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  • #39 Strade Perdute – Matteo Garrone tra realismo e fiaba

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo trentanovesimo episodio di Strade Perdute Alessandro, Jacopo e il loro ospite dalla redazione Mattia analizzano tre grandi film di uno dei registi italiani contemporanei più importanti, fresco vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia a Venezia 80 grazie al suo Io Capitano, ovvero Matteo Garrone. Nello specifico:

    – L’Imbalsamatore (2002): ()

    – Gomorra (2008): ()

    – Dogman (2018): ()

    Buon Ascolto!

    Potete seguire Frames Cinema qui: https://linktr.ee/framescinema
     
    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.

  • UNA STORIA CHIAMATA GOMORRA – LA SERIE

    “Nessuno credeva davvero nella possibilità di fare una serie […] E lui [Riccardo Tozzi, N.d.R.] finì l’incontro dicendomi << No, la facciamo. Non c’è bisogno di aspettare. Si fa. >> Da quel momento in poi è stata una fatica di Sisifo.               

    (Roberto Saviano)

    Il 6 Maggio 2014 va in onda su Sky Atlantic in prima visione una scommessa. Una scommessa fatta da Stefano Sollima (già regista di quel Romanzo Criminale – La serie che molti ritengono il punto più alto mai raggiunto dalla serialità televisiva italiana), dagli sceneggiatori Giovanni Bianconi, Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Maddalena Ravagli, dai produttori Riccardo Tozzi (fondatore di Cattleya), Nils Hartmann (Senior Director della produzione degli originali Sky) e Gina Gardini, nonché dallo scrittore Roberto Saviano, il cui romanzo è la fonte principale d’ispirazione. Una scommessa chiamata Gomorra – La serie, una serie che racconta la malavita, le organizzazioni criminali a tutto tondo, in tutti gli elementi che le compongono e con tutte le sfaccettature che comportano.

    Si trattava di una scommessa perché fino a quel momento sembrava impossibile realizzare in Italia una serie di questo tipo. Certo, dal romanzo era già stato tratto un film omonimo diretto nientemeno che da Matteo Garrone (che aveva inoltre ottenuto un successo ed  un numero dei premi e candidature eccezionale) e la criminalità organizzata italiana è famosa in tutto il mondo ed era stata trattata già da tantissimi romanzi, film, serie, spettacoli teatrali, ma questa serie fa qualcosa di diverso: non romanza. Le storie dei personaggi e le vicende che noi seguiamo (un po’ come fece Eggers con il suo The VVitch utilizzando diari e fonti storiche) sono sì inventate, ma traggono tutte ispirazione dalla realtà e da fatti realmente accaduti. Una delle fonti principali è, ovviamente, il romanzo del già citato Saviano, dal quale la serie pesca a piene mani dal capitolo 4, “La guerra di Secondigliano”, per quanto riguarda le vicende (come dice il titolo stesso) di scontri e guerra tra clan e boss, mentre da tutti gli altri capitoli prende personaggi ed episodi e li inserisce all’interno di un contesto falso, ma nel quale si respira verità da tutti i pori.

    Piccola premessa: l’articolo ripercorre tutta la serie, analizzando nello specifico alcuni elementi e passaggi dei vari episodi. Saranno quindi inevitabilmente presenti degli spoiler di tutta la serie, si sconsiglia quindi la lettura per tutti coloro interessati al prodotto ma che ancora non l’hanno recuperato.

    LA STRUTTURA DELLA SERIE

    L’enorme successo della serie comporta la produzione di cinque stagioni, con gli ultimi due episodi in onda in data 17 Dicembre 2021. In ogni stagione seguiamo le vicende dei vari personaggi che popolano l’attività criminale di Scampia e Secondigliano, andando a proporre una tematica di base differente per ogni iterazione.

    ATTO I: CADUTA

    Protagonista assoluta della prima stagione è la faida tra la famiglia Savastano (capitanata da Don Pietro assieme alla moglie Imma ed al figlio Gennaro) ed il clan di Salvatore Conte. Oltre ad introdurre i re e le regine sulla scacchiera, ci viene introdotto anche Ciro Di Marzio detto “L’immortale”, apparentemente pedone dei Savastano ma pronto a tutto pur di scalare i ranghi e ottenere il potere che tanto brama fin da ragazzino. Già con i primi episodi la serie ci mostra un mondo crudo e violento, in cui vivere è tutt’altro che semplice, dove la morte è dietro l’angolo e dove vige l’animalesca legge del più forte. La tematica centrale di questa stagione è però la caduta: innanzitutto di Don Pietro, che viene arrestato ed incarcerato, di Gennaro, che dal suo lucido piedistallo cade rovinosamente in un mondo che non risparmia nessuno, di Imma, donna sola contro il mondo, dello stesso clan Savastano, che sperimenta una guerra interna tra la vecchia e la nuova scuola, ma soprattutto decadono i concetti di famiglia, di rispetto, di onore, tutto ciò che caratterizza quel mondo civilizzato che lo spettatore vive e che deve invece abbandonare addentrandosi assieme a Ciro in un mare di morte e dolore.

    La caratteristica che rende la prima stagione così speciale sono gli episodi stessi e le singole storie che racchiudono. Ogni puntata racconta infatti la vita di diversi personaggi secondari, le cui trame si intrecciano con quelle dei protagonisti e che finiscono faccia a faccia con il mondo in cui vivono che si tratti di “essersela andata a cercare” o di essere “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Che siano i volti, i dialoghi o le azioni commesse, qualcosa ti rimane inevitabilmente dentro, stazionata in quella parte più oscura di te che risale quando sei solo e ti poni quelle domande esistenziali che tanto fanno male.

    “Accidere è ‘na strunzata.” (Gennaro Savastano)

    ATTO II: LIBERTA’

    “Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost.” (Don Pietro)

    La complicata situazione della famiglia Savastano (con un Don Pietro latitante, un miracolato Genny che prende le distanze da Napoli e una donna Imma morta e sepolta al cimitero) porta una ventata di aria fresca e di libertà a Secondigliano, portando i vari boss grandi e piccoli a volersi prendere tutti un pezzo di torta, risultando nella creazione dell’Alleanza, in cui ognuno è sullo stesso livello, senza padroni e schiavi, di cui i principali esponenti sono i già noti Ciro e Salvatore Conte ed a cui si aggiungono Scianel, O’ Nano, O’ Principe, O’ Mulatto e O’ Zingariello. Facciamo la conoscenza anche di Patrizia, nipote di Malammore, che diventa prima tramite e poi braccio destro di Don Pietro durante la sua latitanza nel suo nascondiglio, dove si ritrova a fare i conti con tutto ciò che gli è stato rubato e con il burrascoso rapporta che sviluppa con il figlio.

    Una libertà e un cambiamento attraverso cui i personaggi cercano di cambiare le cose, di destrutturare le fondamenta di un gioco che però non vuole cambiare e di cui i giocatori stessi si rendono presto conto di non poter convivere con quell’ideale di uguaglianza che l’Alleanza richiede, poiché tutti vogliono inevitabilmente avere quel qualcosa in più e finiscono per schiacciare gli altri. Proprio mentre il desiderio di potere porta all’omicidio di Salvatore Conte, creando così i primi problemi interni all’unione, Don Pietro comincia a sferrare i suoi colpi ma rimanendo nell’ombra e facendo così scoppiare una guerra civile tra i vari boss. La vendetta ed il sangue scorrono ancora per le strade di una Secondigliano devastata e spietata di cui vediamo la piena rappresentazione nel finale. Un Ciro Di Marzio vuoto e che rinuncia al potere finalmente ottenuto una volta resosi conto del prezzo pagato, uccidendo prima la donna amata e vedendosi poi strappata via la figlia, unica ancora pura di salvezza da quel mondo marcio e sporco nel quale finisce per sprofondare e che abbandona con un ultimo terribile atto, l’uccisione a sangue freddo del suo peggior nemico, quel Don Pietro che sembrava essere riuscito a riottenere tutto ciò che voleva e che finisce invece per morire orribilmente sulla tomba della moglie. Qui la serie inserisce un’altra lezione di vita da ricordare in quel mondo: la famiglia è una debolezza ed infatti proprio mentre Don Pietro muore, Genny, vero mandante dell’assassinio del padre, diventa papà del suo unico figlio che chiamerà, con non poca ironia della sorte, proprio Pietro. Mentre un Pietro Savastano lasciava questo mondo, un altro cominciava a respirare la sua aria.

    “A fin r’o juorn sta tutta ccà.” 

    “Sta tutta ccà.” 

    (Scambio di battute finale tra Don Pietro e Ciro)

    ATTO III: RIVALSA

    “A pat’m nun l’ha accis Ciro Di Marzio. L’ha accis o’ velen ca tenimm tutt quant n’cuorp. Nuje o sapimme ca ce sta, ma nun o putimme sputà for.” (Genny)

    Eliminato il padre e fatto arrestare il suocero, Genny elimina gli ultimi ostacoli aiutato da Ciro che, svolto il suo compito, viaggia per l’est Europa stanco e volenteroso di cambiare vita. Il nuovo giovane re dei Savastano ha quindi il controllo di Secondigliano e dell’impero degli Avitabile, aiutato nel primo campo da Patrizia e Scianel e nel secondo dalla moglie Azzurra. Ma se Gomorra insegna qualcosa è che il potere è tutt’altro che stabile: Ciro, trasferitosi in Bulgaria decide, dopo aver creato inevitabilmente scompiglio, di tornare a Napoli ed allearsi con la new entry Enzo “Sangue Blu” e la sua banda, mentre Genny paga le spese di aver cercato di ingannare il suocero Giuseppe che, scoperte le malefatte, elimina i restanti “guaglioni del vicolo” e toglie a Genny tutto ciò che aveva ottenuto. Tornato a Secondigliano senza potere e senza famiglia è quindi costretto a tornare da Ciro, unico amico rimasto e decide di affiancarsi alla ricerca di potere di Sangue Blu dichiarando guerra ai Confederati. Una stagione il cui tema è facilmente riassumibile da quella iconica frase pronunciata da Don Pietro nella stagione precedente, quel “riprendiamoci tutto quello che ci appartiene” che caratterizza tutto il viaggio di Gennaro in un primo momento verso la moglie ed il figlio e successivamente del tanto agognato potere e che rappresenta appieno anche lo scopo di Enzo, nipote di un vecchio boss a cui era stato tolto tutto e figlio di un padre che non ha nemmeno potuto seppellire. Pecora nera della storia è proprio Ciro, che torna non con l’obiettivo di diventare il più forte ma con il desiderio di aiutare, diventando il “fratm”, il braccio destro dietro le quinte di cui i due giovani boss necessitano per ottenere quello che tanto desiderano.

    Con Giovannesi e Sollima che abbandonano la cabina di regia (quest’ultimo rimarrà comunque come direttore artistico), sono Cupellini e la Comencini a gestirsi alternativamente la regia dei dodici episodi, riuscendo comunque ad ottenere un ottimo risultato e a non far perdere lo stile caratteristico della produzione, dove a farla da padrone è proprio la caratterizzazione dei personaggi ed il loro barcamenarsi cercando in tutti i modi di ottenere ciò che cercano e ciò viene elevato ulteriormente da una interpretazione sublime di tutti gli attori, in cui tra i già noti Esposito, Lotito, Gallo, si aggiunge un bravissimo Arturo Muselli e su cui spicca tra tutti proprio Marco D’Amore toccando elevate vette di emotività, soprattutto nel finale. Qui bellezza di scrittura e bravura attoriale si mescolano nel sacrificio di Ciro che si fa carico degli errori commessi da Gennaro, costretto ad uccidere l’amico proprio da Enzo. Una scena toccante, ricca di emotività e che conclude alla perfezione il percorso di Ciro Di Marzio, l’Immortale di nome ma infine, come tutti gli altri, non di fatto. Forse.

    “Dint’â vita contano doje cose: ‘a sorte e ‘e cumpagne.” (Sangue blu)

    ATTO IV: ABIURA

    “Chell ca m’e fatt ‘ngopp a chella barca, nun m’o scordo cchiù.” (Genny)

    Inevitabilmente, nella vita di una persona si presentano alcuni avvenimenti che finiscono per minare le fondamenta stesse di tutto ciò che si ha creato e fatto fino a quel momento. La morte di Ciro è devastante per Gennaro (superando tutte quelle da lui vissute finora, comprese quelle dei genitori), tanto da portarlo a riflettere su cosa la vita criminale rappresenta e significa davvero. Si apre quindi così la quarta stagione di Gomorra, con un Gennaro che lascia Secondigliano nelle mani di Patrizia, che gestirà quindi la vendita di droga ed i rapporti con tutti i restanti membri dei clan. L’ultimo sopravvissuto dei Savastano abbandona la vita criminale, la rinnega e apre un progetto edilizio per la costruzione di un aeroporto in Campania, ma di certo non è una scelta destinata a durare.

    A Secondigliano, seguendo alla lettera il proverbio “quando il gatto non c’è, i topi ballano”, scoppia il caos. Tradimenti continui e inganni minano l’impero che Donna Patrizia tenta di portare avanti, sfociando nella morte di diversi personaggi chiave della storia, come  quella di Valerio detto “ ’O Vocabulà”, amico fidato di Enzo, quella di Nicola, braccio destro di Patrizia, o quella di “ ‘O Crezi”. Gennaro non può stare a guardare e, mentre nel suo progetto edilizio le cose si mettono sempre peggio con la questura che si fa sempre più invadente, si rende conta che di quella vita lui ne ha bisogno, che non può farne a meno. Si assiste quindi sul finale all’al contempo agognato e doloroso ritorno del Savastano a Secondigliano, che mette subito le cose in chiaro mostrando chi comanda veramente, arrivando ad uccidere addirittura Patrizia per evitare di far trapelare informazioni alla polizia, e gettando le basi per un gigantesco impero a cui potrà comandare, però, soltanto dopo aver abbandonato la famiglia.

    “Chest’ è, Gennà?”

    “Chest’ è, Patrì.”

    (Scambio di battute finali tra Patrizia e Genny)

    ATTO IV (PARTE 2): RISURREZIONE

    “Tu ‘o ssaje pecché a Ciruzzo ‘o chiammano L’Immortale?”

    Conclusa la quarta stagione e lasciato Gennaro chiuso in un bunker latitante per sfuggire alle forze dell’ordine, non è passato molto tempo perché i fan tornassero nel mondo della criminalità organizzata di Secondigliano. Questo perché a Dicembre dello stesso anno arrivò in sala l’attesissimo L’Immortale, coronazione di un Marco D’Amore regista e attore e che mostra il ritorno di Ciro Di Marzio, sopravvissuto miracolosamente ai colpi a lui inferti da Genny su quella barca. Viene salvato da alcuni pescatori ed inviato poi da Don Aniello (vecchia conoscenza sua e dei fan) lontano da Napoli e dagli amici, nascondendo la verità a Riga, in Lettonia, dove gestisce uno scambio di droga per conto dei russi.

    Questa pellicola è, oltre all’occasione per riportare in vita uno dei personaggi più amati dei fan, anche quella di approfondire la sua etica ed il suo passato, di un personaggio che si è sempre fatto da sé, divenuto orfano da neonato e costretto a vivere e sopravvivere facendosi strada nella malavita, creandosi questa figura quasi ultraterrena, immortale, ma che in realtà risulta estremamente umana, forse più di tutti gli altri e che mostra tutti i carismi e le emozioni di una persona di quel calibro.

    Una buona regia ed un’ottima interpretazione accompagnano quindi questo ritorno, amato ed odiato allo stesso tempo da molti fan, con una sceneggiatura forse non così potente come le controparti televisive, ma abbastanza solide da far comunque apprezzare questo suo spezzone di vita, in attesa della “resa dei conti” della quinta ed ultima stagione.

    “Si vuo’ campà mmiez ‘a via ‘e ‘a stà semppre ‘nu passo annanz’ rispetto a chi te sta ‘ncuoll” (Ciro Di Marzio)

    ATTO V: ODIO

    “Stamm’ i e te, ‘nziem, fin ‘a fin.”

    La fine, inevitabile, arriva anche per i protagonisti di Gomorra. Schivata la morte fino a questo punto, Genny continua la sua scalata cercando di ottenere sempre più potere, anche grazie all’aiuto di ‘O Maestrale, suo nuovo braccio destro. Ma la scoperta della sopravvivenza di Ciro ed il comprendere che quello che per lui era “fratm” l’aveva abbandonato e lasciato solo con il senso di colpa fa tremare le basi della vita stessa di Genny, portando i due ad uno scontro senza esclusione di colpi. Si presenta quindi un ulteriore guerra, l’ennesima a Secondigliano, a cui partecipano sia i pochi rimasti della vecchia guardia sia molte new entry, a rimostranza del fatto che questa vita, volenti o nolenti, è l’unica cosa che gli abitanti di quei luoghi possono avere. Ulteriore rimarcazione di ciò è la figura della Legge, impersonata dal magistrato Walter Ruggieri, che cerca di fare l’impossibile per fermare la criminalità organizzata e Gennaro in primis, ma fallendo e diventando lui stesso parte (suo malgrado) di quella macchina di morte.

    Avanzando con gli episodi (e nel pieno stile della serie che è però bene comunque sottolineare, facendo in questo modo notare il coraggio che sta dietro a queste scelte sicuramente non banali soprattutto al giorno d’oggi), il mondo criminale, il “veleno” come lo definiva Genny all’inizio della terza stagione, finisce per inghiottire tutti, nessuno escluso. Si assiste quindi ad una vera e propria scia di morte lasciata dai due schieramenti, partendo dai personaggi più secondari e procedendo in una vorticosa scalata verso i personaggi che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. ‘O Galantommo, Sangue Blu, ‘O Maestrale, ‘O Munaciello, Donna Luciana, Donna Nunzia, nessuno escluso fino all’atteso simbolico atto finale: davanti alla “new wave”, alla nuova leva di criminali, Genny dichiara che il tempo dei Savastano è finito ed ora comincia una nuova era. Ma da questa vita non scappi e nemmeno Genny e Ciro possono rompere questa regola. Uno scambio di sguardi. Lacrime di dolore e lacrime di odio. L’abbraccio ed il sacrificio. Così si conclude il viaggio dei protagonisti e così si conclude Gomorra – La serie, perché alla fine non esiste via di fuga.

    SCRIVERE DI CAMORRA

    “Per raccontare cose vere devi conoscere le cose vere. Siamo andati a Napoli tante volte, cercando di stabilire dei rapporti che ci consentissero di entrare in quei mondi.” (Stefano Bises, sceneggiatore)

    Peculiarità e status che Gomorra – La Serie ha sempre mantenuto durante gli anni e le stagioni è il “fattore verità”. Come accennato ad inizio articolo, infatti, le storie fittizie dei protagonisti sono in realtà ispirate da figure realmente esistenti.

    Il tutto parte da Roberto Saviano e dal suo libro, Gomorra, nel quale, a differenza di quanto molti credono, non si presenta una narrazione romanzata, bensì ci si ritrova davanti ad un vero e proprio romanzo d’inchiesta, con nomi, date, luoghi e dati precisi. Per la realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno preso diretta ispirazione dalla faida di Scampia avvenuta tra il 2004 ed il 2005. In questa guerra muove i propri passi un clan che si ritrova al centro dell’attenzione: il clan Di Lauro. Prese le caratteristiche principali, il team crea quindi il clan dei Savastano, di cui Pietro e Genny rappresentano rispettivamente Paolo e Cosimo Di Lauro, mentre Salvatore Conte è la rappresentazione del traditore e scissionista Raffaele Amato. Nella scrittura dei vari personaggi, però, è stato in realtà eseguito un miscuglio tra i vari esponenti del periodo: Pietro è infatti un mix tra Di Lauro, Misso e Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata; Genny possiede invece alcune caratteristiche di Francesco Schiavone detto “Sandokan”.

    Elemento però su cui la fantasia e la libertà di scrittura non hanno mai soprasseduto è la realtà degli avvenimenti: magari in circostanze diverse, in momenti della vita diversi, nei confronti di persone diverse tutto ciò che i personaggi compiono è accaduto realmente. Questo è stato possibile, oltre che dai resoconti giornalistici e popolari, anche dalle ordinanze di custodia cautelare, dai verbali degli interrogatori e dalle intercettazioni, permettendo così di avere dettagli precisi sugli avvenimenti, ma anche sul linguaggio utilizzato in quel mondo. Non si parla infatti del famoso dialetto napoletano, bensì di una sua variazione tipica di Scampia, permettendo così ai dialoghi una loro iconicità e spettacolarità senza però risultare macchiettistica o costruita.

    VIVERE SECONDIGLIANO

    Elemento cardine della creazione di una serie come Gomorra che spesso viene erroneamente lasciato in secondo piano è la scelta delle ambientazioni. Scampia, Secondigliano, le Vele, le piazze di spaccio, i bunker, i negozi fatti esplodere, le Chiese, i vicoli di Forcella fino al litorale di Ostia, i grattacieli di Londra, le campagne napoletane. L’ambientazione è forse la vera protagonista della serie, immortale e mutevole, ma sempre presente, sia per chi è protagonista della guerra sia per chi suo malgrado ci si trova invischiato. La prima stagione è stata girata con dei permessi soltanto per alcune zone molto limitate (una piazza, alcune strade, qualche vicolo e le Vele), che il team ha però scelto accuratamente proprio per la loro vera appartenenza a quel mondo. L’aggiunta di quel filtro tendente al verde, forse a ricordare ossessivamente ancora una volta quel veleno che attanaglia e rende quasi pestilenziali quei luoghi, e l’uso di una fotografia molto fredda e la colonna sonora, che si alterna tra brani originali creati appositamente per la serie dai Mokadelic e canzoni strettamente legate a quei luoghi (passando dal rap al neomelodico), permette allo spettatore di immergersi completamente e di vivere appieno quei luoghi che sembrano maledetti, tanti sono gli orrori a cui quei muri, quell’asfalto e quel cemento hanno dovuto assistere.

    Si aggiunge a tutto questo una regia studiata nel minimo dettaglio, con la cinepresa che passa dalle mani di Stefano Sollima e di Claudio Giovannesi delle prime due stagioni in quelle di Claudio Cupellini e di Francesca Comencini che si alternano la regia della terza, per poi vedere l’aggiunta di Marco D’Amore, Enrico Rosati e Ciro Visco nella quarta stagione e lasciando la chiusura nelle mani degli (ormai) esperti della serie Marco D’amore e Claudio Cupellini. Con stili diversi, la variazione ed il ricircolo dei registi dona alla serie un’anima propria, particolare e mai scontata su cui tutti però riescono a trovare un punto comune: la morte fa paura. Può sembrare una cosa scontata da dire nel mondo reale, ma nella miriade di produzioni sia cinematografiche sia televisive che puntano alla spettacolarizzazione dell’azione, degli omicidi e della morte, Gomorra si pone come un “bastian contrario” e propone una morte cruda, spaventosa, che non risparmia nessuno e che provoca, inevitabilmente, un brivido nello spettatore che si ritrova con questa serie, ancora una volta, sempre più vicino alla realtà.

    LA FINE DEL VIAGGIO

    Il 17 Dicembre 2021 sono andati in onda gli episodi finali della quinta ed ultima stagione di Gomorra – La Serie. Si è conclusa così l’ultima tappa di un viaggio iniziato ben prima della messa in onda dei primi episodi e che in questi anni ha dimostrato tanto. Tra “deux fritures” ed altre citazioni divenute iconiche e facenti parte del linguaggio quotidiano di molti fan, la serie è riuscita a parlare di realtà e a metterla davanti agli occhi di tutti, attraverso una finzione sempre attenta ai fatti, con cui la produzione dimostra tutto ciò che attualmente non funziona in particolari zone d’Italia. Abbiamo avuto un romanzo, un film ed ora anche una serie e con molta probabilità avremo ancora altri prodotti che parleranno di una situazione “vecchia come il mondo”, nella speranza che prima o poi qualcosa cambi veramente.


  • RECENSIONE GOMORRA 5 – LA FINE DI UN’ERA

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    Il 17 Dicembre è andato in onda su Sky il finale di serie di Gomorra – La serie, che sancisce, al tempo stesso, il finale definitivo di un’epopea iniziata nel 2006 con la pubblicazione del romanzo “Gomorra” di Roberto Saviano, che ha poi portato alla nascita prima di un film omonimo diretto da Matteo Garrone e successivamente alla serie tv prodotta da Sky e Cattleya di cui discutiamo qui la stagione finale, con protagonisti gli ormai iconici Genny Savastano e Ciro Di Marzio, interpretati rispettivamente da Salvatore Esposito e Marco D’Amore, con quest’ultimo che si destreggia sia nel ruolo di attore sia nella regia alternandosi al veterano della serie Claudio Cupellini.

    Le vicende si aprono con una sequenza di arresti uno dietro l’altro, dimostrando fin da subito lo stato di decadenza in cui troveremo la criminalità organizzata per tutto il corso della stagione. Genny, aiutato da ‘O Maestrale ed altri nuovi volti, procede ad eliminare i suoi avversari cercando di non attirare su di sé le mire dei procuratori, finché scopre che il vecchio amico Ciro, da lui creduto morto, è vivo e si trova a Riga. Tra sentimenti di tradimento ed odio il rapporto tra i due si sgretola, portandoli ad una guerra civile che avrà poi luogo nei quartieri di Secondigliano, lì dove tutto è cominciato.

    Risulta quasi inutile sottolineare la cura con cui i due protagonisti ed avversari siano stati scritti per questo epilogo. Una perfetta chiusura di un arco narrativo aperto ormai otto anni fa, fatto di amicizia, amore, fratellanza, tristezza ed odio che si conclude perfettamente in un finale da molti sicuramente immaginato, ma che, probabilmente, lascerà basita la maggior parte degli spettatori e degli appassionati. 

    Ma forse ancora meglio dei protagonisti (con le dovute limitazioni) sono i personaggi secondari. Contando i pochi superstiti dalla scorsa stagione, come i restanti Levante, Capaccio o la ormai risicata banda di Sangue Blu, e presentando qualche grande ritorno, la maggior parte dei comprimari sono volti nuovi, su cui campeggiano il già citato ‘O Maestrale (Domenico Borrelli), nuovo fedele braccio destro di Genny e boss di Ponticelli assieme alla moglie Luciana (Tania Garribba); ‘O Munaciello (Carmine Paternoster), uno dei capi piazza di Secondigliano, che si dimostra estremamente intelligente ed un abile manipolatore, ed infine ‘O Galantommo (Antonio Ferrante) e la moglie Nunzia (Nunzia Schiano), anziani boss di un paese sulle pendici del Vesuvio che, come reso chiaro dal nome di lui, hanno basato tutta la loro “carriera” sul rispetto della parola data. Volti nuovi che già da subito riescono ad attirare l’attenzione e l’amore (se così si può definire) dello spettatore, grazie all’unione, ancora una volta, di un’ottima caratterizzazione in grado di renderli simili ma al tempo stesso estremamente diversi tra loro e di un’interpretazione eccellente. Unico neo della sceneggiatura risulta in una (forse) eccessiva velocità che la trama prende sul finale, portando tutti gli archi narrativi verso una conclusione che, nonostante sia soddisfacente, potrebbe apparire a tratti confusionaria.

    Come per le stagioni precedenti, anche qui la produzione si dimostra essere a livelli altissimi, con scenografie, musiche, costumi, effetti visivi ed effetti speciali estremamente curati, il tutto accompagnato da un’ottima regia sempre calzante e che riesce a costruire adeguatamente momenti di pathos e tensione. Anche la rappresentazione della morte, ormai marchio di fabbrica della serie, nonostante il rischio di diventare eccessiva o macchiettistica, risulta al contrario sempre veritiera.

    Dulcis in fundo, non si può non nominare la recitazione di D’Amore ed Esposito. Se infatti il primo si dimostrava già un ottimo attore sin dagli inizi e si mantiene su alti livelli fino alla fine, è il secondo dei due la vera sorpresa. Visionando le sue prime scene e facendo un fast travel fino a questa stagione, risulta palese come le doti recitative di Salvatore Esposito siano migliorate a vista d’occhio, riuscendo a donare al personaggio di Genny una mimica facciale caratteristica ma mai stereotipata, raggiungendo proprio nell’ultimo episodio i momenti migliori del personaggio.

    CONCLUSIONI

    Dopo otto anni anche Gomorra – La serie ha raggiunto la sua fine. Un viaggio lungo e tutt’altro che semplice, che culmina in una quinta stagione baluardo di tutto ciò che di buono era stato fatto in precedenza. Che si tratti di volti noti o nuove facce, ci si ritrova a seguire le vicende di personaggi scritti con grandissima cura ed interpretati magistralmente dai loro interpreti. Alti standard sono anche quelli mantenuti per il lato tecnico, con una regia, musiche e scenografie curatissime. Nonostante una leggera velocità nel chiudere il tutto, questa quinta stagione dona ai fan il finale perfetto che faticosamente ci si è meritati.

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