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  • Tony Montana – Un Macbeth ‘Pop’

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    “Che sprone ha il mio disegno?

    L’ambizione, non altro.

    L’ambizione che da sola,

    saltando troppo in alto sulla sella,

    si disarciona”

    Macbeth, Atto I, Scena VII 

    1983, Brian De Palma firma Scarface, remake dell’omonimo film del ’32 di Howard Hawks, mettendo in scena la scalata e la successiva caduta del narcotrafficante Tony Montana.

    Il personaggio, figlio della sceneggiatura di Oliver Stone, è certamente una delle figure più importanti e conosciute dell’intera produzione Gangster Movie hollywoodiana (al pari solamente di Don Vito Corleone e dei Goodfellas di Scorsese) ed è entrato di diritto nell’immaginario Pop cinematografico e non.

    Antonio “Tony” Montana, però, rappresenta molto di più dell’arroganza da malavitoso, delle armi, della cocaina e della ricchezza ostentata che lo hanno reso Cult per il pubblico mainstream. Il gangster cubano, se analizzato più approfonditamente, risulta essere un personaggio estremamente drammatico, come in una trasposizione moderna di una tragedia classica.

    Il personaggio di Al Pacino è chiaramente un anti-eroe, spinto da un’ambizione insaziabile e smisurata. Ma da dove nasce questo istinto?

    Un fenomenale Al Pacino nei panni di Antonio “Tony” Montana.

    Una chiave di lettura per comprendere la personalità di Montana è prendere in considerazione il suo passato: già dalla primissima scena è palese, infatti, come il suo sia un vissuto di povertà e violenza, fatto di galera e criminalità. La fuga negli Stati Uniti è dunque la rappresentazione del Sogno Americano, ovvero la possibilità di ricominciare da capo e costruire qualcosa con le proprie mani.

    Proprio per questo motivo l’ambizione di Tony ha origine  nella necessità, quasi morbosa, di raggiungere un  riscatto sociale ed economico dopo una vita di privazioni, sentimento che è radicato molto profondamente in lui e che si trasformerà presto in una bramosia senza fine. Sono molte, infatti, le scene in cui Montana si afferma fieramente come unico fautore della propria fortuna, come per dimostrare e far vedere a tutti che ce l’ha fatta, che è partito da zero ed è riuscito a prendersi il mondo e tutto quello che c’è dentro, senza accontentarsi mai. Oltre a ciò la volontà di essere superiore, di controllare tutto e tutti e non avere nessuno a cui dover rendere conto, sono il vero stimolo che muove ogni azione del protagonista. Egli è insofferente all’autorità proprio perché l’esistenza stessa di un’autorità significa che lui vi è inferiore.

    In quest’ottica il suo rapporto con Elvira è estremamente significativo: la donna infatti è la moglie del Boss, simbolo del potere e della posizione alla quale Montana aspira.

    Riuscendo a farla sua Tony afferma, metaforicamente, la sua superiorità nei confronti di Frank Lopez, scoprendo però così la superficialità dei suoi sentimenti verso il personaggio della Pfiffer che si rivela essere solamente l’oggetto desiderato che, una volta ottenuto, non risulta più interessante e non dà nessun tipo di soddisfazione.

    Michelle Pfeiffer nei panni di Elvira Hancock Montana, moglie di Tony.

    Nel mondo di Tony, infatti, tutto è possedimento, tutto è oggettificato e il rapporto con Manolo è significativo in quest’ottica: l’amico infatti, dopo aver percorso insieme a lui tutta la scalata verso il potere, viene visto e trattato come un semplice dipendente, un uomo al suo servizio sul quale egli  ha diritto di vita e di morte. Nella percezione distorta del protagonista anche la stessa sorella Gina gli appartiene e nel momento in cui lei e Manny si sposano, Montana si sente come derubato di una sua proprietà e, accecato dal suo delirio di onnipotenza, arriva a uccidere l’amico, segnando così ormai definitivamente la caduta del personaggio di Al Pacino.

    Tony Montana (Al Pacino) con Manny Ribera (Steven Bauer) agli inizi della loro “carriera” malavitosa.

    Ampliando l’analisi e facendo un paragone letterario la parabola di Tony ha moltissimi punti in comune con la figura di Macbeth. Nella tragedia di Shakespeare infatti, così come in Scarface, la tematica centrale è la ricerca smodata e insaziabile di potere che corrode e corrompe l’animo umano.

    È fondamentale notare come, in entrambe le opere, il raggiungimento della vetta porti i personaggi alla distruzione di loro stessi. Nel momento in cui Tony riesce finalmente ad avere il mondo ai suoi piedi e a ottenere tutto ciò che ha sempre desiderato,  eliminando fisicamente ogni ostacolo sul suo cammino, perde il controllo su sé stesso e inizia a dubitare di chiunque lo circondi, vedendo anche nelle persone a lui più vicine una possibile minaccia al suo potere. Vivendo in questo clima di paranoia costante entrambi i personaggi arrivano a distruggere con le proprie mani tutto ciò che hanno creato e proprio come Macbeth arriva a uccidere Banquo, suo amico e compagno d’armi, Montana uccide Manny in  un delirio di onnipotenza ormai irrefrenabile.

    Una delle scene più significative di tutto il film.

    Si potrebbe quasi dire che questi personaggi “ambiscano ad ambire”. Tony, infatti, più volte nel film dimentica da dove è partito ed essendo incapace di provare soddisfazione per ciò che ha ottenuto, può trovarne solamente nell’idea di raggiungere qualcosa che ancora gli manca, nella creazione ideale e malsana di un’ambizione ancora più grande. L’incapacità di accontentarsi di Montana, così come quella di Macbeth, è la vera e propria origine della spirale autodistruttiva che porterà il protagonista alla rovina.

    Proprio come il personaggio Shakespeariano che impazzisce e rimane solo, roso dal senso di colpa per ciò che ha dovuto fare per ottenere il potere, nelle ultimissime scene della pellicola il protagonista si trova a fare i conti per la prima volta con la sua vita. Nello sguardo vuoto di Tony si legge chiaramente la consapevolezza che il prezzo per il mondo che ha conquistato è stato il sacrificio di tutto ciò che di più caro aveva.

    L’inquadratura finale del corpo del Boss morto ai piedi della statua con la celebre frase “The World is Yours”, infatti, rappresenta simbolicamente la chiusura della parabola discendente di Tony, che, quasi come un Icaro moderno, volendo volare più in alto di tutti finisce per schiantarsi rovinosamente al suolo.

    The Lament for Icarus, Herbert Draper.

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  • Roy Batty in Blade Runner – Un Lucifero Cyberpunk

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    Come mai sei caduto dal cielo,
    Lucifero, figlio dell’aurora?
    Come mai sei stato steso a terra,
    signore di popoli?

    Eppure tu pensavi:
    Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
    mi farò uguale all’Altissimo

    E invece sei stato precipitato negli inferi,
    nelle profondità dell’abisso!”

    Isaia 14, 12-15

    Blade Runner, 1982, capolavoro di Ridley Scott e della storia del cinema che ha cambiato per sempre l’immaginario fantascientifico moderno.

    La trama la conosciamo tutti: Los Angeles, 2019, un gruppo di Replicanti ribelli e pericolosi fugge dall’Extra Mondo per raggiungere il loro creatore, il Dottor Eldon Tyrell, nel tentativo di eliminare il loro limite di vita programmato e liberarsi dunque dalla loro condizione di schiavitù. Sulle loro tracce si metterà Rick Deckard, ormai ex poliziotto, che avrà il compito di scovare Roy Batty e compagni e ritirarli.

    Fino a qui niente di nuovo, ma se il personaggio di Harrison Ford non fosse il protagonista? Se fosse, per assurdo, l’antagonista? Analizzando i personaggi presenti in Blade Runner è chiaro come la figura più complessa, più sfaccettata e l’unica che compie, di fatto, un vero e proprio “percorso” (un ipotetico viaggio dell’eroe) sia appunto Roy Batty.

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    Un esempio dell’architettura distopica e futuristica di Blade Runner, uscito nel 1982 e ambientato nel 2019.

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    Il leader dei Replicanti è talmente interessante da un punto di vista simbolico e filosofico da poter essere paragonato a un Lucifero Fantascientifico, lui e il suo gruppo infatti fuggono dal Paradiso, rappresentato dall’Extra Mondo, cadendo ribelli in un luogo infernale e oscuro come la Terra che ci viene presentata da Scott (non è un caso se alcune tra le prime parole pronunciate da Roy siano proprio “Avvampando gli angeli caddero”).

    In effetti i Replicanti vengono descritti come una vera e propria razza superiore, più forti e più intelligenti degli umani, lo stesso Tyrell durante l’incontro con Batty lo ammira ed è orgoglioso di ciò che ha realizzato, la sequenza in questione è indubbiamente una delle scene più intense di tutto il film, il momento in cui Creatore e Creatura si trovano uno di fronte all’altro.

    Qui più che mai il parallelismo Dio-Lucifero è efficace: Roy chiama “Padre” l’uomo che lo ha creato e dal quale è considerato come un Figliol Prodigo, il prediletto e più amato tra tutti (altro evidente richiamo religioso). Egli infatti viene definito come l’essere perfetto, la luce più luminosa, che però bruciando più intensamente delle altre è destinata inevitabilmente a spegnersi più in fretta nella gloria della sua stessa perfezione.

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    L’opera di Alexandre Cabanel “The Fallen Angel” rappresentante Lucifero.

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    Tutto questo, però, non è sufficiente. Nonostante lui sia un Replicante, dipinto fino a quel momento come freddo e privo di sentimenti, è spinto dal più umano degli istinti, la voglia di vivere e l’affermazione di sé come individuo e non solamente come creatura, egli vuole infatti elevarsi sullo stesso livello del suo Creatore, vuole essere uguale a Dio e comprendendo che ormai è destinato a morire uccide Tyrell, cosicché almeno nella morte non ci sia più differenza tra Uomo e Macchina

    Il punto di svolta dell’evoluzione del personaggio di Roy è tutto qui, egli prende coscienza di sé e capisce che i suoi sentimenti non sono diversi da quelli degli umani, l’amore che prova per Pris è reale, la disperazione e il dolore per la sua morte lo colpiscono così come colpirebbero chiunque, dove sta quindi la differenza tra lui e gli uomini? La conclusione del film ci mostra chiaramente che questa distanza non esiste.

    Dopo il combattimento finale tra Batty e Deckard, il replicante si dimostra addirittura più umano degli umani salvando colui che ha ucciso tutti i suoi compagni e che avrebbe ucciso anche lui (di nuovo non è casuale che Roy appaia con una colomba tra le mani, simbolo biblico di purezza), capendo alla fine del suo percorso che ciò che è davvero importante non è la sua origine, non è l’artificiosità dei suoi ricordi, bensì ciò che egli ha provato nella sua vita, il timore di morire che sente in quel momento, la paura e la consapevolezza che tutto quello che ha visto e che ha fatto svanirà nell’oblio “come lacrime nella pioggia”.

    Al contrario Deckard, vero villain della storia in questa chiave di lettura, ci viene dipinto per tutta la pellicola come l’Umano, legittimato ad uccidere gli Androidi in quanto inferiori, nella scena d’amore con Rachel (anch’essa un Replicante) emerge infatti la sua convinzione atavica di essere superiore in quanto Uomo e la fa sua quasi contro la volontà della donna. Ironicamente l’ultima scena del film ribalta completamente tutto ciò su cui questa mentalità gerarchica si basa, Deckard stesso è solo una pedina, un angelo inconsapevolmente sottomesso a Dio, un assassino prigioniero delle sue convinzioni, convinto di un’umanità che non gli appartiene e che non gli è mai appartenuta.

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    Harrison Ford nei panni di Rick Deckard.

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    Il monologo finale di Roy Batty, interpretato da Rutger Hauer (che qui ha, in buona parte, improvvisato).

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