Tag: George Lucas

  • Recensione Stranger Things 5: Running Down That Hill

    Recensione Stranger Things 5: Running Down That Hill

    Si è conclusa dopo dieci anni la serie Stranger Things creata dai Duffer Brothers. Con l’uscita della quinta stagione scaglionata in tre volumi (usciti rispettivamente il 26 novembre 2025, il giorno di Natale 2025 e il primo giorno di gennaio 2026), Netflix ha dato l’addio ai ragazzini di Hawkins e alle loro avventure soprannaturali nel Sottosopra. Per la verità l’addio non è definitivo, in quanto sono già previsti ulteriori spin-off, ma questi ultimi otto episodi portano sicuramente a conclusione la saga di Eleven e dei suoi amici Mike, Will, Dustin, Lucas e tutti gli altri.

    Running Up That Hill

    La sfida finale della gang di Hawkins al perfido Vecna è il centro della quinta stagione, ma ovviamente le sottotrame si moltiplicano sia per riempire otto episodi e gestire una miriade infinita di personaggi, sia per chiudere le narrazioni (non proprio tutte) a fine serie. Non che la trama fosse importante per vendere un prodotto ormai attesissimo dai fan della prima e dell’ultima ora, forse anche esasperati dal grande lasso di tempo trascorso dall’ultima stagione. Nonostante l’intera storia si svolga nell’arco di sei anni, stavolta la crescita dei ragazzini protagonisti è molto evidente: Millie Bobby Brown, la protagonista dodicenne nella prima stagione, l’anno scorso è addirittura diventata moglie e madre. Volenti o nolenti, era giunta l’ora di chiudere, e di tanto in tanto pure gli attori sembrano impazienti di svincolarsi dai loro contratti.
    Come quasi tutti i finali di serie, pure la quinta stagione di Stranger Things non è sempre all’altezza delle aspettative, o almeno non lo è per i primi sette episodi. Ci sono tanti buchi di trama e troppi spiegoni: capita in continuazione che un personaggio afferri un qualsiasi oggetto della scenografia e lo usi per consegnare l’ennesima spiegazione di cosa si dovrà fare nel prossimo episodio. Ottimo sul manuale di sceneggiatura, eccessivamente farraginoso nella realizzazione.
    Inoltre, nonostante il climax finale imponesse una scala sempre maggiore, si recepisce nell’ultima stagione un problema di posta in gioco sempre troppo bassa, dovuta a varie ragioni. In primis alla frequente mancanza di coraggio nelle scelte che mandano avanti la trama, ma anche al fatto che ogni ostacolo venga puntualmente liquidato in maniera sbrigativa con sorprendenti colpi di fortuna, compresa anche l’attesa battaglia finale. Non da ultimo, viene meno in questi ultimi otto episodi la coesistenza tra dimensioni fantastica e scolastica dei ragazzini che aveva caratterizzato le stagioni precedenti, e sembra inevitabilmente che manchi qualcosa.

    We can be heroes / Just for one day

    Negli anni Settanta George Lucas creò Star Wars centrifugando insieme tutti i tropi e gli schemi tipici di fantascienza, avventura e fantasy, dalle dodici tappe del Viaggio dell’eroe ai diversi archetipi narrativi. Creò un modello di successo planetario, in grado di influenzare generazioni di sognatori a venire. I fratelli Duffer (e tutte le persone che insieme a loro hanno lavorato alla serie) hanno cercato di fare con Stranger Things la stessa cosa negli anni 2010-20, solo che non si sono basati tanto sul manuale di sceneggiatura (anche, ma non solo) quanto più sui modelli narrativi preesistenti, tra cui Star Wars. Il pro è che la serie è un (bellissimo) omaggio ai miti degli anni Ottanta, dal racconto di formazione alla Stephen King alla meraviglia di Spielberg, dall’horror di Wes Craven alla fantascienza di John Carpenter, senza dimenticare il gioco Dungeon and Dragons la cui popolarità è stata rinverdita dalla serie. In generale, Stranger Things ha il merito di aver lanciato un’incredibile ondata di retromania che ha travalicato i confini della serie.
    La quinta stagione contiene tanti grandi omaggi: da Jurassic Park con un rimando molto esplicito alla scena delle cucine con i raptor e i nipoti di John Hammond, a Indiana Jones 3 che nel finale viene citato esplicitamente, da Star Wars ad Alien fino a Terminator (dovunque ci siano dei soldati statunitensi c’è anche James Cameron, e infatti l’ufficiale in comando è Linda Hamilton aka Sarah Connor), e addirittura l’ispirazione si spinge in avanti fino a cult relativamente più recenti come Matrix e Inception. La playlist musicale poi contribuisce a rievocare la magia di un’epoca che oggi ci appare d’oro, con brani leggendari (forse un poco scontati) quali Upside Down di Diana Ross, Purple Rain di Prince, Mr. Sandman delle Chordette, Heroes di David Bowie e la fortunata Running Up That Hill di Kate Bush, già protagonista della quarta stagione e qui usata con l’interruttore.
    Il guaio di Stranger Things è che esistendo in un ecosistema postmoderno già saturo di citazionismo e in cui qualsiasi prodotto precedente è facilmente accessibile, la serie dei Duffer Brothers finisce per non possedere mai la carica dirompente di Star Wars che diventava modello tra i modelli. Un aspetto che il commiato della stagione lascia trasparire è quanto a volte queste icone siano idealizzate e forse deludenti, non sempre all’altezza del valore di cui emotivamente le infestiamo, ma il cuore sta tutto lì, anche nella loro imperfezione.

    It’s such a shame our friendship had to end / Purple rain, purple rain

    A parte lo straordinario piano sequenzache chiude il quarto episodio, i primi sette capitoli della quinta stagione sono di qualità altalenante, alternando dialoghi e interazioni brillanti (tutte le dinamiche che riguardano Steve sono imperdibili, ma anche l’inaspettato rapporto di confronto fra Robin e Will) a momenti meno efficaci (Nancy e Jonathan funzionano poco, Max perde troppo tempo con un nuovo personaggio, e la relazione tra Vecna e il Mind Flayer non viene spiegata fino in fondo). Finché non arriva l’episodio numero otto.
    L’ultimo capitolo, qualitativamente migliore dei precedenti sette, dura il doppio degli altri perché di fatto contiene due storie: lo scontro finale (forse troppo sbrigativo) e l’epilogo nostalgico (forse troppo lungo) ma ha le sue buone ragioni di gestirsi il tempo come crede. Avviandosi verso la conclusione della storia, comprendiamo che stiamo per dare l’addio a personaggi che ci hanno accompagnato per molto tempo, che in gran parte sono cresciuti insieme a noi, e del cui club di D&D un po’ abbiamo finito per fare parte.
    Ecco perché (SEMI-SPOILER) la chiusura è speculare all’inizio, con una partita di D&D che rievoca in miniatura la storia dei protagonisti e passa il testimone a qualcun altro. Tanto è stato seminato negli episodi venuti fin qui, tanto viene raccolto in chiusura. Il finale ci accompagna in maniera dolce amara in un addio che si rivela efficace: parla di nostalgia per dei tempi andati, di un trauma condivisoche solo chi ha vissuto può capire (e provarne nostalgia), e parla di scelte grandi o piccoleche la vita obbliga a fare, anche se non sempre sono la strada più sicura. Crescere e staccarsi dalle cose è necessario, e i Duffer Brothers ce lo ricordano, ma ci invitano comunque a sognare i nostri finali alternativi e a non sentirci in colpa per la nostalgia che proviamo. Forse non erano tempi migliori, ma eravamo comunque felici.

    Upside Down & Conformity Gate

    Dalla quarta stagione in poi, quasi tutte le messe in onda di nuovi episodi di Stranger Things hanno provocato temporanei crashdi Netflix a causa della grande quantità di utenti connessi. L’ultimo è quello del 7-8 gennaio 2026, una settimana dopo l’uscita dell’ultimo episodio. Secondo una teoria nata online e chiamata Comformity Gate, infatti, in tale data sarebbe dovuto uscire il vero finale di serie, mentre l’ottava puntata sarebbe stata un inganno di Vecna ai danni degli spettatori. Gli indizi sarebbero stati sparsi lungo il corso della quinta stagione e fomentati dalla piattaforma stessa, ma alla fine non è uscito alcun episodio extra. Questo piccolo grande evento ha dimostrato, come se non fosse già chiaro, la portata culturale di Stranger Thing se il fascino che ha portato il pubblico a crearsi da solo dei nuovi finali. Che fatica accettare la fine di qualcosa.
    «Dopo tutto questo tempo, ho scoperto che non serviva la musica per tenermi in vita. Mi bastava sentire la tua mano che stringeva la mia»
    Forse non era la musica degli anni Ottanta a tenerci incollati alla serie, ma qualcuno che ci tenesse per mano.

    Edoardo borghesio

  • Summertime sadness – Quattro film da recuperare in estate

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Dalla gen Z ai classici, quattro film nostalgici da recuperare durante le lunghe serate estive.

    Gasoline Rainbow, Bill Ross, Turner Ross (2024)

    Se la vostra estate ideale è quella vissuta alla giornata, senza aspettative né programmi, Gasoline Rainbow dei Ross Brothers potrebbe fare al caso vostro. Appena finito il liceo Makai (Makai Garza), Micah (Micah Bunch), Nathaly (Nathaly Garcia), Nichole (Nichole Dukes) e Tony (Tony Abuerto) partono da una cittadina sperduta nell’Oregon con l’unico proposito di guidare fino alla costa del Pacifico, a cinquecento miglia da casa. Una serie di incontri imprevisti trasforma la loro bravata giovanile in una vera e propria odissea. Nonostante la premessa non esattamente originale, questo film non è del tutto il coming of age che ci si aspetta. La struttura è frammentata, quasi inesistente: dopotutto i protagonisti si affacciano alla vita adulta per la prima volta e non è realistico che le illuminazioni sul proprio futuro arrivino in fretta. Si procede per tentativi e conversazioni che non sempre hanno un’utilità chiara, se non quella di intrattenere, godersi il momento. Gasoline Rainbow è una produzione indipendente sostenuta da MUBI, con un cast interamente non professionista; incarna tutte le caratteristiche del genere, ma lo fa con un linguaggio e un’estetica molto più contemporanei di quello a cui i teen movie, che solitamente guardano indietro di almeno un decennio, ci avevano abituati.

    Pride, Matthew Warchus (2014)

    Vincitore della Queer Palm a Cannes nel 2014, Pride di Matthew Warchus racconta la storia vera del movimento LGSM: Lesbians and Gays Support the Miners. L’idea fu di Mark Ashton (Ben Schnetzer), membro del partito comunista giovanile di Londra. Siamo nell’estate del 1984, durante il lungo sciopero con il quale i minatori britannici contestarono la chiusura delle attività imposta da Margaret Thatcher. Ashton decide di raccogliere fondi per sostenere l’Unione dei minatori come atto di solidarietà tra due comunità ugualmente oppresse, ma ottiene il supporto di solo sei compagne e compagni. Nello scetticismo generale, il gruppo si procura un pulmino sgangherato e parte alla volta di Onllwyn, Galles. Nonostante la gravità degli argomenti trattati il film mantiene un tono leggero e scanzonato, tra scandali sulla stampa locale e concerti da organizzare, sostenuto da una colonna sonora di tutto rispetto. Un feel good movie a tutti gli effetti per chi vuole recuperare un po’ di fiducia negli effetti concreti della solidarietà e dell’attivismo. Menzione doverosa a Andrew Scott nei panni dell’attivista gallese Gethin Roberts.

    Licorice pizza, Paul Thomas Anderson (2021) 

    Un film che in realtà non ha bisogno di presentazioni dopo il meritato successo che ha avuto. Paul Thomas Anderson trasporta e immerge il suo pubblico nella California degli anni Settanta, con una storia tanto semplice quanto ben scritta: quella dell’improbabile amicizia tra Gary Valentine (Cooper Hoffman), un’adolescente dallo spiccato spirito imprenditoriale, e Alana Kane (Alana Haim) venticinquenne cronicamente insoddisfatta della propria vita. La performance di Alana Haim, che qui era al suo esordio sul grande schermo, è particolarmente degna di nota per la complessità di emozioni che riesce a trasmettere. Anche grazie a lei Licorice Pizza è un film denso di azione ma che non risulta essere mai frenetico, permettendo allo spettatore di cogliere a pieno ogni tappa delle peripezie dei protagonisti.  Anche lo sfondo è curato nei minimi dettagli, dalla musica al contesto storico, con eventi come la crisi del gas che, pur non passando mai in primo piano, oscurano la leggerezza dell’atmosfera quel tanto che basta a darle spessore e realismo.

    Dazed and confused, Richard Linklater (1993) 

    In Italia era uscito con il titolo La vita è un sogno. L’ambientazione è Austin, Texas, e l’intero film copre una sola giornata, l’ultimo giorno di scuola del 1976. Linklater riprende l’atmosfera e le tematiche di un altro cult del genere, American Graffiti (G.Lucas, 1973).  Si tratta infatti di un racconto corale, punteggiato di molti cliché del teen movie: uno degli archi narrativi principali è quello che segue Randall Floyd (Jason London), la star della squadra di football, in conflitto con il coach, che decide di offrire la sua protezione a Mitch (Wiley Wiggins), una delle matricole vittima di bullismo. Tutto accade dentro al microcosmo formato dai compagni di scuola, in un lunghissimo presente che non lascia spazio ad altro e rende estremamente drammatico -quindi estremamente divertente per lo spettatore- ogni incontro e ogni dialogo.

    Dazed and confused, oltre che un’ottima descrizione dello stato in cui amano trovarsi alcuni dei protagonisti, è una canzone dei Led Zeppelin, e qui la colonna sonora fa metà del lavoro. Lo scriviamo senza voler togliere nulla alla bravura del regista e del cast, nel quale troviamo anche Ben Affleck nei panni di uno dei bulli della scuola, Milla Jovovich e Matthew McConaughey.

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    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • La fortezza nascosta – Uno sguardo sul jidaigeki che ispirò George Lucas

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    Kurosawa: tra difficoltà produttive e l’eredità del suo cinema

    Akira Kurosawa è una figura di assoluto rilievo nella storia del cinema mondiale, la cui eredità può essere considerata pari a quella dei più grandi maestri di numerose cinematografie nazionali, dal nostro Federico Fellini allo svedese Ingmar Bergman. Tuttavia, nonostante abbia realizzato infiniti capolavori, la sua filmografia è caratterizzata da un andamento altalenante, a causa di diversi fattori. Tra questi emergono le difficoltà produttive: sono note, infatti, le lotte di Kurosawa con i produttori, che spesso hanno tentato di limitare la visione creativa del regista per contenere il budget. Inoltre, il gradimento nei confronti delle sue opere è stato caratterizzato da una certa discontinuità nel corso del tempo, influenzato in parte, ma non solo, dalle vicissitudini produttive precedentemente menzionate.

    Il caso di Rashomon è emblematico: quando uscì nelle sale giapponesi nel 1950 riscosse poco successo; tuttavia, a insaputa del regista stesso, il film venne presentato in concorso l’anno successivo alla Mostra del Cinema di Venezia vincendo il Leone d’Oro e successivamente l’Oscar per il Miglior film straniero.

    Un altro esempio è il film più celebre di Kurosawa, I sette samurai, presentato alla 15ª edizione della mostra veneziana, che vinse il Leone d’Argento, nonostante quella proiettata fosse una versione che aveva subito pesanti tagli. Sono dovuti passare oltre 30 anni affinché venisse distribuita la versione integrale di 207 minuti, voluta dal regista stesso, l’unica versione che rende giustizia a questa monumentale opera.

    È ben noto, inoltre, che i film di Kurosawa abbiano ispirato una vasta gamma di omaggi e remake, alcuni dei quali meno leciti di altri, come nel caso di Per un pugno di dollari, che si rivelò essere un vero e proprio plagio del film del 1961 La sfida del samurai.

    Il punto in questione riguarda la continua sfida affrontata da questo cineasta nella realizzazione di ogni film, e la possibilità di garantire al pubblico l’autentica visione dell’autore. Una lotta che ha avuto sia esiti positivi che negativi. Ricordiamo l’adattamento de L’idiota di Dostoevskij, che originariamente durava 4 ore e 30 minuti, ma venne rimontato in una versione di sole 2 ore e 45 minuti, l’unica esistente.

    Più di un’ispirazione: uno spettacolo umanista e stratificato

    Con La fortezza nascosta, invece, ci troviamo di fronte a un caso ancora diverso. Il film ha il merito di aver ispirato la realizzazione del primo capitolo della saga di Star Wars, influenza che il regista George Lucas stesso ha dichiarato. Anche se è innegabile che La fortezza nascosta non possa competere in termini di notorietà con il cult del 1977, sarebbe ingiusto ridurlo semplicemente a una fonte di ispirazione. In realtà, esso rappresenta un ulteriore esempio del genio cinematografico di Akira Kurosawa.

    Ambientato nel Giappone feudale, il film racconta la storia di due contadini (Minoru Chiaki e Kamatari Fujiwara) che, mossi dall’avidità, entrano in una brutale guerra civile per cercare di arricchirsi con le armi. Successivamente, vengono assoldati da Rokurota Makabe (Toshiro Mifune), generale del feudo di Akizuki, per riportare la principessa Yuki (Misa Uehara) e l’oro che le appartiene nella sua regione, cercando di sfuggire al crudele clan Yamana.

    La peculiarità principale del film risiede in una sorta di doppia linea narrativa che Kurosawa adotta. Lo spettatore si trova quindi ad assistere alla vicenda dal punto di vista dei contadini, i quali, pur accettando di aiutare Makabe nell’impresa, vengono spesso tentati dall’opportunità di entrare in possesso della ricchezza che trasportano, talvolta allontanandosi dal convoglio. Questa scelta permette a Kurosawa di approfondire ulteriormente la vicenda, mostrando il contesto della guerra non solo attraverso le sue implicazioni sulla vicenda principale, ma anche attraverso gli effetti che ha sui personaggi estranei.

    Questa struttura narrativa è uno degli elementi che Lucas ha deciso di riprendere nel suo film. Infatti, proprio come in Star Wars, anche qui la storia si apre con i due contadini – destinati a diventare C-3PO e R2-D2 – che, dopo essersi salvati dalla battaglia, si separano affamati in una zona desertica, per ritrovarsi poco dopo in un campo di prigionia. Le pellicole condividono anche l’ambientazione bellica, in cui  una fazione sanguinaria sembra prevalere sull’altra, mentre la principessa svolge un ruolo cruciale per la risoluzione del conflitto.

    Il film presenta quindi quattro protagonisti distinti: i due contadini, il generale Makabe e la principessa Yuki, ognuno con la propria caratterizzazione e significato simbolico all’interno dello scenario bellico.

    I contadini Tahei e Matakashi, costituiscono il vero elemento di novità nella filmografia di Kurosawa. Subdoli e truffaldini, hanno dei tratti comici che alleggeriscono e arricchiscono il film senza mai risultare inappropriati. Il loro percorso non è mai sminuito dal regista, che li rende ridicoli nel carattere ma non nella loro condizione, la quale viene anzi accentuata dalla guerra in cui si ritrovano, costretti per un periodo a lavorare come schiavi. Tuttavia, l’occhio umanista di Kurosawa si posa anche su tutte le vittime della guerra, compreso chi sembra ricoprire ruoli di potere.

    La principessa Yuki, invece, si ritrova a dover gestire una grande responsabilità a soli sedici anni, ancor prima di aver potuto conoscere il mondo. Proprio per questo il suo temperamento testardo sembra poter rappresentare un problema per la missione, ma dimostra una straordinaria capacità di adattamento e una curiosità che la porta a confrontarsi direttamente con gli orrori della guerra, sviluppando così una profonda sensibilità verso la popolazione che un giorno dovrà governare.

    La maturità della ragazza è evidente sin dall’inizio, quando rimprovera duramente Makabe per la sua mancanza di compassione nei confronti della sorella, la quale si è sacrificata fingendosi la principessa Yuki, consentendo ai protagonisti di organizzare la loro fuga. La quantità di personaggi così ben caratterizzati, a cui si aggiungono le vicende che coinvolgono personaggi secondari, permette a Kurosawa di restituire allo spettatore un affresco umano ricco e complesso. L’interesse per l’uomo non è certo una novità per chi conosce il regista, ma è un tema che qui trova una declinazione più ampia.

    D’altra parte, Kurosawa è riconosciuto e apprezzato anche per lo spettacolo offerto dalle sue opere, e La fortezza nascosta mantiene le aspettative. L’atmosfera epica evocata da alcune sequenze ribadisce il talento e la maestria del regista nell’utilizzo delle tecniche cinematografiche, spesso combinate con elementi narrativi per garantire un coinvolgimento massimo dello spettatore. Nella prima parte del film, assistiamo alla rivolta dei prigionieri, i quali, attaccando di notte, mettono a ferro e fuoco il forte dove sono rinchiusi, in una complicatissima sequenza che coinvolge centinaia di comparse perfettamente orchestrate che seminano il caos. Altrettanto complesso, ma in modo del tutto diverso, è il duello con le lance tra Makabe e il generale Tadokoro. Una sequenza di circa 8 minuti, intensa e meticolosamente diretta, che conferma Kurosawa come pioniere del cinema d’azione.

    Il film si rivela così una vigorosa opera di avventura, che offre una riflessione umanista estremamente raffinata. Kurosawa bilancia abilmente la comicità grottesca dei contadini con inquadrature evocative che sottolineano la drammaticità del racconto, in un film che trionfa sia nelle sue ambizioni epiche che comiche e picaresche.

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    Riccardo Fincato,
    Redattore.
  • Cannes 2024 – La selezione ufficiale

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    Giovedì 11 aprile sono stati comunicati i titoli cinematografici della prossima edizione del Festival di Cannes, che si terrà dal 14 al 25 maggio 2024

    Hanno presieduto la conferenza stampa la Presidente del Festival Iris Knobloch e il Direttore Generale Thierry Frémaux, che per prima notizia hanno annunciato la partecipazione di Camille Cottin in qualità di madrina della 77esima edizione del Festival. La presidente di giuria sarà per la prima volta una regista statunitense, Greta Gerwig, autrice di punta del 2023 per Barbie

    A chiudere la kermesse ci sarà anche quest’anno una star di Hollywood, George Lucas, che durante la serata conclusiva del 25 maggio riceverà la Palma d’Oro onoraria. Il padre di Star Wars e Indiana Jones verrà insignito del premio alla carriera in una cerimonia che lo celebra per “aver costruito un impero di Hollywood attraverso i nove episodi della saga, quattro dei quali diretti da lui e per essere stato uno dei pionieri dell’industria degli effetti speciali”. 

    George Lucas non è l’unico grande nome hollywoodiano presente a quest’edizione, che ospiterà anche George Miller, Kevin Costner e Francis Ford Coppola. Miller presenta fuori concorso sabato 19 maggio lo spin-off dall’universo di Mad Max, Furiosa con Anya Taylor-Joy e Chris Hemswort sul red carpet. Invece Kevin Costner introdurrà a Cannes, sempre fuori concorso, la prima parte della sua nuova colossale epopea western, intitolata Horizon: An American Saga.

    Il visionario Francis Ford Coppola porterà in esclusiva al Festival di Cannes la sua nuova titanica impresa, Megalopolis. Negli ultimi giorni, il regista de Il Padrino è stato al centro di un rimbalzo di notizie proprio intorno alla distribuzione di questo kolossal ambientato in una New York del futuro, che è ritenuto un rischio d’impresa per diverse major hollywoodiane. Coppola ha prodotto autonomamente la pellicola versando personalmente 120 milioni di dollari di budget, e Thierry Frémaux è riuscito ad accaparrarselo dopo settimane di trattative. 

    Tornano in concorso anche molti autori autori del panorama cinematografico mondiale: David Cronenberg presenta The Shrouds, Yorgos Lanthimos dopo il successo di Povere Creature! lavora di nuovo insieme ad Emma Stone in Kinds of Kindness, e il sempreverde  critico-sceneggiatore-regista Paul Schrader porta la sua ultima fatica Oh Canada nella sezione principale. L’Italia partecipa quest’anno con un solo titolo, Parthenope di Paolo Sorrentino, dedicato alla sua Napoli; ci sarà anche un omaggio a Mastroianni nel film in gara Marcello Mio di Christophe Honore. 

    Ecco la selezione completa del Festival di Cannes 2024. 

    Film d’apertura

    Le Deuxième Acte (Second Act) di Quentin Dupieux

     

    In concorso

    Megalopolis di Francis Ford Coppola

    The Apprentice di Ali Abbasi

    Motel Destino di Karim Ainouz

    Bird di Andrea Arnold

    Emilia Perez di Jacques Audiard

    Anora di Sean Baker

    The Shrouds di David Cronenberg

    The Substance di Coralie Fargeat

    Grand Tour di Miguel Gomes

    Marcello Mio di Christophe Honore

    Caught by the Tides (Feng Liu Yi Dai) di Jia Zhang-Ke

    All We Imagine as Light di Payal Kapadia

    Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos

    L’Amour Ouf di Gilles Lellouche

    Wild Diamond di Agathe Riedinger

    Oh Canada di Paul Schrader

    Limonov: The Ballad di Kirill Serebrennikov

    Parthenope di Paolo Sorrentino

    The Girl With the Needle di Magnus von Horn

     

    Fuori concorso

    Furiosa: A Mad Max Saga di George Miller

    Horizon, an American Saga di Kevin Costner (serie)

    She’s Got No Name di Chan Peter Ho-Sun

    Rumours di Evan Johnson, Galen Johnson, Guy Maddin

     

    Un certain regard

    Norah di Tawfik Alzaidi

    The Shameless di Konstantin Bojanov

    Le Royaume di Julien Colonna

    Vingt Dieux! di Louise Courvoisier

    Who Let the Dog Bite? di (Le Proces du Chien) Laetitia Dosch

    Black Dog (Gou Zhen) di Guan Hu

    The Village Next to Paradise di Mo Harawe

    September Says di Ariane Labed

    L’Histoire de Souleymane di Boris Lojkine

    The Damned (Les Damnes) di Roberto Minervini

    On Becoming a Guinea Fowl di Rungano Nyoni

    My Sunshine (Boku No Ohisama) di Hiroshi Okuyama

    Santosh di Sandhya Suri

    Viet and Nam di Truong Minh Quy

    Armand di Halfdan Ullman Tondel

     

    Première

    Misericorde di Alain Guiraudie

    C’est Pas Moi di Leos Carax

    Everybody Loves Touda di Nabil Ayouch

    En Fanfare (The Matching Bang) di Emmanuel Courcol

    Rendez-Vous Avec Pol Pot di Rithy Panh

    Le Roman de Jim di Arnaud Larrieu e Jean-Marie Larrieu

     

    Midnight Screening

    Twilight of the Warrior Walled In di Soi Cheang

    I, the Executioner di Seung Wan Ryoo

    The Surfer di Lorcan Finnegan

    The Balconettes (Les Femmes au Balcon) di Noemie Merlant

     

    Special Screening

    La Belle de Gaza di Yolande Zauberman

    Apprendre di Claire Simon

    L’Invasion di Sergei Loznitsa

    Ernest Cole, Lost and Found di Raoul Peck

    Le Fil di Daniel Auteuil

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    Edoardo Borghesio,
    Redattore.
  • RECENSIONE STAR WARS: ANDOR – UNA FELICISSIMA ECCEZIONE

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    Nonostante l’idea circolasse già ai tempi di Rogue One (2016), lo spin-off Andor è solo la quarta serie in live-action ambientata nell’universo di Star Wars. Ci è voluto il successo quasi inaspettato di The Mandalorian a far trasmigrare l’universo di Star Wars dal cinema alla televisione, e dare un’ulteriore spinta al progetto di una serie televisiva sul ribelle interpretato da Diego Luna.

    Al netto di alcuni difetti strutturali – una certa dipendenza dal fanservice e una pletora di personaggi più carismatici che ben scritti –, a suo tempo The Mandalorian ha avuto il merito, enorme, di impostare una rotta quantomeno innovativa per il franchise. La prima stagione, una boccata d’aria fresca per il franchise, ampliò le possibilità espressive di questa saga pluridecennale e sembrò suggerire una nuova via, allo stesso tempo innovativa e coerente con il percorso tracciato fino a quel momento. Andor, in una certa misura, vorrebbe ripetere il miracolo: impostare a sua volta una nuova rotta, cambiare le carte in tavola.

    LA BALLATA DI CASSIAN ANDOR

    Andor può lasciare spiazzati, almeno all’inizio: l’azione e l’avventura tipiche di Star Wars vengono centellinate in una storia lenta e verbosa, che si prende molto tempo per presentare la sua ambientazione e i personaggi. Nomi, concetti, frammenti di caratterizzazioni e di worldbuilding vengono distribuiti in lunghi e fitti dialoghi che costruiscono pian piano un microcosmo complesso e stratificato. Gli avvenimenti di questa galassia lontana lontana non accadono per artifici narrativi, niente succede perché “deve andare così”: la storia (anche con la S maiuscola) è una fittissima rete di cause ed effetti in cui anche le decisioni più piccole diventano, in retrospettiva, tasselli fondamentali di un mosaico più grande.

    Star Wars: Andor è la storia di una progressiva presa di coscienza, di un lento risveglio collettivo di una popolazione stretta nella morsa dell’Impero. Questo risveglio avviene grazie al ladro e fuorilegge Cassian Andor, prima catalizzatore, poi testimone e infine agente della scintilla di ribellione che anima le persone comuni. Il personaggio di Andor, per la maggior parte del tempo, non è diretto artefice della propria sorte: il rifiuto della chiamata, una delle tappe fondamentali dello schematico viaggio dell’eroe individuato da Joseph Campbell, nella prima stagione di Andor diventa caratterizzazione principale di un antieroe che fugge da tutto e tutti, rifiuta ogni responsabilità e cambia idea solo quando costretto dal brusco risveglio alla realtà sotto la tirannia.

    Questo completo e consapevole distacco dalla matrice monomitica di Campbell – scheletro e tessuto, ricordiamolo, del primo film di George Lucas – è uno degli spostamenti di senso principali della narrazione di Andor, che la distacca con piena coscienza da tutto il resto della saga. La Ribellione non è affidata a un singolo eroe senza macchia, prescelto dal destino, che salva la galassia armato di spada laser: ma trova terreno fertile nel senso di comunità, nell’unione di poveracci e miserabili contro un nemico più grande che li opprime. Non c’è “un” protagonista in Andor: protagonista è la lotta contro la tirannia fascistoide di un Impero mai così verosimile – e quindi spaventoso – nella sua umana mediocrità. Non è una fiaba spaziale con droidi e stregoni, non ci sono buoni o cattivi: ci sono oppressi e oppressori, e tutte le possibili gradazioni di grigio in mezzo.

    IL MANIFESTO DEL NUOVO STAR WARS? FORSE NO (MA NON IMPORTA)

    L’ultima produzione live-action di Star Wars è estremamente convinta dei propri mezzi, minuziosa nel lavoro di costruzione dei personaggi e della storia. La sua enorme impalcatura non sempre regge quanto vorrebbe: talvolta sembra arrancare sotto il peso della propria complessità e delle numerosissime sottotrame. Richiede pure una grandissima attenzione allo spettatore contemporaneo, sempre più impigrito da narrazioni superficiali in cui trama e personaggi vengono serviti senza sforzo su un piatto d’argento.

    Non sorprende che in veste di showrunner, sceneggiatore e regista di molti episodi ci sia Tony Gilroy, co-sceneggiatore principale della saga cinematografica di Jason Bourne e già regista di Michael Clayton: il suo lungo rodaggio nel genere spy-thriller gli ha permesso di dosare in egual misura thriller, racconto di guerra, spionaggio e suspense, e di nascondere efficacemente la spada di Damocle che pende sulla testa del suo protagonista, di cui conosciamo la sorte già dal 2016.

    Andor non è un prodotto riuscito in ogni sua parte, ma è la serie di Star Wars più complessa e coraggiosa, la più consapevolmente politica e la migliore finora. È un peccato, quindi, che difficilmente traccerà una nuova via per un franchise che, negli ultimi anni, ha preferito ricorrere sempre più spesso al fanservice e alle idee riscaldate. Troppo complessa da produrre e da fruire, Andor potrebbe rappresentare solo un’eccezione a questa regola e non un nuovo spiraglio di maggiore creatività per le future produzioni: nonostante ciò, questo spin-off è una tappa imperdibile per i fan della saga, ma pure una scelta consigliata a chi l’ha sempre vista come prodotto esclusivamente infantile, e potrebbe cominciare a ricredersi da qui.

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI, EP. 1 – 2 – UN INIZIO PROMETTENTE

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    – Allerta spoiler –

    Venerdì 27 maggio sono usciti su Disney+ i primi due episodi di una delle serie tv più attese appartenenti al franchise di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. Lo spin-off dedicato a uno dei personaggi più amati del cinema di fantascienza era stato annunciato con un trailer affascinante in cui un Ewan McGregor decisamente più maturo torna a vestire i panni dell’eroe Jedi come se non li avesse mai abbandonati davvero. Le prime due puntate della serie sono a dir poco intriganti, e in questa sede abbiamo deciso di fare una breve analisi includendo anche qualche previsione riguardo l’evoluzione della storia narrata.

    LO SPLENDIDO RECAP INIZIALE

    La prima puntata di Obi-Wan Kenobi si apre con una sequenza che riesce perfettamente a farci tornare nell’universo fantascientifico creato da George Lucas. Infatti, le vicende narrate nella serie si svolgono a metà tra La Vendetta dei Sith (episodio 3) e Una Nuova Speranza (episodio 4), perciò sembrava necessario dover fare un “riassunto” delle vicende precedenti che si svolgono nella trilogia prequel, e che hanno condotto Obi-Wan dove si trova adesso. La sequenza è a dir poco meravigliosa, e siamo sicuri farà scendere più di una lacrima a tutti i fan della saga. Ci viene presentato l’Obi-Wan della trilogia prequel, che addestra il giovane Anakin Skywalker fino a che, quando quest’ultimo cede al lato oscuro, si ritrova a doverlo affrontare in duello, arrivando a ferire mortalmente il giovane allievo. Grazie a questo recap si ribadisce il forte legame con i film della saga, tanto che la serie stessa si inserisce in una dimensione più “cinematografica” rispetto agli altri prodotti seriali ambientati nell’universo di Star Wars.

    La vicenda raccontata nella serie si colloca quindi prima del momento in cui Leia chiede aiuto al vecchio Kenobi in Una Nuova Speranza, con l’intenzione di esplorare vicende mai mostrate prima ma che suscitano subito curiosità, soprattutto per quanto riguarda i legami tra i personaggi.

    I PERSONAGGI DELLA SERIE

    Nei primi due episodi, sono tre i personaggi più interessanti: Obi-Wan, la piccola Leia e l’inquisitrice Reva; la loro scrittura sembra piuttosto buona, così come i loro movimenti lungo le vicende che muovono la trama. Obi-Wan ci viene mostrato stanco, disilluso, come se avesse smesso di credere nei valori che rappresenta, pieno di conflitti interiori ed estremamente solitario. Un punto decisamente a favore di questo show risiede nella scelta di portare sullo schermo un personaggio molto amato, cercando di esplorare le crisi che vive dentro di sé: Obi-Wan è, infatti, combattuto tra il profondo affetto che prova per i fratelli Skywalker e il senso di colpa per aver fallito nell’addestramento del giovane Anakin. Menzione d’onore per Ewan McGregor, che torna perfettamente nei panni del nostro Jedi preferito, riconfermando, ancora una volta, come questo ruolo gli calzi a pennello.

    L’evento principale che muove la trama, per ora davvero intrigante, è il rapimento della piccola Leia dalla sua famiglia adottiva, e la ricerca di aiuto avanzata da Bail Organa proprio nei confronti di Obi-Wan. Il personaggio di Leia è forse il migliore della serie, sia per la sua caratterizzazione ben definita sia per la bravura della giovanissima attrice. Già da ragazzina, la principessa dimostra il coraggio e l’astuzia che la caratterizzeranno da adulta e che hanno conquistato il cuore di tutti i fan del franchise. Ancora più interessante è poi il rapporto che si inizia a costruire tra Leia e Obi-Wan, inizialmente conflittuale, e che incuriosisce lo spettatore portandolo a chiedersi come evolverà.

    Infine, il personaggio dell’Inquisitrice Reva, quella che sembra un po’ il villain della serie, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: è perfida, dà la caccia ai Jedi quasi come fosse una questione personale, ma rischierà di trasformarsi in una macchietta se la sua gestione non sarà accurata e attenta. Speriamo sinceramente che ciò non accada, dato che un buon villain è fondamentale per un prodotto di questo tipo, e tra gli Inquisitori che ci vengono mostrati lei sembra il più promettente.

    PUNTI DEBOLI E TEORIE

    Va detto che nella serie non manca qualche difetto, come una gestione dei tempi e una regia non sempre perfette e alcuni effetti visivi non proprio al top. In particolare le scene d’azione e gli inseguimenti, a volte, appaiono confusionari e con un montaggio un po’ zoppicante. Il prodotto è comunque decisamente valido, e speriamo che possa migliorare anche in questi piccoli difetti, poiché le aspettative sono tante e le teorie – tra cui una riguardante un duello tra Obi-Wan e Anakin (già divenuto Darth Vader) – non fanno che accrescere la curiosità nei confronti della serie.

    Per ora non possiamo far altro che aspettare i prossimi sviluppi, sperando che gli autori possano aggiustare leggermente il tiro regalandoci una delle migliori storie dell’universo di Star Wars.

    Vi ricordiamo che Obi-Wan Kenobi uscirà ogni mercoledì, un episodio a settimana.

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  • STAR WARS – COME LE AMBIENTAZIONI COSTRUISCONO UNA SAGA

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    “Non troverai mai un covo di feccia e malvagità peggiore di questo” 

    Per riassumere l’enorme successo di Guerre Stellari basterebbe citare la sequenza sullo spazioporto di Mos Eisley che apre il secondo atto del film: la panoramica sullo spazioporto accompagnata dalla battuta di Ben Kenobi; le strade della città in cui si ha un primo accenno ai poteri della Forza; la cantina abitata dalla variopinta folla di umani e alieni che la abitano, ognuno con il proprio look distintivo.

    Della semplicità archetipica del plot di Guerre Stellari si è sempre parlato, ma il film e la saga che ne è scaturita sono irrimediabilmente sinonimo delle loro ambientazioni; dei mondi visitati dai protagonisti, ma anche degli ambienti e delle comparse che da sempre suggeriscono l’idea di un universo molto più grande rispetto alle singole storie degli Skywalker. D’altronde, la semplice universalità della storia da sola non basta per spiegare la presa che il film ha avuto sul pubblico e, soprattutto, l’immensa quantità di storie derivate.

    UNA GALASSIA ANTICA: SCENARI FONDATIVI NELLA TRILOGIA ORIGINALE

    Tutto ha origine, come sempre, dai bozzetti preparatori per visualizzare le prime idee, il feeling della storia; i bozzetti a opera di Ralph McQuarrie, i veicoli disegnati da Colin Cantwell -già dietro gli effetti visivi di un altro film di fantascienza di discreto successo chiamato 2001: Odissea nello spazio– e costumi di John Mollo (di cui abbiamo parlato QUI) restituiscono l’idea generale di un “used future”, di un futuro vecchio e usato; di un parziale progresso tecnologico rispetto al nostro mondo reale, ma segnato dal tempo e dalle disavventure del passato e intriso di mito e Storia.

    Il segreto del successo di Star Wars è già tutto qui: una galassia nuova e vecchia, vissuta di tante storie raccontate e ancora da raccontare, che sembri davvero viva come il nostro mondo; grazie anche all’apporto della divisione della Lucasfilm Industrial Light and Magic, responsabile degli effetti speciali.

    A questo contribuisce anche la ricerca di location per le riprese in esterni: dai panorami desertici della Tunisia ai resti archeologici Maya al ghiacciai norvegesi, la galassia della trilogia originale è innovativa ma dalle connotazioni familiari. Questa estrema varietà di ambienti rende l’idea di una galassia viva, molto più di qualsiasi saga di fantascienza coeva: franchise di fantascienza altrettanto popolari come Star Trek oppure Doctor Who peccano in questo senso, restituendo allo spettatore immagini di pianeti alieni realizzate con grande ingegno e altrettanta scarsità di risorse.

    Paragonare l’enorme budget impiegato per Guerre Stellari ai limitati mezzi di queste classiche serie fantascientifiche è forse ingiusto, ma salta all’occhio la maestosità delle sue ambientazioni e la dimensione larger than life della galassia lontana lontana.

    SPACE OPERA PATINATA: LA GALASSIA DIGITALE DELLA TRILOGIA PREQUEL

    L’idea alla base della trilogia prequel cominciata con La minaccia fantasma nel 1999 era una che George Lucas si portava dietro già da parecchi anni: mostrare la fine di quel mitico passato appena accennato nel primo Guerre stellari, il tramonto dell’età degli eroi e la caduta del padre di Luke Skywalker, Anakin, e la sua conversione al lato oscuro.

    È l’idea di rivisitare la fine di “quell’ età dell’oro”, assieme allo sviluppo degli effetti speciali e della CGI – nonché il budget maggiore – a convincere George Lucas a confezionare un apparato visivo più curato e meno “used”. I set fisici e le riprese dal vivo (tra cui di nuovo i set in Tunisia per Tatooine, la reggia di Caserta per gli interni su Naboo e un Etna in piena eruzione per il background di alcune inquadrature di Episodio III) non mancano, ma la parte  del leone la fanno le ambientazioni ricreate su sfondi in blue screen (si contano più di 800 personaggi e 50 ambientazioni ricreate in CGI).

    E se molta di questa creatività appare oggi invecchiata male per il predominio di VFX e immagini create in CGI -alcune inquadrature tradiscono una prospettiva fasulla perché ricreata a posteriori-, è comunque innegabile la creatività impiegata nel dipingere mondi sempre diversi e sempre nuovi.

    E l’operazione compiuta da George Lucas con la trilogia prequel è in parte paragonabile ai risultati (di maggior successo) raggiunti da James Cameron e il suo team con Avatar: la creazione di un intero universo digitale, che alzasse lo standard produttivo di ciò che era possibile creare quasi da zero con la sola CGI. Dal punto di vista puramente artistico la resa può essere discutibile; ma questo tipo ha plasmato buona parte dell’immaginario visivo dei blockbuster odierni.

    VECCHI MONDI, NUOVO PUBBLICO: LA SENSIBILITÀ VISIVA AGGIORNATA DELLA TRILOGIA SEQUEL

    Riprendere la saga di Star Wars trentadue anni dopo la sua conclusione con Il Ritorno dello Jedi ha rappresentato una sfida ardua anche dal punto di vista visivo. L’inevitabile dilemma in fase di pre-produzione è stato tra la creazione di ambientazioni digitali come nella trilogia prequel, o spingere verso una maggiore concretezza.

    Con Il Risveglio della Forza, lo sforzo combinato del production designer Rick Carter, il VFX art director James Clyne e il concept artist Ian McCaig (che ha contribuito a tutta la trilogia prequel, compreso il design del villain Darth Maul) è stato indirizzato verso la seconda opzione: per recuperare l’amore dei fan in parte perduto con la (al tempo) criticatissima trilogia prequel, era fondamentale tornare a ciò che ha reso speciale la trilogia Originale, cioè quanto menzionato poco fa, ovvero una galassia che fosse concreta, realistica e tangibile, nuova e familiare allo stesso tempo.

    Le due ambientazioni più memorabili della trilogia sono non a caso il pianeta Ach-To, (riprese in esterni nell’isola di Skellig Michael in Irlanda) e la sala del trono di Snoke (interni nei Pinewood Studios in Regno Unito), entrambe protagoniste del secondo capitolo della trilogia Gli Ultimi Jedi ed entrambe estremamente indicative della direzione intrapresa: ambientazioni che servono la storia ma che richiamano consapevolmente il passato del franchise. 

    Richiamo al passato che riecheggia l’intero impianto tematico di questa trilogia: una rilettura di eventi noti, la riproposizione del mito a una nuova platea di ascoltatori.

    TUTTO IL PALCOSCENICO È UN MONDO: LE SCENOGRAFIE VIRTUALI DI THE MANDALORIAN

    Per la lavorazione di The Mandalorian, la prima serie live-action del franchise, il regista e showrunner Jon Favreau ha voluto portare una tecnica simile a quella utilizzata per il suo remake de Il Libro della Giungla che combinasse set fisici, illuminazione interattiva e realistica e sfondi in blue screen per un effetto più realistico. Nasce così la tecnologia StageCraft sviluppata da Industrial Light and Magic, che combina set fisici e sfondi (su video walls al LED) realizzati con il motore grafico Unreal Engine sviluppato da Epic Games, utilizzato in numerosissimi videogiochi.

    Il risultato è forse il punto di contatto ideale tra la trilogia Originale e quella Prequel, in grado di restituire un ambiente maggiormente concreto e immersivo e allo stesso tempo incredibilmente vasto. 

    Una prova che le ambientazioni non arricchiscono solo l’universo di Star Wars, ma che sfidano costantemente i limiti di ciò che è possibile realizzare per i mondi di finzione, al cinema e in televisione.

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