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  • recensione how to make a killing – un vendicatore di classe

    recensione how to make a killing – un vendicatore di classe

    Glen Powell e il suo multiverso

    In quest’epoca di crossover e spin-off, in cui basta distrarsi un attimo per trovarsi davanti a Paperino che fa a cazzotti con Batman, Glen Powell sta pian piano creandosi un piccolo multiverso personale.

    Fortunatamente non parliamo di poteri incredibili e mutazioni genetiche, anzi. Quando l’attore texano riesce ad accaparrarsi un ruolo da protagonista, il suo personaggio è quasi sempre quello dell’underdog, un uomo sfortunato che vive ai margini della società, ma che, per un motivo o per l’altro, si ritrova ad affrontare una situazione (apparentemente) al di sopra delle sue possibilità.

    Prendiamo Hit Man (2023): Powell interpreta Gary, un timido professore di filosofia con un divorzio alle spalle, che in poche scene finisce per diventare un finto killer in operazioni sotto copertura per la polizia. Non male come carriera.

    Due anni dopo è il turno di The Running Man, in cui troviamo Ben, un fiero (e stereotipato) lavoratore della classe operaia, costretto a partecipare ad un gioco mortale per salvare la figlia malata. In questo caso dobbiamo perdonare Wright per il cliché e fare il tifo per il nostro eroe che lotta per la famiglia e per il popolo.

    Considerando anche questo suo ultimo lavoro, sembra che Powell abbia tutte le possibilità di diventare la nuova icona di un tipo di cinema che, un tempo, qualcuno avrebbe definito “da cassetta”. Il termine può sembrare denigratorio, ma in realtà descrive perfettamente il genere di film che si colloca tra il banale blockbuster e il film più “impegnato”, magari riuscendo ad accontentare il pubblico di entrambi i generi. Cosa non da poco.

    Il secondo film è sempre il più difficile

    Così arriviamo al film di John Patton Ford, che dopo un convincente esordio nel 2022 con Emily the Criminal action-crime al femminile con protagonista un’ottima Aubrey Plaza – scrive e dirige un film che, pur non prendendosi troppo sul serio, funziona.

    Diciamo la verità, il merito per la sceneggiatura di How to Make a Killing non può essere attribuito al regista statunitense, dato che è quasi la copia esatta di Kind Hearts and Coronets (Sangue blu in Italia), film del 1949 di Robert Hamer, a sua volta tratto da un romanzo.

    Piccola curiosità: il romanzo di Roy Horniman da cui il film inglese ha preso ispirazione, si intitola Israel Rank: The Autobiography of a Criminal. La storia è quella di un giovane per metà ebreo, che si ritrova emarginato dalla ricca famiglia per questioni razziali e che per questo motivo decide di vendicarsi. A causa della sensibilità all’argomento che si respirava nel secondo dopoguerra, la casa di produzione britannica scelse di modificare la discendenza del protagonista, il quale da metà ebreo divenne per metà italiano. Sembra che nessuno si sia lamentato.

    Nel film di Ford qualsiasi riferimento razziale viene lasciato da parte e il movente del protagonista è basato unicamente sulla differenza sociale e la vendetta.

    Becket (Glen Powell) viene cresciuto da sua madre, Mary, ripudiata dalla famiglia a causa della gravidanza precoce da cui poi sarebbe nato lui. Il ragazzo cresce sentendo parlare delle immense ricchezze dei Redfellow, di cui lui è l’ultimo dei discendenti. Durante l’infanzia conosce anche Julia, con cui, da adulto, intreccerà una relazione pericolosa.

    Quando Mary si ammala gravemente, chiede come ultimo desiderio di essere seppellita nella cappella di famiglia, desiderio che gli viene negato. Così Becket, spinto dal sentimento di vendetta, decide di impossessarsi del patrimonio dei Redfellow a tutti i costi.

    La femme fatale e il boss finale

    È difficile parlare di How to Make a Killing senza considerare il primo adattamento. Chi li ha visti entrambi sa quanto questo film sia debitore dell’originale.

    Ci sono però delle differenze che non passano inosservate, tra tutte la più evidente è sicuramente quella legata all’utilizzo degli attori non protagonisti.

    Nel film del 1949, oltre a Joan Greenwood nei panni di Sibella (Julia), c’è la straordinaria performance di Alec Guinness (Obi-Wan Kenobi nella trilogia originale di Star Wars), capace di interpretare tutti gli otto membri della famiglia aristocratica, ruolo femminile incluso.

    Nel suo remake invece, Ford si trova a dirigere due co-protagonisti di generazioni differenti, anche se entrambi con un curriculum di tutto rispetto.

    Julia è Margaret Qualley, in rampa di lancio dopo The Substance e gli ultimi film (in Blue Moon brilla), in cui ha dimostrato di sapersi adattare a contesti e ruoli anche molto diversi tra loro.

    Qua è chiamata a rappresentare la quota noir del film, interpretando una femme fatale senza scrupoli e con un piano ben preciso in mente: sposare un marito facoltoso.

    Qualley è bravissima a prendersi la scena nelle poche sequenze in cui è presente, sia fisicamente (Ford insiste sui polpacci come Tarantino insiste sui piedi) che psicologicamente, dando vita ad un personaggio affascinante e detestabile allo stesso tempo.

    Lo schema del film sembra quasi ripercorrere quello del più classico dei videogiochi, dove i primi livelli sono facili, mentre man mano che ti avvicini alla fine gli avversari si fanno più forti e temibili. Ecco, se dovessimo paragonare questo film ad un videogioco, Ed Harris nel ruolo del capofamiglia sarebbe il perfetto boss finale.

    Il regista americano capisce la responsabilità che comporta avere nel cast un attore di questa importanza e adatta la sceneggiatura originale per dargli il giusto spazio e il giusto peso, in una delle poche sequenze davvero inedite del film.

    L’altra grande differenza rispetto a Kind Hearts and Coronets, è l’assenza di quel black humor tipicamente inglese che domina nel film di Robert Hamer e che in questo remake si perde quasi completamente a causa della differente ambientazione e del pubblico a cui è destinato.

    How to Make a Killing non è esente da difetti, ad esempio l’attualizzazione del contesto è tirata per i capelli, con telecamere e smartphone presenti solo quando funzionali all’avanzamento della trama. Ma non stiamo parlando di un film a cui ha senso fare le pulci, i dettagli sono trattati dal regista con consapevole superficialità.

    Forse Ford ha avuto solo paura di uscire leggermente dai binari di una trama quasi perfetta, cosa che avrebbe reso la trasposizione ai giorni nostri più convincente. Allo stesso tempo gli va dato il merito di aver mantenuto un finale amaro (o agrodolce se vogliamo essere esatti), cosa per nulla scontata per un prodotto di questo tipo.

    D’altronde, come avverte Becket all’inizio del film, questa è una tragedia e le tragedie non hanno finali felici.


  • Recensione Hit man – Killer per caso: Un viaggio attraverso l’identità

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    Quante maschere indossiamo per poter sopravvivere? Qual è quella che ci assomiglia di più? Quanti frammenti raccolgono la nostra reale essenza?

    Richard Linklater torna al cinema con Hit man – Killer per caso, una commedia che tocca diversi generi e ci pone di fronte a questi e altri interrogativi con una leggerezza mai superficiale. 

    Il film, distribuito da BIM e presentato in anteprima alla 80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è liberamente ispirato a una storia vera, raccontata nel 2001 in un articolo del giornalista Skip Hollandsworth (già collaboratore del regista in Bernie) sul Texas Monthly.

    Gary Johnson (Glen Powell) insegna filosofia e psicologia al college e nel tempo libero collabora con alcuni membri della polizia (Retta e Austin Amelio) come consulente informatico. Costretto a sostituire un agente sotto copertura, si troverà a impersonare un sicario e scoprirà la sua effettiva natura, acquisendo delle consapevolezze impreviste e inaspettate.

    Gary è una persona comune, un viso da dimenticare, chiuso nella gabbia della routine e della solitudine. Non ammette trasgressioni e tutto il suo mondo appare anonimo, perfino il suo nome risulta banale. Quando comincia a fingersi qualcun altro, diviene consapevole dei segmenti che compongono la sua personalità ed emerge una parte di lui probabilmente rimasta sopita troppo a lungo.

    Apparentemente l’equilibrio tra Es e Super-Io inizia a vacillare, in realtà i travestimenti e i personaggi da interpretare delineano una nuova forma di armonia nella sua vita.

    Linklater scrive insieme a Glen Powell una sceneggiatura brillante, mettendo in scena un racconto dinamico, in continua evoluzione. Il trasformismo del protagonista si riflette direttamente sulla narrazione: il regista si muove dal romanticismo all’azione, passando per il thriller e il noir.

    Hit man si “traveste” di semplicità, ma scava intimamente nell’animo umano, approfondendo il concetto di identità.

    La vicenda è scandita dalla voce narrante di Johnson che, attraverso la focalizzazione interna, ci accompagna nelle diverse fasi del suo mutamento progressivo. Lo spettatore onnisciente diventa un allievo di Gary e ascolta le sue lezioni su Nietzsche consapevole degli avvenimenti che si dipanano nella sua attività parallela.

    La metamorfosi avviene lentamente, ma al contempo ogni minima trasformazione viene percepita e di conseguenza siamo chiamati ad accogliere un ritmo narrativo serrato, che segue la curva del cambiamento del nostro killer passo dopo passo.

    Il film scardina la nozione stessa di “hit man”, relegandola a un’invenzione della cultura di massa, a una fantasia che il personaggio principale deve incarnare.

    Powell diventa camaleontico proprio come Gary, riuscendo a viaggiare da un carattere all’altro e restando sempre credibile. Lo scialbo professore di provincia può diventare chiunque con i mezzi espressivi del corpo, spostandosi sul palcoscenico della realtà. Anche le relazioni sentimentali si dimostrano più semplici indossando panni differenti e così l’uomo riesce a instaurare un rapporto complesso e ambiguo con la giovane Madison (Adria Arjona), mostrando una sicurezza difficile da attribuirgli nelle sue vesti usuali.

    La verità non è più oggettiva e immutabile, la morale non può essere ridotta ad assolutismi e tutti possono diventare differenti, tutti interpretano un ruolo che finisce per rappresentarli. 

    Hit man capovolge il significato di “maschera”, conferendogli la capacità di svelare il volto dell’individuo, permettendogli finalmente di accedere alla piena conoscenza di se stesso. 

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Essere giovani – L’adolescenza nel cinema di Richard Linklater

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    Nel 1990, Richard Linklater dirige il film che avrà un impatto rivoluzionario sul cinema indipendente americano e che ispirerà un’intera generazione di registi: Slacker. Ambientato ad Austin, Texas, nell’arco di 24 ore, Slacker darà inoltre il via alla filosofia linklateriana sul passaggio del tempo e della vita, che troverà la sua massima espressione nella “trilogia del tramonto” e, soprattutto, in Boyhood (2014).  Il film, privo di una vera e propria trama, segue per pochi minuti alla volta una sequela di personaggi dei sobborghi della città texana, tra artisti disoccupati e reietti della società. Il termine “slacker”, tipicamente utilizzato con connotazione negativa, significa letteralmente “fannullone”. Ma per Linklater, gli slackers sono “persone che la società ha sempre guardato dall’alto verso il basso, zavorre senza nulla da offrire. In realtà hanno molto da offrire, bisogna solo dargliene la possibilità”. Una definizione perfetta per molti dei personaggi della sua filmografia: pensiamo, ad esempio, a Dewey Finn (Jack Black) di School of Rock (2003), o a coach Buttermaker (Billy Bob Thornton) di Bad News Bears (2005). E verso questi “slackers” Linklater ha sempre dimostrato grande solidarietà e profonda stima, soprattutto per la loro decisione di non piegarsi alle regole di costume imposte dalla società e di vivere la vita per come viene, vivendo il presente come tale e non al servizio del futuro.

    E il momento decisivo per fare questa scelta è rappresentato dall’adolescenza, un periodo in cui si è aperti a esperienze sempre nuove e in cui il domani diventa un problema solo quando è realmente alle porte. Attraverso l’analisi di due perfetti esempi di “coming of age movie”, vediamo i nostri giovani personaggi lottare per il loro diritto di essere “giovani per sempre”.

    Dazed and Confused (1993) – “School’s Out For Summer, School’s Out Forever”

    Sulle note di “Sweet Emotions” degli Aerosmith assistiamo all’arrivo di una macchina nel cortile della Lee High School. Siamo ad Austin, Texas, ed è l’ultimo giorno di scuola del 1976. Un breve montaggio ci introduce ai personaggi del film, tipici del cinema adolescenziale made in USA, tra cui Randall (Jason London), quarterback della squadra di football,  Mitch (Wiley Wiggins), studente di terza media prossimo al liceo, il trio di intellettuali, il bullo ripetente (un giovanissimo Ben Affleck), i cosiddetti “stoner” e il resto della squadra di football.

    Il modello narrativo scelto dal regista è simile a quello di Slacker: nessun protagonista fisso e una  narrazione che non procede secondo canoni tradizionali. Seguiamo invece ventiquattro ore della vita di alcuni ragazzi dello stesso liceo, tra cui i prossimi a diventare seniors, e delle prossime matricole, tra rituali di iniziazione, festeggiamenti e prime esperienze, il tutto accompagnato da un’ispiratissima colonna sonora di brani anni ‘60 e ‘70. Ogni inquadratura del film è permeata da un sentimento di profonda nostalgia e gratitudine da parte del regista nei confronti del periodo raccontato e verso i luoghi che più hanno caratterizzato la sua adolescenza e che ritorneranno in molti dei suoi film successivi (la sala giochi, il biliardo, i campi da baseball).

    Similmente a Slacker, saltiamo di personaggio in personaggio, di gruppo in gruppo, e attraverso lunghi piani sequenza ne ascoltiamo le conversazioni tra l’allucinato e il filosofico, ne seguiamo gli amori e le passioni, ma soprattutto le paure e i dubbi esistenziali sul  futuro e sulla loro identità. I liceali sono consci del fatto che il prossimo anno scolastico sarà anche l’ultimo, e di conseguenza vogliono vivere a pieno per l’ultima volta la sensazione di poter essere spensierati: “tutto ciò che facciamo e ci hanno insegnato è solo al servizio del futuro. Non voglio vivere il presente come un assurdo preambolo di qualcos’altro! Ci serve un’esperienza viscerale!”. E questa continua ricerca dell’esperienza viscerale porterà i personaggi ad andare oltre i propri confini sociali imposti, a spingersi oltre il loro microcosmo e ad avvicinarsi a realtà fino a prima ignorate. Dall’altra parte, Mitch e i suoi compagni, prossimi al liceo, provano un misto di eccitazione e paura all’idea di iniziare un nuovo capitolo della loro vita. Da vero quarterback, Randall è il punto di connessione tra i vari gruppi.

    E in mezzo a questi adolescenti (e quelli prossimi a diventarlo), c’è Wooderson (un esordiente Matthew McConaughey) ultraventenne già diplomato che passa il suo tempo a giocare a biliardo e a bere con i liceali, inseguendo un’eterna giovinezza che per lui è solo uno stato mentale. Da vero “slacker”, preferisce rivivere senza sosta il periodo più bello della sua vita nonostante questo sia passato da un pezzo.

    Ma Dazed and Confused è anche (e soprattutto) un film sul significato profondo dell’essere giovani, sul resistere alle pressioni della società degli adulti (“il potente”, per citare School of Rock), a non cedere facilmente alle regole che possono ancora infrangere.

    Come in molte delle pellicole del regista texano, gli adulti non sono quasi mai a schermo, o, se lo sono, hanno la parte dei repressori: guardano ai giovani come a dei buoni a nulla (slackers, per l’appunto) e cercano con ogni mezzo di reprimerne gli istinti. Sono personaggi che hanno sempre seguito le regole, o che se hanno provato ad infrangerle sono stati bloccati all’istante. Non sono mai andati fuori dai bordi, non vivendo mai pienamente la loro giovinezza. Emblematici in questo senso i due poliziotti a cui Wooderson dirà “non prendetevela con me solo perché certe cose io le ho fatte e voi no”,  l’uomo che minaccia i giovani con una pistola solo per avergli distrutto la cassetta delle lettere e, più di tutti, il coach. Randall, già insicuro riguardo la sua carriera sportiva, si rifiuta di firmare un contratto di condotta redatto dal coach stesso e che vieta ai giocatori l’uso di alcol e marijuana ai fini di non compromettere i risultati della squadra nella stagione successiva. E lo stesso coach vorrebbe impedirgli di frequentare le persone al di fuori del suo cerchio, cercando di instillare nel giovane (e nei suoi compagni) comportamenti di esclusione nei confronti del diverso. Sarà Wooderson, con l’estrema saggezza di chi ci è già passato, a dire a Randall di non firmare il contratto: perché “se non si tratta di un foglio di carta vogliono comunque decidere per te. Devi fare ciò tu vuoi fare, perché più diventi vecchio e più vogliono che tu stia alle loro regole. Devi solo vivere!”.

    Rivedendo se stesso in Mitch, Randall sarà per lui una vera e propria guida attraverso le porte dell’adolescenza, dei suoi usi e dei suoi costumi, consapevole che se non farà i suoi stessi errori vivrà al meglio gli anni migliori della sua vita, godendosi il viaggio senza pensare all’arrivo.

    Alla fine del film, Mitch rientra a casa e si distende sul letto con le cuffie. Grato per le esperienze vissute e per quelle che verranno, si addormenta con il sorriso sulle note di “Slow Ride” dei Foghat. Sulle stesse note, uno stacco ci porta all’interno dell’auto in cui viaggiano dei raggianti Randall e Wooderson, diretti a Houston per comprare i biglietti del concerto degli Aerosmith. L’ultima inquadratura del film è una phantom ride della strada in salita. Non sanno cosa  il futuro ha in serbo per loro, ma sanno cosa vogliono dal presente. L’importante è godersi il viaggio, perché, come dice la canzone dei Foghat, “It’s a slow ride, take it easy”.

    Everybody Wants Some!! (2016): “Take Your Time (Do It Right)”

    A ventitré anni da Dazed and Confused, Linklater torna alle origini per raccontare il periodo a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta. Siamo sempre in Texas, ma nel 1980.

    Il film si apre nuovamente con l’arrivo di una macchina, questa volta però in un campus universitario. Jake (Blake Jenner), arrivato al college grazie ad una borsa di studio per il baseball (nel ruolo di lanciatore), attraversa le vie di quella che sarà la sua casa per i prossimi quattro anni. Dove Dazed and Confused raccontava ventiquattro ore di vita di alcuni liceali, “Everybody Wants Some!!” si sofferma invece sulla squadra di baseball del college lungo i quattro giorni che precedono l’inizio delle lezioni.

    Se il film del 1993 si concludeva con la decisione dei personaggi di godersi spensierati l’adolescenza, li vediamo qui raccogliere i frutti di quella scelta. Difatti, dopo aver fatto la conoscenza del resto della squadra, sappiamo subito distinguere chi ha scelto di vivere questi ultimi anni di giovinezza in maniera spensierata, aprendosi completamente al mondo e alle nuove esperienze e senza porsi dinanzi alcuna frontiera, da chi, invece, vive il college come una competizione continua e come un  “preambolo”, in funzione esclusivamente del futuro. Della prima categoria, insieme a Jake, fanno parte Finnegan (un bravissimo Glen Powell), battitore consapevole che non sarà mai un giocatore professionista e che vive senza pressioni godendosi il college (e quindi il  presente) finché dura, e Willoughby (Wyatt Russell), lanciatore trentenne che si sposta di college in college mentendo sulla propria età pur di continuare a vivere in quel limbo tra l’adolescenza e l’età adulta, dove il futuro non è che un problema da rimandare a data da destinarsi. Due versioni applicate al college di Randall e Wooderson, dove l’autoconsapevolezza acquisita nel finale dal primo è qui ben navigata in Finnegan, e il bisogno di rimanere per sempre giovane del secondo è perfettamente incarnato da Willoughby, dal suo essere un trentenne in mezzo a dei poco più che adolescenti e che sembra volersi assicurare che tutti si godano il percorso: “dovete sintonizzarvi, trovare le tangenti all’interno del quadro”.

    Oltre alla costante competizione, le distinzioni interne alla squadra dividono i battitori, estroversi e simboli del machismo, dai lanciatori, introversi e considerati “strani e solitari” (“freak”). Sarà Willoughby/Wooderson a dire a Jake di non combattere quella stranezza ma di accettarla, perché “quando la tiri fuori ti mostri per come sei, non per come ti vogliono loro”. E Jake, come Mitch prima di lui, si lascia andare nel vivere esperienze sempre diverse: dalla serata al locale country a quella del concerto punk, fino alla conoscenza di Beverly (Zoey Deutch), aspirante attrice che ama recitare proprio perché la spinge a superare quei limiti invisibili che tracciamo nella nostra testa, anche a costo di mettersi in ridicolo (e di essere “freak”). Nella scena al lago, dove i due si parlano a cuore aperto, diventa evidente come la loro intensa passione verso le rispettive attività (sport e arte) li unisca più di quanto le differenze tra queste possano dividerli.

    Quando Jake arriva a lezione, con un weekend alle spalle pregno quanto un’intera estate, si addormenterà al suo posto poco prima dell’inizio (e con lo stesso sorriso di Mitch). Il professore scrive alla lavagna: “Le frontiere sono dove le trovi”. Una frase emblematica non solo dei due film qui esaminati, ma di tutta la filmografia di Richard Linklater. Una filmografia di personaggi che sanno guardare (o che imparano a farlo) al di là del loro piccolo, facendo del presente, del mondo e della vita il proprio terreno di gioco.

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    Simone Pagano,
    Redattore.