel film (protagonista di 7th Heaven e davanti alla cui tomba si risveglia proprio il protagonista), attrice icona della Hollywood classica obbligata dal patrigno a recitare

    Tre escort/aspiranti attrici dialogano con Sam riguardo la casa del misterioso Songwriter

    Avanzando nella pellicola al mondo del cinema anche il dialogo/monologo del Songwriter si applica alla perfezione: non solo “tutto ciò che hai sempre sperato, di cui hai sempre sognato di esser parte, è una macchinazione” ma risulta lapalissiano come, nella sua riflessione, tutto ciò che viene creato di “nuovo” si basa in realtà su qualcosa di costruito in precedenza (concetto, tra l’altro, discusso ormai da decenni tra critici, analisti e cineasti), portando quindi a far risalire tutto il mondo del cinema ad un unico punto d’origine e costruendo una situazione in cui sembra impossibile rompere quel loop di sconfitta ed alimentando invece quello dello sfruttamento, che diventa così infinito con le aspiranti star che non potranno mai raggiungere l’obiettivo. Sembrano esserci quindi solo due modi per fuggire: l’anestesia totale di Sam, sia nella sua fase iniziale che soprattutto nella sua scelta sul finale, oppure “l’ascensione”, il rituale portato a compimento sul finale e che permette alle persone più potenti ed influenti di divenire immortali (proprio come immortali sono divenute molte star attraverso il cinema).

    Videogiochi: quest secondarie ed esplorazione

    Come per un cinefilo è estremamente facile carpire durante la visione tutte quelle citazioni al mondo del cinema, per un videogiocatore lo è altrettanto per il mondo dei videogiochi. Le citazioni dirette, per quanto in numero minore, ci sono e giocano un ruolo non indifferente: la mappa utilizzata da Sam per decifrare il percorso è quella di The Legend Of Zelda trovata in un numero della rivista NPM (Nintendo Power Magazine), Topher Grace gioca a Super Mario Bros. ovvero il gioco universalmente conosciuto da chiunque per i livelli nascosti accessibili dai tubi verdi (presenti, tra l’altro, sul soffitto del bunker per l’ascensione visitato da Sam), la suoneria di Sam è di The Last Ninja per Commodore 64 e in diverse scene indossa una maglietta di Jungle Hunt, videogioco il cui protagonista deve salvare una donna bionda da un gruppo di cannibali.

    Al di là quindi di come, probabilmente, Mitchell stesso volesse dimostrare il proprio amore verso un’era specifica dei videogiochi, risulta abbastanza semplice dedurne come non tanto i videogiochi in sé ma la struttura di quest’ultimi abbia portato Sam – e assieme a lui forse un’intera generazione di persone – a costruirsi un’idea molto specifica di vita, legata a doppio filo al concetto di avventura. È, quindi, ancora una volta facile vedere in Sam il “tipico protagonista da videogame”, che non svolge una vita da comune mortale, non lavora, non paga l’affitto, non mangia e non dorme ma vuole soltanto svolgere le sue quest, le sue missioni, così da avvicinarsi al suo obiettivo: l’importante diventa quindi capire dove trovare l’input giusto per proseguire nella storia, seguendo il percorso giusto per portare a termine la propria avventura personale e trovare la propria ricompensa. Ma il mondo reale non è un videogioco e le battute finali sembrano proprio marcare un fallimento completo di questa avventura senza ricompensa.

    “Cent’anni fa – sai, qualsiasi coglione poteva tipo vagare nei boschi e guardare dietro una roccia o stronzate simili e scoprire qualche nuova figata, no? Non più. Dov’è il mistero che da valore alle cose? Noi bramiamo il mistero, perché non ne è più rimasto nessuno.”

    Bar Buddy (Topher Grace) in una scena del film

    Simboli: sovraletture o messaggi nascosti?

    A visione conclusa, lo spettatore rimane con numerosi dubbi riguardo a ciò che ha appena visto ed è molto probabile che la prima domanda posta sia la sempreverde “gli eventi sono reali oppure no”? Normalmente si utilizza infatti la chiave di lettura del “è tutto nella testa del protagonista” che in questo caso potrebbe però essere declinato con un “Sam ha forse voluto vedere messaggi e segreti dove, in realtà, non c’è nulla?”. Riflettendoci a mente fredda, non è così semplice accettare che la conduttrice de La ruota della fortuna mandi davvero messaggi nascosti a seconda della direzione del suo sguardo, che i vinili ascoltati al contrario e con una pietra sopra rivelino messaggi satanici o che nelle banconote sia nascosto un gufo pronto a divenire una figura antropomorfa armata di coltello pronta ad uccidere uomini: è facile invece estrapolare da questo una mentalità malata in Sam, talmente disperata ed alienata da vedere messaggi ovunque – basti pensare al braccialetto datogli da Millicent (che non a caso muore assumendo la posizione del numero di Playboy preferito da Sam) con le lettere NPM che il protagonista prontamente collega al magazine Nintendo, ma che al tempo stesso consiste in una sigla talmente generica che può facilmente assumere per chiunque un significato diverso, ponendosi come soluzione di un enigma che (forse) in primis non esiste.

    È forse un caso che l’ombra proiettata da Sam sia l’unica a passare sopra la scritta?

    Un’altra domanda (apparentemente) senza risposta sembra essere la vera identità del Dog Killer, l’assassino di cani protagonista di un piccolo albo di Under The Silver Lake e che sembra esistere anche nel mondo reale, vista l’enorme fila di piccole tombe di cani con fiori e candele o i graffiti presenti in tutta la città con scritto “Beware The Dog Killer”. A visione conclusa, diversi elementi portano però ad associare proprio Sam al misterioso killer: in molte scene il personaggio sembra infatti essere fisicamente sulla scritta (a simboleggiare una connessione diretta) e la presenza di biscottini per cani nelle sue tasche, per quanto motivata da Sam stesso, porta con sé qualche dubbio, soprattutto se si inserisce nell’equazione l’associazione continua tra i cani e le donne, portando con sé l’ulteriore idea che la nostra visione di spettatori sia filtrata e che a morire siano proprio donne e non cani – ad ulteriore fondamento di questa teoria c’è il commento di Sam stesso sulla differenza tra l’essere capaci di “uccidere un cane ed una persona”, derivante da qualcuno che sappiamo essere invece capace di uccidere anche una persona senza troppe difficoltà. Tornando all’incontro tra Sam ed il Re dei senzatetto è quindi facile vedere in quest’ultimo un intento accusatorio davanti ai biscotti trovati nelle sue tasche: e se il Re non fosse altro che un poliziotto intento ad interrogare proprio Sam su questi delitti, distorto però dalla mente confusa di Sam?

    Quindi tutti i simboli, codici e numeri del film sono un’invenzione di Sam? Forse. Al tempo stesso è interessante notare come un enorme disegno sembri davvero esserci all’interno del film: unendo i nomi dei due personaggi principali si ottiene Samsara, dea Hindu della rinascita e del ciclo; sotto le bambole in casa di Sarah possiamo ricavare, dall’alfabeto Zodiac, le parole “Tombstone Sheriff Entries” che, se inserite su W3W – sigla del sito What Three Words, usato per trovare le coordinate di un luogo con tre parole, il cui simbolo è presente anche nell’alfabeto dei senzatetto del film ed il cui nome possiamo ricavare dal codice morse scritto sul cartellone del bar nella prima scena – porta ad un monte chiamato “The Sphinx” dove potrebbe trovarsi proprio la sala dell’ascensione di Sarah e Jefferson; sempre il codice morse è possibile sentirlo nei fuochi d’artificio che, tradotti, affermano “ascend now”, fungendo quindi da messaggio nascosto per i pochi eletti, tra cui proprio Sarah che, non a caso, reagisce in maniera bizzarra ai fuochi; e ancora i numeri, con il tre – facile richiamo alla trinità cristiana – che ritorna più volte in associazione alle tre donne “necessarie” per l’ascensione, il 751 nel cartellone, il 1492 come civico di casa del fumettista – rimando alla scoperta dell’America da parte di Colombo che diventa specularmente le scoperte (vere o meno) da parte del fumettista – o come i numeri diventino la chiave di decrittazione della canzone dei Jesus and the Brides of Dracula – non a caso un uomo e tre donne, proprio come quelli del rituale dell’ascensione – portandoci a credere che il discorso del songwriter abbia, forse, un fondo di verità.

    Anche il poster del film, osservando attentamente, presenta numerose immagini nascoste

    Difficile trarne quindi una conclusione definitiva da tutto ciò, perché significherebbe escludere a priori alcuni elementi in favore di altri; al contrario è semplice trarne un’ulteriore chiave di lettura che avvicina pericolosamente Sam proprio allo spettatore. Quante volte infatti ci siamo soffermati, alla fine di un film, a commentare come quel fiore, quella canzone, quella maglietta, quel colore, quella frase, quel movimento di macchina, quel nome, quel luogo, quello stacco di montaggio non fosse stato inserito in quella sequenza a caso ma scelto appositamente proprio per essere letto attraverso una specifica chiave di lettura che permette così di trarne un messaggio semi-nascosto? Ma possiamo davvero essere sicuri che quel messaggio, quel simbolo volesse trasmetterci qualcosa “di più”? Siamo, quindi, tanto diversi da Sam che, guardando la ruota della fortuna, vede messaggi nascosti ovunque?

    “What’s the frequency, Kenneth?” is your Benzedrine, uh-huh

    I was brain-dead, locked out, numb, not up to speed

    I thought I’d pegged you an idiot’s dream

    Tunnel vision from the outsider’s screen

    […]

    I’d studied your cartoons, radio, music, TV, movies, magazines

    Da “What’s the frequency, Kenneth” dei R.E.M., presente in una scena del film ed il cui testo parla di un uomo disturbato mentalmente che vede segni nascosti nella cultura pop