Tag: giovanni atzeni

  • RECENSIONE HALSTON – SERIE NETFLIX CON EWAN MCGREGOR

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    In un momento di difficoltà storica per l’industria dello spettacolo, che, complice la pandemia e i conseguenti problemi produttivi, ha faticato a mantenere i ritmi a cui l’era della “peak television” ci aveva abituato, una delle poche eccezioni è rappresentata da Ryan Murphy. Quest’ultimo, infatti, fresco dell’accordo multi-milionario con Netflix, nell’ultimo anno ha dato alla luce un numero impressionante di progetti diversi fra loro, non sempre, bisogna dire, soddisfando le aspettative che ormai sono legate al suo nome. L’ultimo di questi è la miniserie Halston, che racconta, nell’arco di 5 puntate, l’ascesa e la caduta dell’omonimo stilista statunitense famoso negli anni ’70 nonché uno degli animatori e frequentatori più assidui della scena disco newyorkese che ruotava attorno al leggendario Studio 54.

    https://www.youtube.com/watch?v=yCgdWHwEnrg

    Questa miniserie è un ulteriore tassello di quello che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essere il programma narrativo e culturale di Ryan Murphy: partendo da spunti più o meno ancorati alla realtà (vedi Hollywood, Pose o American Crime Story) o ad altre narrative (ad esempio Ratched) vuole poi costruire un suo personale discorso, fornendo spunti di riflessione su svariate tematiche, fra cui in maniera preponderante il ruolo della comunità LGBTQ+ e delle altre minoranze. Nonostante in questo caso non curi personalmente la regia, affidata invece a Daniel Minhan, lo stile è comunque quello inconfondibilmente barocco che è ormai la cifra delle produzioni di Murphy, e che qui necessariamente esalta al massimo non solo i costumi, come ovvio che sia, ma anche gli ambienti, i quali, grazie anche ad un budget sicuramente molto alto, sono curati nei minimi particolari e risultano decisamente affascinanti e di impatto. Inoltre, come già si era visto in molte sue precedenti produzioni, Murphy non si pone apparentemente alcun problema nel portare sul piccolo schermo personaggi leggendari del mondo dello spettacolo statunitense, aspetto al quale altri, al suo posto, porrebbero molta più cautela. Ed ecco che nel corso dei cinque episodi troviamo, oltre ad Halston stesso, l’attrice e cantante Liza Minnelli, la celebre ballerina e coreografa Martha Graham, la designer Elsa Peretti e tanti altri animatori e frequentatori dello Studio 54. L’unico su cui si è mosso più prudentemente in questo caso è stato Andy Warhol, più volte nominato ma che non vediamo mai sullo schermo.

    Altro elemento riconoscibile che ritorna è una rappresentazione senza filtri del sesso, specialmente quello omosessuale, e dello sfrenato uso di droghe, quest’ultimo evidenziato molto bene, anche visivamente, nella sua ripetitività. Tutto ciò è oggi possibile grazie ai lavori di Ryan Murphy stesso ma anche di altri registi e produttori, i quali hanno portato allo sdoganamento di certe rappresentazioni sul piccolo schermo.

    L’aspetto che in questo caso risulta più tradizionale è probabilmente quello narrativo. La vita dello stilista infatti viene raccontata secondo il tipico schema di rise-and-fall  dell’antieroe, che, dopo una scalata vertiginosa verso un successo stratosferico, altrettanto vertiginosamente crolla, complice l’arroganza, la perdita dei punti di riferimento più fidati e il consumo smoderato di cocaina. Se questo rientrare in binari già prestabiliti rende la serie tutto sommato godibile, prevenendo alcuni scivoloni che in altri casi (di nuovo Hollywood oppure The Politician, ma soprattutto il musical The Prom) avevano rovinato progetti partiti con una premessa interessante, tuttavia ciò la rende anche prevedibile e non molto incisiva per quello che dovrebbe essere un prodotto di punta. Ci sono certo alcune riflessioni interessanti, come ad esempio lo scontro fra le ragioni del mercato, da cui lo stilista viene ad un certo punto travolto perdendo addirittura i diritti sul suo stesso nome, e quelle dell’arte, un fiore che dovrebbe essere coltivato e protetto con cura, perché fragile e prezioso, come le orchidee tanto amate dallo stilista – “bellissime ma senza nessun profumo”. Ma questi discorsi non vengono sviluppati ulteriormente, e si perdono, fini a sé stessi.

    Forse proprio quest’ultimo elemento disegna involontariamente un paragone con lo stesso Ryan Murphy, che nella sua produzione sovrabbondante forse ha perso la visione organica delle sue idee, a causa probabilmente di una mancata riflessione approfondito e di uno sviluppo coerente delle stesse. Non che l’aspetto commerciale sia un problema di per sé; la televisione soprattutto, ma anche il cinema, sono il caso più evidente di fusione fra arte, intrattenimento e necessità commerciali. Ma la differenza viene da come questi aspetti si compenetrano fra di loro in maniera organica e intelligente, sostenendosi a vicenda, e questa delicata alchimia non sempre negli ultimi tempi è venuta fuori nelle produzioni dello showrunner americano.

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  • RECENSIONE FLEABAG

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    We’re bad feminists”. Queste poche parole, che Fleabag – protagonista dell’omonima serie tv scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge – pronuncia appena cinque minuti dopo l’inizio, stabiliscono il tono dei successivi dodici episodi delle due stagioni, che sono una ventata d’aria fresca nel panorama della serialità televisiva. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è tratta dallo spettacolo teatrale omonimo del 2013, e ha portato all’attenzione del grande pubblico l’enorme talento della Waller-Bridge. L’attrice e sceneggiatrice si era già fatta notare per la miniserie Crashing (ora disponibile su Netflix), altra piccola perla da lei scritta e interpretata, e il suo talento era stato poi ulteriormente confermato dalla serie Killing Eve e da altri lavori.

    Dark comedy dai tratti sperimentali per gli standard televisivi, la prima cosa da dire su Fleabag è che fa genuinamente ridere di gusto, almeno tanto quanto fa anche piangere e riflettere. Il talento comico della Waller-Bridge funziona alla perfezione, è apparentemente naturale, sia nella scrittura che nell’interpretazione, e giunge inaspettato attraverso situazioni e personaggi surreali. La protagonista è una giovane donna sulla trentina che porta con sé il trauma dalla morte della sua migliore amica, e che conduce una vita irregolare e disfunzionale per la quale è costantemente giudicata da quasi tutti gli altri personaggi (tranne alcune importanti eccezioni), che dall’alto della loro presunta normalità la reputano vergognosa e sbagliata, una macchia da nascondere e alla quale non essere associati. Fra tutti questi personaggi grotteschi quello che spicca, anche grazie alla magistrale interpretazione di Olivia Colman, è quello della matrigna di Fleabag e di sua sorella Claire. Performer di eccellenza di questa società finta e superficiale, la matrigna si nasconde in una normalità che non esiste ma lascia trapelare un velo di isteria sotto la voce impostata e l’apparente stabilità, ed è un’artista egocentrica che, per dirne una, crea una mostra sulla sua vita sessuale, la “Sexhibition”, e si finge femminista e alternativa, ma che in realtà è ancora più ingabbiata nella recita che si è costruita e non può che essere definita, usando appellativi gentili, come cattiva, perfida e manipolatrice. L’uso di questi aggettivi associato al personaggio della matrigna (della quale fra l’altro non verremo mai a sapere il nome) fa intuire quanto la Waller-Bridge lavori su moltissimi livelli diversi, decostruendo, ricostruendo e intrecciando temi culturali in maniera tanto intelligente da sorprendere lo spettatore più attento, facendone vero e proprio spettacolo.

    Altra caratteristica interessante dal punto di vista formale è stata la scelta, ampiamente discussa, della costante rottura della quarta parete da parte della protagonista, che dialoga con noi spettatori, suoi “amici segreti”, per commentare ironicamente la vicenda. Anche questo elemento viene spinto ai suoi limiti estremi quando, nella seconda stagione, il personaggio del Prete, con il quale Fleabag stringe un’improbabile rapporto, si rende conto del fatto che la donna a volte va “da un’altra parte”, e per un attimo guarda anche lui in camera, facendo sussultare lo spettatore, che vede così scoperta la sua natura voyeurista.

    Tema costante della serie, come appare chiaro già dai primi minuti, proprio quello del femminismo, affrontato in maniera sempre molto sottile, acuta e intelligente e senza mai cadere nel didascalico. In primis è evidente la critica e la presa in giro verso un certo tipo di femminismo (che in realtà di femminista non ha niente) patinato, moralista ed edulcorato, che predica una perfezione alla quale la protagonista, e come lei molti altri, proprio non appartiene. Lei è imperfetta e questo la separa dal resto di un mondo che finge costantemente di essere qualcosa che non è. Di fronte a persone che si sforzano di nascondere le crepe delle loro esistenze, Fleabag è semplicemente sé stessa, anche se questo la porta a combinare una marea di errori nella sua vita. Ma del resto “le persone fanno errori, per questo si mettono le gomme sulle matite”, proprio come viene ricordato in uno dei più toccanti passaggi profondamente emotivi della serie, che fra le sue mille sfaccettature conserva anche un posto per questo tipo di tono.

    Prodotto straordinario su molti livelli, Fleabag sarà difficilmente replicabile dalla sua stessa autrice e interprete – che nel frattempo si è infatti dedicata ad altri tipi di progetti – e costituisce un’eredità ingombrante, ma anche un punto di partenza estremamente ricco con cui confrontarsi per coloro che vorranno continuare il discorso.

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  • RECENSIONE GRACE E FRANKIE – L’IRRIVERENZA DELLA VECCHIAIA

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    Nel 2015 Netflix arrivava in Italia e da circa un paio d’anni si era lanciata nelle prime produzioni originali. Fra queste, oltre alle molto più famose House of Cards e Orange is the new black, troviamo anche una serie tv di genere comedy, dal successo sicuramente solido ma molto più silenzioso delle due sopracitate, e di tante altre nate successivamente. Sto parlando di Grace e Frankie, che giungerà presto alla sua settima (e ultima) stagione, in un periodo in cui le serie di Netflix muoiono nella stragrande maggioranza dopo un paio di stagioni.

    Guidata da un cast stellare di vecchie glorie quali Jane Fonda, Lily Tomlin, Martin Sheen e Sam Waterston, la vicenda racconta di quattro ultrasettantenni, concentrandosi specialmente sulle due protagoniste femminili, alle prese con il tempo che passa. Mentre cercano di confrontarsi con i cambiamenti che stanno avvenendo nella loro vita, riescono a mostrare la vecchiaia per quello che è, ovvero un periodo in cui, nonostante qualche acciacco e problema di memoria, non si deve essere condannati all’irrilevanza aspettando che arrivi la fine. La premessa è tanto strampalata quanto coinvolgente: la vita di Grace (Jane Fonda) e Frankie (Lily Tomlin) viene sconvolta quando i rispettivi mariti Robert (Martin Sheen) e Sol (Sam Waterston), soci in affari, rivelano di essere innamorati l’uno dell’altro e di volersi sposare dopo vent’anni di relazione nascosta. Mentre raccolgono i cocci della loro vita andata in pezzi, le due donne si trovano forzatamente a vivere assieme nella casa al mare posseduta in comproprietà dalle due ex-coppie. Le due protagoniste non potrebbero essere più diverse: la prima algida, rigida e conservatrice, vive di Valium e Martini. La seconda una hippie pazza e sconclusionata che fa abitualmente uso di marijuana. Inaspettatamente, però, la casualità degli eventi le spingerà a diventare grandi amiche e si aiuteranno a vicenda a ricostruire la propria vita. E saranno proprio le differenze fra le due a costituire il loro grande punto di forza e che permetterà loro di affrontare con slancio e ironia questo nuovo capitolo della loro vita fatto di relazioni, avventure e imprese imprenditoriali (ad un certo punto, per fare un esempio, si metteranno a produrre nientemeno che vibratori pensati specificamente per le donne anziane).

    Se quindi il tema centrale ed esplicito è sicuramente quello della vecchiaia, tuttavia ad un livello più implicito quello che la storia vuole comunicare è che, dopotutto, ci fa bene confrontarci con persone diverse da noi. La diversità infatti ci regala un punto di vista alternativo sulle cose e ci permette di smussare le nostre caratteristiche più aspre. Insomma, gli altri non ci possono cambiare del tutto, ma magari ci possono rendere migliori.

    Se la serie non ha la visibilità che meriterebbe è probabilmente perché si tratta di  una comedy dall’impostazione classica (è stata creata da Marta Kauffman, già ideatrice di Friends), in anni in cui il genere non gode di grande salute. Ma ciò che differenzia questa serie da molte altre è la qualità, altissima in ogni reparto: le battute sono brillanti, intelligenti e irriverenti, i personaggi irresistibili, magari un po’ stereotipati ma mai banali, e le interpretazioni ottime, a partire ovviamente dalle due protagoniste. E, oltre tutto questo, guardando con un occhio più attento, emerge anche un certo gusto Camp e diversi passaggi autoriflessivi che, per esempio, prendono in giro il ruolo del regista oppure certe scelte narrative un po’ strampalate della serie stessa. Tutto questo se il solo nome di Jane Fonda non fosse già sufficiente per convincervi a guardarla.

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  • RECENSIONE IT’S A SIN (SERIE TV)

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    Nel 1987 i Pet Shop Boys, duo synth pop britannico, pubblicano il singolo It’s a sin, che condanna la morale cattolica basata sui concetti di peccato, vergogna e colpa. Attorno a questi temi ruota la storia raccontata dalla nuova serie televisiva firmata da Russel T. Davies (già noto, fra le altre cose, per un altro cult della serialità LGBT+ come Queer as folk), che proprio per questo motivo prende lo stesso titolo della canzone, e che è già andata in onda nel Regno Unito su Channel 4 e negli Stati Uniti su HBO Max, riscuotendo grande successo. La vicenda di It’s a sin inizia nel 1981 e segue lungo tutto il decennio la vita di un gruppo di ragazzi gay e queer che, fuggiti dalle loro famiglie di origini per trasferirsi a Londra e vivere apertamente la loro vita, si trovano a dover fronteggiare la minaccia dell’epidemia di AIDS, che sconvolgerà profondamente le loro esistenze.

    In particolare il personaggio su cui la serie insiste di più è quello di Richard Tozer, interpretato da Olly Alexander (frontman della band Years & Years), giovane rampante e ambizioso che arriva nella capitale inglese per studiare legge. Sarà grazie all’incontro con Jill, la quale diventerà sua grande amica, che avrà il coraggio di seguire il suo vero sogno, ovvero la recitazione, andando ancor di più contro le aspettative della famiglia. Anche il personaggio di Jill è particolarmente interessante: unica ragazza del gruppo, con genitori molto aperti mentalmente, è la prima che si preoccupa della nuova malattia che si sta diffondendo, nonostante in quel frangente non ne sia personalmente toccata, mentre ancora gli amici fanno finta di niente, o peggio, si danno apertamente alla negazione del pericolo che stanno correndo. Se fosse davvero così grave – dice ad un certo punto Richard – “sarebbe su tutti i notiziari”. Attraverso gli occhi di Jill vediamo l’impotenza di fronte ad una malattia di cui non si sa ancora niente, e di cui probabilmente una società così conservatrice non vuole sapere niente, soprattutto visto che ad essere colpiti sono gruppi marginalizzati che alcuni, molti, vorrebbero solo non esistessero.

    Al termine dei cinque episodi siamo capaci di tirare le fila e capire quello che la storia vuole comunicarci sotto la superficie: il vero problema, la vera malattia, è la vergogna. La maggior parte dei ragazzi che contraggono l’AIDS muore nel silenzio, nella vergogna, nella solitudine. “Vanno a casa”, come dice Carol, l’agente di Richard, riferendosi ai tanti attori gay che, in punto di morte, tornano nelle loro città di origine, in provincia, per sparire senza che nessuno sappia cosa gli è successo. I riferimenti a quanto sia tossico vivere costantemente sotto questa cappa oscurantista punteggiano la serie dal primo momento, ma esplodono verso la fine nel monologo in cui Jill incolpa la madre di Richard, Valerie, altro personaggio a suo modo straordinario, per la morte del figlio e di tutti quei ragazzi che il figlio ha contagiato, perché cresciuto in una casa infestata dalla vergogna. Vergogna che lo ha portato a credere, come tanti altri, di meritarsi la malattia, di meritarsi quella fine. E non a caso è mostrata la morte solo di coloro che in qualche modo si sono riscattati da questa spirale della vergogna, gli altri semplicemente scompaiono. Della loro morte vediamo solo i segni.

    Per quanto moralmente negativo, il personaggio di Valerie Tozer, madre di Richard, è forse uno dei più interessanti. gran parte del merito va all’interpretazione magistrale di Keeley Howes, che dopo quattro episodi da personaggio secondario, nell’ultimo esplode con una scena tour-de-force che dà al personaggio uno spessore, una complessità e una serie di contrasti, che lo rendono quantomeno affascinante, anche se negativo. Ma in generale è interessante vedere come siano le madri a tenere le fila di questo rapporto complicato con i figli, più o meno amati, più o meno accettati per quello che sono, a volte umane e a volte fredde come il ghiaccio, ma comunque presenti. Al contrario dei padri che, quando non completamente assenti, sono deliranti o dei fantasmi.

    Nonostante la morte e la malattia siano così presenti, o anzi, probabilmente proprio per questo motivo, la serie vibra di vita e di energia, di emozioni, di umorismo e irriverenza, di momenti di profonda umanità. Come tutte le buone storie, ti fa venire voglia di sognare e di vivere.

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