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  • tranquillity base – intervista a lorenzo pedrotti

    tranquillity base – intervista a lorenzo pedrotti

    Tranquility base è l’esordio alla regia dell’attore Lorenzo Pedrotti. Dopo anni passati davanti alla macchina da presa recitando per Dario Argento, i Manetti Bros. e Ridley Scott, ha presentato il suo primo film il 7 giugno al Milano Film Fest nella sezione Controcampo, diventando anche il primo film italiano della manifestazione. Un thriller psicologico, con rimandi fantascientifici allo Spielberg di Incontri ravvicinati del terzo tipo; autoprodotto e autodistribuito, Tranquility base è la storia di Edo, un attore che non riesce a lavorare e sprofonda in una depressione nera. Mentre passa le sue giornate a casa si imbatte in una vecchia trasmissione televisiva in cui un uomo dice di essere stato rapito dagli alieni e ne diventa ossessionato. Insieme alla sua amica Eli iniziano a cercare l’uomo, per capire cosa effettivamente sia successo.

    Gianluca Meotti:
    Visto che il film parla di un attore e tu nasci come attore, quanta parte delle tue esperienze reali come interprete c’è dentro il film? E soprattutto, quanta parte c’è anche delle tue incertezze, visto che il film parla anche di questo?

    Lorenzo Pedrotti:

    Intanto volevo mettere qualcosa dentro la storia che conoscessi bene: non volevo inventare tutto da zero. Quindi, ovviamente, c’è un po’ di me, soprattutto nel mio percorso attoriale. Anche se, in realtà, ho smesso di recitare volutamente nel 2020. Poi ho lavorato un po’ come delivery e ho voluto inserire anche quello, per dare avvicinarmi di più a quello che facevo. Però, più che altro, con questo film volevo esplorare la solitudine, la depressione, soprattutto quel momento in cui ti rendi conto che vuoi uscirne ma non ce la fai, perché è troppo difficile. E poi l’amicizia, perché spesso è proprio l’amicizia che ti aiuta in questi momenti e ti tira fuori. Non è che abbia vissuto io queste cose in prima persona, ma erano argomenti che sentivo come necessari da raccontare. E ho voluto farlo in un modo un po’ diverso dal solito, usando la tematica degli alieni. In questo caso, il protagonista si sente un alieno in un mondo che non gli appartiene. 

    GM:
    Infatti ti volevo chiedere proprio questo, perché ho letto un’altra intervista in cui dicevi che questo non è un film sugli alieni, ma sono solo una metafora. Perché proprio gli alieni quindi? Magari un horror o un’altra struttura narrativa sarebbero stati altrettanto possibili. Perché proprio la fantascienza, un genere che ha qualche difficoltà ad inserirsi nella contemporaneità?

    LP:
    Guarda, innanzitutto questo film è nato soprattutto dai luoghi in cui mi trovavo. Io ero andato via da Roma e mi ero messo a vivere sotto quella collina con la roccia bianca. Lì abbiamo una casa di famiglia, che frequentavo molto da piccolo. I luoghi attorno mi ispiravano una sensazione particolare: d’inverno assumono un’atmosfera molto misteriosa ed inquietante. È da lì che ho iniziato a pensare alla storia, che poi ho unito al discorso che ti ho fatto prima: facciamo qualcosa che parli di solitudine e depressione. Poi mi sono ritrovato per caso sul canale YouTube di persone che dicevano di essere state rapite dagli alieni: interviste degli anni ’50, interessantissime. E la domanda che mi facevo non era tanto “è vero o non è vero?”, quanto: “perché dicono queste cose?” Cosa porta una persona ad arrivare a fare affermazioni del genere? Quindi per me contava soprattutto il discorso umano che c’era dietro. Ho capito che gli alieni potevano funzionare benissimo come metafora, perché il protagonista ha gli alieni in testa. 

    GM:
    Una cosa che ho notato, legata a questo, è che non solo gli alieni sono un’ossessione, ma c’è anche un’ossessione degli schermi: il tuo personaggio guarda costantemente video sugli alieni, li osserva sul computer e sul telefono, li proietta anche sul muro. E quindi volevo chiederti: oggi che tu sei un anche un regista, ti fa paura questa moltiplicazione delle immagini? O meglio, come la vivi da regista, questa moltiplicazione di schermi che, come società, viviamo continuamente? Immagino sia qualcosa con cui convivi anche tu, visto che l’hai inserita nel film.

    LP:
    Questo è il mio primissimo film da regista, quindi è stata anche una sfida. Non avendo mai fatto niente del genere, sentivo il dovere di arrivare sul set un po’ preparato, facendo anche il produttore del film, per dimostrare agli altri che sapevo almeno un po’ cosa stessi facendo.

    Per questo ho fatto personalmente lo storyboard di ogni inquadratura di tutto il film. Già da lì si nota tantissimo l’impronta visiva. Ho pensato che fosse interessante inserire anche questa cosa che dicevi tu: gli altri schermi, il PC, il telefono, la macchina da presa. Ma soprattutto per avere un punto di vista diverso. Anche perché il protagonista è un po’ imprigionato in casa, che si può anche intendere come un’astronave in cui è rinchiuso. E addirittura si mette a guardare con il binocolo fuori dalla finestra, perché quello è l’unico punto di vista con cui può osservare una ragazza con cui non riuscirà mai a uscire. Quindi, per me, era importante avere più punti di vista diversi. E anche tanti strumenti diversi con cui guardare la realtà, perché a volte facciamo fatica a guardarla dal vivo.

    GM:
    E poi nel film il tuo personaggio partecipa ai provini, che non gli vanno mai bene. A un certo punto però riesce sostanzialmente a diventare il protagonista di un film che è proprio il film che gira insieme ad Eli (Yile Yara Vianello). Questa parte, in cui intervistano le persone del paese per un documentario, prende l’ossessione degli alieni, dello scoprire la verità su questo guardiacaccia, e la trasforma in un film. Ti volevo chiedere: questa cosa è successa anche a te? Cioè, sei riuscito attraverso il cinema a canalizzare un’ossessione, un malessere, qualcosa del genere?

    LP:
    No, devo essere sincero, no. Però quello che mi interessava in questa storia era trovare il modo in cui un attore disilluso, che non ha ottenuto ciò che voleva nella vita, si muovesse dentro un meccanismo da cui non riesce a uscire. I provini che vediamo nel film sono provini idealizzati: tutti su sfondo bianco. Lui è incastrato in quel meccanismo e non riesce a uscirne. Vuole fare quello, anche se non gli piace, perché pensa di poter fare solo quello. Poi, finalmente, la sua amica — e quindi proprio l’amicizia — riesce a trascinarlo e a portarlo a fare questa cosa insieme. E lì arriva la sua salvezza: può diventare ancora il protagonista, non per quello che voleva, ma per un’altra cosa. E quindi, comunque, può andare bene lo stesso. Anche lì, in realtà, il viaggio è sempre un po’ metaforico: è il viaggio per uscire da quella stasi.

    GM:
    Ti volevo chiedere un paio di cose sugli altri attori, Yile Vianello e Fabrizio Ferracane, perché sono due attori diversissimi, che fanno solitamente due tipi di cinema completamente diversi, con esperienze lontanissime. E almeno per quello che mi sembra, non sono tanto abituati a robe così spinte nel genere, così strane, bizzarre e particolari. Quindi volevo capire come mai sei arrivato a loro e come li hai fatti entrare dentro questo progetto. Soprattutto Ferracane, nella scena in cui parla con gli animali, sta molto sul crinale del “può diventare ridicolo da un momento all’altro”, però lui ha una follia nello sguardo che in qualche modo ti fa dire: ok, è un pazzo, ci sta. Però è complesso da ottenere.

    LP:
    Sì, guarda. Per la parte di Tranquillo Trotta avevo bisogno di un attore molto naturale, perché il personaggio poteva benissimo cadere nella macchietta o nel ridicolo. Mi serviva quindi un attore di grosso spessore, ma molto naturale. Il primo che mi è venuto in mente è stato Fabrizio Ferracane: avevo avuto il piacere di lavorare con lui una decina di anni fa, come attore, e l’ho contattato subito. Gli ho mandato la sceneggiatura; era un po’ che non lo vedevo perché avevo lasciato Roma ed ero stato via quattro anni. Però lui l’ha letta, gli è subito piaciuta e ci siamo incontrati. Ne abbiamo parlato subito: si è messo a disposizione ed è stato contentissimo. Poi, averlo sul set è stata una grande fortuna: anche i miei collaboratori sono rimasti colpiti da come cambiava quando davo l’azione. Una cosa incredibile. Secondo me Ferracane è uno dei migliori attori italiani.

    Yile Vianello, invece, non la conoscevo. L’avevo vista in alcuni lavori e, quando ho dovuto scegliere un’attrice che mi serviva proprio così — molto sveglia, molto naturale, reattiva — ho chiesto consiglio a due miei amici, entrambi ci avevano lavorato e mi hanno detto che secondo loro era perfetta per fare questo ruolo. Io quindi le ho proposto il progetto, lei si è appassionata e ha accettato. La cosa incredibile è che l’ho incontrata una sola volta prima delle riprese, poi l’ho conosciuta davvero sul set, ma mi sembrava di conoscerla da tantissimi anni. Infatti, in molti mi hanno chiesto da quanto tempo eravamo amici, perché lo sembravamo da anni. La verità è che lei è una grandissima attrice.

    E poi c’è un altro grande attore presente nel film, Claudio Spadaro, l’intervistatore Perri, che purtroppo è mancato pochi giorni fa. Quindi siamo tutti molto dispiaciuti, perché era un grande attore e un grande uomo. Tutti gli altri, invece, non sono attori, li abbiamo presi proprio dai luoghi dove ho girato, oppure sono miei parenti, o persone che ho conosciuto lì. Per esempio, il cercatore di funghi (Marco Bramati) che Edo e Eli incontrano nel bosco, è una persona che vive proprio lì, vicino a quella collina dalla roccia bianca. L’ho conosciuto perché aveva un bed and breakfast dove poi ho fatto alloggiare Ferracane e mi è venuto naturale fargli un provino per quella parte.

    GM:
    Quindi è un film autoprodotto, completamente, senza fondi esterni?

    LP:
    Sì, il film è autoprodotto. A parte me, eravamo in tre persone: il direttore della fotografia, Andrea Sorini, che ha fatto tutto da solo; il fonico, Francesco Murano e poi mia sorella Francesca Pedrotti, che mi ha fatto scenografie, costumi e direzione artistica. In post-produzione abbiamo avuto Ilenia Zincone, una montatrice molto brava; le musiche di Virginia Quarante, che sono stupende, lei miha dato anche più di quello che avevo chiesto; poi Francesco Lucarelli, supervisore e montatore del suono e Simone Usai come fonico di mix. Insomma, siamo stati fortunati: abbiamo fatto tutto un po’ insieme, alla fine.

    GM:
    L’effetto è grande, anche perché il paesaggio è quasi un protagonista.

    LP:
    Sì, è un protagonista assoluto. Abbiamo volutamente inseguito la nebbia e girato sempre con il cielo coperto, che non è stato facile: a volte c’era il sole e dovevamo andare a fare gli interni; quando c’era la nebbia ci svegliavamo alle sei di mattina e correvamo velocissimi a fare le riprese. È stato un po’ difficile, ma c’era tanta passione dietro, tanta forza di volontà.

    GM:
    Poi ti volevo chiedere anche di una scena che mi è sembrata molto intelligente da inserire: quella specie di riunione di persone che hanno avuto incontri con gli alieni. Fa molto ridere e sono rimasto un po’ sorpreso, perché la inserisci in un film che ha un mood completamente diverso. Non so se fosse nelle tue intenzioni farla più comica/grottesca, oppure sono io che l’ho letta male. Però, secondo me, se la scelta era quella, è interessante: sembra quasi voler smontare un po’ l’azione. È qualcosa che conosci anche tu, per esperienza diretta, oppure no?

    LP:
    A livello visivo e di messa in scena mi interessava molto ambientarla in un posto che ricordasse l’incontro degli alcolisti anonimi: un’atmosfera parrocchiale. Volevo metterla in scena quasi come se fosse il documentario che stanno facendo i due ragazzi, ma senza farlo vedere attraverso la loro macchina da presa. Mi interessava mostrare queste persone in maniera molto umana e credibile, anche se stanno dicendo cose allucinanti. E tutto questo doveva anche preparare il gran finale, dove arriva Ferracane, che è folle per quello che dice ma, allo stesso tempo, non sembra davvero pazzo: sembra quasi che stia facendo apposta.

    GM:
    Non volevi inserire il punto di vista del documentario, allora? Perché è abbastanza comune, quando ci sono personaggi che fanno un documentario o una sorta di mockumentary, mostrare anche la visuale della loro macchina da presa.

    LP:
    No, perché preferisco, a livello visivo, tenere tutto con il frame che ho scelto, con la Black Magic e quell’ottica zoom. Volevo mantenere quel tipo di immagine; non volevo cambiare linguaggio e mostrare magari la visuale della camera, con le scritte o i segni della macchina da presa. Mi interessava molto tenere lo scope, come se quello fosse il documentario che poi ti puoi vedere in televisione o sul computer. Non volevo mostrare direttamente il dispositivo.

    GM:

    Guardando anche la tua carriera da attore, hai recitato per i Manetti, hai fatto Paura in cui eri protagonista, hai lavorato con Dario Argento in Giallo — anche se in una piccola parte — e hai fatto film con vari registi di genere. Ti volevo chiedere se c’è qualcosa di questi registi con cui hai lavorato che ti ha influenzato, pur non facendo loro fantascienza ma più horror o giallo. C’è qualcosa nel loro approccio al genere, nell’uso del cinema per dire qualcosa attraverso il genere, che ha influenzato anche la tua scelta di fare un film di genere?

    LP:
    Guarda, posso dirti che il fatto che abbia iniziato la mia carriera d’attore con film di genere è stato puramente casuale: semplicemente erano le uniche cose che riuscivo a trovare. Quindi no, non direi che nessuno di quei registi abbia influenzato direttamente questo film, anche se con tutti sono rimasto in ottimi rapporti ed è sempre un piacere incontrarli.

    L’unico che mi ha colpito davvero, per quello che diceva, è stato Ridley Scott, perché ho fatto una piccola parte ne Tutti i soldi del mondo. Mi ha colpito molto il suo modo di lavorare e alcune cose che diceva le ho anche un po’ utilizzate per comunicare con i miei attori. Per esempio, lui è un regista che non parla tantissimo: viene vicino, ti dà una sola informazione, un solo indicatore su cui puntare tutta la tua attenzione. Altri registi invece dicono tantissime cose e magari tu non riesci neanche a capire bene dove andare. Lui, invece, ti dava una sola informazione su cui puntare tutto e il resto andava bene così, veniva da sé. Parliamo di uno dei grandissimi del cinema, quindi ho preso più da Ridley Scott che dagli altri. Con i Manetti, invece, ho fatto un film che strizzava volutamente l’occhio ai film di genere, era molto in quel canale lì. Io, invece, per il mio film sono partito dal paesaggio: il mood me l’ha dettato il paesaggio, ed è uscito per forza qualcosa di più cupo, una specie di discesa nella nebbia, nascosta nella nebbia. Per forza di cose, un po’ strizza l’occhio al genere, ma il mio intento non era fare un film di genere. Volevo fare un film sulla solitudine, sulla depressione, sul tentativo di uscirne, mettendoci però quella componente lì per renderlo diverso dagli altri.

    GM:
    Ok. Quindi il prossimo non sarà così?

    LP:
    Il prossimo l’ho già scritto durante la post-produzione. Però stavolta sto cercando di trovare una produzione. Ma non posso ancora dire niente.


    Gianluca Meotti

    Redattore

  • Recensione: illusione – thriller italiano

    Recensione: illusione – thriller italiano

    A cosa pensate se vi diciamo Perugia? Se siete fan del true crime sarete probabilmente per un attimo tornati alla notte di Halloween del 2007 quando si consumò il terribile omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, le cui indagini e contro indagini hanno prodotto, oltre che una soverchiante attenzione della stampa internazionale, una serie lunghissima di opere audiovisive, di cui i podcast sembrano essere la forma finale (per ora). Evidentemente anche Francesca Archibugi collega il capoluogo umbro ai crimini violenti e decide infatti di ambientarvi il suo ultimo film, passaggio primigenio nel thriller per la regista romana, dopo essersi confrontata, sempre per la prima volta, con la serialità in La storia.

    Illusione si propone di raccontare la storia di una ragazzina di 15 anni e mezzo giunta in Italia dalla Romania come prostituta, avendo però fatto prima scalo in Francia, Germania e Belgio. Lei si chiama Rosa Lazar (Angelina Andrei) e in seguito alla prima scena la vediamo in fin di vita, stesa fra le acque di un canale di scolo sotto un cavalcavia. Ritrovata da dei poliziotti che la credono morta, sarà il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi, che ha origini perugine) a rendersi conto che la ragazza è viva e a consegnarla ad un istituto di cura, mentre la PM Cristina Caponeschi (Jasmine Trinca) indaga sul perché si trovi qui e lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) cerca di aiutarla a superare il trauma subito. Apparentemente però Rosa non sembra sofferente; è sempre felice (“troppo” ammonisce lo psicologo), gioca e ha un fascino estetico e auratico che strega tutti quelli che le stanno intorno, terapeuta compreso. Ma qualcosa le è successo e la trama di colpevoli potrebbe coinvolgere anche figure di spicco del parlamento europeo.

    Il cinema italiano non è nuovo al racconto degli oscuri meccanismi internazionali della prostituzione, e soprattutto non è nuovo al guardare queste questioni da un punto di vista che è nostro, senza mai effettivamente volersi confrontare con una realtà tanto disgustosa che richiederebbe uno sforzo ben diverso da quello che Francesca Archibugi, con Laura Paolucci e Francesco Piccolo in sceneggiatura, su testo originale di Emanuele Trevi, si concedono. Il centro del film ci viene chiarito essere Rosa, con i flashback della sua vicenda che oltre a renderci noti i suoi movimenti prima dell’arrivo in Italia servono anche per dirci chi è questa ragazzina esuberante, che sembra rendere tutti il più buoni con lesi per la sua sola presenza; tanto che questa sua dote angelicale innata le porterà a vedersi affibbiato il soprannome “vergine moldava”, e il disprezzo di tutti quelli che vorrebbero possederla ma non possono. E forse proprio è questa satira sullo sguardo binario (o santa o dannata, o donna angelo o strega) che si rivolge sulle donne a costituire l’unico sussulto intellettuale di un film che per il resto si rivela essere abbastanza piatto, soprattutto nel ricondurre il dramma dello sfruttamento della prostituzione esclusivamente a dinamiche di genere, ignorando completamente fattori economici, sociali, culturali che avrebbero sicuramente reso il film più interessante, ma complesso nella realizzazione. 

    Invece di prendere la strada di Princes (Roberto de Paolis, 2022) che si focalizzava sul dramma di una prostituta in Italia immergendosi nella sua realtà, Archibugi cerca di costruire attorno alle vicende di Rosa un thriller che vorrebbe posizionarsi su quella faglia difficile da domare, in cui si incontrano e si equivalgono genere e contenuto sociale vero. Nell’operazione di Archibugi sembrano mancare entrambi sul lungo periodo. Sebbene Jasmine Trinca e Filippo Timi (che solo pochi mesi fa erano al cinema ancora insieme con Gli occhi degli altri di Andrea De Sica) riescano a calarsi nei ruoli archetipici della PM dura, tagliente ma indomita lei, e del poliziotto burbero, spavaldo, ma con a cuore la sua missione lui, quello che manca è una struttura intorno adatta in cui le loro prove possano risultare organiche. Ma quello che alla fine ne esce è tutto ciò che c’è di più lontano dalle intenzioni di Archibugi, che preferisce far parlare e parlare i suoi attori invece che farli agire, riempendo il suo film di confronti a due, che coinvolgono incurantemente i quattro protagonisti principali, e che smonta completamente quel minimo di tensione che era sopravvissuta dalla scena del ritrovamento del corpo di Rosa (per luci, toni e tensione drammatica forse la migliore del film). 

    Da questi colloqui interminabili ne esce anche qualcosa di buono. È il rapporto che si instaura fra lo psicologo e Rosa, in cui l’uomo danza sempre fra il lecito e il non lecito, fa il suo lavoro con dedizione ma alle volte l’abbraccia e quando lei le salta addosso entusiasta per averlo visto dopo tanto tempo non esita a metterle due mani sotto le cosce per assicurarsi che la ragazza non cada. Qui Archibugi è nettamente più affilata che altrove nel riportare quella che sembra essere una crisi professionale ma anche personale e sessuale di un uomo che conosce il suo ruolo e sa quali linee non dovrebbe oltrepassare, e che è effettivamente convinto per tutto il film di non averlo fatto; disseminando dettagli qua e là la regista restituisce un dubbio sulla condotta etica e morale del terapeuta e soprattutto aggiorna e sposta leggermente quella che è una delle figure ricorrenti del thriller classico: il poliziotto corrotto, che si sente in colpa di fare quello che fa ma deve per motivi di forza maggiore.

    Gianluca Meotti

    Redattore

  • recensione nouvelle vague – il mito del cinema

    recensione nouvelle vague – il mito del cinema

    In Il mio Godard, Michel Hazanavicius rappresenta un Jean-Luc Godard livoroso, spaventato dai giovani universitari, odioso con gli amici, scostante con la moglie, totalmente privo di autoironia ma pieno di cattiverie gratuite malcelate da ironia, come tutti gli insicuri. Ma quel film era ambientato nel 1967, Jean-Luc era già diventato Godard, il cinema era già stato rivoluzionato, gli allori di tutto il mondo si erano già posati sulla sua testa e la sua Parigi stava per prendere fuoco. Richard Linklater parte invece da qualche anno prima, quando la Nouvelle Vague era appena arrivata a deflagrare tutto quello che si pensava di sapere sul cinema, e lo fa rivolgendosi a quegli stessi canoni “sbagliati” e di rottura che i giovani turchi dei Cahiers imposero al mondo intero, con passionale irruenza e profondissima consapevolezza di tutto quello che il cinema non era stato ma che poteva essere. 

    iniziare la rivoluzione

    Nel 1959 Francois Truffaut riceve il plauso della critica al Festival di Cannes per la sua opera prima, I 400 colpi; nello stesso anno esce il terzo film di Claude Chabrol, mentre da lì a brevissimo esordiranno anche Rohmer e Rivette. L’unico a cui i produttori sembrano restii dare fiducia per un lungometraggio è Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck), il quale riesce ad uscire da questa impasse accettando di dirigere un copione scritto con Truffaut e con la supervisione di Chabrol. Godard inizia quindi i 20 giorni di riprese, scritturando come protagonisti Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) e Jean Seberg (Zoey Deutch) e mettendo in piedi una lavorazione complicatissima, inusuale, piena di pause apparentemente ingiustificate e momenti di ispirazione chiarissima che diventeranno il film Fino all’ultimo respiro.

    L’amore per un’epoca

    Pur non avendo scritto la sceneggiatura, ad opera di Holly Gent e Vincent Palmo Jr e adattata in francese da Laetitia Masson e Michèle Pétin, Richard Linklater riesce nell’intento di calarsi all’interno di un’epoca, restituendone il glamour, la fiducia nel futuro e nel cinema e un diffuso senso di infallibilità dei nostri protagonisti. Per Godard e gli altri sembra tutto possibile, come se stessero vivendo in un mondo che basa parte della sua sopravvivenza sul consumo onnivoro e la realizzazione di film; e per certi versi era così. Lo era sicuramente per loro, per i giovani turchi, svezzati a Hitchcock e Renoir da Henri Langlois prima di intraprendere il sacerdozio sotto l’egida di Bazin alla redazione dei Cahiers du Cinema; ma forse l’ossessione per il cinema era qualcosa di trasversale, tanto che Linklater ci ricorda in coda che negli anni in cui è ambientato il film hanno esordito 162 (!) registi francesi. Ed è palese come sia questo il dato che più di tutti affascini il regista texano: Linklater ama profondamente l’idea che chi fa cinema lo debba fare esattamente come vuole, senza preoccuparsi di ciò che è giusto, di quelli che sono i canoni, le maniere e manicheismi vari.

    Del resto è sempre stato così che ha fatto il suo, di cinema, posizionandosi sempre sul crinale della sperimentazione e dell’indipendenza economica e formale, spaziando tra i generi, le forme e le tecniche, tra un film lungo 13 anni e la rotoscopia e quindi l’animazione. Ed è ovvio che per lui la Parigi degli anni ’60 è ciò che più si avvicina ad un paradiso dei cinefili (o “cinemaniaci” come Rossellini apostrofa i suoi adepti dentro le stanze dei Cahiers), ed è altrettanto ovvio che è impossibilitato a trovarvi delle storture, a indagare i lati più problematici del carattere di Godard, a de-idealizzare un’epoca in cui fare un film sembrava facile come accendere una sigaretta. Tutto per Linklater è necessariamente cosparso di nostalgia e amore, non potrebbe essere altrimenti e non fa nulla per nasconderlo. Si è immersi dall’inizio alla fine nella riproduzione di un mondo, idealizzato, che concepisce come suo unico punto d’arrivo il cinema. Avere il privilegio di rimettere in scena Belmondo che corre i suoi ultimi passi prima di accasciarsi al suolo è il sogno bagnato di ogni regista, e fare ciò mostrando allo stesso tempo il controcampo, quello che la macchina da presa “originale” nascondeva, è un esperimento che porta il film nel territorio del fantastico, nel behind the scenes immaginato e sognato, nel momento in cui si fa la Storia. Ricreando, duplicando o riproponendo l’immagine Linklater (che riesce anche ad infilarci dentro il riflesso sugli occhiali scuri di Godard de I 400 colpi) crea un ponte fra noi e loro. Siamo tutti figli della Nouvelle Vague del resto, ed è quindi necessario che gli interpreti siano quanto più simili ai personaggi che interpretano, se non altro perché Godard, Belmondo, Truffaut, Leaud, Seberg, Rhomer, Chabrol, Rivette, Varda, Demy, Melville, Bresson sono ancora con noi e sono ancora noi.

    Ad ogni personaggio minimamente rilevante riserva un primo piano con tanto di nome sotto, e se da un lato ciò rientra nella macro operazione del “facciamo un film su Godard come lo avrebbe fatto Godard” dall’altro è altrettanto chiaro che ogni primo piano ha una storia, racchiude una figura che viene mitologizzata dalla macchina da presa di Linklater che decide di fermare il flusso, abbastanza convulso, della narrazione per renderci noto che anche una figura relativamente marginale alla realizzazione di Fino all’ultimo respiro è comunque un idolo di un momento della storia del cinema che noi tutti veneriamo; con questo espediente Linklater crea dei tarocchi, figure magiche, spiritiche, che non appartengono al passato ma ad un mondo altro e sovrannaturale, ricreato in ogni minimo dettaglio.


  • Gene Hackman – lo spirito della new hollywood

    Gene Hackman – lo spirito della new hollywood

    Non c’è stata un’altra figura, sicuramente non fra gli attori, che abbia meglio rappresentato lo spirito della New Hollywoodcome Gene Hackman, e forse solo Robert Altman poteva condividere la stessa insofferenza per i rituali hollywoodiani e la stessa forza antisistema che aveva Hackman (che peccato che non abbiano mai lavorato insieme, quanti incredibili litigi ci siamo persi). Negli anni ’60-’70 una serie di registi giovani e affamati, che riflettevano su un’America disillusa e malata, affidandosi a nuovi divi che portassero alla luce la dimensione dell’uomo comune, le sue psicosi, i suoi traumi e le sue solitudini. Gene Hackman era tutto questo, e non sarebbe potuto essere nient’altro di più; di sé diceva che era “addestrato per essere un attore, non una star divorata da fama, immagine, agenti, avvocati e stampa”, e il suo essere “solo” un attore significava portare sé stesso fuori.

    Alle volte inflessibile ma indubbiamente vero nel ricercare l’angolo più oscuro di sé (o del personaggio che interpretava, in questo caso la differenza tra i due è veramente contenuta) e restituirlo con la maggior limpidezza possibile. Il poliziotto duro, il detective disilluso, l’intercettatore paranoico, l’autostoppista rude, ma anche un paio di volte sceriffo prepotente, supercattivo da fumetto e nonno immaturo. Una carriera che inizia a fine anni ’60 e si conclude nel 2004, quando decide di ritirarsi per davvero dal cinema, ma che muove i primi passi dalla sua giovinezza turbolenta: “Se hai avuto un’infanzia difficile, ti dedichi alla recitazione per esorcizzarla, per far emergere chi sei. Quando mi viene assegnato un ruolo che ha molta oscurità, mi attrae.” E di periodi oscuri deve averne vissuti parecchi Hackman: nato nel 1940 a tredici anni vede i genitori divorziare e la madre morire qualche anno dopo perché la sigaretta che stava fumando fece prendere fuoco al letto in cui stava; a sedici anni si arruola nei marines e una volta congedato decide di intraprendere seriamente il percorso recitativo.

    Alla Pasadena Playhouse, il teatro statale della California, resiste solo un anno perché considerato “il meno propenso di riuscire”, e casualmente diventa grande amico di un altro aspirante che viene cacciato dalla scuola per gli stessi motivi, e che da lì a poco verrà scelto da Mike Nichols per uno dei film fondativi di quella wave cinematografica, Dustin Hoffman. Il motivo preciso per cui i due vennero scartati non ci è dato saperlo; ma negli anni in cui divi di una bellezza abbacinante e che, grazie al diktat Strasberg, stavano rivoluzionando l’arte del recitare sullo schermo, dominavano Hollywood, per due volti “normali” come quelli di Hackman e Hoffman, a cui dovremmo aggiungere anche Robert Duvall come ultimo componente di questo triumvirato, non c’era molto da pretendere. Soprattutto se l’attitudine è quella di uomo che rifiuta nettamente i principi dell’Actors Studio; più volte Hackman ha ribadito la sua distanza dal “metodo”, sostenendo che non avesse alcuna intenzione di “vivere i miei ruoli”. E al cinema ci arriva abbastanza tardi nel 1964 grazie a Warren Beatty che lo recluta dai teatri off-Broadway per riportarselo in California.

    E arriva poi Friedkin con Il braccio violento della legge che Hackman non voleva accettare, Coppola con La conversazione che Hackman non voleva fare perché il regista in realtà voleva Brando, Eastwood con Gli spietati che Hackman non voleva fare, salvo poi girare un altro film con Clint, Potere assoluto, in cui interpreta un presidente USA fedifrago che commette un atto indicibile e utilizza il suo potere per nascondere tutto (interessante) ed infine Wes Anderson con I Tenenbaumche Hackman fece a forza e utilizzando il risentimento che provava per quello strano giovane regista dall’accento texano come sentimento attorno al quale costruire il suo personaggio, uno dei migliori della sua carriera. Ma al di fuori delle grandi prove che hanno fatto arrivare i premi, due Oscar quattro Golden Globes e tanto altro, uno dei tratti più straordinari di Hackman era la sua capacità di prendere possesso, anche con prepotenza, di film minori o che non avevano le ambizioni degli autori citati poc’anzi. E quindi in un film come Colpo vincente, in cui lui ravviva le sorti di una sfortunata squadretta liceale di basket dell’Indiana, tutto è in funzione sua e del suo atipico divismo; quello di un attore che è riuscito sempre a rendersi riconoscibile per la sua presenza costantemente controllata, riuscendo a contenere in uno sguardo, in una smorfia sottesa tutto ciò che pagine di dialoghi non potrebbero suggerire

    Non è l’attore che deve andare verso il personaggio, ma il personaggio che deve adattarsi sull’attore, e su queste parole sembra aver costruito la sua carriera Gene Hackman, uno degli ultimi rappresentanti di un certo tipo di cinema, allo stesso tempo classico, storicizzato ma attuale, in ultima analisi vero.


  • RECENSIONE HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

    RECENSIONE HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

    William Shakespeare (Paul Mescal) incontra e si innamora di Agnes (Jessie Buckley), una donna nata e cresciuta a stretto contatto con la natura nella campagna inglese fuori Londra. Dopo essersi sposati i due danno alla luce tre figli vivendo un’idilliaca vita familiare fin quando il più piccolo dei tre, Hamnet (Jacobi Jupe) muore a causa della peste. Le conseguenze di ciò sulla famiglia saranno devastanti ma porteranno anche alla nascita di una delle opere più importanti nella storia della letteratura.

    Una questione di coppie

    Dopo l’apertura con un esergo tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, in cui viene reso noto che nell’Inghilterra del Seicento i nomi Hamlet e Hamnet erano praticamente intercambiabili, la prima cosa che Chloé Zhao decide di inquadrare sono due alberi: uno dritto, che si staglia verso il cielo maestoso, e uno dinoccolato e bitorzoluto che arriva a fatica ad eguagliare l’altezza del suo compagno. Il tema della coppia sarà ricorrente in tutta l’opera, la quinta della regista e la prima dopo la parentesi nel MCU, dove verrà declinata prima nella storia d’amore tra un giovane Shakespeare e Agnes, e poi lo ritroveremo nei gemelli che la donna farà nascere e poi nel parallelismo fra il piccolo Hamnet deceduto a causa della peste e il protagonista eponimo dell’Amleto composto dal Bardo per esorcizzare il trauma della morte del figlio. È proprio sui giochi a due che Zhao decide di fondare gran parte del suo film, la regista non si affida alle regole classiche del film biografico che vorrebbero una costruzione della storia per accumulo di eventi, ma invece si concentra sui momenti intimi, privati, quelli di una famiglia che sta nascendo progressivamente, in cui ogni elemento è funzionale all’armonizzazione del tutto. Se da un lato spostare l’attenzione da uno studio approfondito delle psicologie dei protagonisti può rendere l’urgenza del racconto un po’ superficiale, dall’altro proprio qui sta una delle forze maggiori del film: Zhao ha una delicatezza e un tatto unici per cogliere la tenerezza profonda che c’è fra genitori e figli e il legame fatto di manifestazioni fisiche, baci, carezze e piccoli gesti che lega William e Agnes.

    La prova di Jessie Buckley

    Dopo svariate prove in cui Buckley aveva messo in mostra tutte le possibilità di cui è capace quel volto androgino e modellabile come la gomma, che vive tanto di microespressioni quanto di grandi afflati drammatici, qui si immerge in una prova che abbraccia tutte le sue qualità. La sua Agnes è una forza della natura dirompente, capace di amare, desiderare, struggersi, urlare, soffrire e mostrare tenerezza con la stessa intensità e anche quando è portata dalla scena a doversi scomporre, che sia il pianto strozzato per la morte del figlio o il lamento lacerante di un parto gemellare, mantiene sempre un controllo e una sicurezza nei confronti di tutti gli altri elementi, diventando oggetto di massima attrazione attorno al quale gravitano, e da cui dipendono, tutti gli altri personaggi. 

    Il potere taumaturgico dell’arte

    Quando poi la tragedia arriva la famiglia si spacca: i viaggi di lavoro a Londra che William deve obbligatoriamente sostenere contribuiscono ad acuire il momento di crisi, e le certezze su cui fino a poco prima si reggeva il film vengono annientate. Neanche il rapporto con la foresta in cui vivono, un vero e proprio personaggio con cui soprattutto Agnes ha un legame profondissimo al limite del misticismo, riesce più a risanare la ferita profonda che la morte di Hamnet ha causato; mamma e papà si allontanano, iniziano a litigare, lei gli recrimina il fatto che non fosse presente nel momento in cui il piccolo è venuto a mancare, lui ci viene suggerito che si chiude sempre di più in sé stesso per il senso di colpa. E qui il film arriva al suo massimo: il dolore per la morte di un figlio viene indagato ed esorcizzato attraverso l’arte, e nella scena della rappresentazione dell’Amleto a cui assiste anche Agnes, Zhao, tramite un ingegnoso trucchetto di metateatro, porta di nuovo la pace fra i suoi protagonisti, puntualizzando come un trauma non è qualcosa di statico che continua a mangiare dall’interno chi l’ha subito; ma proprio in virtù della sua natura emotiva può essere riadattato, rivissuto con linguaggi e forme diverse e quindi accettato.


  • Recensione Sorry, Baby

    Recensione Sorry, Baby

    Un’elaborazione del trauma non banale

    L’esordio di Eva Victor dietro la macchina da presa apprende subito in maniera forte e positiva: la storia di Agnes, giovane docente vittima di molestie, colpisce infatti non solo nella messa in scena curata e capace di bilanciare espedienti ormai “classici” nel cinema indie con trovate che portano con sé una certa freschezza, ma soprattutto grazie ad una narrazione per nulla scontata e che riesce a mescolare una grande profondità con una comicità “dura” e tanta ispirazione alla letteratura proibita del ‘900.
    Alla sua prima regia Eva Victor, già stand-up comedian e attrice, mette in scena il processo di elaborazione del trauma di una donna senza cadere in facili discorsi retorici e, soprattutto, non appellandosi al pietismo.

    Una scrittura puntuale 

    Agnes (Eva Victor) è una giovane docente universitaria ironica, capace e brillante che divide una camera con la sua migliore amica Lidye (Naomi Ackie). Quando subisce una molestia da parte del suo relatore di tesi Preston (Louis Cancelmi), il suo mondo va in pezzi, ma tutto succede improvvisamente e senza clamore, quasi in punta di piedi. Ci vorrebbe tempo, ma la vita va avanti, almeno per tutti gli altri. Solo trovando la forza di elaborare l’accaduto e grazie al supporto dell’amica di sempre, Agnes potrà trovare la chiave per rinascere.
    Ciò che colpisce maggiormente in Sorry, baby non è tanto l’ottima direzione degli attori, la stessa Victor è assolutamente a suo agio sia in situazioni più drammatiche che quando la scena fa capolino più dalle parti della commedia rarefatta, quanto una scrittura puntuale, circolare, in cui ogni dettaglio viene inserito non casualmente, ma senza che si avverta una cinica premeditazione. Strutturata in cinque capitoli non in ordine cronologico, la storia di Victor è quella dell’impasse che si trova a vivere una vittima, eternamente divisa tra la commiserazione mista a orrore di chi viene informato sui fatti e l’impossibilità ad andare avanti nella propria vita allo stesso ritmo degli altri. Ed è in questa zona grigia dell’esistenza che Agnes (“Agnello di Dio” esclama il dolce vicino Gavin interpretato da Lucas Hedges) si ritrova a vivere, ma non a sopravvivere in quanto rifiuta coscientemente il ruolo di vittima che tutti si aspettano da lei.

    Da queste premesse Victor costruisce un film in cui nulla si consuma subito e tutto brucia lentamente, in cui il dolore non è mai una forza che condiziona l’esistenza in maniera totalizzante, ma un inquilino scomodo, del quale ogni tanto ci si dimentica, se ne soffre o lo si fissa cercando di esorcizzarlo. E proprio in questa ottica, gli incontri che Agnes va via via facendo lungo tutto il film, (il medico scortese, la sempre presente Lidye, Gavin, lo sconosciuto con cui condivide il panino, l’odiata Natasha), non hanno, nelle intenzioni della regista, un effetto di catarsi ma sono semplicemente gli step con cui familiarizzare con quel inquilino fino ad assorbirlo e a togliergli ogni potere.

    Il panorama culturale

    Se la gravosità del tema non rischia mai di rendere la visione faticosa è anche grazie alla disseminazione lungo tutto l’opera di una comicità sempre molto dura, che non può non far tornare alla mente due icone della commedia millenial al femminile come Phoebe Waller-Bridge (l’influenza di Fleabag è incalcolabile, tanto in scrittura quanto in come Victor muove il suo corpo lungo e dinoccolato ma allo stesso tempo molto fragile) e Lena Dunham. A voler parlare di intertestualità e transmedialità è impossibile non citare la presenza, e le riflessioni in sede accademica, di tanta letteratura “proibita”, o quanto meno spinta, del ‘900: da Lolita a La stanza di Giovanni ma anche Gita al faro di Virginia Woolf, non sono presenti per una scadente autocelebrazione intellettuale ma alimentano un gioco di specchi fra il loro contenuto e le ambizioni di introspezione profonda del film di Victor. 

    Tecnicamente il film non si sposta dalle coordinate base del cinema indie, anche se con una fotografia calda, in cui le luci sono usate per coccolare situazioni difficili, ed alcune idee visive non scontate (in particolare l’immobilità della camera che fissa la casa di Preston e attraversa giorno, crepuscolo e sera durante il “fattaccio”) contribuiscono a restituire quella dimensione di placidità solo apparente nella quale si ritrova costretta la protagonista, e allo stesso tempo aiutano ad alleggerire la disamina di uno stato d’animo in via di ripresa dopo un trauma.

    Vincitore dell’ambito riconoscimento alla sceneggiatura allo scorso Sundance e presentato poi al festival di Cannes, Sorry, baby è uno degli esordi più interessanti e complessi degli ultimi anni.

    gianluca meotti

  • Recensione 28 anni dopo: il tempio delle ossa

    Recensione 28 anni dopo: il tempio delle ossa

    Un seguito perfettamente funzionale

    Dopo il riuscito capitolo precedente, che vedeva non solo il ritorno in sala della saga a distanza di più di vent’anni ma soprattutto quella di Danny Boyle in cabina di regia, la saga riprende a distanza di sei mesi esattamente da dove si era interrotta: da un lato il Dottor Kelson continua la sua relazione con l’alpha Sansone presentando così un la possibilità di cambiare, forse una volta per tutte, le sorti degli infetti; dall’altro il giovane Spike, dopo l’incontro con Jimmy Crystal ed il suo esercito, si ritrova in un incubo che sembra senza via di scampo.

    La regia passa dalla mano di Boyle a quella di Nia DaCosta, che punta tutto su gore, violenza estremamente marcata e una forte dose di cringe humor. Rimane invece Garland alla sceneggiatura che, portando avanti la struttura già vista nel capitolo precedente, porta avanti due binari paralleli legati a doppio filo ai protagonisti di questa seconda parte ma anche, e soprattutto, alla nostra contemporaneità.
    Il dottor Kelson (Ralph Finnes) si trova coinvolto in una relazione sconvolgente con l’infetto di tipo alpha da lui ribattezzato Sansone (Chi Lewis-Parry), con conseguenze capaci di cambiare il destino del mondo, mentre l’incontro di Spike (Alfie Williams) con Jimmy Crystal (Jack O’Connell) si trasforma in un incubo senza via di scampo. In questo scenario, gli infetti non rappresentano più la principale minaccia alla sopravvivenza: è la disumanità dei sopravvissuti a rivelarsi l’aspetto più inquietante e terrificante.

    In continuità con il capitolo precedente – del resto i due film sono stati girati insieme – Il tempio delle ossa si apre ancora una volta sotto il segno di Jimmy Crystal, qui ormai cresciuto e affiancato da un vero e proprio esercito di “Jimmy”: mercenari che recluta e che vedono in lui il figlio del diavolo, tanto da essere ribattezzati tutti con il suo stesso nome. La prima immagine che ci viene mostrata è un cartello con la scritta “no children allowed”, in contrapposizione con l’incipit del precedente che si apriva con dei bambini (fra cui lo stesso Jimmy) davanti alla televisione prima di un attacco degli infetti. La macchina da presa lo oltrepassa, per poi inquadrare Spike, accerchiato dai Jimmy e costretto a lottare per la propria vita.

    Già da questo incipit, il film di Nia DaCosta – regista capace di muoversi con disinvoltura tra arthouse e grande blockbuster – dichiara apertamente le proprie intenzioni, che si discostano in modo netto dal tono comune alle altre opere della serie. La scelta di una tendenza al gore particolarmente marcata, inusuale persino per un film sugli zombie così mainstream, diventa la cifra attraverso cui la regista osserva la realtà post-apocalittica dell’Inghilterra devastata: un mondo raccontato non solo attraverso un’esibizione insistita di sangue e mutilazioni, ma anche mediante l’enfatizzazione della deriva del culto della personalità cui sono soggiogati i Jimmy.

    Le sequenze più estreme colpiscono per l’impatto visivo e per la crudezza con cui vengono messe in scena, risultando anche le più divertenti e quelle che spingono ulteriormente in avanti l’asticella della violenza rispetto ai capitoli precedenti. Tuttavia, una volta esaurito l’effetto adrenalinico – quando lo shock dello scuoiare dei contadini si attenua – emerge con chiarezza il limite di queste scelte: il loro valore finisce per ridursi alla reiterazione di un concetto già esplicitato fin dalle prime immagini del film, ovvero quel gioco di specchi con la nostra realtà contemporanea di cui i Jimmy appaiono come una caricatura neppure troppo distante dal plausibile.

    In sceneggiatura è infatti sempre presente Alex Garland che decide di impostare il racconto su due direttrici narrative principali, entrambe profondamente radicate nel nostro mondo contemporaneo. Da una parte troviamo una personalità, Jimmy, che costruisce attorno a sé un vero e proprio culto dell’ego, dando vita a una narrazione fascistoide fondata sulla prepotenza nei confronti dell’altro. Questa violenza, però, viene sempre giustificata, secondo la sua visione distorta, da un volere superiore o da circostanze sociali presentate come immutabili e critiche, tali da rendere, a suo dire, inevitabile e persino necessario l’uso di una violenza indiscriminata. Dall’altra parte c’è una popolazione — gli infetti, rappresentati da Sansone — che, in numero sempre crescente, viene colpita da una sorta di virus psicotico. Questa condizione li porta a percepire chiunque, persino i propri simili, come un nemico da eliminare. Tra i due poli si colloca il dottor Kelson, uno scienziato sopravvissuto grazie alla sua fiducia nella ragione e a una compassione profondamente radicata. È proprio questa umanità che lo spinge a instaurare un rapporto con Sansone: attraverso le iniezioni di morfina somministrate al gigante, Kelson riesce a comprenderne la sofferenza e, poco a poco, a intuire quale potrebbe essere una possibile cura per la follia omicida scatenata dal virus. 

    Accanto a queste riflessioni che si affidano al genere per dispiegarsi in maniera compiuta, però, Garland ripropone una forma simile a quella del precedente, che non è priva di criticità. La struttura narrativa usa uno schema già visto, in cui c’è una tensione drammatica costante, sempre sullo stesso livello, che non cresce davvero e non trova mai un vero rilascio. Questa scelta, accanto a quella di abbozzare solamente tutti i personaggi tranne Kelson e Jimmy Crystal, impedisce quella immedesimazione e accesso emotivo alla storia che era stata una delle costanti del franchise.

    DaCosta tenta di imprimere alla serie un segno autoriale riconoscibile, scegliendo l’eccesso come cifra stilistica: litri di sangue, una violenza ostentata e una marcata dose di cringe humor. È una strada che ambisce a porsi allo stesso tempo in continuità con il lavoro di Boyle/Garland e a rappresentare una rottura. Tuttavia, il risultato è solo parzialmente riuscito: la messa in scena non sempre è all’altezza del peso drammatico delle sequenze chiave e il ritmo frammentato finisce per indebolire la tensione, facendo rimpiangere la ferocia e l’impatto degli infetti dei capitoli precedenti.

  • Recensione Sirat – Un film alla fine del mondo

    Recensione Sirat – Un film alla fine del mondo

    Luis e suo figlio Esteban attraversano il mondo dei rave nel deserto nordafricano alla ricerca di Mar, figlia scomparsa da mesi. Unendosi a un gruppo di raver diretti verso una festa tra Marocco e Mauritania, intraprendono un viaggio pericoloso che progressivamente perde una meta concreta per trasformarsi in un’esperienza esistenziale.
    Pur potendo essere letto in modo riduttivo come un western contemporaneo, 
    Sirat trova il suo vero cuore nel rapporto con il deserto. Spazio ridotto a grado zero della vita terrestre, il deserto diventa una tabula rasa sensoriale su cui Oliver Laxe costruisce un cinema fondato su suono, percezione e ritualità.
    La musica elettronica e i sound system introducono la vita in questo vuoto, trasformando il rave in un rito collettivo che annulla le distanze tra corpi, spazio e spettatore. Quando la musica si interrompe, inizia l’attraversamento del Sirat, ponte simbolico tra inferno e paradiso, che segna il passaggio verso una ricerca interiore sempre più radicale. 
    In Sirat di Oliver Laxe, Luis (Sergi López) e suo figlio minorenne Esteban (Bruno Núñez) si aggirano per rave mostrando la foto di Mar, figlia scomparsa da mesi. Durante le ricerche conoscono un gruppo di raver, tre ragazzi e due ragazze, che si sta spostando dal Marocco alla Mauritania per una festa dove potrebbe trovarsi la ragazza. Padre e figlio si aggregano al gruppo e affrontano un viaggio che riserverà più di un’insidia.

    Il deserto di Sirat

    Se dovessimo intavolare un gioco intellettuale, abbastanza fastidioso, di rimandi ad altre opere o generi in cui ingabbiare un film che fa tutto ciò che è in suo potere per fuggire da certe prigionie, potremmo dire che Sirat è un western. Possiede in effetti alcuni dei caposaldi del genere e li mette in scena senza nemmeno nasconderli troppo: la trama che si articola sul viaggio di un gruppo di personaggi da un punto A a un punto B; i camper utilizzati nel viaggio, semplice versione del ventunesimo secolo delle carovane usate dai pionieri; il deserto come vero villain della pellicola; e la diffusa aria di guerra imminente che avvolge tutto il racconto. Sempre ragionando in questi termini blasfemi, potremmo però arrivare a individuare quello che è il cuore del film di Laxe e che rappresenta anche, nel western, uno dei topoi più importanti del genere: il rapporto con l’ambiente.
    
    Il deserto, grado 0 della vita terrestre, è la miccia con cui il regista franco-spagnolo innesta tutto il suo racconto, che si muove tra ricerca sonora, stati di percezione lisergici e riflessioni sull’esistenza. Nel deserto si compie la parabola di Laxe, costruita attraverso una ricerca sulla sensorialità che va oltre tutti i significati mistici e religiosi della storia. La prima cosa che vediamo in assoluto sono le casse che vengono montate in questo nulla sterminato e, grazie a loro, nel deserto arriva la vita. Il suono fa uscire tutti dalle rispettive carovane, i corpi iniziano a ballare, a confondersi e a mescersi in una prima sequenza che annulla lo spazio tra spettatore e film, rendendo tutti partecipi di un unico rito.

    Un viaggio sensoriale

    Ma la musica prima o poi si ferma e deve iniziare il viaggio. Il ponte della religione araba che unisce l’inferno e il paradiso — il Sirat, appunto — va attraversato, insieme a tutte le difficoltà necessarie per arrivare all’illuminazione, a un livello di consapevolezza che i protagonisti ricercano affidandosi ora a radici psichedeliche, ora agli immancabili sound system che si portano costantemente appresso. Le casse, inoltre, non possono non richiamare alla mente il monolite kubrickiano, sia come oggetto di misteriosa forza vitale, sia come leitmotiv visivo eletto da Laxe a personaggio aggiunto della storia.
    
    Nel suo tragico corso, il viaggio smette progressivamente di avere una meta e una direzione lineare, privilegiando una traiettoria centripeta che ha come obiettivo la ricerca interiore, per ciascun personaggio, di uno stato di beatitudine. Uno stato a cui la vita nomade e radicale del raver consente di avvicinarsi maggiormente. Il cambio metafisico che avviene dopo alcuni eventi traumatici è ben sottolineato dalla fotografia di Mauro Herce, che rende il paesaggio desertico ancora più straniante di quanto non lo fosse in precedenza, con sterminate distese bianche e sabbiose che scavano il vuoto attorno ai personaggi.
    
    Laxe gestisce i sette protagonisti con piena consapevolezza. Luis ed Esteban risultano maggiormente importanti solo nelle prime fasi, come strumenti di iniziazione della dinamica narrativa, utili a dare corpo e voce alle istanze che il regista intende declinare nella storia. Il vero punto nevralgico resta l’aspetto sensoriale dell’opera. Detto ciò, è comunque degna di nota l’interpretazione spaesata e di disperazione gradualmente crescente di un grande frequentatore del cinema europeo d’essai come Sergi López, di cui conosciamo soltanto la missione e il fatto che “non capisce” la techno. Accanto a lui, l’esordiente Jade Oukid, realmente proveniente dal mondo dei rave, viene scelta da Laxe come principale traghettatrice di Luis ed Esteban nel mondo delle feste nel deserto e offre una prova di non scontata sicurezza nel restituire un personaggio che, più degli altri, condensa in sé la dualità terrena e mistica del film.

    Conclusioni

    Sirat è un film che si propone di rimettere in discussione i rapporti tra gli elementi che stanno alla base del cinema. In un dialogo continuo tra suono e immagine, Oliver Laxe riesce a non sacrificare la tensione drammatica — si pensi all’esempio della bomba sotto il tavolo di Hitchcock — in favore di un linguaggio che, per raccontare al meglio certi ambienti, si rinnova in una reimmaginazione dei propri diktat.

    gianluca meotti

  • Recensione Anemone – Uscire dall’ombra

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    Gli anemoni sono dei fiori di origine asiatica diffusi in tutto il mondo, in virtù della loro capacità di adattamento a qualsiasi ambiente e tipo di clima. Sono perfette, quindi, per essere coltivate negli sperduti boschi dove Ray (Daniel Day-Lewis) si è ritirato dopo i Troubles dell’Irlanda del Nord, durante i quali era schierato con le autorità statali. Ray fugge dalla sua vita precedente, da sua moglie Nessa (Samantha Morton), dal fratello Jem (Sean Bean) e dal figlio Brian (Samuel Bottomley), per una motivazione che solo lui conosce e che quasi vent’anni ancora dopo lo perseguita. La cattiva strada presa dal figlio costringe Jem ad andare a trovare Ray per chiedergli di rimettersi in contatto con Brian, così da salvarlo da sé stesso.

    Il film d’esordio di Ronan Day-Lewis (figlio d’arte anche da parte di madre, ovvero Rebecca Miller, la regista della nuova miniserie su Martin Scorsese)  utilizza l’espediente del rapporto mai esistito tra un padre e un figlio per raccontare quello che a tutti gli effetti è un coming of age (con tanto di catarsi onirica finale) su un uomo di 50 anni. Tra silenzi riempiti da una colonna sonora che si rifugia in un post-punk desolato e scene di dialogo cariche di rivelazioni su un passato travagliato, il giovane regista traccia il percorso emotivo di un uomo che si è ritrovato in un contesto che non poteva dominare e gli ha risposto con la fuga. Per fare ciò si serve di una scrittura che alle volte risulta un po’ troppo densa di fatti da sapere e di una regia che, fra movimenti di macchina melliflui, carrelli, angolature poco convenzionali, situazioni di misticismo che stanno fra i Patronus di Harry Potter e il finale di Magnolia, ha sicuramente tante idee visive ma poche realmente accattivanti. Una di questa potrebbe essere la scena in cui i due fratelli si ritrovano ubriachi a ballare nella baita di Ray e la macchina comincia ad indietreggiare, la parete sparisce e l’allontanamento continua in piena foresta innevata, venendo a creare un contrasto, anche cromatico, fra il bel momento che stanno vivendo i fratelli e il mondo circostante.

    Il ritorno di Daniel Day-Lewis

    Ma il motivo per cui tutti aspettavano la visione di questo film è il ritorno di Daniel Day-Lewis sullo schermo (qui è anche co-sceneggiatore). Non sembra passato un giorno, invece gli anni sono 8, dall’ultima apparizione ne Il Filo Nascosto: Day-Lewis restituisce un personaggio intossicato dagli eventi che hanno sconvolto la sua vita e dalle scelte ad essi conseguenti: quasi costantemente gobbo e seduto, dalle sembianze di un animale cresciuto in cattività pronto a sbranare chiunque vi entri in contatto. Questo livore si affievolisce nel corso del film in quanto Ray entra in contatto con suo fratello Jem, di carattere opposto a lui, che Sean Bean interpreta in totale sottrazione, quasi sussurrando i suoi brevi dialoghi. Sono le interpretazioni dei due la nota più lieta di un film che vuole sempre creare una sensazione di sospensione della realtà, ma che si ritrova schiacciato sotto il peso delle proprie ambizioni.

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    Gianluca Meotti,
    Redattore.
  • Recensione Dracula: L’amore perduto – Una love story firmata Luc Besson

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    Siamo in un mondo di mostri, cinematografici. Solo negli ultimi mesi sono arrivati sul grande schermo un Wolf Man di Leigh Whannell, un Frankenstein firmato Guillermo del Toro e il Nosferatu di Robert Eggers; e presto vedremo nuove creature in un altro Dracula diretto da Radu Jude e in The Bride! di Maggie Gyllenhaal, dedicato alla sposa di Frankenstein.
    In questo panorama, Luc Besson, alla sua ventesima regia, sceglie una strada del tutto diversa, concentrandosi non sull’orrore, ma sul sentimento e sulla sua ricerca più disperata.

    Attraverso i secoli

    L’inizio lo conosciamo bene: nella Transilvania del XV secolo, il principe Vlad (Caleb Landry Jones), durante una battaglia, uccide accidentalmente la sua amata Elisabetta (Zoe Bleu Sidel). Disperato, si rivolge a un prete affinché interceda con Dio per riportarla in vita. Ma le sue suppliche restano inascoltate, e Vlad, consumato dal dolore, rinnega la fede: condannato alla vita eterna, è costretto a nutrirsi del sangue degli uomini. Dopo secoli di solitudine, la sua amata ritorna, reincarnata nella Londra del XIX secolo nella figura di Mina, promessa sposa dell’avvocato Jonathan Harker (Ewens Abid).

    L’insolito punto di vista del film si rivela già nella sua scena d’apertura, in cui Vlad ed Elisabetta giocano teneramente, mangiano insieme e fanno l’amore. Mai un film su Dracula era iniziato in modo così intimo e affettuoso, mantenendo questo tono per tutta la durata dell’opera. L’operazione messa in campo da Besson ha qualcosa di rivoluzionario: se il Dracula di Coppola accentuava già fortemente la dimensione romantica, qui il regista francese va oltre, abbracciando senza timore quel kitsch che da sempre lo contraddistingue.

    Dracula fragile

    La narrazione alterna momenti di grande e purissimo cinema, come le sequenze di battaglia o l’incontro tra la vampira interpretata da Matilda De Angelis e il prete di Christoph Waltz, ad altri che sfidano le convenzioni del buon gusto, coerentemente con l’estetica esagerata e contaminata tipica di Besson. Il risultato è un film che rifiuta ogni certezza, oscillando costantemente tra il sublime e il grottesco, tra passione e delirio visivo.

    Caleb Landry Jones, con il suo volto inquieto e fragile, sembra nato per incarnare personaggi tormentati e autodistruttivi come quelli di Besson. Ma a sorprendere è anche Matilda De Angelis, che si abbandona completamente al ruolo, rivelando una recitazione istintiva, furiosa, quasi animalesca, perfettamente in sintonia con l’anima selvaggia e passionale del film.

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    Gianluca Meotti,
    Redattore.