Il 15 ottobre 2026 ricorre il quarantacinquesimo anniversario della prima proiezione, a Detroit, di The Evil Dead, da noi meglio conosciuto come La casa. L’opera di Sam Raimi è la capostipite di una delle saghe più particolari e folli della storia del cinema horror, che proprio quest’anno si è arricchita di un sesto capitolo, con l’uscita di La casa – Il rogo del male di Sebastien Vanicek. 45 anni dopo, l’horror si sta affermando come uno dei generi cinematografici più di successo del momento. Il cinema dell’orrore ha compiuto passi da gigante dal 1981 e a qualcuno l’opera prima di Sam Raimi potrebbe apparire come desueta o forse semplicemente “invecchiata male”. Ma lo è davvero?

Come nasce “La Casa”
In origine vi era un gruppo di tre amici e coetanei: Sam Raimi, Bruce Campbell e Robert Tapert. Il loro obiettivo era semplice, fare cinema, e si erano anche dotati, in tal senso, di una rigida divisione interna dei compiti: a Campbell il compito di recitare, a Tapert quello di fare da produttore e a Raimi quello di dirigere e scrivere la sceneggiatura.
Nel 1978, proprio sotto la regia di Sam Raimi, esce il cortometraggio Within the Woods. Realizzati con appena 1600 dollari, i 30 minuti di corto anticipano molto de La casa: un gruppetto di giovani ragazzi, una casa di campagna e tutta una serie di presenze demoniache che renderanno il loro “bucolico” weekend un autentico incubo ad occhi aperti.
Questa volta però, non siamo di fronte ad un semplice prodotto realizzato per gioco, perché l’obiettivo del trio Raimi-Campbell-Tapert è di usare il corto allo scopo di trovare finanziatori per il loro vero scopo: un lungometraggio.
Ed effettivamente, i soldi, seppur pochi e raccolti anche in maniera molto caotica e fortunosa, sembrano arrivare e tra il 1980 ed il 1981, i tre si gettano a capofitto in quello che poi diventerà The Evil Dead.
Questa è la classica vicenda da produzione a budget limitato: tanta passione, molta dedizione, ma pochi mezzi economici (erano stati raccolti appena 350 mila dollari) e materiali da utilizzare prossimi allo zero. Raimi, regista e sceneggiatore, sceglie come luogo per le riprese una sperduta casetta nel bosco, dove per giorni si insedia uno sparuto manipolo di persone, a comporre il set. La zona era così isolata, che ad un certo punto parte della stessa troupe si perse tra i boschi e chiamare un’ambulanza, nel caso di incidenti od infortuni, si rivelò una vera odissea.
Lo stesso Raimi fu costretto a reinventare la sua automobile come la macchina dei cinque personaggi della pellicola, mentre Tapert mise a disposizione alcune stanze di un’altra sua casa di campagna per girare alcune scene.
Dopo mesi di fatica, il 15 ottobre 1981, Raimi riesce ad ottenere una proiezione locale, per la sua pellicola, a Detroit. Non è ancora The Evil Dead, bensì “Book of the Dead”. Le prime recensioni sono buone, ma c’è bisogno di far sì che il film raggiunga il mercato internazionale. A maggio 1982, il trio ci riesce: The Evil Dead arriva infatti nei circuiti legati al Festival di Cannes e dopo una sua proiezione, uno scrittore entusiasta decide di dedicare un’intera recensione al film, concludendola con un appello affinché venisse distribuito in tutti gli Stati Uniti. Lo scrittore era Stephen King. Il resto è storia.

La prova del tempo
Guardando oggi l’opera prima di Sam Raimi, la prova del tempo non solo sembra superata, ma conferma la grandezza del materiale.
La casa è un capolavoro, uno di quei film che hanno segnato un prima e un dopo nella storia del cinema. Molti critici l’hanno definita come la pellicola che ogni studente di cinema vorrebbe girare all’inizio della sua carriera. C’è da aggiungere che a realizzarla è stato invece un iscritto al corso di letteratura inglese, all’Università del Michigan, e non uno studente di materie cinematografiche. L’opera prima di Raimi vince a mani basse la prova del tempo perché, in un mondo ormai assuefatto ed abituato ad ogni tipo di orrore al cinema ed avvezzo a buona parte dei sottogeneri dell’horror, riesce ancora ad incutere timore e suspense, come pochi riuscirebbero a fare. Ci riesce proprio grazie al “deus ex machina” che ne è il creatore.
La regia di Raimi, contando i mezzi limitati e il fatto che stiamo pur sempre parlando di un’opera prima, appare come quella di un regista avvezzo, capace nel saper usare anche la macchina da presa come strumento per incutere terrore. E nel mezzo c’è anche del genio: allo scopo di simulare l’avvicinarsi dei demoni alla casa dei protagonisti, dal punto di vista proprio delle creature soprannaturali, Raimi ultima la tecnica della “shaky cam”. La camera è poggiata al centro di un tavolo di legno, lungo un metro, con due operatori che, afferrato il tavolo, camminavano (o correvano) simulando l’arrivo dei demoni. Il risultato è che, a 45 anni di distanza, il movimento appare ancora fluido e sembra veramente di osservare l’avvicinarsi fluttuante di una creatura. Per non parlare poi della scena finale.
La grande forza del Raimi regista sta poi nella scelta dei suoi collaboratori. Basti pensare che al montaggio, un altro elemento fondamentale nella costruzione dell’orrore nella pellicola, collaborò una coppia di fratelli, che pochi anni dopo, al Sundance Film Festival 1984, avrebbe vinto il Premio alla Giuria per la loro opera prima: i Coen. Sarebbe però sbagliato ridurre nella sola messa a punto della macchina da presi e strumenti simili il segreto del terrore. Un altro grande punto di forza è quello visivo. Parliamo di un film truculento, pieno di ferite, sangue, liquidi. Un film “di corpo”, con tagli, amputazioni, teste mozzate e vomito. Un film che colpisce duro lo spettatore, generando un disgusto che funziona ancora dannatamente bene.
Proprio la “corposità” della pellicola è parte di tutta quella serie di elementi che sono rimasti nell’immaginario collettivo non solo cinematografico e a cui oggi siamo abituati, ma nonostante ciò La casa crea un ribrezzo insuperabile.

A fare scuola poi è anche il modo in cui Raimi riesce a “contaminare” l’horror con elementi di altri generi, senza essere mai stucchevole o sbagliare il colpo. Abbiamo infatti momenti comici, soprattutto di commedia nera e persino attimi romance, i quali risultano perfettamente omogenei al resto dell’opera, senza mai apparire fuori posto. Un esempio recentissimo di come il lavoro di Raimi e compari sia un film fondativo è, ad esempio, il Resident Evil di Zach Cregger. Parliamo anche qui di una pellicola di corpo, piena di mutazioni, sangue, personaggi sporchi dalla testa ai piedi di liquidi di ogni genere, e di una messa in scena che riesce a coniugare l’atmosfera e la natura orrorifica del prodotto con attimi comici perfettamente inseriti nel contesto in questione.
Se proprio dobbiamo cercare un difetto, ad oggi può risultare in parte datata la caratterizzazione degli amici del protagonista Ash (interpretato da Bruce Campbell), i quali sono essenzialmente delle “maschere”, funzionali alla trama e privi di chissà quale tipo di introspezione. A compensare c’è però proprio l’iconica figura del personaggio principale ed anche qui potremmo azzardare un paragone: Ash, ragazzo tranquillo e perfettamente normale che si ritrova catapultato in qualcosa di terrificante e più grande di lui, appare come molto simile al personaggio di Bryan di Resident Evil. L’interpretazione di Campbell è inoltre coinvolgente e riesce a trasmettere la paura, l’ansia e la confusione di Ash allo spettatore. Di mezzo vi è anche un trucco abbastanza cinico di Raimi, il quale punzecchiò costantemente Campbell nel corso delle riprese su una ferita che si era procurata girando. Lo scopo era quello di mantenere l’amico in un costante stato di fatica e dolore, così che potesse rendere al meglio la sua interpretazione.
45 anni dopo, possiamo dire che il sadico trucchetto continua ancora a funzionare.

