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  • La storia di James Bond: Il mondo intorno al cinema

    La storia di James Bond: Il mondo intorno al cinema

    Il 5 ottobre si celebra il James Bond Day, dalla data del 1962 in cui uscì al cinema il primo film della più longeva saga cinematografica di sempre. La nascita dell’agente 007, però, risale a una decina di anni prima del debutto sul grande schermo con Sean Connery… Dopo oltre 60 anni e innumerevoli cambi di identità e prospettive sul mondo, James Bond si rigenererà ancora e ancora: il prossimo capitolo è in sviluppo con la regia di Denis Villeneuve e la sceneggiatura di Steven Knight. Chi sarà il prossimo James Bond? Non si sa ancora, ma sembra che le audizioni siano in corso e che il nome verrà rivelato entro la fine dell’anno. Nell’attesa dell’annuncio, ripercorriamo la storia di James Bond dalle origini ai giorni nostri, proprio ora che Prime Video ha reso disponibili sulla piattaforma tutti e 25 film della saga.

    Sfuggire alla noia coniugale

    La storia di James Bond comincia col romanzo Casino Royale, pubblicato ad aprile 1953 da Ian Fleming, un ex ufficiale della Marina Britannica che negli anni della Seconda Guerra Mondiale aveva lavorato per Churchill inventando tattiche di controspionaggio e depistaggio ai danni dei tedeschi. Gentleman dandy e vizioso, dopo la guerra si ritirò a vita privata lavorando occasionalmente come giornalista. E con uno stile asciutto e giornalistico, iniziò a battere a macchina anche una romanzo, con i piedi immersi a bagno nella paradisiaca Villa Goldeneye che aveva acquistato in Giamaica per sfuggire al maltempo inglese. 

    Poco prima di contrarre nozze, «per sfuggire alla noia coniugale» il turbolento ex ufficiale scrisse in poche settimane la storia di un agente segreto britannico, altamente addestrato, sofisticato nei modi e brutale con le donne, ma a suo modo sensibile e tormentato dal mestiere di killer per lo stato. Era un anti-eroe della Guerra Fredda che nasceva per raccontare il mondo che lo circondava.

    Il primo romanzo, Casino Royale, ebbe un discreto successo, e l’autore ripeté la formula per altre 13 pubblicazioni nei successivi 13 anni — per un totale di 12 romanzi e 2 raccolte di racconti —, ma soprattutto gli premeva fare in modo che James Bond potesse approdare al cinema. Già nel 1954 un modesto adattamento di Casino Royale venne realizzato dalla rete televisiva statunitense CBS all’interno del programma antologico Climax!, in cui l’agente 007 aveva le sembianze di Barry Nelson. Fleming ci provò di nuovo e con più ambizione, arrivando a contattare Alfred Hitchcock e Cary Grant per coinvolgerli nel progetto, senza successo.

    Bond, James Bond

    007 arrivò al cinema in maniera insospettabile, grazie all’interesse di un produttore italo-americano per i libri di Fleming. Albert “Cubby” R. Broccoli (originario di Carolei in Calabria, dove è ricordato con un busto bronzeo inaugurato nel 2023) e Harry Saltzman (canadese, figura chiave nello showbiz anni ’60) si allearono per comprare i diritti di sfruttamento cinematografico di James Bond e portarlo sul grande schermo. Scelsero per il ruolo Sean Connery, un giovane body builder tuttofare quasi privo di esperienze recitative ma dal carisma abbacinante, che secondo Saltzman «aveva le movenze di una pantera». 

    Il 5 ottobre 1962 (lo stesso esatto giorno in cui comparve nei negozi di dischi il primo 45 giri di una band chiamata The Beatles…) arrivò al cinema Dr. No — in italiano Licenza di uccidere —, il primo famigerato capitolo di 007. Chiaramente il romanzo di provenienza venne modificato per esigenze narrative, così come il suo protagonista, che fu reso per il grande schermo scozzese e di corporatura inusualmente massiccia, anziché signorile, discreto ed efficiente come pensato dall’autore. Infatti Fleming, che pur aveva creato un individuo piuttosto simile su carta, parve inizialmente urtato dalle correzioni richieste per il cinema.

    Ma innegabilmente Sean Connery fece il successo del film, proprio grazie alla sua sprezzatura e cinismo nell’affrontare un mondo che improvvisamente allargava abitudini e confini. Nel clima globale furono introdotti anche altri elementi che successivamente sarebbero stati riconosciuti come prototipi di genere: thriller, eros (il memorabile bikini bianco), esotismo, lusso, cocktail, battute ad effetto e un villain megalomane e fumettoso. Con il terzo film, Missione Goldfinger, esplose la Bond Mania, con un prospetto sempre più riconoscibile di elementi ricorrenti, che sarebbero saltati codificati finanche da Umberto Eco: la donna, il cattivo, il sicario, il piano di dominio su vasta scala, l’auto super accessoriata, ecc. 007 non era più solo un personaggio cinematografico, era un mito popolare.

    Non era mai successo a quell’altro

    Mentre la fama cresceva, Sean Connery si stufava progressivamente del ruolo, con un certo assist dal fanatismo della folla: si racconta che durante le riprese del capitolo giapponese You Only Live Twice / Si vive solo due volte i paparazzi lo inseguissero persino in bagno. Nonostante l’arco narrativo del personaggio stesse raggiungendo l’apice con l’introduzione del cattivo dei cattivi, il mefistofelico Ernst Stavro Blofeld con gatto e cicatrice sull’occhio, Connery disse addio alla serie. 

    Broccoli & Saltzman allora presero una decisione drastica, cambiando il volto del protagonista. Assunsero George Lazenby, un modello australiano davvero impreparato, sconosciuto e mitomane, ma molto fisico e convinto, e gli affidarono il capitolo forse migliore dell’intera serie, On Her Majesty’s Secret Service / Al servizio segreto di sua maestà, in cui Bond abbandona il servizio segreto e finisce nuovamente sulle tracce di Blofeld, si sposa ma resta immediatamente vedovo per mano proprio del grande cattivo. Per la prima volta una certa componente tragica segnava le gesta incredibili di 007. Lazenby aveva la strada spianata al successo planetario, ma fu convinto dal suo agente a mollare il ruolo.

    Di nuovo senza star, la coppia di produttori cercò un nuovo sostituito, ma grazie a qualche promessa finanziaria da capogiro fu coinvolto nuovamente Sean Connery per fare un ultimo film. Diamonds Are Forever / Una cascata di diamanti è forse uno tra i peggiori film della serie, esagerato e scoordinato e senza più nessuna voglia del protagonista, che infatti chiuse dicendo «Mai più». Il lato positivo è che il pubblico si era abituato a veder cambiare il volto di James Bond, e non si faceva nemmeno più problemi ad accettarlo. Così entrò in scena Roger Moore.

    Tengo alta la bandiera inglese

    Dagli anni ’70 a metà anni ’80 fu in carica Roger Moore, un attore molto diverso dai precedenti, già noto al pubblico grazie a due serie televisive particolarmente popolari. Nei suoi 7 film totali James Bond è più elegante, simpatico e galante. Sono film esagerati, al confine con la parodia, con uno 007 spesso consapevole dell’assurdità di ciò che accade: eppure Roger Moore lo fa benissimo. Si va in India, in Egitto, sulla neve, al mare, sott’acqua, nelle capitali, si lancia dalle montagne, vola nello spazio. Benché con una forma totalmente differente dalla precedente, 007 si attesta come un’icona pop inscalfibile e genialmente versatile. Gli episodi più risusciti della sua carriera sono The Spy Who Loved Me / La spia che mi amava, e For Your Eyes Only / Solo per i tuoi occhi, diametralmente opposti e parimenti significativi della caratterizzazione di Roger Moore. 

    Ci furono tuttavia un paio di momenti difficili nella traiettoria del franchise. Nel 1975 uno dei due produttori, Harry Saltzman, si trovò praticamente in bancarotta, e scelse di fare un passo indietro cedendo il dominio produttivo interamente al partner Cubby Broccoli. Nel 1981 Roger Moore era già oltre i 50 anni, e cominciava a faticare con l’azione richiesta dal ruolo: nonostante qualche provino per rimpiazzo in corso, si convinse a indossare ancora lo smoking dopo aver saputo che Sean Connery (persuaso nuovamente da un cachet astronomico) stava per tornare nei panni di James Bond in una produzione parallela: si intitolava Never Say Never Again / Mai dire mai, ironizzando sul commento di anni prima.

    Lasciar entrare l’oscurità 

    A fine anni ’80 intervenne un nuovo attore, con un background teatrale e al di sotto dei radar: Timothy Dalton portò a 007 quello che non era mai stato tentato dai tempi di Ian Fleming, ovvero un killer a sangue freddo tormentato dalle conseguenze delle sue azioni, meno donnaiolo ma più cinico e focalizzato. I suoi unici 2 film sono piuttosto interessanti, ma anche distanti dal prototipo di James Bond amato dal pubblico e dalle famiglie, e il boxoffice è un poco in calo. Però sono perfettamente intonati all’epoca, con uno spettacolo più muscolare e tenebroso nello stile del cinema americano di fine anni ’80, in cui 007 si confronta con il disgelo dei blocchi e il regno dei narcotrafficanti. La sua carriera finì prima di un chimerico terzo episodio a causa di una crisi economica della casa madre.

    Un dinosauro misogino e sessista

    Che cosa ne è di James Bond dopo la fine della Guerra Fredda? La risposta fu in un silenzio lungo quasi 8 secondi mentre un uomo si gettava nel vuoto. Così cominciava GoldenEye, il primo film di Pierce Brosnan, che segnò una vera e propria rinascita dalle ceneri di 007. Al timone c’era ancora Cubby Broccoli, ma accompagnato dalla figlia Barbara Broccoli e dal figliastro Michel G. Wilson, progressivamente più centrali nella produzione. Brosnan invece era un sogno dal 1981, da quando aveva camminato per caso sul set per accompagnare la moglie che interpretava un piccolo ruolo da Bond Girl ai tempi di Roger Moore. L’attore era bello, carismatico, brillante, e in qualche modo teneva insieme la caratterizzazione di tutti i protagonisti precedenti: la fisicità di Connery, la sensibilità di Lazenby, la simpatia di Moore e la durezza di Dalton.

    Il suo James Bond affrontava le crisi di fine millennio: la disfatta dei blocchi, il globalismo, l’approvvigionamento di risorse energetiche, il controllo dei mass media e le minacce imprevedibili dell’informatica. E allo stesso tempo cambiava il tipo di prodotto, sempre più internazionale e di livello, con scene d’azione estreme, integrazione di effetti visivi ed effetti speciali all’avanguardia, brandi di lusso, cast multietnico e variegato, con il boss dei servizi segreti interpretato per la prima volta da una donna (la formidabile Judi Dench). Il primo film è migliore dei successivi, calanti per qualità fino al quasi fantascientifico Die Another Day / La morte può attendere, ma con un riscontro al boxoffice sempre talmente clamoroso da giustificarne gli azzardi. 

    Conosci il mio nome

    L’11 settembre 2001 cambiò tutto, anche nel cinema e nel modo in cui il mondo guardava agli eroi. Broccoli & Wilson, alle redini del franchise, optarono per l’azzeramento della storia di James Bond. Ricominciarono da un adattamento ufficiale e ben fatto del primo romanzo, che non era mai stato realizzato prima, e cercarono di ritrovare l’uomo prima dell’agente, ancora «strumento contundente» grezzo e impreparato che deve affrontare minacce non più tanto nette e prevedibili. Serviva un casting inedito, contro-tendenza, più freddo e brutale, e scelsero Daniel Craig. La stampa lo accolse malissimo, denunciandone tutte le incongruenze rispetto al canone stabilito da 40 anni sul grande schermo.

    Cambiarono idea quando uscì Casino Royale, omaggio ritrovato all’agente descritto da Ian Fleming e contemporaneamente cult istantaneo di 007 al cinema. L’azione per definire il personaggio, la colonna sonora ripartita dal nulla, le battute sarcastiche e disilluse, la ridefinizione della psicologia di Bond e il suo rapporto con superiori, subalterni, donne e cattivi segnarono un nuovo punto di partenza per un personaggio apparentemente esaurito. Daniel Craig portò avanti l’ingaggio per 5 film totali nell’arco di 15 anni, prestandosi sovente in prima persona alle scene d’azione più estreme, e ricavandone una serie di traumi più o meno gravosi che obbligarono la serie a prendersi tempi più distesi.

    Tutto parve contemporaneamente salito di livello: crebbe la qualità delle sceneggiature, lo sguardo registico, il tono generale, le colonne sonore, la caratura e le interpretazioni dei villain, i temi sulla bilancia. Per i 50 anni al cinema, Skyfall fu un nuovo picco per la serie, un episodio che scavò a fondo nell’identità di James Bond, illuminando luci e ombre della contemporaneità e il fantasma dell’invecchiamento che implicava il superamento di 007 come agente e, metaforicamente, come idea del mondo. Cominciarono anche le candidature (e le vittorie) all’Oscar, e la rigenerazione, un’altra volta, di James Bond come star mondiale, tra location spettacolari, action oltre il limite, aria di blockbuster ma anche temi di riflessione.

    James Bond tornerà

    L’ultimo film di Daniel Craig, No Time To Die, è stato funestato dai rinvii per via del lockdown da Covid-19. Arrivò in sala a pandemia semi-conclusa, e con un plot che riscriveva nuovamente le regole del franchise, con un finale rivoluzionario che narrava la morte di James Bond. Apparve come un sacrificio necessario, inevitabile, eppure significativo della fine di qualcosa. Dopo decenni a raccontare il presente come fenomeno di massa, riflettendo conflitti, minacce, risorse e tecnologia che si sono avvicendati sul planisfero globale, 007 finiva. Perché?

    Nel 2025 Barbara Broccoli e Michael Wilson hanno ceduto il controllo creativo sul franchise ad Amazon, che sin dall’inglobazione di MGM nel 2021 assediava periodicamente la proprietà di 007. Ci sarà un nuovo James Bond, sicuramente, come è sempre stato annunciato al termine del film precedente con il cartellino «James Bond will return», ma il mondo è cambiato, tra nuove crisi globali, pandemie, economie in crescita e nuove definizioni di nazionalismo post-democratiche. Amazon ha incaricato Amy Pascal e David Heyman per la produzione del nuovo episodio, Denis Villeneuve alla regia e Steven Knight alla sceneggiatura. Si rincorrono le voci su chi possa essere il nuovo James Bond, ma più che chi è interessante come: come racconterà il mondo che lo circonda.

    Per il mese di ottobre i film di James Bond sono disponibili su Prime Video gratuitamente.

    Edoardo Borghesio

    Capo-redattore