Tag: hangar roji

  • recensione hangar rojo – il fuori fuoco dell’orrore

    recensione hangar rojo – il fuori fuoco dell’orrore

    L’11 settembre 1973 a Santiago Cile, il Palacio de La Moneda viene bombardato dall’esercito Cileno comandato da Augusto Pinochet (1915-2006), sostenuto dagli Stati Uniti di Richard Nixon e di Henry Kissinger. Cade il governo democraticamente eletto di Salvador Allende (1908-1973), che si suiciderà durante il colpo di stato militare. Nel mentre, il capitano ed ex-paracadutista, Jorge Silva (Nicolás Zárate), riceve un ordine: deve trasformare l’hangar dell’Accademia Aeronautica in un centro di detenzione e tortura dei sostenitori di Allende e di tutti i socialisti legati al Movimento d’Azione Popolare Unitario (MAPU). Questo luogo verrà soprannominato dal generale Jahn (Marcial Tagle) “Hangar Rojo”. 

    Un thriller politico latinoamericano che racconta la dittatura che governò il Cile per quasi vent’anni.  Ispirato a fatti realmente accaduti e tratto dal libro Disparen a la bandada dello scrittore cileno Fernando Villagrán, il film del regista cileno Juan Pablo Sallato racconta con immagini in bianco e nero le prime ventiquattr’ore dalla caduta del governo di Allende. Il cinema cileno ha già sentito l’urgenza di portare sullo schermo gli avvenimenti di questo periodo: Missing (1982) di Costa-Gavras; l’adattamento cinematografico del romanzo di Isabel Allende, The House of the Spirits (1993) di Bille August; il documentario di Nanni Moretti, Santiago, Italia (2018); gran parte della filmografia di Pablo Larrain con Tony Manero (2008), Post Mortem (2010), No (2012), El Conde (2023). Ora è il turno di Hangar Rojo (2026), presentato quest’anno nella sezione Perspectives della 76ª Berlinale e ora in anteprima italiana al 22° Biografilm. Sallato decide di immortalare questa storia vera, raccontandola come se fosse un film di genere nel quale la tensione è costantemente palpabile. Il bianco e nero, che conferisce all’opera una dimensione documentaria e la lega al passato, esalta anche la qualità perturbante e quasi orrorifica della storia, risaltandone i toni cupi e macabri, come se fosse un film dell’orrore.

    La macchina da presa impone un insistente regime di osservazione e controllo, ottenuto tramite movimenti di macchina a mano e piani ravvicinati su ogni singolo personaggio, in particolar modo sul protagonista, Jorge Silva. Il suo corpo spigoloso e magro, oppresso dai dubbi su cosa sia giusto fare, in bilico tra moralità ed educazione militare, viene assediato dalla camera, provocando un senso di claustrofobia e costante soffocamento. I suoi incubi sono una sua soggettiva di se stesso che precipita nel vuoto, ricordando i tempi da paracadutista. Questo precipitare riflette la sua situazione corroborata da scelte drastiche e rischiose che hanno portato ad un vuoto interiore dal quale non può scappare. 

    La macchina da presa si aggira per l’Hangar rojo senza mostrare direttamente le torture o le violenze perpetrate alle persone imprigionate. L’orrore non si vede ma si sente o è accennato da elementi come stanze sporche, strumenti di tortura, comportamenti degli stessi soldati aguzzini e artefici di tali violenze. Questo fuori campo evidenzia la contrapposizione ciò che viene documentato ed è noto e ciò che è oscuro nella storia. Il regista rappresenta il non visibile non solo escludendo lo sguardo ma rendendo l’immagine sfocata, fuori fuoco. Si tratta di una scelta stilistica che dimostra la potenza delle immagini e degli indizi interni ad esse, quelli che Roland Barthes nel suo libro sulla fotografia, La Camera Chiara (1980), definisce come Punctum: “Il punctum di una fotografia è quella fatalità che, in essa, mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghermisce)”. Lo sfocato è un’imperfezione che accentua l’idea di una ripresa fatta di nascosto, movimentata. La macchina a mano enfatizza la dimensione soggettiva dello sguardo di chi osserva la violenza. È come se lo spettatore seguisse Jorge Silva e fosse lì con lui, condividendo un forte senso di resistenza e opposizione all’incubo che era la realtà di quel luogo e di quel periodo storico.


    Matteo Masi