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  • Recensione Ragione e Sentimento – Poca ragione, molto sentimento

    Recensione Ragione e Sentimento – Poca ragione, molto sentimento

    È del 1995 il primo adattamento cinematografico del primo romanzo di Jane Austen, Ragione e sentimento: la storia delle sorelle Dashwood, rimaste dopo la morte del padre in una situazione economicamente instabile. Il titolo fa riferimento al diverso approccio delle due sorelle maggiori, Elinor e Marianne, agli amori che si presentano loro: da una parte, Elinor rischia di incasellarsi troppo rigidamente nelle regole della società dell’epoca pur di agire ragionevolmente; dall’altra, Marianne si lascia travolgere dalla passione e rimane profondamente scottata.

    Nel film del ‘95, la sceneggiatura era di Emma Thompson (anche attrice protagonista), la regia di Ang Lee, il cast includeva fior fior di nomi quali Hugh Grant, Kate Winslet e Alan Rickman.

    A trentuno anni di distanza, il romanzo della Austen è tornato al cinema in un nuovo adattamento diretto dalla regista Georgia Oakley, con protagonisti diversi volti giovani tra i quali spicca nel ruolo di Elinor Daisy Edgar-Jones (Normal People). Il confronto è quasi impossibile da evitare, vista la fama raggiunta dal film di Lee e i premi vinti. Ma si pone anche la questione che emerge sempre di fronte a nuovi adattamenti di opere letterarie già dotate di un loro corrispettivo filmico ancora oggi considerato valido: serviva, questa nuova versione? O si tratta solamente di un’operazione nostalgica e di marketing?

    È dunque cosa buona che, sin dall’inizio, questo nuovo Ragione e sentimento metta in chiaro che, pur seguendo la stessa storia, lo spirito delle due versioni cinematografiche sia completamente diverso.


    Le stagioni della gioia

    Il film di Ang Lee si apriva con un confronto tra due personaggi che discutono su quanto spetti in dote alle sorelle Dashwood senza che ciò vada ad intaccare le finanze che hanno guadagnato dalla morte di loro padre. Oakley ci introduce invece ad una visione di Marianne (Esmé Creed-Miles) immersa nella natura e un primo confronto tra le sorelle, in cui emergono già chiaramente le loro diverse attitudini. Da una parte, abbiamo un tono brillante e comico a raccontarci un dilemma sociale e un enorme arrivismo mascherato sotto una patina di affettate buone maniere; dall’altra, l’atmosfera nel film di Oakley risulta subito molto più sobria e rivolta all’intimità dei personaggi e i rapporti che intrattengono.

    Rispetto al suo predecessore, il Ragione e Sentimento di Oakley è sicuramente più virato sul dramma visibile. Dove Ang Lee giocava sulla restrizione imposta dalla società, rendendo anche quella una forza antagonista, Oakley mette in scena moti di passione molto più evidenti.


    Mostrare e celare

    La relazione tra Elinor ed Edward Ferrars (George MacKay) si gioca, per la riservatezza stessa della protagonista, su piccole ma significative interazioni, volutamente amplificate dalla regia e dalla recitazione degli attori. Invece la vicenda amorosa di Marianne, divisa tra l’avventuriero Willoughby (Frank Dillane) e il più riservato colonnello Brandon (Herbert Nordrum) opera sull’onda dei grandi gesti, incluso uno finale che è stato inventato appositamente per il film. 

    Anche la palette di colori si adatta a questa drammaticità, navigando tra interni dai colori caldi, riscaldati da poche candele, ed esterni luminosi. Il ruolo della natura è fondamentale e mantiene la tradizione ormai consolidata di rappresentante degli istinti più autentici e della loro esplosione: è nella natura che si consolida il legame di Elinor e Edward, è qui che Marianne si muove con più piacere.


    E se l’incipit è fondamentale per stabilire il tono del film, il finale lo è per stabilire quale sia la priorità della vicenda raccontata dal punto di vista di Oakley: una storia di sorellanza e dell’importanza del legame familiare e femminile, al di là di ogni interesse romantico e al di là di qualsiasi differenza tra la ‘ragione’ di Elinor e il ‘sentimento’ di Marianne.

    Insomma, l’ultimo adattamento di Ragione e sentimento quantomeno trova una sua ragione di esistere, distinguendosi da quello di Ang Lee. Il pubblico graviterà attorno all’uno o all’altro, probabilmente, in base alla preferenza della singola persona: da una parte un brillante dramma sociale, dall’altra una visione più intimistica sull’essere una donna innamorata e sui rapporti femminili. La trappola più insidiosa in cui evitare di cadere, ovviamente, è pensare che l’uno sia più “importante” dell’altro per l’approccio e lo sguardo che decide di assumere e per l’aspetto che decide di privilegiare.


    Silvia Strambi

    Redattrice

  • RECENSIONE MONACO: SULL’ORLO DELLA GUERRA – UN PRODOTTO CONVINCENTE

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    Uno dei dibattiti più accesi degli ultimi anni, all’interno del panorama cinefilo, è sicuramente quello riguardante le piattaforme streaming e i nuovi metodi di fruizione dei contenuti audio-visivi. 

    Molto spesso, infatti, Netflix e similari vengono accusati da alcuni di uccidere il “vero cinema” e di aver condannato l’esperienza della visione in sala a un lento e inevitabile declino, mentre dall’altro lato c’è chi sostiene che le due cose possano tranquillamente coesistere e che questo tipo di piattaforme siano una risorsa importante e innovativa per il futuro della settima arte. 

    Bersagli di numerosissime critiche da ambo le parti, però, sono i prodotti originali delle piattaforme stesse, tacciati di essere –  il più delle volte – contenuti di scarsa qualità per un pubblico generalista e svogliato. Se è vero che buona parte di queste pellicole sono progetti non sempre riuscitissimi, è altrettanto vero, però, che esistono eccezioni che non vanno dimenticate, come ad esempio The Irishman, Hell or High Water, Don’t Look Up e Sound of Metal, che si iscrivono senza dubbio nella lista di produzioni originali più che convincenti, riconosciute positivamente anche dalla critica. 

    Proprio per via di questa tendenza altalenante, attorno all’ultima uscita targata Netflix, ovvero Monaco: Sull’Orlo della Guerra, si è creato un certo interesse, sia da parte di chi è malignamente pronto a gioire in caso dell’ennesima debacle del colosso dello streaming, sia da parte di chi è genuinamente curioso di valutare la qualità di questo prodotto. 

    Diretto da Christian Schwochow, regista tedesco della corte Netflix già dietro la macchina da presa per alcuni episodi di The Crown, questo film – adattamento dell’omonimo romanzo del 2017 – è un thriller storico ambientato principalmente nel 1938 durante la conferenza di Monaco e racconta, in brevissimo, la storia di Hugh Legat, un giovane diplomatico inglese che grazie all’aiuto del vecchio amico tedesco Paul von Hartman cerca di sventare l’imminente guerra, muovendosi tra i grandi volti della politica dell’epoca, ovvero i grandi volti della Storia del ‘900.

    Il primissimo elemento notevole che salta all’occhio, ancora prima della visione, è il cast formato da grandissimi nomi e giovani promesse in rampa di lancio: George MacKay veste i panni del protagonista e dimostra, dopo la già ottima prova in 1917 di Sam Mendes, di essere uno degli attori più promettenti della nuova generazione, riuscendo a trasmettere in maniera molto efficace la confusione del personaggio, perso in giochi di potere più grandi di lui, oltre a una perfetta compostezza di stampo british che gli permette di rimanere credibile e naturale anche nei momenti più drammatici. 

    Ad accompagnare l’ottima prova del giovane MacKay, un Jeremy Irons nelle vesti di un Primo Ministro Chamberlain travagliato dalla responsabilità e lacerato dal ricordo della Grande Guerra appena trascorsa regala un’interpretazione di grande esperienza e intensità. Nonostante non sia il personaggio principale del racconto, infatti, la sua presenza ruba molto spesso la scena grazie a una gravitas attoriale che pochi altri possono vantare nell’industria cinematografica contemporanea (per conferma vedere il suo meraviglioso Rodolfo Gucci nell’ultima fatica di Ridley Scott). 

    Da segnalare la buona  prova del co-protagonista Jannis Niewoehner, giovane attore tedesco che interpreta Paul Von Hartman, il quale, nonostante qualche momento forse eccessivamente sopra le righe, riesce a dipingere con il suo personaggio la speranza e la successiva disillusione di parte della gioventù tedesca dell’epoca nei confronti di Hitler e del Partito Nazista. 

    Brevissima menzione per il grandissimo August Diehl (Bastardi senza Gloria e La Vita Nascosta) che, anche con uno screentime veramente ridotto, lascia sempre il segno nei panni del fervente ufficiale nazista, creando una figura minacciosa che riesce a trasmettere una tensione altissima ogniqualvolta entra in scena. 

    Per quanto riguarda la regia di Schwochow, da notare in particolare l’utilizzo preponderante della macchina a mano sia in esterni che in interni, espediente grazie al quale – soprattutto nella prima ora di film – il regista riesce a veicolare in modo particolarmente efficace la confusione, lo spaesamento e l’angoscia dei protagonisti di fronte agli eventi storici decisivi che si trovano a dover fronteggiare.

    Molto curata e interessante anche la fotografia di Frank Lamm, il quale mette in campo un lavoro sulle luci quasi narrativo, scegliendo toni grigi desaturati nelle scene “istituzionali” e illuminando le numerose riunioni di gabinetto con una fredda illuminazione naturale tipicamente inglese, per virare poi verso arancioni più caldi e chiaroscuri più marcati per le sequenze private, fatte di incontri segreti in camere buie dove le facciate politiche vengono meno e la verità trova la sua manifestazione reale. 

    Nonostante, dunque, alcuni elementi decisamente positivi appena citati, la pellicola non è sicuramente esente da difetti: laddove nella prima parte di film la narrazione appare solida e convincente, anche grazie a un continuo montaggio alternato efficacissimo e sapientemente gestito, nella seconda purtroppo la sceneggiatura perde un po’ di mordente e di ritmo, complice forse una gestione dei tempi del racconto non eccellente. 

    In tal senso una durata complessiva inferiore avrebbe probabilmente giovato al prodotto, il quale trova nei suoi 123 minuti totali uno screentime eccessivo che dilata troppo il passo narrativo, quantomeno nella seconda metà dell’opera. 

    Un altro aspetto negativo di questo Monaco: Sull’Orlo della Guerra è una gestione a tratti esageratamente semplicistica della materia trattata, che se nella prima parte convince grazie a una presentazione interessante e mai accusatoria delle speranze dei giovani tedeschi alla nascita del Reich, nella seconda invece cade in un manicheismo fastidioso ed evidente e in un finale – letteralmente – didascalico che tradisce le premesse iniziali del film. 

    In conclusione la pellicola di Schwochow non si impone sicuramente come original di punta di casa Netflix, ma allo stesso modo non va a perdersi nell’infinito mare magnum di prodotti scadenti che ogni mese vengono pubblicati sulla piattaforma. Un film dunque riuscito, ma non riuscitissimo, che al netto dei difetti fisiologici che può avere, resta una pellicola interessante e da non perdere, un cinema che si prende sul serio e che affronta coraggiosamente, almeno nelle intenzioni, tematiche importanti. 

    Non un capolavoro quindi, ma un buon film e – forse – c’è disperatamente bisogno anche di loro. 

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