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  • HENRY CAVILL NON È PIÙ SUPERMAN: LA TRISTE PARABOLA NEL DC UNIVERSE

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    Henry Cavill non è più Superman. L’ha annunciato l’attore stesso con un post pubblicato sul suo profilo Instagram e rimbalzato in poche ore sulle bacheche di tutti i fan e non solo.

    Il suo “licenziamento” da parte dei DC Studios rientra nelle decisioni dei due nuovi presidenti della divisione di Warner Bros., James Gunn e Peter Safran, per avviare un reboot dell’universo supereroistico al quale sono stati messi a capo poche settimane fa.

    La doccia fredda per i fan del Superman di Cavill arriva dopo l’annuncio, pubblicato neanche due mesi fa dall’attore stesso, che sarebbe ritornato nel ruolo dopo il cameo nella scena post-credits di Black Adam.

    Ripercorriamo la triste parabola di Henry Cavill nel DC Universe.

    Il Superman di Henry Cavill ha fatto il suo esordio nel 2013 nell’apprezzato Man of Steel di Zack Snyder, per poi tornare nel 2016 in Batman v Superman: Dawn of Justice del medesimo regista e in seguito nel 2017 nel film corale sulla Justice League, le cui riprese si erano svolte con la regia di Snyder cui poi era subentrato Joss Whedon stravolgendo i progetti originali.

    Nonostante nel 2021 sia stata rilasciata su HBO Max una director’s cut di Justice League, il personaggio di Superman è rimasto in stand-by per moltissimo tempo, mentre gli altri supereroi del DC Universe hanno continuato i loro percorsi in maniera più o meno coerente, tra reboot e slittamenti vari. 

    Proprio per questo il cameo di Superman in Black Adam, uscito al cinema a ottobre 2022, è stato accolto con entusiasmo da parte dei fan dell’iterazione di Cavill. Nonostante il protagonista Dwayne ‘The Rock’ Johnson abbia tentato di tutto per salvare il film, Black Adam si è rivelato un flop al botteghino, rendendo incerto sia il futuro del proprio eroe sia quello di Cavill nel franchise.

    Apparentemente, proprio questa piccola speranza di fine ottobre 2022 è però bastata per convincere Henry Cavill ad annunciare ufficialmente il proprio ritorno come Superman, oltre che ad abbandonare la serie tv The Witcher di cui era l’apprezzato protagonista, per lasciare il ruolo di Geralt di Rivia al collega Liam Hemsworth.

    Il 1 novembre 2022 è però avvenuta una rivoluzione nel DC Universe, con la nomina del regista James Gunn (Guardiani della Galassia, The Suicide Squad) e del produttore Peter Safran (Shazam!) presidenti e amministratori dello studio. La loro volontà di rimettere ordine al caos provocato dalla pessima gestione del franchise negli ultimi anni ha reso necessario un reboot del personaggio di Superman e dunque l’allontanamento del suo vecchio interprete.

    Nel suo post Henry Cavill ha espresso riconoscenza per i fan che lo hanno sostenuto in questi anni e ha augurato buon lavoro ai nuovi presidenti degli studi DC. Dal canto suo, Gunn ha postato un messaggio nel quale spiega la necessità di introdurre un Superman più giovane (per il quale sta già scrivendo personalmente un nuovo film) e dunque interpretato da un altro attore, rimarcando però la possibilità di lavorare nuovamente con Cavill in futuro in un altro ruolo.

    In ogni caso, non si può dire che Henry Cavill sia ora senza lavoro: è freschissimo infatti l’annuncio che la star sarà protagonista e produttore-guida di una nuova serie di Prime Video tratta dal gioco Warhammer 40K. Per lui sono inoltre attesi in futuro la trilogia Argylle di Matthew Vaughn, The Ministry Of Ungentlemanly Warfare di Guy Ritchie, The Rosie Project di Steve Falk e il reboot di Highlander di Chad Stahelski. Infine, Cavill resta per molti fan di James Bond il candidato ideale per raccogliere l’eredità di Daniel Craig dopo No Time To Die.

    Gunn e Safran hanno invece rivelato che annunceranno le novità sul DC Universe a inizio 2023, ma intanto per il prossimo anno sono attesi diversi titoli del franchise già pianificati prima del recente trambusto. I film in questione, con relative date di uscita statunitensi, sono: Shazam! Furia degli dei (17 marzo), The Flash (16 giugno), Blue Beetle (18 agosto) e Aquaman e il regno perduto (25 dicembre). The Flash e Aquaman in particolare erano inizialmente previsti per il 2022 ma hanno subito dei rinvii ancora una volta dovuti a tutte le problematiche che hanno interessato lo studio nell’ultimo anno.

    Che sia il 2023 l’anno di ripartenza dell’universo cinematografico DC?

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  • RECENSIONE THE BOYS 3 (EP. 1-2-3) – UN INIZIO SCOPPIETTANTE

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    -allerta spoiler sulle prime due stagioni-

    Poco meno di due anni fa avevamo lasciato il mondo dei Sette in una posizione di stallo: tutti sono venuti a conoscenza del passato nazista dell’eroina Stormfront, lasciata in fin di vita dal raggio del giovane Ryan colpevole anche di aver causato la morte di sua madre, nonchè ex moglie di Btucher, Becca. La mega-corporazione Vought ha deciso quindi di sospendere la produzione del Compound V, Starlight è di nuovo nei Sette e Hughie lascia i violenti compagni per cercare di combattere i Supes con mezzi più legali e meno sanguinolenti, unendosi al Federal Bureau of Superhumans Affair. Tutto sembra andare per il meglio, se non fosse per la grande rivelazione finale: il Sup con il potere di “far saltare in aria la testa alle persone” e principale bersaglio del FBSA è nient’altro che la deputata Victoria Neumann, capo del Bureau stesso.

    Un segreto tutt’altro che piacevole ha quindi accompagnato i fan della serie, ormai icona della piattaforma streaming di casa Amazon, fino a venerdì 3 Giugno, in cui sono “andati in onda” i primi tre episodi della tanto attesa terza stagione. I trailer, come un bravo reparto marketing dovrebbe sempre fare, mostravano tutto e niente, lasciando sì con molti nuovi interrogativi ma mostrando i giusti elementi per tenere viva l’attesa che, qui è il caso di dirlo senza troppe remore, è stata pienamente superata.

    NUOVO GIORNO, STESSI SUPEREROI (O QUASI)

    Anche all’interno del racconto è passato più di un anno dalla fine della seconda stagione, in cui la vita è comunque andata avanti per tutti. Ad alcuni è andata meglio come a Hughie, ora agente del FBSA adorato da tutti e con una vita sentimentale assieme alla compagna Starlight da far invidia alle migliori commedie d’amore, altri invece affrontano quotidianamente sempre più problemi come Homelander, costretto a ripetere a pappagallo le stesse cinque righe scritte per lui dal reparto marketing Vought riguardo alla sua relazione con una “supereroina nazista” e facendogli ammettere che “anche il più grande supereroe d’America può innamorarsi della donna sbagliata”. Nel mezzo ci sono poi tutti gli altri: Butcher resta impegnato a dare la caccia ai Supes in maniera non letale ed è aiutato dal fedelissimo Frenchie e dalla silenziosa ma letale Kimiko, mentre MM si trova fuori dal gruppo ed è deciso a vivere una vita tranquilla per la figlia, speranza presto vanificata dato che verrà risucchiato nel giro quando nuovi segreti verranno svelati. Dall’altra parte della barricata troviamo Deep, ancora alla ricerca del suo arco di redenzione per riacquisire il suo posto nei Sette, ed A-Train alla ricerca del suo posto in un mondo che si muove ad una velocità a cui lui non riesce più a stare al passo. 

    Nelle prime due stagioni, il team dietro alla serie aveva già dimostrato di voler spesso “superare il limite”, mostrando scene pregne di sangue e violenza fisica estrema, ma anche toccando temi pesanti come il già citato nazismo. Già in questi primi tre nuovi episodi è palese come abbiano deciso di ripagare l’attesa con una narrazione che riesce ad elevare all’ennesima potenza tutto ciò che di buono era già stato fatto. I personaggi che già conosciamo si ritrovano davanti ad un’evoluzione continua, che li porta a mettere costantemente in discussione con sé stessi e gli altri, mentre le new entry che piano piano si fanno strada risultano sempre più interessanti scena dopo scena, su tutte il nuovo sup Soldier Boy, rifacimento dell’icona del super soldato americano che sembra unire i tratti principali del Soldato d’Inverno con quelli del Capitan America delle origini (o di un Guardian se si vuole guardare al lato DC Comics). Inoltre vengono approfonditi ulteriormente temi già inseriti come la paura del Medio Oriente, lo sfruttamento mediatico del movimento LGBTQ+ o le lobby delle armi, sempre con il tipico humor nero che ormai distingue la serie ed è capace di strappare più di una risata tra una riflessione e l’altra.

    SANGUE, BUDELLA ED ENORMI FALLI

    Se dal lato narrativo siamo senza dubbio su un livello eccellente, bisogna comunque tenere in conto che, come si suol dire, anche l’occhio vuole la sua parte e gli Amazon Studios sembrano averlo capito alla perfezione. Registicamente il lavoro di questi primi episodi è stato affidato a Philip Sgriccia e Julian Holmes e ci si ritrova di fronte ad un buon prodotto, senza picchi particolari, ma sempre capace come da tradizione di donare interessanti inquadrature da tenere come screensaver del PC. Tuttavia è sul lato della fotografia, del trucco e delle scenografie che la produzione svolge un lavoro impressionante, riuscendo a mostrare senza mai dare quella sensazione di finzione anche le scene più assurde (su tutte la “bizzarra” scena di sesso riguardante Swatto, parodia dell’Ant Man marveliano e dell’Atomo di casa DC e capace, proprio come le sue controparti, di modificare le proprie dimensioni ed infilarsi in diversi orifizi).

    Elemento a cui poi la serie ci aveva già abituato ma che anch’essa vive qui di un ulteriore innalzamento di qualità è la recitazione dei vari membri del cast, su cui spiccano su tutti il Butcher di Karl Urban e l’Homelander di Antony Starr, capaci di mettere in scena due personaggi simili, ma allo stesso tempo opposti e in grado di spaziare all’interno dello spettro di emozioni come veri maestri, mentre tra i personaggi secondari non si può non nominare il sempre fantastico Giancarlo Esposito che ritorna nei panni del direttore della Vought Stan Edgar e la vera sorpresa della serie Karen Fukuhara, capace di donare una continua caratterizzazione al suo personaggio attraverso l’utilizzo quasi esclusivo della sola mimica facciale e corporea.

    CONCLUSIONI

    Dopo quasi due anni, Butcher e compagni sono tornati a dominare l’home page di Amazon Prime Video e lo fanno con tre nuovi episodi che dimostrano ancora una volta la grande qualità di questa peculiare produzione. Ancora più cattiva, più irriverente, più scorretta, con personaggi sempre più interessanti in continua evoluzione, il tutto correlato da una messa in scena basilare che però permette di godere di elementi gore e splatter di alto livello, assieme ad una sana dose di assurdità tipiche della serie. In attesa dei futuri episodi in uscita con cadenza settimanale ogni venerdì, non possiamo far altro che gioire e goderci questo fantastico inizio, consapevoli che la grande serialità è ancora viva anche se sotto forma di raggi laser, ossa rotte e giganteschi falli di 3 metri.

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  • RECENSIONE THE SUICIDE SQUAD – LA VIOLENTA GIOSTRA DELLA DC COMICS

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    Anche se non è mai stato definito ufficialmente tale, The Suicide Squad di James Gunn ha, fin dai primi annunci, assunto sempre più la forma di un soft reboot del quasi omonimo film di David Ayer piuttosto che di un sequel canonico, con tanto di articolo determinativo nel titolo che conferisce al film una sorta di status definitivo non ufficiale. Con il film del 2016 condivide alcuni personaggi e la premessa di base, ma per fortuna se ne distacca completamente nel tono e nella scrittura.

    La violentissima scena pre-credits è tutta un programma, un macabro carosello che si prende gioco delle nostre aspettative e ci introduce a Gunn e al suo gusto per la violenza splatter. Dopo questa introduzione, la trama entra nel vivo: la Suicide Squad è chiamata a ristabilire l’ordine sull’isola di Corto Maltese governata da uno spietato dittatore anti-americano. Ma, come la squadra scoprirà nel corso della missione, c’è di più; nello specifico un complotto che coinvolge uno scienziato pazzo (Peter Capaldi), orripilanti esperimenti e un alieno gigante a forma di stella marina.

    Già questo breve riassunto del plot rende l’idea di un tipo di lungometraggio semplice e old school, in cui questa squadra di mercenari alla A-Team (solo più violenti) si trova coinvolta in un conflitto tra militari cattivissimi e nobili rivoluzionari, e dà il peggio di sé senza preoccuparsi troppo di danni collaterali. Come nel film di David Ayer la squadra, capitanata dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), è formata da un male assortito gruppo di super-villains, tra cui Bloodsport (Idris Elba, in un ruolo simile al Deadshot di Will Smith ma più scanzonato) e Harley Quinn (Margot Robbie) che agiscono sotto minaccia della perfida Amanda Waller (Viola Davis). L’approccio da parte di James Gunn è invece l’esatto opposto: laddove il primo film non risolveva mai la contraddizione tra una premessa fondamentalmente assurda e la serietà con cui è stata sviluppata, The Suicide Squad abbraccia tutta l’assurdità di un mondo di pittoreschi personaggi in calzamaglie colorate, senza scadere mai nella farsa. Atteggiamento incarnato in particolare dall’iperpatriottico Peacemaker (un divertente John Cena) e soprattutto da Harley Quinn, di gran lunga il personaggio migliore del DCEU grazie anche al carisma e alla bravura di Margot Robbie. Per quanto riguarda Harley Quinn sorprende tra l’altro vedere che non è stato abbandonato lo sviluppo intrapreso in Birds of Prey.

    La regia di James Gunn è iper-dinamica, con tanto di vertiginose carrellate alla Sam Raimi. Il regista è molto abile nel gestire le scene d’azione nonché a dare a ciascun personaggio un tempo adeguato -anche se tende ad eccedere in flashback-, compresi quelli minori come King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone) e Polka-Dot Man (David Dastmalchian). Non mancano gli sviluppi emotivi, come il rapporto simil-paterno tra Bloodsport e Ratcatcher II (Daniela Melchior), né bordate all’arrogante politica estera USA: nel quadro complessivo sono semplici pennellate per dare colore alla storia, ma si seguono nella loro piacevole prevedibilità.

    Lo zampino di Gunn è visibile in quasi ogni sequenza, dalla costruzione delle gag ai suddetti momenti emotivi alle scelte di casting che comprendono i sodali Michael Rooker, Sean Gunn e pure Nathan Fillion in un cameo… che fa cadere le braccia. Ma c’è di più dell’impronta autoriale di Gunn: è palese che il ragazzo prodigio della Troma si sia divertito come un matto nello scrivere la storia di questi bastardi dal cuore d’oro, senza freni morali o produttivi di sorta, e nel muoverli in un mondo in cui le classiche didascalie extradiegetiche sono formate da elementi dell’ambiente come colonne di fumo, radici nel terreno, sangue e cervella.

    Questo divertimento non funziona sempre, e gli fa spesso sfuggire di mano le redini della narrazione: come si diceva, il suo ricorso a flashback per approfondire i singoli personaggi è spesso controproducente per il ritmo della storia che presenta numerosi cali, e non tutti i subplots raggiungono una conclusione soddisfacente. Ma al netto di tutte le sue imperfezioni, The Suicide Squad è forse il cinecomic che più si avvicina all’idea di “fumetto al cinema”. Mentre nel cinema “scultoreo” di Zack Snyder questa fedeltà al medium di partenza si risolve spesso in scelte puramente estetizzanti, James Gunn riesce a rendere compiuto il passaggio dalla carta allo schermo, richiamando l’estetica del primo e rispettando la specificità del secondo.

    Rispetto ai precedenti exploits di Gunn nel genere con i due Guardiani della Galassia, soprattutto il primo, The Suicide Squad è un film meno coeso ma più personale, liberatorio per il suo autore che esprime fino in fondo la sua sensibilità folle e il suo amore per i fumetti. Inoltre è di gran lunga il miglior film DCEU: chi disprezza i cinecomic difficilmente cambierà idea con questo film, ma se il genere è solo una “giostra cinematografica”, The Suicide Squad è una giostra dannatamente divertente.

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  • RECENSIONE ZACK SNYDER’S JUSTICE LEAGUE

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    Una stessa storia può essere raccontata in tanti modi diversi. Lo sapeva bene lo scrittore Raymond Queneau, quando nel 1947 scrisse il celebre “Esercizi di stile”, libro contenente 99 versioni diverse della stessa storia: alcune lunghe, altre brevi, alcune in prosa, altre in versi, e così via. Lo sa bene Zack Snyder che, dopo aver dovuto abbandonare il progetto di Justice League nel 2017 a causa di una ben nota tragedia famigliare, ha deciso di rimettersi al lavoro e di portare finalmente alla luce la sua personale visione del film del 2017, che all’epoca era stato ultimato con non poche modifiche da Joss Whedon.

    In questo caso è davvero bene parlare di visione “snyderiana”: questo nuovo Justice League non è infatti semplicemente una versione estesa del film precedente (quello di Whedon durava un paio d’ore, qui si sfiorano le 4), ma è realmente una pellicola diversa, che adotta una prospettiva differente con cui guardare agli eroi protagonisti. Non a caso molte immagini già viste nel film del 2017 sono qui presenti in forma manipolata, con nuovi effetti visivi, nuovi colori, nuove musiche, nuove atmosfere. Tutto il film è persino stato riadattato in un nostalgico quanto inutile rapporto 4:3.

    La storia invece, a grandi linee, è sempre la stessa: dopo la morte di Superman, sacrificatosi al termine di Batman v Superman, una nuova minaccia incombe, dal momento che Darkseid, uno dei Nuovi Dei, ha inviato sulla Terra il suo potente zio Steppenwolf con l’obiettivo di recuperare le tre Scatole Madri che, se riunite, darebbero vita all’Unità, in grado di riplasmare a piacimento il pianeta. Batman e Wonder Woman a quel punto cercano l’aiuto di Aquaman, Flash e Cyborg per dar vita ad una squadra di eroi in grado di contrastare l’invasione aliena.

    Fin dal principio ci si rende conto del lavoro che Snyder intende portare avanti: i primi 20’ sono sostanzialmente privi di azione, scene il cui unico scopo è creare un’atmosfera cupa, di disperazione per un mondo che crolla e che ha perso il suo salvatore.

    Al contrario il film di Whedon iniziava in medias res, con una convulsa sequenza di combattimento tra Batman e un parademone. Qui, invece, tutto è dilatato, il racconto è arioso, in un lento crescendo di epicità che alla pellicola di Whedon era costantemente negata da tagli grossolani e da un ritmo frenetico.

    Laggiù Aquaman, dopo un dialogo con Batman, si tuffava nel mare, qui la stessa cosa avviene con un coro di donne che intona un solenne canto popolare in sottofondo. Certo, il cinema di Snyder è tronfio e pesante, non è una novità, ma al contempo sa imporre uno stile preciso e un notevole afflato epico alla narrazione. Con più tempo a disposizione c’è inoltre più spazio per introdurre i personaggi nuovi, in particolare Flash e Cyborg. Vero è che ciò risulta in un primo atto spropositatamente lungo, ma il racconto ne guadagna in chiarezza e lo spettatore, che finalmente riesce a comprendere qualcosa in più delle motivazioni degli eroi, in adesione empatica.

    Indubbio è che la qualità della scrittura rimanga tutto sommato carente (la sceneggiatura è sempre di Chris Terrio, premio Oscar per “Argo”), con dialoghi deboli, significative incoerenze di trama e discontinuità di ritmo (il finale, ad esempio, è decisamente anticlimatico), ma tutto sommato non è una novità per i film di Snyder, un regista che scrive con le immagini, imponendo un’iconografia tanto estrema quanto indiscutibilmente affascinante. Può non piacere, certo, ma Zack Snyder’s Justice League ha la sua forza maggiore proprio nell’unicità dei suoi fotogrammi, espressione di un’idea di eroismo ben chiara, fatta di gravitas e sacrificio.

    I film di casa Marvel, con cui il paragone è inevitabile, sono certamente scritti meglio e messi in scena con garbo da registi di mestiere, ma in molti casi (e con le dovute eccezioni!) propongono immagini piatte, indistinguibili le une dalle altre. Il risultato definitivo è sicuramente più equilibrato e rassicurante, ma non può vantare la decisa personalità dei film DC diretti da Snyder, in cui scontri supereroistici scuotono il pianeta e la sala cinematografica (in questo caso, ahinoi, il nostro salotto). Batman v Superman e L’uomo d’acciaio, in tal senso, erano altrettanto iconici, estremi, a loro modo indimenticabili o comunque risaltanti in mezzo alla sovente piattezza del panorama del cinema commerciale contemporaneo.

    Zack Snyder’s Justice League, in definitiva, pur condividendo la trama con il film del 2017 ultimato da Joss Whedon, è capace di imporre un nuovo senso alla narrazione e lo fa con un grande spettacolo di immagini, tanto ricco di storture quando di momenti esaltanti, ma indiscutibilmente personale e coraggioso, capace di portare un passo avanti ciò che può essere fatto nell’ambito del supereroismo cinematografico. Hallelujah.

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  • RA’S AL GHUL (BATMAN BEGINS) – IL MALE IDEALISTA

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    “Il  crimine non può essere tollerato, i delinquenti sguazzano nella comprensiva indulgenza della nostra società. 

    (…) La volontà è tutto, la volontà di agire!”

    Batman Begins 

    Se si cerca nella storia del cinema un momento spartiacque, un passaggio fondamentale grazie al quale i film supereroistici sono riusciti a raggiungere una piena maturità artistica e culturale, quel momento deve essere necessariamente il 2005 e, per la precisione, l’uscita di Batman Begins.

    Il percorso che porta a questa svolta ha inizio, in realtà, qualche anno prima. Su tutti va citata la trilogia di Spiderman di Sam Raimi, tra le prime pellicole che trovano con successo un equilibrio tra intrattenimento “fumettistico” e profondità concettuale, trattando tematiche come la vendetta, il tradimento e la dipendenza.

    Nolan riesce a prendere questo concetto, amplificarlo e applicarlo nella creazione di un film cupo, estremamente realistico e filosofico, stabilendo, di fatto, il punto di riferimento per gran parte dei cinecomic successivi.

    Gran parte di questo merito va sicuramente dato alla profondità dei personaggi, in particolar modo alle figure di Bruce Wayne/Batman e a quella di Ra’s al Ghul.

    Quest’ultimo è uno dei villain meno noti dell’universo DC, ma allo stesso tempo, uno dei più interessanti. Siamo di fronte a un personaggio estremamente razionale, egli non cede mai a sfoghi di violenza estrema, come sarà in seguito per Bane, né è mosso da follia pura e anarchica, tratto caratteristico del Joker, ma anzi il suo intento è puramente idealistico, ovvero quello di riportare la giustizia morale a Gotham, purificandola dalla corruzione e dal crimine.

    È emblematico il fatto che sia proprio lui ad addestrare Bruce prima ancora che diventi Batman, così come è lui ad insegnargli come controllare tutta la sua rabbia, il suo desiderio di vendetta e la sua paura per incanalarle nell’azione. Proprio l’ossessione per il controllo è una delle caratteristiche peculiari di Ra’s al Ghul, scopriamo presto che la sua Setta delle Ombre nel corso dei secoli ha sempre sorvegliato le più grandi civiltà della Terra, con l’obiettivo di abbatterle nel momento di massima decadenza per riportare equilibrio e armonia tra gli uomini. Non esiste dunque possibilità di redenzione, non esiste appello o scelta, egli è Legge, Giudice e Boia che cala la scure sul condannato.

    Nel mondo di Ra’s al Ghul non è contemplata la compassione, egli cerca più volte di insegnare a B. Wayne la necessità di avere il coraggio di fare ciò che va fatto, quando va fatto, senza nascondersi dietro a principi etici, ma è proprio l’allievo prediletto a ribellarsi al dogma del maestro. Nel momento in cui a Bruce viene chiesto di uccidere un abitante del villaggio, colpevole di furto, e di dimostrare tutta l’intransigenza morale necessaria per far parte della Setta delle Ombre, egli rifiuta di sottomettersi e di abbandonare la sua coscienza e il suo libero arbitrio in nome di un’ideologia.

    Analizzando il conflitto tra protagonista e antagonista da un punto di vista filosofico, il personaggio di Ra’s al Ghul è la chiara rappresentazione della teoria hobbesiana dell’ “homo homini lupus”, secondo la quale l’uomo è naturalmente egoista e mosso solo da istinti di sopraffazione e di auto-conservazione. Gotham City diventa quindi la perfetta metafora dello Stato di Natura, in cui il dilagare di corruzione, crimini e violenza sono semplicemente il  riflesso dell’umanità intera. Egli si pone dunque come colui che ha il compito di ristabilire la pace, costi quel che costi.

    Batman, al contrario, si cala in un’interpretazione più vicina al pensiero di Rousseau, ovvero che l’uomo sia naturalmente portato all’empatia e alla convivenza pacifica, ma che venga poi corrotto dalla società. La speranza di redenzione è ciò che spinge Bruce Wayne a combattere per Gotham, esemplificata dalla frase più celebre del film: “Sai perché cadiamo Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi” 

    In conclusione, se da una parte Ra’s al Ghul è disposto a sacrificare la minoranza di innocenti e giusti in nome di un ordine e di un’armonia più grandi, secondo un’ottica molto machiavellica de “il fine giustifica i mezzi”, Batman riesce a distaccarsi dalla visione del suo mentore e a capire che l’unica speranza rimasta è lottare per essi, perché proprio loro sono la vera essenza dell’umanità.

    Come direbbe il Detective Somerset di Seven (1995) “Hemingway una volta ha scritto Il Mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso. Condivido la seconda parte”.

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