Tag: hit man

  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Un film per ogni Litvak – Speciale Cinema Ritrovato

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Immaginate di essere nati nel 1902 a Kiev da famiglia ebraica di origine lituana e lavorare per qualche anno nell’industria russa, non condividere l’ideologia sovietica e trasferirvi quindi in Germania, essere poi costretti a scappare a causa del regime hitleriano e approdare a Parigi, ricevere una chiamata da parte della Warner Bros. e volare a Hollywood, arruolarvi nell’esercito americano e supervisionare le riprese degli sbarchi in Normandia, per finire gli ultimi vostri vent’anni di carriera a girare vari Paesi in Europa. Beh, non so se l’etichetta di ‘cosmopolita’ sia sufficiente per descrivere Anatole Litvak, il regista trilingue a cui è stata riservata un’intera sezione durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato, intitolata Viaggi nella notte: il mondo di Anatole Litvak: quattordici film, dai più famosi come Anastasia, che rafforzò l’aura divistica di Ingrid Bergman, ai meno conosciuti come l’esordio No More Love, commedia-vaudeville del 1931 sul conflittuale rapporto uomo-donna, concettualmente abbastanza avanti sui tempi. Litvak si spense nel 1974 a Neuilly-sur-Seine, in Francia, e lungo i prolifici trentanove anni di carriera (quaranta film), che partirono all’epoca del muto come assistente e montatore di Abel Gance e G.W. Pabst per poi essere vissuti da globetrotter delle industrie cinematografiche, bisogna essere onesti, non rivoluzionò nulla. Litvak non era Rouben Mamoulian, per citare un altro regista naturalizzato statunitense (il primo ucraino, il secondo armeno) a cui il Cinema Ritrovato ha dedicato una sezione nella scorsa edizione, né gli renderebbe giustizia essere messo accanto a nomi come quello di Sergej Paradžanov (altra occasione d’approfondimento per i 5700 accreditati venuti quest’anno a Bologna da tutto il mondo). Tuttavia, appurato che nella filmografia di Litvak non troveremo mai un Dr. Jekyll and Mr. Hyde o un Le ombre degli avi dimenticati, per i più curiosi è un regista che merita comunque di essere approfondito perché come suggerisce saggiamente il titolo della sezione del festival, pur errando di anno in anno e di nazione in nazione, il suo cinema mantenne un’anima e una dignità che sopravvissero a crisi ideologiche, persecuzioni etniche, cambi di sistemi produttivi e arruolamenti nell’esercito: la vita come metafora di un viaggio nella notte. Un viaggio notturno, quello del cinema di Litvak, perché ad essere cupo era quello che si parava davanti agli occhi del suo autore, un viaggio che ha conosciuto gli orrori bellici, che ha visto la miseria, così come gli sfarzi delle grandi corti, che tra Rivoluzione russa e secondo dopoguerra ha dovuto decidere da che parte stare nella Storia, e che per questo ha attraversato crisi d’identità riflesse in quelle degli uomini e delle donne comuni dei suoi film. Non ci interessa se Litvak non fu un Lubitsch o un Capra, perché al di là delle piccole ma frequenti imperfezioni di sceneggiatura o di una poetica spesso di lana grossa, il regista scelse di accettare lavori con idee molto forti alla base e che trovavano il giusto compromesso tra tracce autobiografiche e descrizioni attente del contesto socio-culturale in cui si inserivano, sia quando il nome del regista compariva tra gli sceneggiatori (‘solo’ dieci volte in carriera), sia quando si trattava di scegliere scripts altrui.

    Anatole Litvak è un regista conosciuto da una grande fetta di cinefilia ma meno dal pubblico più generalista, ed è un peccato, perché alcuni suoi film sono abbastanza completi (Decision Before Dawn, City for Conquest, The Snake Pit) e assieme ai meno riusciti compongono comunque un quadro le cui pennellate possono essere trovate ancora oggi in tanti lavori contemporanei: se non conoscete il cinema di Litvak e volete decidere quale film recuperare in base a film più recenti, non resta che addentrarsi brevemente all’interno di otto dei film selezionati dal Cinema Ritrovato. Curiosi di sapere a quali film che avete visto potrebbero assomigliare?

    • Lilac (1932) / Basic Instinct (1992 – Paul Verhoeven)

    Sceneggiato a sei mani da Anatole Litvak e due suoi collaboratori, Dorothy Farnum e Serge Véber, in francese il titolo prende il nome della protagonista, Coeur de lilas (Marcelle Romée), giovane prostituta sospettata di omicidio. Nel tentativo di raccogliere prove per la condanna, un ispettore di polizia (André Luguet) entra in contatto con la ragazza vestendo i panni di un umile operaio, ma fra i due scoppia l’amore. Lilac non è niente di più che il classico film di crimini e amori impossibili – e che commette anche l’errore di caratterizzare ben poco la protagonista – ma la struttura circolare, aperta dalla scena richiamata sul finale di un gruppo di bambini che gioca a guardie e ladri, ma dove nessuno vuole fare la guardia, racchiude in nuce il senso eversivo dell’intero film. Oltre ai chiaroscuri morali di una protagonista il cui nome richiama le grazie del lillà, quand’è tutt’altro che santa e santa e immacolata, Litvak utilizza anche i luoghi come simboli contro-sistemici, per esempio calando i personaggi nei cafés francesi del tempo, i luoghi di ritrovo delle persone queer emarginate dalla società. E se vi dicessi che non è folle vedere dei lasciti del film in un lavoro di sessant’anni dopo come Basic Instinct? Lilac ha la proto-femme fatale, un detective che se ne innamora e una storia di omicidio. D’altronde, cos’è il film di Verhoeven se non un aggiornamento dei noir classici, che sprigiona finalmente la carica erotica della femme fatale Catherine/Lillas in tutta la sua forza?

    • Flight Into Darkness (1935) / Pearl Harbor (2001 – Michael Bay)

    Il titolo originale è L’Équipage e in italiano ha mantenuto la traduzione letterale (L’equipaggio). Il soggetto, già trasposto al cinema sette anni prima da Maurice Tourneur, è tratto da un romanzo dello scrittore Joseph Kessel (suo lavoro è anche Bella di giorno) che compare in veste di sceneggiatore accanto a Litvak, inaugurando la prima di cinque collaborazioni: durante la Grande Guerra il capitano Thélis (Jean Murat) deve separarsi dall’amante Denise (Annabella, nome d’arte di Suzanne Charpentier) per partire per il fronte. Una volta in guerra diventa mitragliere del vero marito di Denise, il tenente Maury (Charles Vanel), col quale deve arruolarsi per una missione suicida che rispecchia i loro dilemmi interiori, divisi fra fraternità e amore, gelosia e sacrificio. Flight Into Darkness è uno dei film in cui Litvak marca di più l’utilizzo espressivo del montaggio, per esempio iniziando in medias res con i volti dei protagonisti in sovrimpressione, seguiti da uno stacco sul campo di battaglia e poi da una forte esplosione al fronte, più o meno speculare al finale, dove l’inquadratura smette di seguire Denise camminare in mezzo ai soldati e alle rovine, per spostarsi su di un crocifisso e chiudere facendo riecheggiare forti esplosioni di bombardamenti in lontananza. L’espressività della tecnica di Litvak, nel bene e nel male, va a braccetto con l’approccio smaccatamente retorico di molti suoi film, ma in ogni caso anche ne L’equipaggio è interessante notare il discorso autobiografico su di un essere umano diviso in due e sempre in preda a dubbi esistenziali, siano essi legati alla patria o all’amore. Per capire come un film degli anni ‘30 può agilmente battere in qualità un’opera uscita quasi settant’anni dopo, un gioco divertente potrebbe essere rivedere un film che richiama tantissimo il lavoro di Litvak, Pearl Harbour di Michael Bay. Non serve sottolineare quanto il triangolo amoroso di due aviatori americani con la loro amica d’infanzia calchi il plot di Flight into Darkness, ma Litvak con meno mezzi e meno risorse ha sfornato un film con più grazia e tragicità di un Bay mai così semplicistico e pomposo.

    • Tovarich (1937) / Parasite (2019 – Bong Joon-ho)

    Con Tovarich (“amico” o “compagno”) Litvak realizzò una delle sue screwball, il genere di commedia romantica emerso in America fra gli anni ‘30 e ‘40 e composto da situazioni assurde, dialoghi spesso spiritosi e personaggi eccentrici. Il regista è assente in sceneggiatura, affidata invece a Casey Robinson che ha adattato uno spettacolo teatrale popolare a Broadway di Jacques Deval. Il film segue le vicende di un ex principe e una granduchessa russi in esilio in Francia (Charles Boyer e Claudette Colbert), che fingendosi persone comuni diventano i domestici dei due viziati coniugi Dupont, tenendo però ben custodita la loro fortuna zarista. Tuttavia la squattrinata coppia russa non ha fatto i conti con un commissario bolscevico (Basil Rathbone) che si è messo sulle loro tracce, complicando il tranquillo pernottamento nella residenza Dupont. Litvak dimostra di trovarsi incredibilmente a suo agio con la satira, aprendo il film in una piazza affollata per la festa della presa della Bastiglia con i due esuli russi che chiedono cosa si stia festeggiando, dimostrando tutta la loro ignoranza. Nemmeno il popolo francese è chissà quanto più intelligente, come dimostra un parigino quando risponde “Ha qualcosa a che fare con la storia”. Il film continua tutto così, risparmiando ben pochi personaggi, con i reali russi che si iscrivono al sindacato dei lavoratori domestici e facendo piovere battute del calibro de “La grandezza della Francia sono i controlli burocratici sui carciofi”. Niente lotta di classe per Litvak, è chiaro, il socialismo soccombe schiacciato dal vecchio mondo e le coppie altolocate, pur perdendo privilegi, trovano comunque un nuovo posto nella società. Chissà però se Bong Joon-ho ha mai visto il film del regista ucraino, perché Parasite sembra proprio Tovarich ribaltato ed esportato in corea del sud ottant’anni più avanti: ad infiltrarsi in casa non sono più i nobili ma i poveri, quindi bisogna mettere da parte una buona fetta di commedia e spingere l’acceleratore sul thriller. La lotta di classe non può più essere evitata. Curioso, no?

    • The Amazing Dr. Clitterhouse (1938) / Hit Man (2023 – Richard Linklater)

    Insolitamente trasformato in italiano ne Il sapore del delitto, il film nasce dalle penne di John Huston e John Wexley (collaboratore abituale di Litvak) che adattarono l’omonimo thriller teatrale di Barré Lyndon. Lo psichiatra Clitterhouse (Edward G. Robinson) decide di studiare gli schemi comportamentali dei criminali con un metodo poco ortodosso: compiere lui stesso i crimini dopo essere entrato in una gang di fuorilegge, ma che fare quando deve studiare l’omicidio? Se prendete in considerazione la falsa identità come strumento per superare le barriere di classe, le maschere sociali sotto cui un uomo può nascondersi e l’ironia mai assente (come sul finale, quando il dottore sotto processo viene beffardamente dichiarato innocente per infermità mentale), non vi viene in mente Hit Man, l’ultimo lavoro di Richard Linklater? Il personaggio di Glen Powell rielabora in toto gli aspetti di Clitterhouse innestandoli in una rom-com (decostruita) dei tempi d’oggi: non sappiamo se poterla chiamare ‘eredità’, ma i semi di un’analisi sociale così attenta erano già ben piantati nel 1938.

    • City for Conquest (1940) / Raging Bull (1980 – Martin Scorsese)

    Arrivato in Italia col titolo de La città del peccato, John Wexley si occupò di curarne la sceneggiatura traendo ispirazione dell’omonimo romanzo del ‘36 di Aben Kandel. Il film, uno dei migliori di Litvak, narra del pugile professionista Danny Kenny (James Cagney) che è ormai sulla via del tramonto dopo essere diventato l’idolo del Madison Square Garden: la vista se n’è andata, così come la sua ragazza Peggie (Ann Sheridan), e il fratello minore Eddie (Arthur Kennedy) sta per compiere il suo esordio da pugile a New York. Come gesto d’amore, Danny aprirà un’edicola accanto al palazzo del debutto del fratello, in modo tale da ascoltare il concerto di musica classica che aprirà la tanto attesa serata. Come già anticipato, il film è fra i migliori di Litvak anche per la gestione dell’elemento femminile, con la descrizione del personaggio di Ann Sheridan che sigla una delle presenze femminili più toccanti e affascinanti del suo cinema. Qui il paragone è facile, se non addirittura scontato, ma i collegamenti con Martin Scorsese derivano (paradossalmente) già dal titolo italiano: cosa caratterizza il regista statunitense più di New York e del tema del peccato? L’elemento sportivo e il bianco e nero ci portano giustamente a Toro Scatenato, ma la scorsesianità del film di Litvak sta anche nella musica on-stage che descrive New York come una sinfonia (New York, New York), nel sottotesto del sogno americano e nelle occasionali pieghe gangsteristiche (arriveranno ovviamente le scommesse sulle partite di pugilato). Il Jake LaMotta di De Niro arriverà esattamente quarant’anni dopo, e chissà se Scorsese ha mai visto City for Conquest? Magari converrebbe tenere monitorato il suo profilo Letterboxd.

    • The Snake Pit (1948) / Shutter Island (2010 – Martin Scorsese)

    Il titolo, La fossa dei serpenti, è eloquente: la fossa è l’ospedale psichiatrico in cui è stata buttata Virginia (Olivia de Havilland), ricoverata per gravi sintomi di schizofrenia. La paziente non ricorda molto della sua vita passata ma pian piano la memoria verrà a galla, portandola a metabolizzare il suo difficile rapporto col padre e i diversi uomini incontrati lungo la sua vita. Al regista piacque la sceneggiatura di Millen Brand e Frank Partos che adattava l’omonimo bestseller semi-autobiografico di Mary Jane Ward, e il film gli valse anche la candidatura per miglior regista ai Premi Oscar del 1949. La fossa dei serpenti è considerata la prima esplicita rappresentazione hollywoodiana del complesso di Edipo: Litvak dimostrò la sua passione per la psicoanalisi già con Clitterhouse, ma in The Snake Pit riuscì a unire questo interesse con quello per il disturbo da stress post-traumatico, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale conobbe coi suoi occhi durante il lavoro sul campo. Le memorie di Litvak trovano quindi spazio in quelle della protagonista magnificamente interpretata da Havilland, che rielabora i ricordi passati in chiave melodrammatica, mentre Litvak li rivive a tal punto da mettere in scena un ospedale psichiatrico terrificantemente simile a un campo di concentramento, e dove i pazienti vagano persi e spenti come deportati (memorabile il plongée che metaforizza l’ospedale come una vera fossa). PTSD, ospedale psichiatrico simil-Dachau, flashback di reminiscenze sopite, protagonista schizofrenico… che sia forse il caso di chiamare di nuovo in causa Martin Scorsese? Non serve precisare perché il Teddy Daniels di DiCaprio in Shutter Island condivida diversi punti di contatto con Virginia, ma anche (e soprattutto) con lo stesso Litvak. Vedere per credere.

    • Decision Before Dawn (1951) / Valkyrie (2008 – Bryan Singer)

    Dopo quindici anni di assenza dall’Europa, Litvak commissionò a Peter Viertel l’adattamento del romanzo ispirato a fatti reali di George Howe, Call It Treason, per creare il thriller noto in Italia con il titolo I Dannati: durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale il Terzo Reich è già vicino alla sua fine e il prigioniero di guerra tedesco ex infermiere della Lutwaffe, Karl Maurer detto Happy (Oskar Werner), viene assoldato dall’intelligence militare dell’esercito USA per infiltrarsi tra le file della Wehrmacht e spiare a favore degli Americani. Durante la sua attività di spionaggio tra le rovine delle città martoriate dal conflitto, incontrerà un secondo prigioniero tedesco, Rudolf Barth detto Tiger (Hans Christian Blech), con il quale proseguirà l’attività di collaborazione con gli Alleati contro quella che, almeno una volta, era la loro patria. Uno dei film più personali di Litvak e, perfettamente in linea con il titolo della sezione del festival, anche uno dei più cupi, cinici, tragici, che si apre con una fucilazione e si chiude con una fuga disperata. C’è di nuovo il tema della doppia identità, elemento costante nel cinema del regista cosmopolita, ma anche il conflitto interiore dell’uomo di fronte alla scelta tra lealtà e tradimento, tematica sentita visceralmente da Litvak, che fuggì dalla Germania nazista dopo aver lavorato nell’industria cinematografica tedesca, per poi girare un film di propaganda contro di essa. Anche in questo caso il collegamento a un film contemporaneo è automatico, ma come non poter pensare a Operazione Valkyria di Bryan Singer? Al film di Litvak manca soltanto il diretto riferimento al complotto ai danni del Führer del 20 luglio 1944, ma il colonnello Von Stauffenberg di Tom Cruise condivide la disillusione di Happy nei confronti del Terzo Reich, e sebbene ne I Dannati non si parli di assassinare Hitler, la decisione prima dell’alba che devono prendere i personaggi, pur con diversa magnitudo, è speculare a quella dei protagonisti del film di Synger. Goccia a goccia si scava la roccia, non era così il detto?

    • Anastasia (1956) / Anastasia (1997 – Don Bluth e Gary Goldman)

    Primo e unico film a colori di Litvak a comparire in questa lista, Anastasia è stato sceneggiato da Arthur Laurents (per intenderci, dobbiamo a lui il libretto del musical teatrale West Side Story) e da un punto di vista storico è probabilmente uno dei lavori più importanti di Litvak, sebbene non tra i più riusciti. Il regista volle infatti cimentarsi nella rilettura (o invenzione, per meglio dire) della storia dell’unica presunta superstite della famiglia dello zar Nicola II di Russia, Anastasia Romanov: nel 1928, per assicurarsi la fortuna zarista custodita nella Banca d’Inghilterra, il generale russo dell’Armata bianca in esilio Bounine (Yul Brynner) istruisce la nomade Anna (Ingrid Bergman) a impersonare la giovane Anastasia, al fine di far credere alla nazione che lei sia in realtà la figlia dello Zar. Ma se Anna fosse davvero Anastasia? Il film, che risollevò la carriera di Bergman facendole vincere l’Oscar per migliore attrice protagonista dopo la parentesi finita malissimo con Rossellini, tratta il tema della doppia identità (che sorpresa!), non più tra due nazioni, ma tra ciò che dell’uomo è vero e ciò che è falso. Questi elementi per Litvak sono centrali nella formula di costruzione del potere, che assume la forma di uno spettacolo teatrale fittizio la cui recita comincia a essere presa per vera (si citerà anche Stanislavskij: “Se un attore si crede il suo personaggio, licenzialo!”). In questo è calzante l’impostazione teatrale del racconto, quasi tutto girato in lussuosi interni, risaltati dai colori sgargianti del technicolor. Se invece pensiamo alla scena in cui la nonna di Anastasia riconosce in Anna la vera nipote per via di un colpo di tosse (Anastasia tossiva spesso quando aveva paura), capiamo come la sceneggiatura lasci molti dubbi, soprattutto nella seconda parte, dove troviamo parentesi comiche difficilmente comprensibili, e anche a causa di una parabola pro-zar nemmeno troppo implicita. Quindi potrebbe tornare utile rivedere l’omonimo film d’animazione del 1997 diretto da Don Bluth e Gary Goldman, dove sempre con l’espediente dell’amnesia si cerca nuovamente di inventare un’ipotetica vita alternativa di Anastasia, lasciandola sopravvivere all’esecuzione della famiglia Romanov. I problemi, più o meno, sono sempre gli stessi, ovvero la rappresentazione semplificata e romanticizzata della rivoluzione bolscevica e un sottotesto politico che fatica a mettere in discussione il potere zarista, che nel film d’animazione è enfatizzato dal Rasputin-stregone del male, la vera ciliegina sulla torta. Il film di Litvak, almeno, ci risparmia la confusione degli elementi architettonici, dal momento che il film animato non sapeva nemmeno ben distinguere l’architettura della Russia imperiale da quella dell’Europa occidentale dell’epoca. Anastasia preserva comunque un certo fascino per gli anni in cui è stato girato, acquisendo un’importanza storica rilevante tanto per la svolta della carriera di Bergman, quanto per l’approccio di Litvak al cinema a colori. Una visione non è di certo sacrilega.

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • Recensione Hit man – Killer per caso: Un viaggio attraverso l’identità

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    Quante maschere indossiamo per poter sopravvivere? Qual è quella che ci assomiglia di più? Quanti frammenti raccolgono la nostra reale essenza?

    Richard Linklater torna al cinema con Hit man – Killer per caso, una commedia che tocca diversi generi e ci pone di fronte a questi e altri interrogativi con una leggerezza mai superficiale. 

    Il film, distribuito da BIM e presentato in anteprima alla 80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è liberamente ispirato a una storia vera, raccontata nel 2001 in un articolo del giornalista Skip Hollandsworth (già collaboratore del regista in Bernie) sul Texas Monthly.

    Gary Johnson (Glen Powell) insegna filosofia e psicologia al college e nel tempo libero collabora con alcuni membri della polizia (Retta e Austin Amelio) come consulente informatico. Costretto a sostituire un agente sotto copertura, si troverà a impersonare un sicario e scoprirà la sua effettiva natura, acquisendo delle consapevolezze impreviste e inaspettate.

    Gary è una persona comune, un viso da dimenticare, chiuso nella gabbia della routine e della solitudine. Non ammette trasgressioni e tutto il suo mondo appare anonimo, perfino il suo nome risulta banale. Quando comincia a fingersi qualcun altro, diviene consapevole dei segmenti che compongono la sua personalità ed emerge una parte di lui probabilmente rimasta sopita troppo a lungo.

    Apparentemente l’equilibrio tra Es e Super-Io inizia a vacillare, in realtà i travestimenti e i personaggi da interpretare delineano una nuova forma di armonia nella sua vita.

    Linklater scrive insieme a Glen Powell una sceneggiatura brillante, mettendo in scena un racconto dinamico, in continua evoluzione. Il trasformismo del protagonista si riflette direttamente sulla narrazione: il regista si muove dal romanticismo all’azione, passando per il thriller e il noir.

    Hit man si “traveste” di semplicità, ma scava intimamente nell’animo umano, approfondendo il concetto di identità.

    La vicenda è scandita dalla voce narrante di Johnson che, attraverso la focalizzazione interna, ci accompagna nelle diverse fasi del suo mutamento progressivo. Lo spettatore onnisciente diventa un allievo di Gary e ascolta le sue lezioni su Nietzsche consapevole degli avvenimenti che si dipanano nella sua attività parallela.

    La metamorfosi avviene lentamente, ma al contempo ogni minima trasformazione viene percepita e di conseguenza siamo chiamati ad accogliere un ritmo narrativo serrato, che segue la curva del cambiamento del nostro killer passo dopo passo.

    Il film scardina la nozione stessa di “hit man”, relegandola a un’invenzione della cultura di massa, a una fantasia che il personaggio principale deve incarnare.

    Powell diventa camaleontico proprio come Gary, riuscendo a viaggiare da un carattere all’altro e restando sempre credibile. Lo scialbo professore di provincia può diventare chiunque con i mezzi espressivi del corpo, spostandosi sul palcoscenico della realtà. Anche le relazioni sentimentali si dimostrano più semplici indossando panni differenti e così l’uomo riesce a instaurare un rapporto complesso e ambiguo con la giovane Madison (Adria Arjona), mostrando una sicurezza difficile da attribuirgli nelle sue vesti usuali.

    La verità non è più oggettiva e immutabile, la morale non può essere ridotta ad assolutismi e tutti possono diventare differenti, tutti interpretano un ruolo che finisce per rappresentarli. 

    Hit man capovolge il significato di “maschera”, conferendogli la capacità di svelare il volto dell’individuo, permettendogli finalmente di accedere alla piena conoscenza di se stesso. 

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Recensione Hit Man – Il gioco delle identità #Venezia80

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    Il nuovo film di Richard Linklater, presentato fuori concorso all’80esima Mostra del Cinema di Venezia, riconferma senza riserve la grandezza del suo autore. Il regista, che nella sua carriera ha mostrato una poliedricità tale da mettere in scena magnifiche storie d’amore, commedie ed esperimenti in rotoscope con la medesima bravura, torna ora sul grande schermo con Hitman.

    La storia è la vicenda reale di Gary Johnson (sceneggiatura basata sull’articolo della rivista Texas Monthly “Hit Man” di Skip Hollandsworth) un docente universitario di filosofia e psicologia che lavora anche part time come tecnico per la polizia. Un giorno però si trova costretto a sostituire un collega che ricopre un ruolo particolare all’interno delle investigazioni: egli si fingeva un sicario per raccogliere testimonianze da parte dei criminali e riuscire a condannarli. Dopo iniziali esitazioni Gary accetta, e progressivamente sviluppa grande precisione nell’impersonare uomini completamente diversi da sé. Inizia anzi a provare divertimento in questo pericoloso distacco dalla sua monotona benché amata routine.

    Il racconto si articola sulla netta separazione tra le identità di volta in volta assunte, e su una in particolare, Ron: un sicario affascinante e vigoroso, ingaggiato da una donna che desiderava liberarsi dal marito abusivo. Successivi sviluppi e imprevisti portano Gary/Ron a barcamenarsi, a volte con maestria e a volte con difficoltà, tra le sue due “facce”, mentre nelle sue lezioni in classe riflette con i suoi studenti sulle implicazioni del concetto di Io. Vi si accompagna un altro aspetto fondamentale nel film, la fisicità dei protagonisti. Caratteristica particolarmente curata, esaspera i cambiamenti messi in atto e sottolinea contrasti fortemente ironici. È possibile scorgervi anche una valenza metacinematografica sulla base delle azioni essenziali che Gary compie: egli diventa qualcun altro, come un attore concentrato sulla propria recitazione; concetto, quest’ultimo, fortemente legato anche al tema dell’identità personale.

    È possibile mutare? Se sì, in che misura? E quando vi sono le condizioni adeguate affinché ciò avvenga? Sotto la facciata comica Linklater (che ha anche sceneggiato il film, insieme a Powell) ci trasmette un messaggio importante da custodire. Cambiare è possibile, e diventare la miglior versione di noi stessi è un traguardo che con l’adeguata predisposizione mentale può raggiungere chiunque. Gary lo scopre sul campo, senza mai davvero abbandonare il suo vecchio sé o sostituirlo con un completo sconosciuto: viene solo a conoscenza di un lato della sua identità che lui, consapevolmente, fa emergere e col tempo stabilizza.

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.