Tag: Freddy Krueger

  • LE GRANDI SAGHE HORROR: NIGHTMARE

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    Wes Craven: un nome che al giorno d’oggi rappresenta una pietra miliare della produzione di film horror e che – assieme a nomi come Carpenter, Hooper e Baker – ha portato alla nascita dello slasher, sottogenere che avrebbe poi decostruito con il suo Scream nel 1996. Arrivato in sala per la prima volta con L’ultima casa a sinistra nel 1972 e raggiunta poi la fama nel 1977 con Le colline hanno gli occhi, per molti raggiunge il suo primo apice di carriera nel 1984 con A nightmare on Elm Street. Proprio sulla saga che quest’ultimo ha generato si concentra questo articolo, presentando una visione generale fino al settimo capitolo, Wes Craven’s New Nightmare del 1994

    Gettiamoci quindi nella (ri)scoperta di questa saga, colpevole di aver generato incubi ad un’intera generazione di spettatori e di aver creato Freddy Krueger, vero e proprio Uomo Nero ed icona degli anni ’80.

    “One, Two: Freddy’s coming for you;
    Three, Four: Better lock your door;
    Five, Six: Grab your crucifix;
    Seven, Eight: Gonna stay up late;
    Nine, Ten: Never sleep again!”

    IL CAPOSTIPITE

    Primo capitolo della saga è, per l’appunto, l’ormai iconico Nightmare – Dal profondo della notte, arrivato nelle sale nel novembre 1984. Tra i protagonisti conta Heather Langenkamp nei panni della final girl Nancy Thompson e Robert Englund per la prima (delle poi numerose) volta nei panni di Freddy Krueger; accanto a loro troviamo Tina Grey (Amanda Wyss), il fidanzato Rod (Nick Corri) e, al suo esordio, un giovanissimo Johnny Depp, nei panni di Glen Lantz.

    Nonostante la sua piena appartenenza al sottogenere splatter, questa pellicola è riuscita a dare vita a un Boogeyman completamente diverso dalle sue altre incarnazioni: Jason, Leatherface, Michael Myers sono tutti villain estremamente silenziosi (se non completamente muti) e che raggiungono di soppiatto la propria vittima per trucidarla senza pietà; in maniera opposta, Craven crea con Freddy Krueger un serial killer con caratteristiche sovrannaturali ed una personalità eccentrica, che lo porta a giocare e deridere le sue vittime nel parco giochi che sono i sogni, i quali permettono di creare situazioni sempre diverse ed interessanti, sia in questa pellicola che nei vari sequel. Diventa quindi subito iconica la sua faccia sfregiata e piena di bruciature, così come il suo guanto con delle lame alle estremità delle dita.

    I protagonisti della pellicola sono, come da base slasher, un gruppo di ragazzi, che parlano apertamente di sesso e che hanno i loro momenti stupidi, ma la pellicola li presenta fin da subito in maniera più attiva rispetto a quanto visto in passato (per esempio con The Texas Chainsaw Massacre o Venerdì 13  in cui i protagonisti prediligono la fuga) e inserisce un interessante sguardo alla società dell’epoca, sul rapporto tra adolescenti e genitori, che per tutti i personaggi rappresenta un argomento pieno di problematiche. Personaggi che risultano già pieni di problemi, ancora prima di sfidare il loro nuovo incubo. Nonostante tutto, non bisogna però pensare che la pellicola si dimentichi degli elementi alla base del genere, ma anzi presenta numerose scene con morti estremamente drammatiche e piene di sangue. Il tutto viene sapientemente coronato dalla regia di Craven, che riesce a creare tensione e paura tutte le volte che Freddy compare sullo schermo, inserendo elementi più umoristici da parte del “mostro” ma senza mai rovinare l’atmosfera.

    Una delle pellicole che forse meglio racconta gli anni ’80, di cui è poi divenuto un’icona, ma che vale la pena recuperare ancora oggi sia per viaggiare fino a quegli anni oggi tanto amati e fonte di ispirazione, sia per vedere l’origine di uno dei migliori boogeyman della storia del cinema horror.

    IL SEQUEL APOCRIFO

    Visto il successo della pellicola, New Line Cinema non fece passare molto tempo per poterne produrre un seguito, che arrivò infatti soltanto un anno dopo, nel 1985, con il titolo di Nightmare 2 – La rivincita. Visto il distacco di Craven sia dalla regia sia dalla sceneggiatura, la produzione affida a Jack Sholder la regia ed a David Chaskin la sceneggiatura, vengono messi in scena personaggi completamente nuovi, mentre torna Robert Englund nei panni del killer. La pellicola presenta una storia che si svolge 5 anni dopo il precedente e segue la vita di Jesse Walsh (Mark Patton), trasferitosi nella casa di Nancy Thompson e che diventa vittima dei giochi di Krueger.

    Il film riesce a anche a costruire alcune scene in maniera interessante (tra tutte la sequenza della festa in piscina per esempio) e inserisce alcune tematiche che riescono ad arricchire il racconto, ma incontra il problema principale in fase di scrittura: la pellicola si presenta infatti quasi come un seguito spirituale, che prende qualcosa come ispirazione ma crea una storia completamente diversa. Questo perché tutto ciò che formava le fondamenta del precedente viene qui completamente rivisto e modificato: Freddy infatti non uccide nei sogni, bensì infesta il sonno di Jesse che si ritrova a compiere omicidi durante uno stato di dormiveglia, quasi come in uno stato di allucinazione. Se alla base risulta un’idea estremamente interessante, questa risulta però talmente diversa che molti fan della saga ritengono questo capitolo il meno riuscito o che, addirittura, non vada preso in considerazione quando si parla della saga.

    LA RINASCITA DELLA SAGA

    Non bisogna in realtà aspettare molto per assistere al ritorno in auge della saga. Nel 1987, infatti, esce Nightmare 3 – I guerrieri del sogno diretto da Chuck Russell e che segna il ritorno, oltre ad Englund come Freddy (che diventa quindi una certezza come interprete del personaggio), di Craven che, oltre a dare vita al soggetto, aiutò anche in fase di sceneggiatura. Questo riportò inevitabilmente la saga sui binari stabiliti con il primo capitolo, anche se preme sottolineare come il soggetto originale (ritenuto troppo dark e che prendeva interpellava anche i viaggi nel tempo) è stato poi modificato dagli altri sceneggiatori, che resero il prodotto ciò che arrivò poi in sala. Basta però l’idea di base per costruire un ottimo film, in cui troviamo personaggi che già conosciamo, come Nancy ed il padre, che interagiscono con i ragazzi dell’ospedale psichiatrico “Westin Hills”, ovvero la protagonista Kristen (Patricia Arquette), il difficile Kinkaid (Ken Sagoes), il costruttore di marionette Phillip (Bradley Gregg), l’aspirante modella Jennifer (Penelope Sudrow), l’ex tossicodipendente Taryn (Jennifer Rubin), il muto Joey (Rodney Easteman) e Will (Ira Heiden), costretto sulla sedia a rotelle.

    La storia di questo capitolo ruota attorno a questi personaggi ed alla capacità di Kristen di attrarre altre persone nei propri sogni, portando così i ragazzi dell’ospedale ad affrontare Freddy per cercare di fermarlo. Con questo terzo capitolo vediamo già l’intenzione di lasciare da parte la tensione in favore di un horror sempre più visivo, presentando sequenze oniriche sempre più grandi e complesse, trovando interessanti escamotage per riproporre la stessa struttura ma senza stancare (qui gioca un ruolo fondamentale l’ottima differenziazione tra i personaggi che, ben caratterizzati, permettono anche al fattore incubi di essere più ricco che mai).

    Un terzo capitolo che riporta quindi ottimamente in auge la saga e che da molti viene ritenuto il punto più alto della saga, dopo il capostipite ovviamente, e che presenta alcuni tra gli incubi più memorabili della saga, assieme a un Freddy Krueger che, seppur meno inquietante, risulta sempre più memorabile. Ricordiamo tra tutte la famosa citazione dell’incubo di Jennifer: “Welcome to Prime Time, bitch!” (divenuta da noi: “Benvenuta in prima serata, puttana!”).

    I SEGUITI ACCHIAPPASOLDI

    Il successo ottenuto dal terzo capitolo convince New Line Cinema che la saga è tutt’altro che ad un punto morto e la casa di produzione si getta quindi a capofitto nella realizzazione di nuove pellicole, tanto che per la successiva bisogna aspettare soltanto un anno. E’ nel 1988 infatti che arriva in sala Nightmare 4 – Il non risveglio (sottotitolo terrificante, estremamente inferiore all’originale The Dream Master), diretto da Renny Harlin e sceneggiato da Brian Helgeland e Jim & Ken Wheat.

    La pellicola riprende poco dopo il finale del capitolo precedente, con Kristen (interpretata qui da Tuesday Knight, vista l’impossibilità di Patricia Arquette di riprendere il ruolo in quanto incinta) che finisce per riportare in vita Freddy, portando gli ultimi sopravvissuti del capitolo precedente e alcuni nuovi ragazzi ad affrontare l’assassino dei sogni. La componente più interessante di questa pellicola è la capacità, prima di Kristen e poi dell’amica Alice (Lisa Wilcox), di assorbire le caratteristiche delle vittime degli incubi di Freddy, culminando in uno degli scontri finali più belli della saga. Nonostante ciò, con questo film si vede già come le idee cominciassero a scarseggiare e la saga venisse portata avanti con il solo scopo del profitto (tutte le varie tematiche trattate soprattutto nel primo capitolo spariscono infatti una ad una, lasciando spazio al solo intrattenimento).

    Due piccole curiosità su questo quarto capitolo riguardano però la sua produzione: inizialmente il film doveva rappresentare il punto d’incontro tra la saga di Nightmare e quella di Venerdì 13, portando sullo schermo lo scontro tra i due villain; ma per problemi legati ai diritti ciò non fu possibile, rimandando l’operazione fino al 1993, dove nel finale di Jason va all’inferno si può notare il primo incontro tra i due personaggi, che culminerà poi nel seguito del 2003 Freddy vs. Jason (di cui parleremo più avanti). La seconda curiosità riguarda invece il coinvolgimento di Craven, che inizialmente voleva creare come quarto film una storia con alla base dei viaggi nel tempo, idea che venne però scartata portando ad una stesura sbrigativa di una nuova sceneggiatura, che venne addirittura completata dal regista in corso d’opera.

    Discorso estremamente simile vale per il quinto capitolo, Nightmare 5 – Il mito (anche qui sottotitolo completamente sbagliato, in confronto alla centralità dell’originale The Dream Child) uscito nel 1989, per la regia di Stephen Hopkins (che avrebbe poi diretto l’anno successivo Predator 2 e successivamente la prima stagione di 24) e con Leslie Bohem alla sceneggiatura. Come suggerito dal sottotitolo originale, la storia di questo quinto capitolo ruota attorno al figlio di Alice, attraverso cui Freddy riesce a tornare e tormentare nuovamente i protagonisti, con l’intento inoltre di utilizzare il corpo del bambino una volta nato come guscio per permettergli di agire anche al di fuori dei sogni.

    La sceneggiatura risulta abbastanza debole rispetto ai precedenti, presentando dei protagonisti meno caratterizzati rispetto ai precedenti e che tenta di portare interesse approfondendo le origini di Freddy, anche se presentando il tutto in maniera abbastanza scontato e banale, senza contare che Freddy stesso verte qui quasi completamente verso una caratterizzazione comica, lasciando sempre più da parte l’inquietudine. Nota di merito risulta invece la realizzazione degli incubi che, seppur non memorabili come alcuni dei precedenti, presentano qui una creatività ad altissimi livelli (per alcuni si tratta dei migliori della saga), su tutti il sogno di Dan con cui la pellicola presenta l’inserimento del genere body horror con l’elemento meccanico, palese rimando a quel Tetsuo – The Iron Man di Tsukamoto uscito nello stesso anno.

    Con questi due capitoli si presenta quindi “l’inizio della fine”, con due capitoli che cercano di inserire novità, ma riuscendoci con molte limitazioni e portando la saga in un punto morto, che sarebbe poi stato superato soltanto nel 1991.

    LA FINE DI FREDDY

    Nel 1991 infatti New Line Cinema porta in sala Nightmare 6 – La fine (in originale Freddy’s Dead – The final Nightmare), titolo che rende palese l’intenzione della produzione fin da subito: uccidere una volta per tutte il personaggio di Freddy. La saga infatti non vende più come all’inizio e si decide finalmente (dopo una serie di capitoli che eliminavano Krueger nel finale, per poi trovare un escamotage per farlo tornare) di porre fine al tutto. Si affida la regia e la sceneggiatura della pellicola a Rachel Talalay, produttrice dei primi quattro capitoli della serie, la quale però finisce con il creare il punto più basso raggiunto dalla saga.

    La trama prende il via nel 1999, in un futuro prossimo in cui Freddy ha ucciso tutti i ragazzi di Springwood e lasciato la città popolata soltanto da pochi anziani, ad eccezione di un ultimo ragazzo (chiamato nel film John Doe, a causa della sua amnesia, ed interpretato da Shon Greenblatt) che fugge dalla cittadina e finisce in un riformatorio, sotto le cure della dottoressa e psicologa Maggie (Lisa Zane), la quale custodisce nel suo passato un oscuro segreto di cui non è a conoscenza. Non mi addentro ulteriormente nella banale trama per non togliere ai lettori il minimo brivido di curiosità, unico elemento brillante nel mezzo di sequenze oniriche decisamente sotto tono ed un Freddy Krueger degno di uno stand up comedian (probabilmente la peggior caratterizzazione del personaggio di tutta la saga). Va inoltre citata la sequenza in 3D presente nello scontro finale, punto massimo d’arrivo della scelta di passare per questo film dagli effetti artigianali (che seppur limitati, risultano gradevolissimi tutt’ora oggi) alla computer grafica, inevitabilmente invecchiata male e che rende questo capitolo il peggiore anche a livello visivo.

    Una piccola curiosità riguarda un’idea iniziale per questa sesta parte, inizialmente affidata a Peter Jackson (sì, quel Peter Jackson, che prima di cimentarsi nella trilogia del Signore degli anelli era conosciuto per la realizzazione di commedie horror estremamente splatter), il quale aveva realizzato un suo soggetto: Freddy, ormai anziano, non riesce più a spaventare i giovani, che invece si addormentano apposta per incontrarlo e deriderlo, fino a quando il villain riesce ad uccidere uno dei ragazzi, facendo rinascere la paura. Un’idea estremamente interessante (che contiene al suo interno anche un Freddy che rispecchia il franchise, che non faceva più paura ma era soltanto origine di divertimento), che però venne scartata, portando alla nascita della pellicola che tutti abbiamo poi visto.

    Un’operazione disastrosa in tutte le sue componenti, il cui unico pregio è quello di porre fine al personaggio di Freddy Krueger, arrivato alla fine dei suoi giorni completamente trasformato ma riuscendo comunque a mantenere il suo fascino e la sua iconicità. Finalmente poteva trovare riposo. O forse no?

    IL GRANDE RITORNO

    Proprio quando tutto sembrava concluso e la saga terminata (e nemmeno nel migliore dei modi), qualcosa si smuove negli studi di New Line Cinema: il ritorno di Wes Craven ed il successivo arrivo in sala nel 1994 di un nuovo capitolo della saga, intitolato Nightmare – Nuovo incubo (in originale Wes Craven’s New Nightmare). Una pellicola che fa dell’auto citazionismo e della metanarrativa le sue fondamenta e che Craven gestisce in maniera impeccabile, sia nella regia che nella sceneggiatura.

    Partendo dalla seconda, Craven mette in scena nuovamente Heather Langenkamp e Robert Englund, ma qui nella parte di se stessi, ossia  degli attori che hanno interpretato gli iconici personaggi, e attorno ai quali il regista costruisce inizialmente l’ambiente di Hollywood e si concentra sul modo in cui un brand come Nightmare viene trattato, per poi mischiare sempre di più realtà e finzione, inserendo nuove informazioni sulla figura di Krueger, che riescono ad arricchire il personaggio senza snaturarlo. Sul versante registico registico, Craven riesce a presentare tutto questo con una maestria unica, senza sbavature e creando nuove sequenze oniriche che diventano subito estremamente iconiche.

    Si tratta del grande ritorno, ciò che New Line aveva sperato di fare con la saga in tutti quegli anni, ma che soltanto uno come Wes Craven sarebbe riuscito a fare, mostrando ancora di più il suo talento di lì a poco con il suo Scream.

    SPIN OFF E REMAKE

    Prima di concludere l’articolo, risulta doveroso inserire nella carrellata altre due pellicole che, seppur non ufficialmente, fanno parte della saga di Nightmare.

    La prima in questione arrivò in sala nel 2003, per la regia di Ronny Yu ed è il tanto atteso Freddy vs. Jason. Atteso dai fan dagli albori delle rispettive saghe e in programma (come accennato sopra) già dagli anni ’80, l’incontro tra i due ha dovuto aspettare ben sette capitoli di Nightmare e dieci di Venerdì 13, ma almeno ne è valsa la pena? Beh, in realtà no. La pellicola si apre con Freddy che, dimenticato dalla cittadina di Springwood, si ritrova impotente all’Inferno e decide di riportare in vita Jason, convincendolo ad uccidere gli abitanti della cittadina, facendo così ritornare la paura nelle persone ed aprendogli così la strada per riprendere il massacro. Jason però comincia, come suo solito, ad uccidere indiscriminatamente tutte le persone che incontra, rubando vittime a Freddy e facendo così scoppiare una guerra tra i due. Le vicende sono in realtà un mero pretesto per far scontrare i due personaggi (un po’ come succederà l’anno dopo con la pellicola di Paul W. S. Anderson Alien vs. Predator), puntando quindi tutto sulla spettacolarità dell’azione e degli scontri, che però risultano deboli ed invecchiati male (complice soprattutto l’uso di CGI abbastanza scadente). Sicuramente un prodotto che può divertire i fan delle due saghe, ma tranquillamente evitabile per chiunque altro.

    Con gli anni 2000 e l’operazione di riproposizione delle varie saghe con l’operazione dei remake, dopo The Texas Chainsaw Massacre nel 2003 e Venerdì 13 nel 2009, era inevitabile che anche Nightmare subisse lo stesso destino e così accadde nel 2010, quando New Line Cinema affidò a Samuel Bayer (conosciuto prevalentemente per la produzione di videoclip musicali) la regia di Nightmare – Dal profondo della notte: remake/reboot che puntava a riportare in auge la saga, ma che fallì esattamente come gli altri remake sopra citati. 

    Le vicende sono prevalentemente le stesse, con i giovani della cittadina di Springwood che si ritrovano ad affrontare questo mostro nei loro incubi, con la differenza che, oltre a non essere ambientato negli anni ’80 ma ai giorni nostri, presenta un nuovo interprete per Freddy Krueger, unica iterazione del personaggio che vede nei suoi panni Jackie Earle Haley al posto di Robert Englund. Una scelta dettata (forse) anche dal cambiamento alla base del personaggio stesso, che passa dall’assassinare bambini all’essere un maniaco sessuale ed eliminando quasi tutti gli elementi comici che avevano contraddistinto il personaggio fino a quel momento. Inutile dire come tutto ciò renda il personaggio estremamente meno interessante ed appetibile per gli spettatori, senza contare l’appiattimento di tutti i ragazzi protagonisti che non reggono minimamente il confronto con il cast originale.

    In poche parole, il classico remake anni 2000, che dell’originale mantiene poco o nulla e che riesce addirittura nella non così semplice impresa di rendere noiosa una pellicola con protagonista Freddy Krueger.

    I CAPITOLI MAI REALIZZATI

    Come conclusione dell’articolo vorrei proporre una breve lista di capitoli della saga che non hanno mai visto la luce, oltre agli accenni presenti sopra (come l’originale versione di Craven per il terzo e quarto capitolo o la versione di Peter Jackson del sesto).

    Da un’idea dello stesso Robert Englund, esiste un soggetto per un capitolo di Nightmare dal nome Freddy’s Funhouse, la cui protagonista sarebbe stata la sorella di Tina Grey (una delle protagoniste del primo film) ed avrebbe indagato sulla scomparsa della sorella, dando alla pellicola tinte più noir ed investigative che d’orrore. Sempre da un’idea di Englund nasce anche il soggetto per un ipotetico capitolo finale della saga, in cui i figli dei sopravvissuti dei capitoli precedenti manifestano ognuno incubi differenti, creando varie versioni di Freddy diverse per ognuno di loro. Idee senza dubbio interessanti, che sarebbe stato sicuramente bello vedere realizzate.

    Esistono però anche alcuni prequel, di cui conosciamo due soggetti: il primo mostrava un Freddy Krueger ancora umano venire incastrato per gli omicidi in realtà commessi da nientepopodimeno che Charles Manson e la sua “family”; mentre il secondo soggetto avrebbe riguardato ancora il passato di Freddy, puntando sulla creazione di uno slasher con particolare enfasi sul lato emotivo e personale del killer.

    CONCLUSIONI

    Si conclude così la nostra carrellata alla riscoperta della saga di Nightmare. Una saga che senza dubbio presenta alti e bassi, elementi interessanti e altri ben più discutibili, capitoli estremamente avvincenti e altri evitabilissimi, ma che nonostante tutto ha portato in sala migliaia di persone per decenni e che ha creato un villain iconico, che non solo rappresenta appieno gli anni in cui è stato creato, mostrandone i lati positivi e negativi, ma che tutt’ora oggi riesce a spaventare e divertire allo stesso tempo. Una saga senza dubbio da recuperare, anche solo per divertirsi con gli amici, correndo però il rischio dopo la visione di incappare in qualche orribile incubo.

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  • VILLAINS DA INCUBO: QUANDO L’ABITO FA L’HORROR

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    I più famosi villain del cinema horror, spesso i veri protagonisti delle pellicole, vivono nell’immaginario collettivo anche grazie al mostruoso aspetto che li contraddistingue. Mostri sfigurati, mutanti e demoni di ogni sorta incarnano sullo schermo le nostre paure più profonde, un effetto spaventoso dovuto spesso all’inconfondibile costume al quale li riconduciamo. In questo articolo proveremo a paragonare alcune figure canoniche del cinema dell’orrore per sottolineare somiglianze e differenze che hanno segnato il loro sviluppo estetico.

    LA FIGURA DEL VAMPIRO

    La figura del vampiro è stata tra le primissime a fare la sua comparsa sullo schermo come protagonista di storie dell’orrore. Derivante dalla letteratura gotica, il personaggio del vampiro da secoli si presta a narrazioni e leggende, e anche al cinema è apparso in diverse forme, passando dallo scabroso al romantico, dal mistero fino al comico (basti pensare al cartone animato Hotel Transylvania). 

    Tra le tante interpretazioni che si ricordano, una delle più note è sicuramente la prima trasposizione cinematografica, ossia quella del cadaverico Conte Orlok nel film Nosferatu. Diretto da Friedrich Wilhelm Murnau nel 1922, il film appartiene alla corrente dell’espressionismo tedesco e prende le mosse (più o meno esplicitamente) dal famoso Dracula di Bram Stocker, romanzo gotico del 1897. Il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck, appare come una pallida e massiccia creatura, ma al tempo stesso come un essere quasi evanescente di cui spesso si riesce a scorgere solo l’inquietante ombra. Il viso ossuto e quasi scheletrico del vampiro appare in contrasto con l’ampiezza delle spalle e del petto, ampiezza resa ancora più evidente grazie allo scuro soprabito a spalle larghe del personaggio. Il pesante e lungo cappotto, abbinato al cranio bianco e glabro, alle orecchie prostetiche, agli artigli e ai denti finti, contribuisce a dare vita a una figura innaturale  e quasi priva di forma, la cui sagoma resta impressa nella memoria dello spettatore. 

    In netta dissonanza con il personaggio di Orlok è invece un’altra – parimente famosa – trasposizione del personaggio di Dracula. Intitolato proprio Bram Stoker’s Dracula, il film diretto da Francis Ford Coppola nel 1992 ha per protagonista un Dracula differente e multiforme. Questa nuova raffigurazione del conte, qui interpretato da Gary Oldman, abbandona il look classico e identificativo del personaggio del vampiro. Su richiesta dello stesso Coppola, la costumista Eiko Ishioka (che per questo film si aggiudica l’Oscar) crea dei costumi “strani”, che traggono ispirazione da diverse epoche e culture. Affascinante e dandy alle volte, decrepito e rugoso in altre scene, Oldman indossa abiti che pescano dal periodo vittoriano, si mescolano ai tagli tipici del mondo orientale e del teatro Kabuki, fino a contaminarsi con riferimenti all’arte Bizantina o al mondo animale e vegetale. Questa pellicola ridefinisce la mitologia del vampiro, attribuendogli tratti più umani e persino romantici, e si impone sicuramente come una delle trasposizioni (pur non fedele al personaggio del romanzo) più applaudite.

    L’ORIGINE DEI CLOWN MALEFICI

    Un altro personaggio che spesso popola incubi e pellicole horror è quello del clown, tant’è che  sono ormai diversi i film che lo vedono trasformarsi da giocoso circense a folle e macabro assassino. A detenere il primato come pagliaccio più spaventoso e malefico è senz’altro il personaggio del clown Pennywise, di cui si hanno due diverse versioni. Nato dalla penna di Stephen King nel 1986, Pennywise non ha sicuramente bisogno di presentazioni, ma è interessante vedere la sua evoluzione sullo schermo dagli anni 90 fino ad oggi. Primo e iconico interprete è Tim Curry, che veste i panni del pagliaccio nella miniserie televisiva It del 1990. Sebbene oggi quasi nessuno riesca a pensare al personaggio di Curry senza un misto di ansia e terrore, a un primissimo impatto l’aspetto del clown rispetta i canoni classici della figura goliardica e allegra dell’innocuo artista circense: trucco pesante ma semplice, col classico nasone rosso bene in vista, testa e piedi decisamente sproporzionati, abiti e capelli sopra le righe, vistosi e colorati, che contrastano nettamente con quella che è la reale e grottesca natura di Pennywise. 

    La versione del 2017 sembra invece volerci dire di più e, anche tramite la grande cura nella preparazione dei costumi del costumista Janie Bryant, sembra cercare di andare oltre la classica iconografia del buffone da circo. Più simile a un demoniaco Pierrot, questa volta il clown è interpretato dal giovane Bill Skarsgard e veste totalmente di bianco. Lungi dall’essere rassicuranti e vivaci, gli abiti del personaggio di Skarsgard si avvicinano per alcuni versi a quelli di una gigantesca e inquietante bambola di porcellana, con guanti candidi, maniche a sbuffo, vita alta e fasciata e pantaloni corti. Il costume baroccheggiante si ispira a epoche passate, come quella rinascimentale o quella elisabettiana, e vuole richiamare tutte le precedenti dimensioni ultraterrene del passato del clown ballerino, mostrando come il terrore instillato dal personaggio abbia radici molto più antiche di quanto forse non si direbbe.

    DUE SLASHER VILLAINS ATIPICI

    Tra i più famosi cattivi del genere horror sono sicuramente da annoverare gli Slasher Villains: antagonisti e veri protagonisti sono killer spietati che collezionano vittime uccidendo a sangue freddo spesso nei modi più originali e sadici. La lista dei celebri assassini del genere slasher è lunga e molto differenziata, ma in questa sede sono due di loro che ci preme mettere in rilievo e comparare: Freddy Krueger di A Nightmare on Elm Street e Pinhead del film Hellraiser. Le due figure sono certamente molto diverse, ma una prima importante similitudine tra loro riguarda proprio il loro aspetto: nessuno dei due rispecchia i canoni del classico boogie man mascherato e quasi in incognito. Il loro aspetto è terrificante e il loro volto sfigurato, ma nessuno dei due agisce totalmente nascosto da un costume come invece succede per altri loro “colleghi”. L’assenza di maschera li rende immediatamente riconoscibili e, sebbene entrambi i personaggi occupino soltanto per un breve tempo la scena, i loro volti sinistri sono indimenticabili. 

    La fama dei due, come spesso capita, passa inevitabilmente anche per i loro costumi. Freddy Krueger, dal volto marcio e decadente, non sarebbe Freddy Krueger senza i suoi temibili guanti artigliati, strumento di morte prediletto, né senza l’apparentemente semplice accoppiata di maglietta a righe rosse e verdi e cappello perennemente in testa. Un abbigliamento che poco si addice a popolare gli incubi delle sue vittime ma che sicuramente l’ha reso perfetto per restare impresso nella storia dei villains più temuti. 

    Il costume ideato per Pinhead è invece senz’altro più complesso e prende spunto da diverse realtà. Il leader dei cenobiti è oscuro e impassibile, quasi raffinato. Il suo viso pallido e chiodato e la sua tonaca scura traggono ispirazione dalla cultura punk e dal mondo cattolico, ma per richiamano anche tratti dell’antica tradizione scultorea africana nonché del modo dei club S&M (luoghi di sadismo e masochismo senza limiti). Questo aspetto così unico ha fatto sì che in fase di elaborazione Pinhead si elevasse rispetto agli altri capi cenobiti e diventasse vero leader e antagonista principale delle pellicole.

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