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  • IL MUSICAL CLASSICO – IL MAGO DI OZ

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    All’inizio degli anni ’30, con l’avvento del sonoro, nasce in America un nuovo genere cinematografico, il musical. A seguito del crollo di Wall Street e della conseguente crisi del’29, l’industria cinematografica statunitense attraversò un momento particolarmente instabile che ha costretto le majors a reinventarsi per riportare in sala quanta più gente possibile e far fronte al calo di biglietti.

    Il musical si inserì a gamba tesa in questo scenario in quanto genere spettacolare e sintesi di tre arti: recitazione, danza e musica.

    In poco tempo iniziarono a delinearsi diversi sottogeneri e filoni. Uno dei più noti è sicuramente il backstage musical, inaugurato nel 1929 con The Broadway Melody.
    Il film è incentrato sulla preparazione di uno spettacolo teatrale attorno al quale si snodano le storie degli attori. Non è un caso che la pellicola sia ambientata a Broadway, patria per eccellenza del genere musicale. A tal proposito, molti spettacoli di Broadway vennero successivamente adattati per il grande schermo da Hollywood. Accanto al sonoro, il sistema Technicolor fu un ulteriore innovazione tecnologica che permise il consolidamento e il successo del genere musical grazie alle sue potenzialità spettacolari in grado di attirare in sala il grande pubblico. In breve tempo, tra gli anni Trenta e Quaranta, il Technicolor divenne un elemento imprescindibile delle grandi produzioni ad alto budget, come nel caso di Via col Vento. Accanto a quest’ultimo, il Mago di Oz fu una delle prime pellicole a saper sfruttare al meglio la grandiosità del sistema Technicolor al punto da trasformarlo nella propria cifra stilistica.

    IL MAGO DI OZ: UN FILM SENZA AUTORE     

    Il Mago di Oz (1939) è tratto dall’ omonimo romanzo di formazione di Frank Baum, pubblicato agli inizi del 1900. Nonostante i precedenti e numerosi adattamenti del testo, nel 1937 la MGM predispose una nuova trasposizione cinematografica dell’opera in risposta al successo del primo lungometraggio Disney, Biancaneve e i sette nani. Inizia così la lunga e travagliata lavorazione di quello che diventerà uno dei film classici per eccellenza.

    Il Mago di Oz è una pellicola che incarna alla perfezione il modello hollywoodiano di produzione cinematografica nell’era dello studio system. Un modus operandi incentrato sulla collettività piuttosto che l’individualità. Prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer, il Mago di Oz possiede, infatti, molti tratti caratteristici delle pellicole prodotte dalla major fondata da Marcus Loew e Louis B. Mayer nel 1924. Durante il periodo della Golden Age hollywoodiana le pellicole MGM possedevano un aspetto più sfarzoso rispetto a quelle prodotte dalle altre majors. Ciò era dovuto in primo luogo alla scelta dei professionisti – nomi del calibro di Vincente Minnelli e George Cukor-, ma anche degli attori, alcuni tra le più grandi star del momento: nel suo firmamento la MGM poteva vantare Clark Gable, Mickey Rooney e, infine, Judy Garland.

    Vista l’ingerenza continua della MGM nelle fasi di lavorazione, il Mago di Oz è considerato un film “senza autore” poiché furono tanti i registi che si susseguirono durante la realizzazione del progetto, coordinato dai produttori Mervyn LeRoy e Arthur Freed.             

    In particolare, furono quattro i registi che parteciparono al film subentrando l’uno a l’altro a distanza di un tempo estremamente ravvicinato. In aggiunta a ciò, vennero coinvolti undici sceneggiatori e impiegati ben centotrentasei giorni di ripresa.

    In questo periodo, il concetto di autore in relazione alla professione del regista non aveva ancora preso piede all’interno dell’industria cinematografica. Negli anni ’30, la figura del regista era considerata un semplice ingranaggio dello studio system, alla stregua degli altri tecnici del settore. Alla guida di questa grande macchina produttiva vi era il produttore, che coordinava le squadre di lavoro e sovrintendeva le fasi creative e operative. Il regista non aveva, dunque, alcuna libertà creativa o alcun diritto sull’opera finale. Il suo compito era semplicemente quello di eseguire degli ordini, quelli del produttore e della casa di produzione. 

    Dovremo aspettare alcuni anni prima che i registi vengano considerati i veri autori delle pellicole da loro dirette. In tal senso, il regista Frank Capra è stato uno dei precursori della così detta “politique des auteurs”, teorizzata da André Bazin alla fine degli anni ‘50.

    UNA PRODUZIONE TRAVAGLIATA

    La produzione del Mago di Oz prese avvio con l’intenzione di superare Biancaneve e i sette nani della Disney, uscito poco tempo prima nel 1937. Il primo film d’animazione della Disney, distribuito dalla RKO Radio Pictures, era stato un successo straordinario al botteghino. La MGM non poteva essere da meno

    Il Mago di Oz fu, quindi, progettato impiegando lo stesso schema adottato da Biancaneve che prevedeva l’ibridazione di un soggetto letterario e fiabesco con il genere musicale.  Per tentare di superare la Disney in tutto e per tutto, LeRoy e Freed misero in piedi una macchina progettuale complessa. Anche per questa ragione, la lavorazione di questo progetto fu lunga e travagliata, soggetta a numerosi cambi di rotta. Il primo dei dieci sceneggiatori ad essere coinvolto nella stesura della sceneggiatura fu Herman J. Mankiewicz, fratello del famoso autore dello script di Citizen Kane. Mankiewicz si occupò di redigere un primo trattamento del testo non sapendo, tuttavia, che l’incarico era stato affidato contemporaneamente anche a Ogden Nash e Noel Langley. Questa pratica non era cosa nuova per l’industria hollywoodiana. La fabbrica dei sogni doveva andare avanti ad ogni costo impiegando quanta più gente possibile per ottimizzare i tempi e i costi. The Show must go on. 

    Per quanto riguarda la regia, invece, la situazione non era molto dissimile. Il primo ad aver ricevuto l’incarico è stato Richard Thorpe, il quale fu allontanato dal set dopo solo due settimane perché ritenuto inadeguato. Poi fu il turno di George Cukor, all’apice della sua carriera. Il regista, tuttavia, rimase solo tre giorni poiché successivamente chiamato a dirigere Via col Vento. A Cukor si deve la sostituzione della parrucca bionda di Dorothy con una capigliatura semplice e naturale che permise alla protagonista di aderire al meglio all’ideale di ragazza di provincia acqua e sapone. Il terzo ad essere chiamato in ballo fu Victor Fleming, il cui nome figura nei credits finali e a cui è attribuita la “paternità” della pellicola. Fleming, tuttavia, lavorò al film per ben quattro mesi, ma a pochi giorni dal termine delle riprese fu costretto ad abbandonare il set per sostituire Cukor alla direzione di Via Col Vento. Al suo posto subentrò King Vidor, celebre autore indipendente con alle spalle una ricca carriera nel periodo del muto. 

    Il regista porterà a termine le riprese lasciate incompiute dal suo collega, senza però figurare nei titoli di testa.

    Per quanto riguarda il ruolo di Dorothy Gale, in un primo momento venne presa in considerazione la diva bambina Shirley Temple.  Alla fine, dopo numerose trattative, la scelta ricadde sulla quindicenne Judy Garland, decisamente più avanti con gli anni ma superiore alla Temple per doti canore. Non vi fu scelta più azzeccata.  La canzone Over the Rainbow, interpretata dalla Garland, avrà un incredibile successo garantendo alla giovane attrice un posto nel firmamento delle star di Hollywood ma, ancor più, nella storia del cinema. 

    Tuttavia, successivamente l’uscita del film, iniziarono a diffondersi numerose voci sul trattamento riservato alla Garland sul set. Nel corso di molte interviste l’attrice ha rivelato di essere stata sottoposta a numerose vessazioni psicologiche. Tra queste ha raccontato di essere stata costretta da L. Meyer a sottoporsi ad una dieta rigidissima e a fumare tra una ripresa e l’altra pur di non prendere peso. Queste dichiarazioni mettono in luce un aspetto oscuro e, purtroppo, ancora molto attuale dell’industria cinematografica e di Hollywood.

    UN MONDO A COLORI IN FORMATO TECHNICOLOR

    Il film inizia in bianco e nero mostrandoci la monotona quotidianità di Dorothy; eppure questo grigiore viene presto spazzato via da un violento tornado che scaraventerà la piccola Dorothy e il suo cagnolino Toto nel Mondo di Oz. Dopo aver messo un piede fuori casa, la ragazzina si renderà conto di “non essere più in Kansas”, ma in un mondo dai colori brillanti e vivaci. Lo stupore della piccola Dorothy è lo stesso degli spettatori del tempo, travolti dalla meraviglia del formato Technicolor.

    Lo scenografo Randall Duell si occupò personalmente del processo di colorazione del Mago di Oz e in molti interventi ha ricordato le numerose difficoltà affrontate durante la lavorazione del film: 

    “Il film a colori non era ancora stato perfezionato all’epoca. Dovevamo fare un sacco di test ed esperimenti con la pellicola per ottenere i colori da ricreare correttamente. Iniziavamo a riprendere un set una settimana o due prima che fosse utilizzato. Dovevamo fare test cromatici per ogni set non solo per le parti dipinte ma anche per gli sfondi. Una parte della Strada di mattoni gialli era un fondale dipinto. Se non fosse stato dipinto e illuminato correttamente, sarebbe sembrato un fondale dipinto”.

           

    Nei primi anni ’30 venne, infatti, inaugurata una macchina da presa dotata di prismi attraverso i quali veniva suddivisa la luce, proveniente dell’obiettivo, su tre pellicole in bianco e nero, una per ogni colore primario. Si inizia a parlare di Technicolor. Questo sistema era estremamente costoso in virtù della sua capacità di conferire al film maggiore spettacolarità e attrattiva. La colorazione Technicolor cala la storia in un’atmosfera fantastico-onirica che tanto di distaccava dal realismo delle pellicole in bianco e nero. Si comprende, dunque, la scelta di impiegare colori volutamente anti naturalistici per far avvicinare il più possibile il film a un disegno animato, rimarcandone l’aspetto fiabesco della terra di Oz. Ciò fu favorito anche dall’impiego di costumi cartooneschi per i compagni d’avventura di Dorothy e di scenografie dipinte e dichiaratamente artificiali. A tal proposito, il critico Salman Rushdie evidenzia questo aspetto del film ponendolo a confronto col suo rivale, Biancaneve:

    “Si riesce quasi a sentire i responsabili degli studi MGM che discutono il modo di mettere in ombra il successo di Disney. […] La stessa scelta di usare il colore per le scene ambientate a Oz- in contrapposizione al bianco e nero virato seppia del prologo e dell’epilogo, che si svolgono nella grigia realtà del Kansas- è funzionale alla realizzazione di un film capace di rivaleggiare con le creazioni di Walt Disney. Infatti sin dagli inizi degli anni Trenta la Disney si era largamente affidata al colore per creare il clima “magico” delle sue storie. Non è certo un caso che il primo film hollywoodiano in Technicolor sia stato prodotto proprio da Walt Disney: Fiori e Alberi (Flowers and Trees,1932)”.

    Anche in questo senso si comprende la scelta di cambiare il colore delle scarpette di Dorothy, da argento nel romanzo a rosso rubino nel film, per risaltare maggiormente i toni sorprendenti del Technicolor. Un piccolo cambiamento per lasciare ancor più di stucco il grande pubblico.

    Nonostante la lavorazione lunga ed estenuante, non si poté parlare del Mago di Oz come di un successo. I costi elevati delle riprese, della realizzazione e della post produzione non furono mai totalmente ripagati dagli incassi al botteghino. Il vero successo arriverà molti anni più tardi quando la pellicola sarà riscoperta grazie all’home video e alla diffusione televisiva che la eleverà allo status di film cult. Ciò nonostante, la canzone Somewhere Over the Rainbow ha attraversato intere generazioni dal 1939 in poi e tuttora continua a risuonare nei salotti e nei cinema di tutto il mondo

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  • NOTHING’S AS AMAZING AS A MUSICAL – NASCITA E DECLINO DEL MUSICAL CLASSICO

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    Per moltissimo tempo, il musical è stato una delle punte di diamante di quel sistema definibile “industriale” che era il cinema classico (se non sapete cosa si intende con l’espressione, vi rimandiamo all’articolo apposito qui). Si trattava infatti di uno dei generi che meglio esprimeva la grandeur richiesta dalle rispettive case di produzione e al contempo una fucina di talenti e di maestranze impressionanti, capaci di adattarsi alle richieste delle majors per creare quelli che, ai tempi, erano veri e propri blockbuster senza però rinunciare al lato artistico.

    Ma cosa è successo a questo genere così profittevole? Come e quando si è trasformato da dominatore del box office a veleno per gli incassi? In questo articolo vi porterò in un viaggio magico, seguendo il sentiero dorato per scoprire cosa fosse il musical classico e seguirne la parabola discendente.

    DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI MUSICAL? IL TEATRO E GLI INIZI

    “What the hell are musicals?”                                                                                                           

    “It appaers to be a play where the dialogue stops and the plot is conveyed through song”

    (…)

    “Wait, so an actor is saying his lines and out of nowhere he just starts singing?”

    “Yes”

    “Well that is the

    (singing) Stupidiest thing that I have ever heard”

    “Che cosa diavolo sono i musical?”

    “Sembra sia uno spettacolo in cui il dialogo si interrompe e la trama viene trasmessa attraverso canzoni”

    “Aspetta, quindi un attore sta dicendo le sue battute e all’improvviso comincia a cantare?”

    “Sì”

    “Beh, questa è la 

    (cantando) Cosa più stupida che ho mai sentito”

    (A Musical, da Something Rotten)

    Il dizionario Treccani recita, sotto la voce “musical”, «Spettacolo musicale – teatrale, cinematografico o televisivo – che prevede l’utilizzo di musica, dialoghi (parlati e cantati) e danze». Questa definizione ci pone davanti ad un primo elemento d’interesse, ovvero il fatto che il genere cinematografico abbia un suo precedente nel “fratello” teatrale, nato in America intorno a fine 19esimo secolo-inizio 20esimo come miscuglio di diverse forme di spettacolo precedenti. Tuttora, la strada simbolo del genere musical statunitense è Broadway (soprannominata “Great White Way”), nel cui distretto teatrale questi spettacoli venivano presentati già da metà diciannovesimo secolo.

    Pur avendo dei precedenti (The Black Crook nel 1866, i lavori di Gilbert e Sullivan e Harrigan e Hart…), Show Boat (1927) è considerato il primo spettacolo in cui l’interesse è rivolto alla storia, a servizio della quale sono tutti gli altri elementi costituenti dell’opera. Questa rivoluzione viene portata a compimento dal duo Rodgers&Hammerstein col loro musical Oklahoma! (1943), per il quale i due vinsero un premio Pulitzer

    Il primo musical della storia del cinema (allora chiamato “operetta”) è stato anche il primo talkie in assoluto (ovvero il primo film sonoro). Si tratta di The Jazz Singer (Alan Crosland), presentato al pubblico nel 1927. Se in Don Juan (Alan Crosland), dell’anno precedente, il sistema su dischi Vitaphone è stato usato soltanto per dotare il film di una colonna sonora e di effetti sonori, in questo caso esso è servito a registrare le esibizioni di Al Jolson, il cantante\attore protagonista della vicenda. 

    Tuttavia, non sono queste a stupire maggiormente gli spettatori. Il momento più memorabile del film è certamente quello in cui sentiamo le prime parole della storia del cinema, una battuta improvvisata da Jolson che, nel passare da una canzone all’altra, dice “aspettate, aspettate, non avete ancora sentito nulla!”: una frase profetica. Successivamente, nel corso del film l’attore improvvisa un’altra scena di dialogo assieme all’attrice Eugenie Besserer, durante la performance della canzone Blue Skies.

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    Col musical, si apre dunque un nuovo capitolo della storia del cinema: quello del sonoro. 

    L’introduzione di questa tecnologia è una rivoluzione che scuote Hollywood e le sue fondamenta: per restare al passo coi tempi e non essere svantaggiate rispetto alle proprie avversarie, le varie case di produzione si scapicollano in una riconversione dei macchinari di ripresa, di quelli di proiezione per i cinema, nell’educazione dei propri attori ad uno stile recitativo consono al nuovo mezzo e, in caso, alla loro sostituzione (il musical Cantando sotto la pioggia, di cui abbiamo parlato qui, cattura perfettamente questo momento di transizione e le difficoltà tecniche riscontrate).

    Canonicamente, la conversione al sonoro, almeno in America, viene datata 1929. 

    GLI ANNI D’ORO: THIS IS THE GREATEST SHOW

    “Spectacular, spectacular,

    No words in the vernacular

    Can describe this great event

    You’ll be dumb with wonderment”

    “Spettacolare, spettacolare,

    Nessuna parola nel dizionario

    Può descrivere questo grande evento,

    Sarai muto per la meraviglia”

    (The Pitch, da Moulin Rouge!)

    Tra anni ’30 e ’60, il musical cinematografico, fissati i propri elementi costitutivi, è uno dei generi più importanti all’interno dello studio system.

    Ogni casa di produzione si specializza in un proprio “tipo” di musical, spesso anche in base alle star che ha sotto contratto. 

    Tra 1933 e 1939, la RKO produce nove film, che integrano “gli stereotipi del musical con quelli della commedia di ambientazione sofisticata” (Bertetto, P. (2012). Introduzione alla storia del cinema: Autori, film, Correnti. UTET Università, p. 108), con protagonista la coppia di ballerini Fred Astaire-Ginger Rogers, solitamente nei ruoli di innamorati (il più famoso è probabilmente Cappello a Cilindro, Mark Sandrich, 1935). I loro numeri di danza sono filmati in lunghe inquadrature, a volte veri e propri piani sequenza, in cui ogni elemento, dai costumi alle scenografie, contribuisce ad esaltare la coppia e la sua bravura. Raramente questi film includono grandi numeri con un largo ensemble: il duo Fred e Ginger è sufficiente a metter su uno spettacolo coi fiocchi. 

    Al contrario, il musical della Warner, complice la presenza allo studio del coreografo Busby Berkeley, si avvale di grandi coreografie di massa. Esempio di questo tipo di produzioni è 42esima strada (42nd Street, Lloyd Bacon, 1933), che tra l’altro “contribuisce a fissare la tradizione del musical metalinguistico” (Ibidem). Alla Warner è sotto contratto, fino a metà anni ’50, anche Doris Day, attrice la cui immagine pubblica era quella di forte puritanesimo, tanto che negli anni ’70 Grease (Randal Kleiser, 1978) la prenderà in giro durante la canzone Look at me, I’m Sandra Dee.

    L’MGM sfrutta a piene mani il colore fornito dal sistema Technicolor, un’altra invenzione che si accompagna al sonoro. Questo viene usato “per la costruzione di universi fantastici e spesso onirici” (Ibidem). L’esempio più noto del musical MGM e del musical classico tout court è Il mago di Oz (The Wizard of Oz, Victor Fleming, 1939), in cui la palette di colori assolutamente antinaturalistici indica il passaggio di Dorothy dal Kansas al mondo magico di Oz, dalla realtà alla favola, creando un’atmosfera magica. Inoltre, si tratta di un segnale della qualità della produzione e della possibilità di dispiegare mezzi: durante gli anni ’30 e ’40 il colore è ancora una tecnologia che soltanto i più grandi film delle majors possono permettersi. 

    Ad inizio anni ’40 alla MGM si inserisce uno dei più importanti nomi dell’industria, in fatto di musical. Si tratta di Vincente Minnelli, regista, tra le altre cose, di Un americano a Parigi (An American in Paris, 1951), con protagonista una delle più note star della casa di produzione, Gene Kelly. Il film comprende il numero musicale più lungo della storia del genere: un balletto di 17 minuti sulle note di An american in Paris di George Gershwin, che chiude il film con una scena priva di dialoghi. Minnelli collabora molto anche con Judy Garland, iconica protagonista de Il mago di Oz e sua futura (prima) moglie. 

    Oggi lo ricordiamo soprattutto per il lavoro svolto sul colore, sull’aspetto estetico dei suoi film, tanto da essere “accusato” da alcuni contemporanei di essere più interessato allo stile che alla sostanza dei propri lavori.

    L’obbiettivo principale del musical nell’era classica, comunque, sembra essere quello di offrire uno spettacolo indimenticabile al proprio pubblico, un’esperienza di visione appagante e totalizzante, sia essa realizzata attraverso le travolgenti ed infinite coreografie di Astaire-Gingers, i numeri di massa di Berkeley, o il connubio tra sonoro e colore. Le produzioni sono ad alto budget, presentate come eventi imperdibili, spesso rivolti ad un pubblico d’elité. Si tratta infatti di uno dei generi più proposti all’interno del roadshow, una forma di distribuzione anticipata delle pellicole considerate future hit, che prevedeva prezzi più alti in considerazione della propria natura esclusiva, dei costi investiti nei film proiettati e della qualità dell’esperienza di proiezione.

    Le trame tendono ad essere ripetitive (fenomeno trasversale ai generi, all’interno dello studio system) e a concentrarsi soprattutto su due tipi di narrazioni: metanarrative, coinvolgenti persone che lavorano nel mondo dello spettacolo (es È nata una star, George Cukor, 1954), o dedicate a tutt’altro, viranti principalmente sul romantico e\o sul comico. Talvolta questo secondo tipo di film è ambientato in luoghi altri rispetto alla grande città, idilli di campagna (Oklahoma!, Fred Zinnermann, 1955) o mondi di fantasia. I primi, invece, spesso e volentieri raffigurano uno scintillante mondo dello spettacolo e la città come luogo di occasioni.

    Un altro elemento comune a queste produzioni è che i numeri musicali risultano interruzioni all’interno della narrazione: non servono a far progredire la trama, ma piuttosto fungono da divertissement o come occasione per conoscere le motivazioni e le emozioni dei protagonisti. Sono anch’essi parte dell’esperienza spettacolare, spesso ripresi attraverso lunghe inquadrature con pochi stacchi che permettano di apprezzare la bravura degli interpreti. Non per niente, questi vengono solitamente scelti all’interno della “scuderia” delle case di produzione, ballerini e cantanti sovente natii del teatro o del varietà ed impiegati principalmente per questo genere di film. Oltre alle persone già citate, vale la pena segnalare Cyd Charisse, ballerina protagonista di alcuni numeri indimenticabili come partner di grandi nomi quali Fred Astaire e Gene Kelly, e Donald O’ Connor, specializzato in coreografie acrobatiche ed energetiche.

    Nonostante ciò va citata la presenza di alcuni rari e per questo interessanti casi, specialmente negli anni ’50, di stunt casting, ovvero la pratica di assumere per delle parti degli attori famosi ma non legati al mondo del musical per attirare il pubblico al cinema. Alcuni esempi di questa pratica comprendono Deborah Kerr in Il re ed io (The King and I, Walter Lang, 1956) e Marlon Brando in Bulli e pupe (Guys and dolls, Joseph L. Mankiewicz, 1955). Ugualmente interessanti, sempre negli anni ’50, sono le occasioni in cui il musical sembra essere concepito come mezzo di lancio di giovani promesse delle majors. È il caso ad esempio di Debbie Reynolds (Cantando sotto la pioggia), Marilyn Monroe (Gli uomini preferiscono le bionde) e Ava Gardner (Show Boat).

    Già dagli anni ’30 è segnalabile la presenza di film tratti da musical teatrali (o da forme proto-musicali di spettacolo): il primo adattamento di Showboat risale addirittura al 1929. I compositori più “saccheggiati” sono i grandi degli anni ’30 e ’40: il duo Rodgers&Hammerstein (South Pacific, Carousel), Cole Porter (Kiss me Kate, Anything Goes), Irving Berlin (il quale si occuperà anche di comporre colonne sonore direttamente per le pellicole), Ira e George Gershwin.

    All’incirca fino alla fine degli anni ’50, il genere musical ha un enorme successo di critica ma, anche e soprattutto, di pubblico, risultando estremamente profittevole e giustificando, il più delle volte, le impressionanti somme investite con ricavi ugualmente impressionanti, oltre che riconoscimenti. Tuttavia, con l’inizio degli anni ’60, qualcosa comincia a cambiare.

    SOMETHING’S COMING: IL DECLINO DEL MUSICAL AD ALTO BUDGET

    Il decennio si apre con un film che sembra essere paradigmatico del mutamento che segnerà il futuro del cinema in generale e del musical in particolare. 

    West Side Story (Jerome Robbins e Robert Wise, 1961) è tratto da uno spettacolo teatrale di pochi anni prima, con le musiche di un maestro della “vecchia guardia”, Leonard Bernstein, e i testi di un giovane 25enne al suo primo lavoro, Stephen Sondheim, che nei decenni a venire rivoluzionerà il genere musical a teatro. Una versione di Romeo e Giulietta ambientata a New York sullo sfondo di una guerra tra bande, West Side Story parla di argomenti attuali, come la delinquenza tra i giovani e il razzismo. Lo fa con un linguaggio che Sondheim aveva voluto aggressivo e violento (l’intento era inserire nella colonna sonora il primo “vaffanc*lo” della storia del genere, intento frustrato dalla necessità di vendere dischi), che pur risultando oggi quasi ridicolo è lo specchio dei suoi protagonisti e della loro giovane età. Cosa ancora più sorprendente: è un musical che non si chiude con un lieto fine, ma che anzi frustra la felicità dei due giovani amanti, che in qualsiasi altra opera sarebbero stati premiati per il loro amore puro.

    Il film vede tra i suoi protagonisti diversi membri del cast teatrale, ma i due protagonisti sono interpretati da inesperti del genere: Richard Beymer (che oggi ricordiamo soprattutto per il ruolo in Twin Peaks) e Natalie Wood, volto della ribellione giovanile in classici come Splendore nell’erba e Gioventù bruciata. Entrambi, per ovviare alle loro mancanze, sono doppiati nelle parti cantate.

    Come nello spettacolo teatrale, il film non lesina di discutere questioni spinose con, tuttavia, un occhio di riguardo ai giovani protagonisti e una condanna velata dell’establishment. In aggiunta, vengono effettuate riprese in luoghi reali, cosa quasi inedita per l’epoca. Altro elemento interessante del film è che, nonostante i personaggi portoricani siano interpretati in maniera abbastanza stereotipata, da attori bianchi in blackface e con accento esagerato, l’unica attrice latinoamericana del cast, Rita Moreno, vince l’Oscar per la sua interpretazione, il primo caso nella storia dell’Academy ed un enorme punto d’orgoglio per la comunità latinoamericana al tempo.

    Coi suoi dieci Oscar vinti, che lo rendono il musical più premiato della storia del cinema, West Side Story è un segnale difficilmente ignorabile: il cinema sta cambiando, il gusto del pubblico sta cambiando, il musical teatrale sta cambiando, aprendo le porte a nuove leve e superando il suo modello glamour. Come se non bastasse, l’introduzione della televisione negli anni ’50 ha portato ad un diminuito interesse nei confronti del mezzo cinema e del modello roadshow

    L’industria cinematografica, però, non coglie l’antifona, e continua a produrre film che mantengono la stessa impostazione dei precedenti e che risultano, nel nuovo clima di sperimentazione che si sta creando dentro e fuori da Hollywood, alienanti per un pubblico sempre più giovane e affamato di novità.  

    Alla situazione già drammatica si aggiungono fatti spiacevoli dietro le quinte. Per il film My fair lady (1964, George Cukor) viene assunta nel ruolo della protagonista, per motivi di marketing, Audrey Hepburn, e non l’attrice che ha originato, con critiche estremamente positive, il ruolo a teatro: una brillante nuova star di nome Julie Andrews. La situazione causa l’indignazione di pubblico e stampa, che aumenta quando diventa chiaro che nel film Hepburn è stata doppiata nelle parti cantate, a discapito dei suoi stessi desideri. A seguito di questo film il pubblico riuscirà finalmente a vedere per la prima volta il viso della cantante che era in un certo senso il “segreto di Pulcinella” del mondo hollywoodiano: il soprano Marni Dixon, che ha dato voce a Natalie Woods in West Side Story, Deborah Kerr in Il re ed io ed altre star. Altri si sono avvalsi, nel corso degli anni, dello stesso trucchetto, senza che però i ghost singer (oltre a Nixon possiamo citare Anita Ellis, Bill Lee, Annette Warren…) venissero compensati o riconosciuti propriamente.  

    Lo stesso anno, Andrews ottiene la sua “vendetta”: viene assunta da Walt Disney per il suo blockbuster Mary Poppins, il debutto cinematografico che le vale un Oscar alla migliore attrice. L’anno successivo, è la volta di Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music, 1965, Robert Weise), un musical che ha un incredibile successo al botteghino (ad oggi è al sesto posto tra i film che hanno guadagnato maggiormente nella storia del cinema con l’inflazione aggiustata). Tuttavia, le critiche raccontano una storia diversa: il revisionismo storico della vicenda viene criticato, così come il tono eccessivamente zuccheroso. Nella corsa agli Oscar, Andrews viene “sconfitta” da Julie Christie in Darling (John Schlesinger, 1965), storia di una modella dalla dubbia morale e sessualmente attiva. Come ben riportato in Il cinema americano classico di Alonge e Carluccio, “il genere è ormai in pieno declino, così come il modello hollywoodiano nel suo complesso” (Alonge, A. G., & Carluccio, G. (2006). Il Cinema Americano Classico. Laterza, p. 203).

    Cercando di capitalizzare sul successo di My Fair Lady, Mary Poppins e Tutti insieme, negli anni successivi escono alcuni musical che, però, vengono mal accolti sia dal pubblico che dalla critica, oltre a portare scarsi risultati al botteghino (vale la pena citare Camelot del 1967, luogo di incontro di Vanessa Redgrave e Franco Nero, e Il favoloso dottor Dolittle con Rex Harrison). L’ultimo chiodo nella bara viene solitamente considerato Hello, Dolly! (Gene Kelly, 1969), con protagonista Barbra Streisand, che solo l’anno prima ha vinto un Oscar alla migliore attrice per un altro musical, Funny Girl, da lei interpretato anche a Broadway. Hello, Dolly! risulta un fallimento finanziario, guadagnando 26 milioni a fronte di un investimento di 25. Lo stesso anno esce al cinema Easy Rider (Dennis Hopper, 1969), uno dei film che diventerà paradigmatico del cambiamento in atto al cinema ed evidenza concreta della vecchiezza dei modelli e delle storie a cui l’opera di Kelly è ancorato.

    REQUIEM DEL MUSICAL CLASSICO

    Per 30 anni il genere musical è riuscito a dominare il box office e a catturare i cuori degli spettatori, tra un numero di tip tap e un duetto d’amore. Tuttavia, l’allure sfavillante dei mondi fantastici proposti da questi film è andato scemando per fattori al di fuori del controllo dell’industria: il cambiamento dei costumi, che ha portato ad un mutamento nell’età demografica degli spettatori e ad un’evoluzione del gusto del pubblico. Potremmo dunque affermare che la parabola del musical classico sia una delle dimostrazioni più lampanti di come anche un fenomeno così apparentemente saldo possa capitolare a causa dell’incapacità delle case di produzione di stare al passo coi tempi.

    Tuttavia, la storia del genere musical non si chiude con gli anni ’60: a chiudersi, piuttosto, è la stagione del mega musical cinematografico, pomposo, costoso, portatrice di una (forse eccessivamente) ottimista e bacchettona visione del mondo che mal si sposa con le nuove ragioni dei giovani contestatori sessantottini. Una stagione che ci ha regalato sfarzosi numeri musicali, mondi fantastici e scintillanti che raramente il cinema successivo è riuscito a restituirci e che ha dato spazio per brillare a grandi cantanti e ballerini oltre che a registi e maestri della propria arte capaci di dare vita con la macchina da presa a spettacoli e sogni eccezionali. Spettacoli tanto influenti nell’immaginario collettivo che, tuttora, il genere nella sua totalità viene spesso ricollegato a questi primi trent’anni di cinema

     Il nostro cammino lungo la “Great White Way” è appena cominciato, ma non possiamo che dire addio, con nostalgia, al sentiero dorato

    “It’s a musical, a musical,

    And nothing’s as amazing as a musical,

    With song and dance, and sweet romance,

    And happy endings happening by happenstance,

    Bright lights, stage frights, and a dazzling chorus”

    “è un musical, un musical,

    E nulla è fantastico quanto un musical,

    Con canzoni e balletti, e una dolce storia d’amore,

    E un lieto fine che si realizza per caso,

    Luci brillanti, paura del palcoscenico, e uno smagliante coro”

    (A Musical, da Something Rotten)

    Leggi la seconda parte qui.

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  • CHE COS’È IL CINEMA CLASSICO?

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    Casablanca, Via col vento, La vita è meravigliosa, Il Mago di Oz, Singin’ in the Rain…quante volte abbiamo sentito parlare di questi film come di “classici” del Cinema?

    Questa riflessione si potrebbe allargare anche a molti altri ambiti artistici poiché la parola “classico” è divenuta centrale nella vita culturale e intellettuale di una società, al punto da arrivare a influenzare il nostro modo di rapportarci con un prodotto artistico.
    Nel corso di questa rubrica, proveremo a interrogarci sui criteri che rendono una pellicola un classico attraverso alcuni esempi che prenderò in analisi nei prossimi articoli.

    Il mago di Oz, 1939, Victor Fleming

    Partiamo dalle basi: cosa si intende per “classico”?

    In ambito cinematografico la nozione di classico è stata impiegata per la prima volta dal critico André Bazin e sta ad indicare qualcosa che conserva la propria importanza, la propria attualità e universalità. In altri termini, un classico, per essere definito tale, deve porsi a modello ma, ancor più, deve preservare il proprio valore al di fuori dal tempo di appartenenza: deve essere ritenuto importante in tutte le epoche.


    André Bazin

    Scriveva Italo Calvino: “D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. Un classico […] non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

    A tal proposito, questo termine ha una natura molto ambigua: un classico, nonostante sia definito da un’attualità interna, viene a costituirsi in dialettica rispetto al “moderno”, presuppone cioè uno scarto col moderno. L’idea stessa di classicità coincide con una serie di caratteristiche che riconducono una pellicola a un’epoca passata. Queste caratteristiche possono spaziare dal bianco e nero, al tipo di recitazione, al montaggio e così via. Ad esempio, un film di Hitchcock appare diverso da un film di Tarantino, non solo per lo stile, ma anche per il diverso modo in cui i film sono stati realizzati, per l’epoca stessa in cui sono stati scritti e prodotti, nonché per il loro contesto storico di appartenenza. In questo senso la nozione di classicità è intrinsecamente storica pur conservando una sua universalità e attualità di fondo. L’idea stessa di classicità, infatti, possiede un’essenza che muta a seconda degli studi, delle teorie ma anche delle epoche stesse: ogni epoca possiede una propria idea di classicità, la quale è storicamente connotata.

    Alfred Hitchcock

    Tralasciando le questioni di matrice teorica, in ambito cinematografico il termine “classico” viene spesso impiegato per riferirsi a capolavori del cinema, spesso anche ai più recenti. Tuttavia per gli studiosi questo termine è solitamente riconducibile all’età d’oro di Hollywood, un periodo molto lungo che si colloca tra la fine degli anni ’20, che vedono l’avvento del sonoro, e i primi anni ‘60.

    L’introduzione del sonoro nel 1927 e la fine della grande crisi del ’29 inaugurano l’inizio del Cinema Classico americano, il quale possiede delle caratteristiche peculiari che lo differenziano da tutte le altre esperienze cinematografiche. In primo luogo, si caratterizza come una tipologia di cinema fortemente narrativo, fondato sul principio di trasparenza e continuità della narrazione, che è guidata oltre che dal narratore anche dagli stessi personaggi e dalle loro azioni, che contribuiscono a definirne la psicologia.

    Casablanca, 1942, Michael Curtiz

    Il successo della narrazione hollywoodiana deve essere ricercato nel sistema dei generi cinematografici, e nell’impiego dei principi di standardizzazione e differenziazione, che consistono nel raccontare la stessa storia in modi diversi. In secondo luogo, il cinema americano classico è anche noto come “fabbrica dei sogni”. I film, all’epoca, erano un prodotto dello Studio System nonché risultato di una vera e propria catena di montaggio, nella quale il regista, nella maggior parte dei casi, non deteneva piena libertà artistica ma era considerato un semplice esecutore, vincolato al volere e ai capricci del produttore e della Major stessa. Ciò non valeva solo per le pellicole: anche le star, infatti, erano un prodotto di Hollywood, costruite ad hoc per conquistare il grande pubblico. I divi e le dive si imponevano come modelli di bellezza, di stile e di comportamento, apparivano come la perfetta incarnazione dei valori della società americana e spesso rappresentavano elementi indispensabili per la riuscita di un film. All’industria americana, quindi, va anche il merito di aver dato vita al fenomeno dello Star System.

    Dopo questo breve excursus storico in cui ho cercato di tracciare alcune delle caratteristiche principali della Golden Age, concludo invitandovi a seguirmi in questo straordinario viaggio alla scoperta dei grandi classici del cinema americano.

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