Tag: frankenweenie

  • Recensione La Sposa! – The Bride and her Frankenstein 

    Recensione La Sposa! – The Bride and her Frankenstein 

    Ci si chiede spesso, negli ultimi tempi, se abbiamo davvero bisogno di altre visioni sui mostri dei romanzi classici e sulle loro storie trasportate al cinema. Ci siamo fatti questa domanda quando Eggers ha annunciato il suo personale Nosferatu, o quando Del Toro ha parlato del suo Frankenstein; e ce lo chiediamo ancora davanti a Maggie Gyllenhaal e la sua Sposa così bizzarra. Ma esiste davvero una risposta? L’unica cosa che possiamo dire per certo è che il cinema dell’orrore degli anni ‘30 è più vivo che mai!

    Piacere, Mary Shelley

    A più di cento anni dalla sua “nascita”, il mostro di Frankenstein si sente terribilmente solo; è sempre stato impossibile per lui stabilire un contatto, una relazione, anche una semplice stretta di mano diventa qualcosa di straordinario. Così, giunto nella Chicago degli anni ‘30, il mostro a cui piace farsi chiamare Frank (Christian Bale) decide di recarsi dalla dottoressa Euphronious, la nostra “scienziata pazza”, per farle una richiesta: creare una sposa perfetta per lui, in grado di curare la sua solitudine. La dottoressa esita, ma alla fine, anche solo per pura curiosità scientifica, porta a termine l’esperimento; il corpo che si trova sul tavolino di metallo, con lunghi tubi infilati sotto pelle, è quello della giovane Ida (Jessie Buckley), morta in uno strano incidente nel quale pare essere coinvolta la criminalità organizzata. Tornata in vita, Ida non ricorda più nulla, sa solo di essere “la sposa” di quello strano uomo che non ha mai visto ma che sembra conoscerla da sempre. Nella sua nuova veste di sposa, ora con il nome di Penelope, il volto macchiato di nero e una strana voce nella testa, la giovane donna non vede l’ora di ricominciare a vivere, nonostante non sappia di essere un cadavere in piedi.

    La Sposa! riprende chiaramente la trama del film di James Whale Bride of Frankenstein (1935), ma decide di allontanarsi dalla figura di partenza per creare qualcosa di totalmente nuovo. Anche solo l’incipit, in cui è la stessa Mary Shelley a rivolgersi a noi e ai personaggi, è del tutto originale, forse assurdo, alcuni direbbero esagerato. Tuttavia, dobbiamo renderci conto del tono generale del film: una commedia ibrida volutamente sopra le righe, a tratti quasi ridicola, ma non per questo meno interessante nella sua messa in scena. La storia d’amore tra la Sposa e Frank si tramuta rapidamente in un’avventura alla Bonnie e Clyde, dove una coppia di criminali in fuga, pericolosi quanto affascinanti, viene inseguita da un’altra strana coppia di detective, in un racconto che attinge a piene mani dall’estetica e dal cinema di successo degli anni ‘30. Oltre a essere il racconto di due mostri, La Sposa! è anche una bellissima lettera d’amore a tutto quel mondo che il cinema dell’epoca aveva portato sul grande schermo, dai gangster movies al musical, passando per l’horror gotico Universal.

    Grandi performance, stravagante messa in scena

    Il punto di forza de La Sposa! sta proprio nella sua messa in scena che è impossibile da descrivere se non come bizzarra, stravagante, al limite del ridicolo e sempre sul punto di collassare ma senza mai farlo totalmente. L’obiettivo è quello di offrire una visione differente su personaggi già largamente conosciuti, tramite un paio d’ore di racconto che passa attraverso vari generi come la commedia, la fantascienza, il gangster movie e arriva a sfiorare il musical, il tutto mostrandoci una storia d’amore tenera e travolgente. I due personaggi principali, la Sposa e il suo Frankenstein, sono una coppia molto solida, con una grande chimica sullo schermo, grazie anche alle ottime performance di Christian Bale e soprattutto Jessie Buckley, qui protagonista assoluta. La sua Sposa è un personaggio allucinante, imprevedibile e caotico, ma è anche in grado di mettere in atto una riflessione (seppur non molto approfondita) sulla propria identità di donna e di essere umano nel mondo.

    La regia di Maggie Gyllenhaal è frenetica ma consapevole e curata, si sposa bene con la messa in scena esagerata, e riesce a farci seguire anche le scene più caotiche senza farci perdere il filo del discorso. Un punto a favore anche per le musiche, anche queste ricche di riferimenti alla figura di Frankenstein e al cinema classico hollywoodiano.

    Tuttavia, è bene far notare che proprio la forza della messa in scena può diventare una debolezza: non sarà facile per tutti apprezzare questa esagerazione, la recitazione a volte sopra le righe e alcune scelte narrative che possono risultare troppo assurde. La Sposa! sarà inevitabilmente un film molto divisivo, che non riuscirà ad accontentare tutti e che potrebbe provocare reazioni anche molto forti. Ma ricordiamo che ciò non deve per forza essere un male: il dibattito è uno dei pregi più grandi di qualsiasi forma d’arte. Sicuramente vi consigliamo di andare a vedere La Sposa!, anche solo per trascorrere un paio d’ore e divertirvi con una coppia che sarà tra le più stravaganti del cinema di quest’anno!


  • TIM BURTON E L’ANIMAZIONE IN STOP MOTION

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    “Anybody with artistic ambitions is always trying to reconnect with the way they saw things as a child.”

    Tim Burton

    Tim Burton, autore di alcuni tra i più bei film d’animazione di sempre, fu fin da piccolo legato al mondo dell’illustrazione e dell’infanzia. La passione sviluppata già da bambino per soggetti gotici, figure allungate e lugubri, non svanì quando crebbe. I suoi film, sia in live action ma soprattutto in stop motion, sono caricati di una vera e propria poetica, che tuttavia Burton non riuscirà a imporre da subito. 

    Il regista iniziò la sua carriera nel mondo del cinema lavorando come animatore per la Disney, e partecipando alla realizzazione di “Red e Toby – Nemiciamici” (1981). Un’esperienza a suo parere limitante e tediosa, che niente aveva a che fare con il suo mondo interiore. Con “Vincent” invece, il suo primo cortometraggio risalente al 1982, Burton potè finalmente esprimersi più liberamente, creando un universo in stop motion caratterizzato da un’estetica decadente e sinistra che rivivrà in ogni sua opera d’animazione. 

    VINCENT (1982)

    Con Vincent la vena creativa di Tim Burton vede la luce. Un inquietante bianco e nero, figure lunge e dagli atteggiamenti alienati, paranoia e un vivo espressionismo sono gli elementi che caratterizzano il primo corto del regista, quasi interamente autoprodotto. Poche persone all’epoca credevano in lui e nel successo che avrebbe potuto avere. Ironico, dato che Vincent sarà sempre un riferimento a cui guarderanno i grandi successi venuti in seguito, con un citazionismo talvolta evidente, talvolta più velato. 

    La linea di confine di realtà e fantasia nel cortometraggio è confusa e mistificata, enfatizzando le tenebrose paranoie provate dal protagonista. Spicca inoltre una forte componente autobiografica: Burton ci parla di un bambino fortemente disadattato, in contrasto con i genitori e ossessionato da un’estetica horror, dai racconti di Poe e da film dell’attore Vincent Price. Difficile non pensare all’infanzia dello stesso Tim, il quale non solo aveva avuto gli stessi interessi, ma aveva provato le stesse tensioni con i suoi genitori e passando anche lui molto tempo in solitudine a guardare film. 

    Così, lavorando con il cameraman Victor Abladov e con gli animatori Rick Heinrichs, Stephen Chiodo, Tim Burton realizza Vincent, dando un vero inizio alla sua carriera. 

    NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (1993)

    Nel periodo in cui stava lavorando al mediometraggio Frankenweenee (1984) Tim Burton si lascia affascinare dal libro per bambini “How the Grinch Stole Christmas”, e ne studia gli elementi fondamentali che inserirà poi, insieme ai suoi tipici tratti macabri già delineati in Vincent, nel suo successivo lavoro in stop motion del 1993, “Nightmare before Christmas”. La Disney decide di non firmarlo, e anzi è difficile per Burton persino farlo approvare. Viene quindi infatti affidato alla Touchstone, la sua etichetta secondaria, ed è questo un grandissimo errore da parte della casa di produzione visto l’enorme successo che sarebbe giunto dopo poco tempo. 

    “Nightmare before Christmas” è uno dei film più caratteristici di Tim Burton. È quasi paradossale quindi che non l’abbia diretto lui. La regia infatti viene affidata a Henry Selick e Burton, già impegnato con altri progetti, si limita a sceneggiarlo e produrlo, ma ciononostante la sua influenza è evidente. Dietro le tenebrose maschere degli abitanti del paese di Halloween si nascondono una forte emotività e dei sentimenti delicati. Burton riesce quindi, con il suo solito connubio di elegante e grottesco, a rappresentare in modo leggero e ironico dei veri e proprio mostri che vorrebbero essere qualcosa di diverso, ma in ultima istanza sono troppo legati alla loro vera natura e il tentativo di occuparsi del Natale risulta così fallimentare.

    Jack Skeleton è oggi ritenuto il personaggio Disney più famoso insieme a Topolino e Winnie the Pooh, e soprattutto in Giappone è diventato una vera e propria icona.

    LA SPOSA CADAVERE (2005)

    Sempre con la stop motion Burton dà vita nel 2005 ad un altro capolavoro, “La sposa cadavere”. Il film è impostato sovrapponendo i diversi piani del musical, del dramma e della commedia (e con riferimenti alle Silly Symphonies), enfatizzando il più possibile la lunghezza delle figure che risultano a stento umane e i colori tetri. Proprio con i corpi umani il regista gioca, al fine di rendere chiaro il ruolo di ogni personaggio nella storia, definendo dei veri e propri “tipi”. L’austerità della madre di Victoria è sottolineata da tratti possenti, mentre suo padre è esageratamente basso e grasso, e ha sempre un’espressione truce sul viso. Allo stesso tempo il padre di Victor, più mite di sua moglie, non ha caratteristiche particolarmente evidenti, mentre l’estro di lei è reso visibile anche fisicamente. 

    Nonostante “La sposa cadavere” sia uno dei miglior film in stop motion, questa tecnica non è utilizzata costantemente nel film. Molto spesso anzi si ricorre alla CGI per scene difficilmente realizzabili in stop motion, come i movimenti di un personaggio più piccolo, più sciolti e veloci. 

    Con una colonna sonora macabra e un uso dei colori ricco di significato, il mondo dei vivi e la borghesia in particolare vengono dipinti come un universo squallido e vuoto. Al contrario, l’oltretomba assume una nuova connotazione, più ricca di emozioni, energia, e paradossalmente viva.

    FRANKENWEENIE (2013)

    L’ultimo lavoro in stop motion di Tim Burton riprende il mediometraggio del 1984 grazie a cui dovette abbandonare la Disney. Frankenweenie, il triste racconto di un bambino molto solo che cerca di riportare in vita il suo cane ormai morto, era già stato realizzato in live action. Nel 2012, il remake animato creato da Burton è un lungometraggio molto più profondo e dettagliato, e ha il sapore di riscatto con la casa di produzione che per lo stesso progetto lo aveva cacciato

    Anche in questo caso è possibile vedere alcuni elementi autobiografici della vita del regista, inserito in un contesto a cui non si sentiva adatto e proiettato a temi più cupi che i suoi coetanei e vicini di casa riuscissero a concepire. 

    Quest’ultimo lavoro non ebbe purtroppo il successo raggiunto dai film precedenti, testimoniando l’inizio di una crisi creativa del regista.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Gaia Fanelli" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post-300×300.png" image_id="924|medium" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-gaia-fanelli" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]