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  • Intervista A Riccardo Chiarini e Jean Carlos Gonzalez — 35mm Film Festival 

    Intervista A Riccardo Chiarini e Jean Carlos Gonzalez — 35mm Film Festival 

    Abbiamo incontrato Riccardo Chiarinie Jean Carlos Gonzalez, ideatori e direttori del 35mm Film Festival, un nuovo punto di riferimento per il cinema indipendente a Milano. Nel weekend del 3-4 ottobresi terrà la 3° edizione del 35mm Film Festivalpresso il Wanted Clan, cinema e spazio culturale in Via Tertulliano 68. Nel corso delle due giornate verranno proiettati i cortometraggi della selezione ufficialepiù qualche sorpresa, e si avrà la possibilità di interagire con gli autori, italiani e internazionali, ospiti del festival per raccontare la propria visione sul cinema. Lasciamo la parola a Riccardo Chiarini e Jean Carlos Gonzalez.*

    * L’intervista si è svolta a due con risposte condivise, con segnalazione quando i due intervistati hanno fornito risposte diverse alla stessa domanda: RC = Riccardo Chiarini; JCG: Jean Carlos Gonzalez.

    Com’è nato il 35mm Film Festival?

    Noi siamo due giovani autori e proviamo a fare cinema anche “dall’altra parte della barricata”, cioè scriviamo e giriamo le nostre cose. Una sera ci siamo trovati a fare due chiacchiere sulle nostre partecipazioni ai festival: cosa ci era piaciuto di più, cosa ci era piaciuto di meno, e ci siamo accorti che a Milano non c’erano tantissimi festival di cortometraggi o, più in generale, di cinema indipendente. Poi la situazione è cambiata nel tempo, ma allora ci siamo detti: perché non proviamo a organizzare un festival come piacerebbe a noi? L’idea era quindi quella di costruirlo intorno ai film e agli autori, facendone un’occasione sia per il pubblico di scoprire i cortometraggi, sia per gli autori di vivere due giorni come a noi piacerebbe viverli in un festival.

    Come funziona il vostro festival?

    Siamo al terzo anno, quindi la formula è ormai consolidata, con due giornate di festival: il sabato è dedicato esclusivamente alle proiezioni, mentre la domenica si parla con i registi di quello che abbiamo visto. La selezione è internazionale e prevede 16 cortometraggi di altrettanti autori, senza distinzione di genere, sia fiction che documentario. L’obiettivo è valorizzare il film e, in qualche modo, coccolare l’autore, facendo in modo che possa trovare una sala piena con cui interagire e a cui raccontare il proprio film. Dall’anno scorso abbiamo introdotto anche una cena tutti insieme, con i registi, la giuria e il team, che è un ulteriore momento di confronto: dopo la cena, parte della giuria e della selezione è rimasta al ristorante fino a tardi a confrontarsi sui propri lavori e film. Volevamo proprio creare una situazione in cui autori e film fossero protagonisti, mentre tutto il resto — l’industria, l’organizzazione e noi stessi — rimanesse in secondo piano, e ci sembra che funzioni.

    Come sono andate le due edizioni precedenti?

    La prima edizione si è svolta tra Cinemino e Area Zelig. Non avendo nessuno storico né come festival né come organizzatori di eventi, abbiamo dovuto fare molta attività per coinvolgere sia gli autori che il pubblico. E poi è stata una bellissima partenza, con un buon riscontro e una selezione che ci ha gratificato molto. La seconda edizione l’abbiamo spostata al cinema Wanted Clan, sala cinematografica ricavata da un teatro, ed è andata molto bene: è stato più semplice arrivare alle distribuzioni e ai cortometraggi e siamo rimasti molto soddisfatti del livello della selezione.

    Come avete impostato la terza edizione?

    Abbiamo cercato di mantenere la stessa anima: una prima giornata concentrata sulle proiezioni e la seconda dedicata a panel e conversazioni coi registi. Quest’anno abbiamo anche ripreso la collaborazione con un altro festival, il Moscerine Film Festival, dedicato a registi Under 12. Noi premiamo un cortometraggio al loro festival che poi viene proiettato da noi, e loro ne premiano uno della nostra selezione. In più abbiamo introdotto un piccolo contest di “corti cortissimi” di 35 secondi, per stimolare la creatività anche in storie molto brevi, che vengono proiettati la domenica.

    Chi c’è nella giuria di quest’anno?

    Cerchiamo di comporre una giuria molto ristretta e con profili medio-alti, con il fuoco sulle storie, sulla recitazione e, più in generale, sulla parte artistica. Ci orientiamo perciò verso sceneggiatori, attori e registi, insomma figure capaci di tenere insieme questi mondi. Quest’anno abbiamo il regista Carlo Sironi (Sole, Quell’estate con Irène), la sceneggiatrice Paola Mammini (Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti) e l’attrice Francesca Colucci (Romulus, Mrs. Playmen).

    Com’è avvenuta la selezione dei corti?

    L’iscrizione al festival avviene attraverso FilmFreeway, una delle piattaforme più utilizzate sia dalle distribuzioni che dai registi che decidono di distribuire autonomamente il proprio cortometraggio. Apriamo le iscrizioni per un periodo di circa 6-7 mesi. Alla chiusura, noi due guardiamo tutti i corti proposti: ognuno li vede tutti da sé ed esprime il proprio parere. Su circa 200-250 lavori che arrivano da tutto il mondo, di solito ne troviamo almeno 30-40 di livello tale da poter entrare nella selezione. Nella maggior parte dei casi siamo d’accordo, ed è una cosa bella e non scontata. Da lì arriviamo ai 16 selezionati e a un numero variabile di lavori ai quali assegniamo una menzione prima del festival. 

    E secondo quali criteri componente la selezione definitiva? 

    Pur valorizzando la tenuta della storia e la qualità formale, lo standard tecnico non è per noi un requisito obbligatorio: se il cuore e la forza del racconto superano i limiti tecnici, siamo aperti a dare spazio al lavoro. Una volta terminata la selezione, consegniamo i lavori alla giuria, che ha circa un mese per visionarli e comunicarci il loro verdetto che comunicheremo alla fine della seconda giornata. 

    Quali premi vengono assegnati?

    Ci sono i premi della giuria e il premio del pubblico. Quello del pubblico viene deciso attraverso un sistema di votazione molto semplice: ogni spettatore assegna un voto da 1 a 5 a tutti i corti, e calcolando una media ponderata viene rilevato il film preferito della selezione. La giuria invece assegna otto premi: miglior corto di finzione, miglior documentario, regia, sceneggiatura, interprete, fotografia, montaggio e suono. Però riteniamo che il vero premio, la vera vittoria, è essere nella selezione ufficiale. Essere selezionati dà accesso a tutto quello che il festival offre, e i premi hanno uno spazio relativamente ridotto nell’economia delle due giornate. Sono soprattutto un gioco finale, e un’occasione per mettere in piedi una sorta di piccolo spettacolo. 

    Da un punto di vista artistico, cosa significa per voi il cortometraggio?

    JCG: Un cortometraggio rappresenta sicuramente uno strumento narrativo molto più a portata di mano del lungometraggio: si può realizzare in modo più semplice, perché dura poco e richiede un’idea breve. Quindi, per chi si mette in gioco e vuole fare questo mestiere, il corto è molto utile per far conoscere se stessi e il proprio stile, ciò che si vuole raccontare e il proprio modo di farlo.

    RC: Il cortometraggio è prima di tutto una forma espressiva. Ciò che rende un corto riuscito è quando non si tratta dell’imitazione di un film, di un “film in piccolo” o di un semplice biglietto da visita. Diventa interessante quando sono proprio il formato, la durata e lo strumento narrativo giusto per raccontare quella storia. Quando riesce a raccontare una storia, evocare dei temi o fare anche solo un piccolo affresco che non sarebbe stato altrettanto potente con un altro strumento narrativo, allora il cortometraggio assume una sua valenza assoluta.

    Ci sono tendenze narrative o formali che tornano spesso?

    JCG: Spesso le persone raccontano qualcosa che hanno bisogno di esprimere. Vediamo molti temi personali e nel fare la selezione ci piace proprio questo: dare la possibilità di essere visti. Gran parte dei cortometraggi racconta temi molto drammatici, ma in mille forme diverse: magari un po’ più horror, o più thriller, o più comico. Per quello che vedo, con il cortometraggio si ha anche meno paura di sbagliare, e ci si mette maggiormente in gioco. 

    RC: Dal punto di vista dei temi, sicuramente la tecnologia pervadente e l’AI sono molto presenti. Forse anche l’amore, nelle sue forme più esplorative, è un tema che ritorna: coppie aperte, gestione del tradimento, delle relazioni. C’è anche tanta voglia di dire qualcosa da un punto di vista sociale: ci arrivano tanti film dal Medio Oriente e dall’India, in cui si parla di società e di diritti, di omosessualità e della difficoltà di esprimersi liberamente. Nei lavori italiani notiamo tantissima frammentazione, sia nel gusto di fare le cose sia nei temi trattati. E forse è proprio questa la cosa interessante: non c’è un unico tema dominante, direi che il tema principale è proprio la frammentazione.

    Che cosa significa fare un festival a Milano?

    JCG: A Milano adesso di festival ce ne sono tanti, grazie al cielo. Quindi vuol dire più opportunità per i registi emergenti e per chi vuole fare questo mestiere di farsi vedere. Questa, secondo me, è una cosa positiva. La difficoltà, appunto, è che, dato che ci sono molti festival, anche la domanda delle persone per partecipare è tanta e, di conseguenza, i festival devono fare una selezione. Ma anche questo fa parte del gioco. Col fatto che ce ne sono diversi, si ha la possibilità di provare ancora di più: provi di qua, provi di là e, in qualche modo, alla fine ce la fai.

    RC: Questa domanda ci dà l’occasione di parlare di FAM, una novità della terza edizione: è un’associazione di 5 festival di cortometraggi di Milano e dell’hinterland: il nostro 35mm Film Festival, Vertigo Film Festival, Short Out Film Festival, Milano Short Film Fest, e Corto Circuito Film Festival. Ci siamo riuniti perché Milano è un terreno molto fertile, ma anche dispersivo. Essendo una metropoli internazionale, ci si trova a competere con eventi giganteschi: questo rende più difficile il dialogo con le istituzioni e l’accesso ai fondi, perciò abbiamo pensato di metterci insieme per fare fronte comune. In questo senso è un po’ come le sardine: se il nostro competitor è grosso come le Olimpiadi, ci serve un banco molto più ampio.

    Si può definire Milano una città di cinema?

    Noi abbiamo scelto di rimanere a Milano anche per la nostra attività di autori e registi perché crediamo molto nel potenziale della città. Milano potrebbe avere un ruolo importante per quanto riguarda il cinema d’industria, anche mettendo in relazione tutte le filiere con il piccolo cinema indipendente. Ci sono le competenze, grazie soprattutto a pubblicità e moda; ci sono le risorse, e c’è una certa mentalità da parte dei privati e delle aziende nell’investire nell’arte e nella cultura. Allo stesso tempo, pensiamo che Milano fatichi a diventare una vera città di cinema. Ha un bacino molto ampio, un pubblico curioso, ma offre anche una quantità infinita di eventi. D’altra parte, tra queste edizioni e gli altri eventi che abbiamo organizzato, il pubblico ha sempre risposto positivamente. Il fatto di avere un bacino così ampio e un pubblico interessato alla cultura ci permette comunque di portare a casa eventi di questo tipo. Siamo innamorati di Milano. Abbiamo più volte pensato di andare a Roma, ma alla fine ci piace stare qui.

    La 3° edizione del 35mm Film Festival si terrà nel weekend del 3-4 ottobre presso il Wanted Clan, in Via Tertulliano 68 a Milano. Per maggiori informazioni 35mm Film Festival.

    Edoardo Borghesio

    Capo-redattore

  • Sabbia e tè di sangue – Intervista a Christiane Cegavske

    Sabbia e tè di sangue – Intervista a Christiane Cegavske

    Artista, regista indipendente, animatrice, Christiane Cegavske è una creatrice di mondi unici, perturbanti, che sembrano scaturire dalla parte più oscura dei sogni. Una parte allo stesso familiare e rimossa, come un incubo fatto da bambini, sepolto da qualche parte nella tua memoria, ma sempre pronto a sbucare fuori.

    La sua fattoria di famiglia nell’Oregon da cui si collega per l’intervista nasconde ancora parte del mondo immaginato con il suo primo lungometraggio, la fiaba dark di culto Blood Tea and Red String, produzione indipendente uscita nel 2006 la cui lavorazione ha richiesto tredici anni e che tuttora riscuote un successo sotterraneo in proiezioni e festival di animazione e non solo. Abbiamo parlato di animazione indipendente, di arte e del suo nuovo lungometraggio, attualmente in produzione, Seed in the Sand.

    Ritratto di Christiane Cegavske (foto di Robin Loznak)


    Da quando hai lavorato al tuo primo lungometraggio Blood Tea and Red String a ora con Seed in the Sand, come sono cambiati il tuo lavoro e il tuo processo creativo?

    Dal punto di vista tecnico, avevo girato Blood Tea and Red String su pellicola 16 millimetri, praticamente senza alcun riferimento video, tranne per circa due minuti del film, le ultimissime cose che ho girato. Ora sto usando fotocamere DSLR e il software Dragonframe; ma quando giravo con la pellicola da 16 millimetri, giravo circa due minuti e mezzo per rullino, perché lasciavo sempre un po’ di pellicola in più perché non volevo rimanere senza a metà ripresa, quindi era piuttosto terrificante. Poi, quando mi sono trasferita da San Francisco, dovevo fare molte ore di autobus per andare a sviluppare la pellicola, perché non volevo spedirla. La tenevo addosso in un piccolo marsupio. Quindi pensavo che se fossi sopravvissuta al viaggio in autobus, anche la mia pellicola sarebbe sopravvissuta.

    All’epoca uscivo da una laurea in arti visive, avevo una formazione limitata quando ho iniziato a fare film. Ora, soprattutto dopo 12 anni di insegnamento, mi sono evoluta come narratrice e ho una maggiore comprensione della cinematografia, del linguaggio cinematografico e di tutto ciò che ne consegue. Quindi metto a frutto queste conoscenze, pur mantenendo la stessa base del mio approccio, che segue una sorta di logica onirica. Traggo ispirazione direttamente da questa. Non adatto in alcun modo ciò che faccio alle aspettative immaginarie di qualcun altro.

    Christiane Cegavske al lavoro sul set di Seed in the Sand

    La tecnologia è cambiata, ma il film mantiene l’aria fiabesca del precedente o è cambiata anche quella?

    L’atmosfera è diversa. Voglio dire, sembra comunque familiare, perché proviene dalla stessa mente creativa. Mentre Blood Tea and Red String è molto verde, ha un’ambientazione che ricorda la California del Nord e l’Oregon del Sud, Seed in the Sand proviene da un luogo molto più desolato, una terra dove non c’è acqua perché si è magicamente trasformata in sabbia.

    Quindi è tutto arido. È molto più vasto e mostra una desolazione molto maggiore, e, di conseguenza, anche la scenografia deve allargarsi. Ho finito tutte le scene interne, che erano piuttosto anguste, e poi la scena del prato, che è circondata da alberi. Quindi, a partire dalla scorsa estate, ho iniziato a dedicarmi seriamente alle ampie scene esterne. Quelle sono impegnative perché bisogna trovare uno spazio di lavoro che sia sufficientemente ampio.


    A proposito dei set, qual è la difficoltà nel costruire e mantenere i tuoi mondi?

    Con Blood Tea e Red String, ho lavorato per circa quattro anni per creare tutti gli oggetti di scena, le scenografie, i pupazzi. E poi ho iniziato a girare. E poi, poi la maggior parte dell’animazione è stata girata tra il 1996 e il 1999, e mi sono trasferito spesso in quel periodo, spostando i set tra magazzini, capanne abbandonate e la fattoria dell’Oregon dove sono ora, fino a quando, due settimane fa, con un’amica che è a sua volta presidente del Museum of Stop Motion Animation di Portland, li abbiamo recuperati, ormai rovinati e pieni di muffa, ma con dei prop ancora salvabili, come il carro, parti del giardino e i mobili.

    Con Seed in the Sand, tutto è molto più grande, come i set interni, come il prato senza vita degli abitanti del nido, L’ho finito, è materiale di circa due metri e mezzo per due metri e ho uno spazio di 6,7 metri per 6,7 metri, che ora ha due nuovi set, di cui sono molto entusiasta. Non ho idea di come farò a mantenerli una volta finiti, ma questa è un po’ la battaglia costante per chi realizza opere tridimensionali.


    Sei anche un’artista visiva. Qual è il legame tra la tua arte e il tuo cinema? Come si intrecciano, come interagiscono?

    Beh, sicuramente divergono l’una dall’altra, ma ci sono molti punti in comune. Credo che il filo conduttore sia nelle bambole, perché sto ancora elaborando il simbolismo delle bambole e quello della donna mascherata. Quindi, questo è un punto di incontro tra le due cose. Le piccole creature, quelle pelose con becchi e cose del genere sembrano essere principalmente confinate al lato cinematografico.

    Quando ho finito Blood Tea and Red String, mi sono immersa nella creazione di una serie di dipinti perché mi faceva sentire davvero bene realizzare cose che si potessero finire in un mese circa, invece che in anni. Quindi c’è anche quella soddisfazione nel semplice fatto di averle create. E per quanto riguarda la prossima grande serie di opere non cinematografiche, penso che arriverà dopo aver finito Seed in the Sand. E chissà di cosa si tratterà?


    Come hai accennato, questo è un elemento ricorrente sia nella tua arte che nei tuoi film. Per quanto riguarda la ricorrenza di elementi visivi e simbolici, da dove trai ispirazione per il tuo lavoro creativo e immaginativo?

    Non c’è una risposta univoca, ma posso dire che tutto è iniziato molto presto, quando dipingevo ancora alla scuola d’arte. All’inizio non si trattava di bambole: continuavo ad avere questa visione di come mi squarciassi il petto e corvi volassero fuori. Così, dopo averci pensato un po’, alla fine l’ho disegnato.

    All’inizio mi sembrava un po’ troppo grezzo e non è mai uscito dal mio quaderno di schizzi. Quindi, la prima volta che ho iniziato a dipingerlo è stato con una bambola con la testa di porcellana e il corpo di stoffa, e i corvi si facevano strada fuori da lì. È difficile districare alcune di queste cose; ma poi, da una prospettiva non auto-referenziale, può rappresentare il guscio della donna o la parte della donna che è osservata, la donna che è resa impotente o meno, o anche il contenitore; e poi la mia interpretazione è cambiata ulteriormente un po’ dopo aver avuto un figlio.

    Ma in Seed in the Sand, il simbolismo delle bambole si è spostato in modo che non siano passive; sono delle aguzzine, non sono confortanti. Quindi le donne mascherate potrebbero, in un certo senso, essere una sorta di avatar per me. Sono contenitori fertili, o aguzzine, o una sorta di guscio indifeso, o delle maschere.

    Foto di Rihannon Larson


    Vorrei chiederti di condividere la tua esperienza di animatrice indipendente, sia nella creazione che nella distribuzione del Suo film.

    Se vuoi essere una creativa indipendente, la cosa principale è continuare a farlo e non mollare, ma anche costruire una comunità che possa darti un buon feedback e supportarti, invitandoti a partecipare a mostre ed eventi dove puoi fare networking. Con Blood Tea and Red String, quando ho iniziato, ero molto sola. Mi ero laureata da poco in arti visive, non avevo una vera e propria comunità di animazione. Quindi, in un certo senso, stavo imparando da sola. Quindi, quando ho girato il mio primo rullino, quei primi due minuti e mezzo sono stati inseriti in questa mostra collettiva con musica dal vivo. Ed è stato fantastico, quella prima volta, sedermi con altre persone che erano già interessate all’animazione, la capivano e potevano darmi un feedback di un tipo completamente diverso.

    Non avevo particolari aspettative riguardo al film, volevo condividerlo perché mi piace condividerlo. Ho pagato l’iscrizione a 11 festival cinematografici, per essere poi selezionata in uno solo di questi. Ma dopo quel festival, ho ricevuto un articolo su Variety. E poi ho iniziato a ricevere inviti da tutto il mondo. Quindi direi che, solo perché il tuo film viene rifiutato da alcuni festival, non significa che non valga la pena vederlo. E anche se quello che fai non è per tutti i gusti, alla fine il tuo pubblico ti troverà.


    Per supportare il progetto Seed in the Sand, rinviamo al sito ufficiale del film.


    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • tranquillity base – intervista a lorenzo pedrotti

    tranquillity base – intervista a lorenzo pedrotti

    Tranquility base è l’esordio alla regia dell’attore Lorenzo Pedrotti. Dopo anni passati davanti alla macchina da presa recitando per Dario Argento, i Manetti Bros. e Ridley Scott, ha presentato il suo primo film il 7 giugno al Milano Film Fest nella sezione Controcampo, diventando anche il primo film italiano della manifestazione. Un thriller psicologico, con rimandi fantascientifici allo Spielberg di Incontri ravvicinati del terzo tipo; autoprodotto e autodistribuito, Tranquility base è la storia di Edo, un attore che non riesce a lavorare e sprofonda in una depressione nera. Mentre passa le sue giornate a casa si imbatte in una vecchia trasmissione televisiva in cui un uomo dice di essere stato rapito dagli alieni e ne diventa ossessionato. Insieme alla sua amica Eli iniziano a cercare l’uomo, per capire cosa effettivamente sia successo.

    Gianluca Meotti:
    Visto che il film parla di un attore e tu nasci come attore, quanta parte delle tue esperienze reali come interprete c’è dentro il film? E soprattutto, quanta parte c’è anche delle tue incertezze, visto che il film parla anche di questo?

    Lorenzo Pedrotti:

    Intanto volevo mettere qualcosa dentro la storia che conoscessi bene: non volevo inventare tutto da zero. Quindi, ovviamente, c’è un po’ di me, soprattutto nel mio percorso attoriale. Anche se, in realtà, ho smesso di recitare volutamente nel 2020. Poi ho lavorato un po’ come delivery e ho voluto inserire anche quello, per dare avvicinarmi di più a quello che facevo. Però, più che altro, con questo film volevo esplorare la solitudine, la depressione, soprattutto quel momento in cui ti rendi conto che vuoi uscirne ma non ce la fai, perché è troppo difficile. E poi l’amicizia, perché spesso è proprio l’amicizia che ti aiuta in questi momenti e ti tira fuori. Non è che abbia vissuto io queste cose in prima persona, ma erano argomenti che sentivo come necessari da raccontare. E ho voluto farlo in un modo un po’ diverso dal solito, usando la tematica degli alieni. In questo caso, il protagonista si sente un alieno in un mondo che non gli appartiene. 

    GM:
    Infatti ti volevo chiedere proprio questo, perché ho letto un’altra intervista in cui dicevi che questo non è un film sugli alieni, ma sono solo una metafora. Perché proprio gli alieni quindi? Magari un horror o un’altra struttura narrativa sarebbero stati altrettanto possibili. Perché proprio la fantascienza, un genere che ha qualche difficoltà ad inserirsi nella contemporaneità?

    LP:
    Guarda, innanzitutto questo film è nato soprattutto dai luoghi in cui mi trovavo. Io ero andato via da Roma e mi ero messo a vivere sotto quella collina con la roccia bianca. Lì abbiamo una casa di famiglia, che frequentavo molto da piccolo. I luoghi attorno mi ispiravano una sensazione particolare: d’inverno assumono un’atmosfera molto misteriosa ed inquietante. È da lì che ho iniziato a pensare alla storia, che poi ho unito al discorso che ti ho fatto prima: facciamo qualcosa che parli di solitudine e depressione. Poi mi sono ritrovato per caso sul canale YouTube di persone che dicevano di essere state rapite dagli alieni: interviste degli anni ’50, interessantissime. E la domanda che mi facevo non era tanto “è vero o non è vero?”, quanto: “perché dicono queste cose?” Cosa porta una persona ad arrivare a fare affermazioni del genere? Quindi per me contava soprattutto il discorso umano che c’era dietro. Ho capito che gli alieni potevano funzionare benissimo come metafora, perché il protagonista ha gli alieni in testa. 

    GM:
    Una cosa che ho notato, legata a questo, è che non solo gli alieni sono un’ossessione, ma c’è anche un’ossessione degli schermi: il tuo personaggio guarda costantemente video sugli alieni, li osserva sul computer e sul telefono, li proietta anche sul muro. E quindi volevo chiederti: oggi che tu sei un anche un regista, ti fa paura questa moltiplicazione delle immagini? O meglio, come la vivi da regista, questa moltiplicazione di schermi che, come società, viviamo continuamente? Immagino sia qualcosa con cui convivi anche tu, visto che l’hai inserita nel film.

    LP:
    Questo è il mio primissimo film da regista, quindi è stata anche una sfida. Non avendo mai fatto niente del genere, sentivo il dovere di arrivare sul set un po’ preparato, facendo anche il produttore del film, per dimostrare agli altri che sapevo almeno un po’ cosa stessi facendo.

    Per questo ho fatto personalmente lo storyboard di ogni inquadratura di tutto il film. Già da lì si nota tantissimo l’impronta visiva. Ho pensato che fosse interessante inserire anche questa cosa che dicevi tu: gli altri schermi, il PC, il telefono, la macchina da presa. Ma soprattutto per avere un punto di vista diverso. Anche perché il protagonista è un po’ imprigionato in casa, che si può anche intendere come un’astronave in cui è rinchiuso. E addirittura si mette a guardare con il binocolo fuori dalla finestra, perché quello è l’unico punto di vista con cui può osservare una ragazza con cui non riuscirà mai a uscire. Quindi, per me, era importante avere più punti di vista diversi. E anche tanti strumenti diversi con cui guardare la realtà, perché a volte facciamo fatica a guardarla dal vivo.

    GM:
    E poi nel film il tuo personaggio partecipa ai provini, che non gli vanno mai bene. A un certo punto però riesce sostanzialmente a diventare il protagonista di un film che è proprio il film che gira insieme ad Eli (Yile Yara Vianello). Questa parte, in cui intervistano le persone del paese per un documentario, prende l’ossessione degli alieni, dello scoprire la verità su questo guardiacaccia, e la trasforma in un film. Ti volevo chiedere: questa cosa è successa anche a te? Cioè, sei riuscito attraverso il cinema a canalizzare un’ossessione, un malessere, qualcosa del genere?

    LP:
    No, devo essere sincero, no. Però quello che mi interessava in questa storia era trovare il modo in cui un attore disilluso, che non ha ottenuto ciò che voleva nella vita, si muovesse dentro un meccanismo da cui non riesce a uscire. I provini che vediamo nel film sono provini idealizzati: tutti su sfondo bianco. Lui è incastrato in quel meccanismo e non riesce a uscirne. Vuole fare quello, anche se non gli piace, perché pensa di poter fare solo quello. Poi, finalmente, la sua amica — e quindi proprio l’amicizia — riesce a trascinarlo e a portarlo a fare questa cosa insieme. E lì arriva la sua salvezza: può diventare ancora il protagonista, non per quello che voleva, ma per un’altra cosa. E quindi, comunque, può andare bene lo stesso. Anche lì, in realtà, il viaggio è sempre un po’ metaforico: è il viaggio per uscire da quella stasi.

    GM:
    Ti volevo chiedere un paio di cose sugli altri attori, Yile Vianello e Fabrizio Ferracane, perché sono due attori diversissimi, che fanno solitamente due tipi di cinema completamente diversi, con esperienze lontanissime. E almeno per quello che mi sembra, non sono tanto abituati a robe così spinte nel genere, così strane, bizzarre e particolari. Quindi volevo capire come mai sei arrivato a loro e come li hai fatti entrare dentro questo progetto. Soprattutto Ferracane, nella scena in cui parla con gli animali, sta molto sul crinale del “può diventare ridicolo da un momento all’altro”, però lui ha una follia nello sguardo che in qualche modo ti fa dire: ok, è un pazzo, ci sta. Però è complesso da ottenere.

    LP:
    Sì, guarda. Per la parte di Tranquillo Trotta avevo bisogno di un attore molto naturale, perché il personaggio poteva benissimo cadere nella macchietta o nel ridicolo. Mi serviva quindi un attore di grosso spessore, ma molto naturale. Il primo che mi è venuto in mente è stato Fabrizio Ferracane: avevo avuto il piacere di lavorare con lui una decina di anni fa, come attore, e l’ho contattato subito. Gli ho mandato la sceneggiatura; era un po’ che non lo vedevo perché avevo lasciato Roma ed ero stato via quattro anni. Però lui l’ha letta, gli è subito piaciuta e ci siamo incontrati. Ne abbiamo parlato subito: si è messo a disposizione ed è stato contentissimo. Poi, averlo sul set è stata una grande fortuna: anche i miei collaboratori sono rimasti colpiti da come cambiava quando davo l’azione. Una cosa incredibile. Secondo me Ferracane è uno dei migliori attori italiani.

    Yile Vianello, invece, non la conoscevo. L’avevo vista in alcuni lavori e, quando ho dovuto scegliere un’attrice che mi serviva proprio così — molto sveglia, molto naturale, reattiva — ho chiesto consiglio a due miei amici, entrambi ci avevano lavorato e mi hanno detto che secondo loro era perfetta per fare questo ruolo. Io quindi le ho proposto il progetto, lei si è appassionata e ha accettato. La cosa incredibile è che l’ho incontrata una sola volta prima delle riprese, poi l’ho conosciuta davvero sul set, ma mi sembrava di conoscerla da tantissimi anni. Infatti, in molti mi hanno chiesto da quanto tempo eravamo amici, perché lo sembravamo da anni. La verità è che lei è una grandissima attrice.

    E poi c’è un altro grande attore presente nel film, Claudio Spadaro, l’intervistatore Perri, che purtroppo è mancato pochi giorni fa. Quindi siamo tutti molto dispiaciuti, perché era un grande attore e un grande uomo. Tutti gli altri, invece, non sono attori, li abbiamo presi proprio dai luoghi dove ho girato, oppure sono miei parenti, o persone che ho conosciuto lì. Per esempio, il cercatore di funghi (Marco Bramati) che Edo e Eli incontrano nel bosco, è una persona che vive proprio lì, vicino a quella collina dalla roccia bianca. L’ho conosciuto perché aveva un bed and breakfast dove poi ho fatto alloggiare Ferracane e mi è venuto naturale fargli un provino per quella parte.

    GM:
    Quindi è un film autoprodotto, completamente, senza fondi esterni?

    LP:
    Sì, il film è autoprodotto. A parte me, eravamo in tre persone: il direttore della fotografia, Andrea Sorini, che ha fatto tutto da solo; il fonico, Francesco Murano e poi mia sorella Francesca Pedrotti, che mi ha fatto scenografie, costumi e direzione artistica. In post-produzione abbiamo avuto Ilenia Zincone, una montatrice molto brava; le musiche di Virginia Quarante, che sono stupende, lei miha dato anche più di quello che avevo chiesto; poi Francesco Lucarelli, supervisore e montatore del suono e Simone Usai come fonico di mix. Insomma, siamo stati fortunati: abbiamo fatto tutto un po’ insieme, alla fine.

    GM:
    L’effetto è grande, anche perché il paesaggio è quasi un protagonista.

    LP:
    Sì, è un protagonista assoluto. Abbiamo volutamente inseguito la nebbia e girato sempre con il cielo coperto, che non è stato facile: a volte c’era il sole e dovevamo andare a fare gli interni; quando c’era la nebbia ci svegliavamo alle sei di mattina e correvamo velocissimi a fare le riprese. È stato un po’ difficile, ma c’era tanta passione dietro, tanta forza di volontà.

    GM:
    Poi ti volevo chiedere anche di una scena che mi è sembrata molto intelligente da inserire: quella specie di riunione di persone che hanno avuto incontri con gli alieni. Fa molto ridere e sono rimasto un po’ sorpreso, perché la inserisci in un film che ha un mood completamente diverso. Non so se fosse nelle tue intenzioni farla più comica/grottesca, oppure sono io che l’ho letta male. Però, secondo me, se la scelta era quella, è interessante: sembra quasi voler smontare un po’ l’azione. È qualcosa che conosci anche tu, per esperienza diretta, oppure no?

    LP:
    A livello visivo e di messa in scena mi interessava molto ambientarla in un posto che ricordasse l’incontro degli alcolisti anonimi: un’atmosfera parrocchiale. Volevo metterla in scena quasi come se fosse il documentario che stanno facendo i due ragazzi, ma senza farlo vedere attraverso la loro macchina da presa. Mi interessava mostrare queste persone in maniera molto umana e credibile, anche se stanno dicendo cose allucinanti. E tutto questo doveva anche preparare il gran finale, dove arriva Ferracane, che è folle per quello che dice ma, allo stesso tempo, non sembra davvero pazzo: sembra quasi che stia facendo apposta.

    GM:
    Non volevi inserire il punto di vista del documentario, allora? Perché è abbastanza comune, quando ci sono personaggi che fanno un documentario o una sorta di mockumentary, mostrare anche la visuale della loro macchina da presa.

    LP:
    No, perché preferisco, a livello visivo, tenere tutto con il frame che ho scelto, con la Black Magic e quell’ottica zoom. Volevo mantenere quel tipo di immagine; non volevo cambiare linguaggio e mostrare magari la visuale della camera, con le scritte o i segni della macchina da presa. Mi interessava molto tenere lo scope, come se quello fosse il documentario che poi ti puoi vedere in televisione o sul computer. Non volevo mostrare direttamente il dispositivo.

    GM:

    Guardando anche la tua carriera da attore, hai recitato per i Manetti, hai fatto Paura in cui eri protagonista, hai lavorato con Dario Argento in Giallo — anche se in una piccola parte — e hai fatto film con vari registi di genere. Ti volevo chiedere se c’è qualcosa di questi registi con cui hai lavorato che ti ha influenzato, pur non facendo loro fantascienza ma più horror o giallo. C’è qualcosa nel loro approccio al genere, nell’uso del cinema per dire qualcosa attraverso il genere, che ha influenzato anche la tua scelta di fare un film di genere?

    LP:
    Guarda, posso dirti che il fatto che abbia iniziato la mia carriera d’attore con film di genere è stato puramente casuale: semplicemente erano le uniche cose che riuscivo a trovare. Quindi no, non direi che nessuno di quei registi abbia influenzato direttamente questo film, anche se con tutti sono rimasto in ottimi rapporti ed è sempre un piacere incontrarli.

    L’unico che mi ha colpito davvero, per quello che diceva, è stato Ridley Scott, perché ho fatto una piccola parte ne Tutti i soldi del mondo. Mi ha colpito molto il suo modo di lavorare e alcune cose che diceva le ho anche un po’ utilizzate per comunicare con i miei attori. Per esempio, lui è un regista che non parla tantissimo: viene vicino, ti dà una sola informazione, un solo indicatore su cui puntare tutta la tua attenzione. Altri registi invece dicono tantissime cose e magari tu non riesci neanche a capire bene dove andare. Lui, invece, ti dava una sola informazione su cui puntare tutto e il resto andava bene così, veniva da sé. Parliamo di uno dei grandissimi del cinema, quindi ho preso più da Ridley Scott che dagli altri. Con i Manetti, invece, ho fatto un film che strizzava volutamente l’occhio ai film di genere, era molto in quel canale lì. Io, invece, per il mio film sono partito dal paesaggio: il mood me l’ha dettato il paesaggio, ed è uscito per forza qualcosa di più cupo, una specie di discesa nella nebbia, nascosta nella nebbia. Per forza di cose, un po’ strizza l’occhio al genere, ma il mio intento non era fare un film di genere. Volevo fare un film sulla solitudine, sulla depressione, sul tentativo di uscirne, mettendoci però quella componente lì per renderlo diverso dagli altri.

    GM:
    Ok. Quindi il prossimo non sarà così?

    LP:
    Il prossimo l’ho già scritto durante la post-produzione. Però stavolta sto cercando di trovare una produzione. Ma non posso ancora dire niente.


    Gianluca Meotti

    Redattore

  • Creare la vita – Playing god, intervista a Matteo Burani e Arianna Gheller

    Creare la vita – Playing god, intervista a Matteo Burani e Arianna Gheller

    Uno scheletro di metallo che mani indifferenti rivestono di carne. Gambe, mani, volto, dita, occhi. Un pupazzo in stop-motion, creatura imperfetta tra tante creature imperfette abbandonate nell’oscurità.

    Playing god è una piccola storia dalle tinte perturbanti e oscure. È un cortometraggio co-prodotto dal bolognese Studio Croma Animation, attualmente nella shortlist degli Academy Awards per il Miglior Cortometraggio d’Animazione dopo aver vinto 92 premi nelle sezioni cortometraggi di alcuni dei più importanti festival del settore, da Tribeca ad Animayo passando per i Nastri d’argento.Della creazione di Playing god ci hanno parlato il regista Matteo Burani e l’animatrice e produttrice Arianna Gheller.


    Comincerei dall’immaginario visivo di Playing god, legato alla fisicità, alla materia, anche alla fragilità dei suoi soggetti. Qual è stato il lavoro di costruzione del visivo? Quali sono state le ispirazioni?

    Matteo Burani: L’idea di Playing god nasce nel 2017. Ci siamo dati un immaginario artistico che era basato sul cinema d’animazione stop motion, inteso non come genere ma come medium: l’importanza del costruire, del creare un puppet matericamente. L’idea nasce proprio da questo concetto: creare qualcosa, arrivare all’abitudine di creare degli oggetti per metterli da parte. Questo si allaccia anche al concetto artistico di uno scultore come Alberto Giacometti: un concetto artistico ed esistenzialista, di non essere mai soddisfatto del suo lavoro nonostante la percezione degli altri, perché non riusciva a vedere la perfezione in quello che faceva.
    Da qui anche il titolo: giocare a essere Dio, ma non in termini religiosi, quanto artistici. Infatti l’immaginario si fonda anche sull’immagine del demiurgo, che crea l’umanità dall’argilla. Tutte queste reference sono andate assieme all’immaginario stop-motion, insieme a questo concetto meta di un’animatore, come Arianna, che sia delle sculture che del loro creatore: era un’idea talmente accattivante per noi che poi ci abbiamo messo quei sette anni per trovare il modo per produrla!

    Arianna Gheller: Inoltre, volevamo creare un’opera di altissima qualità visiva, in modo da diventare un po’ un punto di riferimento nel mondo dell’animazione stop-motion. Quando siamo partiti non sapevamo minimamente come realizzare queste tre tecniche di animazione stop-motion e, soprattutto, come unirle insieme: da lì, è stato un grossissimo lavoro di sperimentazione che ci ha portato poi a quella qualità visiva che, quando ci siamo sentiti di padroneggiare, siamo andati dritti con l’animazione per due anni interi. È stato un lavoro di ricerca.

    Arianna Gheller sul set di Playing god

    Avete detto che è stato un lavoro durato sette anni.

    A.G.: Tutto è partito nel 2017, quando io e Matteo ci siamo incontrati a Bologna. Io provenivo da un percorso di studi dal Centro Sperimentale con l’esigenza di lavorare con la stop-motion, lui voleva creare qualcosa che differisse dai lavori pubblicitari precedenti dello studio. Da qui, l’intenzione di fare qualcosa di cinematografico ci ha portati ad avviare il progetto di Playing god. Non sapevamo come si affronta il lavoro di produzione di un film e, soprattutto, eravamo da soli. Siamo partiti a sperimentare il lato tecnico, l’ideazione della parte visiva e la scrittura della storia. Dal 2017 c’è stato tanto “capire” il processo.
    Per questo, a un certo punto ci siamo accorti che serviva una struttura più definita, anche dal punto di vista produttivo.

    M.B.: Avevamo già lavorato su altri progetti più “mainstream” e rivolti ai bambini. Nel momento in cui abbiamo avuto un’idea come Playing god, che su carta prometteva un certo tipo di estetica e di contenuto, abbiamo iniziato a trovare una serie di porte chiuse in termini produttivi, sia sul territorio che a livello nazionale. Fin da subito abbiamo anche provato a muoverci anche fuori dall’Italia, attraverso pitch forum in festival importanti ma, vuoi anche per l’immaturità dell’idea iniziale che si è evoluta, ci abbiamo messo anni a creare rapporti e a cercare strade produttive. Poi è arrivata anche la pandemia che ci ha fermati completamente, ed è in quel momento che ci siamo detti: o questa cosa rimane nel cassetto, o ce la prendiamo in mano e troviamo il modo di produrre e di vendere questo progetto a cui tenevamo.

    A.G.: Sì, il problema principale è stato che, confrontandoci con produttori che già conoscevamo, a posteriori ci siamo resi conto che in Italia non si conoscono ancora bene le esigenze produttive, diverse da quelle del live action, con budget diversi. Poi, tra disavventure e i passaggi ai pitch forum, abbiamo cominciato la costruzione del budget, con il bando di produzione della Film Commission e una campagna kickstarter per raccogliere i primi “mattoncini”, finita con successo.
    Sono stati sette anni di scoperta e tentativi, di errori e di intuizioni, di istinto e di tantissimo lavoro con una squadra di talenti enormi.

    La vita distributiva di Playing god è tuttora in corsa. Intanto, volete anticiparci qualche nuovo progetto all’orizzonte con Studio Croma?

    M.B.: Qui a Studio Croma ci occupiamo di animazione a 360 gradi, dalla scrittura di un’idea alla post-produzione. Lavoriamo con brand, su adv e video musicali, ma vogliamo focalizzare il nostro percorso nell’animazione nell’ambito cinematografico. Stiamo lavorando anche come co-produzione di cortometraggi internazionali; difatti, all’interno di questo percorso, abbiamo lavorato anche su un cortometraggio portoghese, tuttora in fase di distribuzione. A breve partirà un altro progetto di co-produzione internazionale, su un altro cortometraggio di animazione, e siamo in fase di scrittura del nostro primo film lungometraggio in stop-motion.
    Pensiamo che bisogna cercare di ampliare le possibilità dell’animazione, anche per la produzione. La nostra prospettiva è questa: non abbiamo realmente idea di quanto tempo ci impiegherà il lavoro del lungometraggio, ma continueremo a lavorare e a crescere!

    A.G.: Questo dal punto di vista produttivo. Poi, spero che, se Playing god dovesse entrare in nomination agli Academy, questo possa lanciare un messaggio e che, dopo di noi, questo possa aprire ad altre produzioni la possibilità di arrivare a questo punto, di poterci provare e di aprire un dialogo su come poter migliorare il settore in Italia, anche con le istituzioni, per migliorare certe dinamiche.

    Playing god è disponibile fino all’11 gennaio su Youtube e su Rai Play.

  • Orfeo, una storia d’amore e magia – Intervista alle animatrici

    Orfeo, una storia d’amore e magia – Intervista alle animatrici

    Orfeo di Virgilio Villoresi, al suo esordio nel lungometraggio presentato Fuori Concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, è uno sforzo produttivo e visivo inedito nel panorama cinematografico italiano, liberamente tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati. Come un lungo sogno che attraversa amore e morte, generi e stili, epoche e influenze, Orfeo è un’odissea prima di tutto visiva, che unisce il live-action con l’animazione in un contesto scenografico originale. Ce ne hanno parlato le animatrici Anna Ciammitti (animatrice stop-motion) e Stefania Demicheli (animatrice 2D), con un commento di Umberto Chiodi (animatore 2D e designer del poster).

    Anna Ciammitti e Stefania Demicheli sul set (foto di Rachele Salvioli)

    Il punto di partenza per il viaggio di Orfeo è il Poema a fumetti di Dino Buzzati. Qual è stato il lavoro di costruzione, a partire dal particolare immaginario visivo dell’opera d’origine, di un altrettanto particolare immaginario visivo per il film? 

    Anna Ciammitti: Poema a fumetti è un’opera letteraria e grafica estremamente libera, piena di invenzioni visive, con alcune trovate che tuttora risultano sorprendenti. Non segue nessuna regola, si susseguono vignette con ambienti e personaggi sempre diversi, come in un flusso di associazioni di pensiero, legate insieme dal racconto del mito di Orfeo. Alcune scene sono state riprese fedelmente o quasi: l’introduzione iniziale sulla villa di
    via Saterna, (ricreata con l’uso di lenti deformanti e pitture su vetro), il dialogo con la giacca, la discesa sulle scale, l’incontro in stazione con Eura. Ci sono scene del film che si sviluppano partendo da una vignetta singola, che nel fumetto è suggestione, e nel film diventa una possibilità di raccontare l’universo interiore di Orfeo. L’opera di Buzzati è la base su cui l’immaginario di Villoresi si è rotolato, immerso e reinventato seguendo le proprie ossessioni: l’amore per l’animazione e le sue sperimentazioni, gli oggetti da collezione della sua Wunderkammer, la creazione di effetti magici alla Melies e De Chomòn, i film romantici degli anni 50 e quelli sperimentali di Gioli, Deren, Cocteau…
    
    Stefania Demicheli: Orfeo non è una trasposizione fedele dell’opera di Dino Buzzati, ma un vero e proprio percorso creativo innescato da una “connessione” tra Virgilio e il Poema a fumetti. Questo ha significato, nell’adattamento, risolvere il tema del film attraverso un mix di animazione, live action, effetti ottici del pre-cinema, scenografie costruite a mano, giochi grafici di luci ed ombre utilizzando pellicola analogica e rinunciando a incursioni digitali non strettamente necessarie. La sceneggiatura via via si è espansa oltre le tavole della graphic novel originale, seguendo un piano più intimo della visione del regista che, con l’aiuto di Alberto Fornari, ha deciso di utilizzare come perno narrativo incontro, amore e separazione tra Orfeo ed Eura. In questo spazio creativo di oltre due anni, costruzione e improvvisazione non si sono mai fermati. Per noi è stato molto divertente e stimolante, a volte anche faticoso, scendere negli inferi insieme ad Orfeo e trovare insieme a lui il nostro bambino interiore, che ha ancora tanto bisogno di amore e magia.

    Orfeo contiene una moltitudine di contaminazioni, tra fumetto e cinema, suggestioni vintage e artigianato, liberty e surrealismo. Sopra tutte, tra live-action e animazione, stop-motion e 2D. Quali sono state le sfide più grandi nell’unire differenti forme di animazione con le sequenze live-action?

    A.C.: Ho iniziato animando in 2D tutti i personaggi e gli esseri che appaiono come figure nere in lontananza, che ci permettevano di ricreare in studio scene con spazi aperti e di dare respiro all’immagine. Ci sono migliaia di silhouette bidimensionali, tagliate a laser e poi animate “a sostituzione”, che con l’aiuto della scelta dei controluce e della pasta della pellicola 16mm siamo riusciti ad integrare con gli sfondi costruiti dagli scenografi. Anche le animazioni con polvere nera e oro su vetro, che fanno parte del mio bagaglio artistico, penso diano un moto di sorpresa e di magia alle scene di girato a cui si sovrappongono. Abbiamo realizzato l’animazione in stop motion delle fantastiche creature del film in una sincronia rara, e quindi anche l’interazione di questi esseri con gli attori in carne e ossa, che è stata una novità per noi. 
    S.D.: Le sfide più grandi si sono presentate soprattutto all’inizio. Abbiamo utilizzato la stop motion per questo tipo di effetti speciali proprio come un tempo quando si girava solo in pellicola, come il primo King Kong. Certo, oggi abbiamo computer e software dedicati con tanto di controllo video, ma la strada non è comunque priva di complicazioni! Quando in un’inquadratura Orfeo doveva interagire con personaggi animati, veniva girata prima in live action con l’attore e successivamente, senza toccare né macchina da presa né luci né scenografia, con l’animazione del “puppet” in stop-motion. Grazie al riferimento del girato in live action, noi animatrici eravamo più facilitate: avevamo uno sguardo da seguire, una reazione a cui far corrispondere una nostra azione.
    Umberto Chiodi: Per questo progetto ho lavorato sulla commistione di scrittura e immagini, tra segno calligrafico tradizionale e segno pittorico fisso e in movimento. Le grafiche dei titoli di testa sono a pennino e tempera bianca su carta nera, le animazioni sono a pennello e tempera bianca e nera su acetato, fotografate e montate con le bellissime sonorizzazioni di Enrico Ascoli. I titoli di coda sono stati pensati come una sorta di lungo rullo musicale di carta, che scorre mosso da una manovella, e su cui ho scritto a pennino e inchiostro i crediti. La linea curva, presente nei dettagli Liberty delle scenografie del film, è stata per me da subito una “guida” molto familiare. E da Buzzati, dal suo Poema a fumetti, abbiamo estratto i caratteri più surreali, simbolici e archetipici, rispetto a quelli Pop.
    Nella locandina, realizzata a china su carta, ho poi interpretato un’immagine chiave di Poema a Fumetti e che si trova esattamente ripresa anche nel film: la silhouette in controluce di Orfeo sulla soglia di un varco paradigmatico e la sua ombra che si allunga metaforicamente verso il fondo delle scale. A fare da cornice a questa porta ci sono i profili degli amanti, e volute “a colpo di frusta”, insieme Liberty e gotiche.
    Anna Ciammitti e Stefania Demicheli sul set (foto di Rachele Salvioli)

    L’aldilà di Orfeo pullula di creature e invenzioni visive. Quali sono state le più interessanti da ideare e animare?

    A.C.: Personalmente mi è piaciuto molto animare tutta la parte del sogno di Orfeo, che ha richiesto tante tecniche, soprattutto la breve scena del mondo che si scioglie, per la poeticità dell’immagine e per il mio amore per la plastilina. Fra le creature ho una predilezione per gli scheletri, al contempo sarcastici, malvagi, e con una fisicità goffa e dinoccolata. Stranamente preferisco animare pupazzi grandi, in scala 1:1: nonostante le difficoltà legate alla fisica - di sostenere e muovere pupazzi anche più alti di noi - il movimento tra un frame e l’altro è più ampio, li accompagni con tutto il corpo come se stessi recitando con loro. Le melusine, invece, avevano così tante ciocche di capelli da animare ogni frame che, nella scena che abbiamo girato per ultima, io e Stefania abbiamo esultato: finalmente eravamo riuscite a liberarcene!
    S.D.: Gli scheletri, queste creature dell’oblio che sembrano custodire la parte più innocente di Orfeo, sono 4 puppet costruiti dai bravissimi Riccardo Carelli, Federica Locatelli e Matteo Stefan che hanno smontato e rimontato manichini da sarto, aggiungendo pezzi e componenti varie ad hoc per riuscire a renderli più animabili possibile. Volevamo infondere un’anima dolce e spaventosa allo stesso tempo a quei mucchi di ossa, ma soprattutto ci siamo scontrate con i limiti: di spazio, di movimento, di espressività. In una scena uno degli scheletri entra in una stanza, appoggiando una mano sullo stipite della porta. Lo spazio era pochissimo e i polsi dello scheletro avevano dei limiti di articolazione: nascondendo il resto del mio corpo dietro la parete e giocando un po’ con la prospettiva, per qualche fotogramma la mano non è del personaggio ma dell’animatrice! Trovarci di fronte a situazioni in cui dobbiamo inventarci una soluzione, un “trucco”, per noi è un vero motore creativo: è il momento in cui ci accendiamo e ci divertiamo davvero. Il risultato di tutti questi sforzi artigianali sono per noi la fine di un percorso di impegno e di grande vitalità, ma speriamo di poter continuare a giocare ancora per molto tempo!

    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • Bearcave – Intervista a Krysianna Papadakis e Stergios Dinopoulos

     

    Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Krysianna Papadakis e Stergios Dinopoulos, registi di Bearcave, film vincitore del Premio Europa Cinemas Label alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia
    A Tirna, un villaggio che sorge su una montagna in Grecia, Argyro è una contadina energica, mentre la sua migliore amica Anneta è la ragazza più popolare del paese e lavora come manicure. Quando Anneta le rivela di essere incinta e di avere intenzione di seguire il suo fidanzato poliziotto abbastanza sfigato, Argyro la sfida a intraprendere un’avventura: trovare la mitica grotta dell’orso. Però, prima che Argyro abbia la possibilità di dichiarare il suo amore, Anneta parte per la sua nuova vita nella grande città. Argyro è a pezzi. Intanto, nella sua nuova casa, con la suocera che le sta sempre attaccata, Anneta comprende che il suo destino è altrove.
    Parliamo dei vostri inizi. Come avete iniziato a fare film insieme? Cosa vi ha fatto incontrare e quali temi vi hanno spinto a fare film insieme? 
    Stergios: Io e Krysianna frequentavamo la stessa università negli Stati Uniti e siamo tornati in Grecia durante la pandemia. Avevamo entrambi interesse nel realizzare qualcosa, soprattutto nella scrittura cinematografica. Le ho fatto conoscere il mio paese, Tirna, per fare escursioni e immergerci nella natura, da qui sono nate alcune idee: due amiche che fanno escursione nei boschi, si perdono nella notte, succede qualcosa di drammatico e misterioso, …e così è nata l’idea del corto originale.
    Krysianna: l’idea di creare un lungometraggio è venuta dopo, immaginando la vita dei nostri personaggi prima e dopo la loro vita nel corto, i loro desideri, le loro aspettative, tutto è divenuto sempre più reale molto in fretta. Eravamo già sul luogo per girare il corto e nel frattempo scoprivamo le nuove location, parlavamo con le persone del posto e il lungo si è scritto man mano, in maniera organica ma anche esplosiva.
    Il film affronta vari temi: la maternità, la maturazione emotiva e sessuale, il rapporto con i luoghi d'origine e la natura. Avete detto che è stato proprio quest’ultimo a dare il via al film. Quanto invece il contesto del piccolo paese, che, se vogliamo può essere anche crudele, ha influito sulla creazione dei personaggi?
    K: più che sulla crudeltà ci siamo concentrati sulle aspettative che appesantiscono ogni persona, anche perché i personaggi attorno alle nostre protagoniste potrebbero essere molto più crudeli di così. Non volevamo rappresentare il paese in una maniera banale o prevedibile, e volevamo rappresentare il disagio delle nostre protagoniste in una maniera più intima e diversa da quelle a cui il pubblico è abituato. Ogni personaggio è diverso, le aspettative di uno nei confronti dell’altro non sono nemmeno necessariamente sbagliate. Il conflitto è anche nelle diverse risposte che le due protagoniste danno a queste aspettative.
    S: E non volevamo nemmeno rendere questo il fulcro del film. Un pochettino lo spettatore si aspetta una popolazione di campagna bigotta e conservatrice, non sentivamo il bisogno di mostrarlo più di troppo. Ci interessava molto di più mostrare la storia d’amore, e come si sviluppa dentro e fuori il paese.

    "Bearcave" mi ha fatto tornare in mente due film, molto diversi tra loro: "Picnic a Hanging Rock" (anche qui abbiamo giovani ragazze nei pressi di una roccia con una sorta di enrgia sovrannaturale) e "Speriamo che sia Femmina" (film sempre al femminile, ambientato in campagna, in cui l’uomo è assente, o vecchio e malandato, oppure semplicemente scemo). Sono stati effettivamente una ispirazione per il film? Se no, quali sono i riferimenti?
    K: In realtà questi film non li abbiamo visti (ridendo), e abbiamo preso da molti film ma è difficile identificarne alcuni in particolare.
    S: Credo che stessimo cercando di resistere alla tentazione di guardare troppe cose. C'è un po' di Ritratto della Giovane in Fiamme di Celine Sciamma, nel sapore un po’ sovrannaturale, e di Moonlight di Barry Jenkins: La struttura temporale, i capitoli, il sentimento somatico, intimo e sentito. Volevamo dare l’idea sì di un dramma sentimentale incentrato sui personaggi ma con un ritmo e dei toni più rarefatti.
    K: Moonlight anche nell’idea di soli due personaggi a portare avanti una storia, anche quando non sono insieme, nella presenza forte della musica, nell’aria talvolta spettrale. Volevamo dare al film anche un po’ il tono fiabesco, dei ricordi infantili, c’è anche un po’ di Alice insomma. 
    Quindi le idee sono venute più dalla vita reale, dalla natura e dalle vostre esperienze?
    K: Forse non strettamente dalle nostre esperienze. Spesso ho la sensazione che, quando parliamo del film, la gente pensi che abbiamo vissuto esattamente quello che hanno vissuto i personaggi. Ma penso anche che semplicemente derivi dal fatto che conosciamo certe dinamiche di vita, non ci siamo basati su persone specifiche ma più su tutto ciò che abbiamo visto: nelle feste, nella musica che ascoltavamo con gli amici, e poi su cose meno quotidiane ma non per questo meno reali o impattanti, come la morte degli animali.
    S: Penso anche che ci sia un sentimento molto profondo e universale, molti di noi hanno avuto un amore giovanile nel loro posto di origine e volevamo rappresentarlo, e rappresentare anche cosa comporta il doverlo abbandonare. Questo è stato sicuramente motivante. 

    Quanto sono state “selvagge” le riprese di Bearcave?

    S: abbiamo vissuto in due case, quella di mia nonna e quella di suo fratello, in 20 persone. Facevamo tutto insieme come in una grande comune, cucinavamo e subito dopo andavamo ad ispezionare le location, facevamo le riprese dentro casa e sulle montagne circostanti. Era un po’ come vedere un gruppo di ragazzini fare un film vivendo nello studio, 
    K: avevamo energia, fame di avventura e ambizione. Eravamo contenti di essere in Grecia ma in mezzo alla natura e non in una città grande o turistica. Normalmente quando si lavora sul set sei in mezzo agli studi, in qualche zona periferica, noi pranzavamo tranquillamente nel giardino di casa e mentre qualcuno sistemava l’attrezzatura, qualcun altro dava da mangiare ai cani o qualcosa del genere. Tutto questo ci ha unito e motivato allo stesso tempo, eravamo quasi tutti al nostro primo lungometraggio, Insomma è stato tutto davvero unico.
    S: Il programma di riprese, quello sì che era selvaggio. Giravamo con pochissime camere e allestimenti, perché la luce era prevalentemente naturale. E c'erano pochissime riprese, quindi ci spostavamo da una location all'altra sulla montagna, come se stessimo girando la scena senza sosta. 

    Quanto del film è stato scritto in fase di montaggio?

    S: Abbiamo giocato e sperimentato molto ma alla fine ci siamo attenuti molto allo script originale, abbiamo avuto incidenti felici, emozionandoci davanti ai paesaggi che dovevamo riprendere ma volevamo rimanere molto rigorosi nella gestione delle diverse linee narrative.
    K: Sicuramente col montaggio abbiamo cercato di dare al film una forma più omogenea, limando le transizioni tra le tre parti, ma avevamo girato molto anche in previsione di questo. Un esempio molto specifico possono essere quelle serie di zoom lenti e inquadrature che si ripetono all’inizio di ogni capitolo. Teniamo presente anche che eravamo limitati sia dal clima (caldo di giorno e freddo di notte) sia dalla luce naturale. Volevamo anche evitare di sprecare non solo il tempo e le energie delle persone, ma anche la bellezza dei paesaggi ripresi.
    Parliamo di uno dei miei personaggi preferiti del film, la madre di Giorgos. Un personaggio quasi estraneo alle dinamiche degli altri e forse l’unico personaggio visibile completamente solo. Lo avete scritto immaginando un possibile futuro per le donne che compiono scelte di quel tipo?
    K: Possiamo vederla così: ogni donna che compare nella vita di Anetta rappresenta un diverso percorso di vita possibile.
    S: Sicuramente lei la vede così, ed è per questo che compie la sua scelta, vedendo una potenziale versione futura e provando anche un certo affetto per questo personaggio sì invadente e irritante ma con cui condivide un legame fortissimo. Sono un po’ come due animali intrappolati, non hanno altro che la casa e il figlio/fidanzato che però non c’è mai. Sophia, l’interprete, è riuscita sicuramente a darle un aspetto tridimensionale e una certa aurea di tristezza e rimpianto.

    Eccoci all’ultima domanda: quali temi che avete introdotto in questo film vorreste esplorare nei vostri prossimi progetti? E quali nuovi?
    S: Sicuramente il folklore. Penso che siamo entrambi molto interessati al folklore greco, ma e soprattutto a come si manifesta nel presente. Adoro le storie d'amore, il tipo di dinamica che più mi appassiona. Una bella storia d’amore è una storia perfetta
    K: Magari la natura, soprattutto nei suoi aspetti più politici. Metà del paese è minacciato dai cambiamenti climatici e questo si ripercuote nella vita di tutti i cittadini, che stanno anche rispondendo alle difficoltà riscoprendo la natura, soprattutto la montagna, anche come via di fuga dal turismo di massa
    Bearcave è stato presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, vincendo il premio Europa Cinemas Label. La sua anteprima negli Stati Uniti avrà luogo al NewFest37 il 18 ottobre. L'uscita italiana sarà confermata a breve.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Fabrice Du Welz sbarca a Venezia 81 con Maldoror – La nostra intervista

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    Il regista belga Fabrice Du Welz, conosciuto in tutto il mondo per il suo horror d’esordio Calvaire, torna sul grande schermo tre anni dopo il thriller Inexorable con Maldoror e sbarca Fuori Concorso alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film coprodotto da Francia e Belgio (e dove titolo e tematiche richiamano I Canti di Maldoror, il controverso poema epico di fine ‘800 del Conte di Lautréamont dove il protagonista incarna la ribellione contro la morale, la religione e le convenzioni sociali), narra di un caso che ha scosso il Belgio a inizio anni ‘90, quello del serial killer Marc Dutroux. Maldoror è infatti anche il nome dell’unità segreta a cui viene assegnato il giovane e impulsivo agente di polizia Paul Chariter (Anthony Bajonè), impegnato nella risoluzione del caso di un pedofilo assassino che ha rapito due bambine. L’indagine diventerà però un’ossessione incontrollabile. Le musiche del film sono di Vincent Cahay, già collaboratore di Du Welz per Calvaire, Alleluia, Adorazione e Inexorable.

    Abbiamo incontrato Fabrice Du Welz al Lido di Venezia e questa è stata la nostra chiacchierata.

    Maldoror non assomiglia a nessuno dei tuoi film passati, è una delle prime volte che affronti il thriller con questo approccio ma è curioso notare che il tema della mutazione identitaria è presente sin dal tuo esordio, il bellissimo Calvaire: pare che con il passare del tempo insieme a te sia mutato anche il tuo cinema.

    Sì, com’è normale che sia. Penso infatti che Maldoror sia il film più diverso nella mia filmografia ed è quello dove ho cercato di essere più autentico, volendo restituire i fatti in tutta la loro autenticità. Ho trattato un caso realmente accaduto che ha segnato la mia giovinezza,  così come la storia del Belgio, avevo molte più responsabilità, infatti c’è una grande attenzione al contesto sociale in cui è ambientato e penso che la parte più importante, al di là delle pieghe del finale, probabilmente sia la prima. Il mio presupposto alla base di questo film era restare sempre sincero, perché il caso di Marc Dutroux riflette lo stato attuale del Belgio, nazione allo sbaraglio, senza una precisa identità, vittima della disinformazione, dove manca completamente la comunicazione fra esseri umani, non per niente è una nazione fortemente multilingue. È questo il punto centrale del film, non capisci più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Il serial killer è il villain, certo, ma il buono è così buono come crediamo? Il personaggio di Anthony Bajon si muove in un sistema in cui deve seguire le regole e dove gli è imposta un’unica opzione, un’unica strada, ma cosa fare quando è proprio il sistema ad essere marcio? Quindi il mio cinema è mutato, sì, però non ho abbandonato il cinema di genere, resterò sempre all’interno del genere perché permette di intrattenere lo spettatore in maniera intelligente, per esempio quando ho tempo riguardo sempre l’Esorcista, oppure Zodiac, per citare un film più recente che amo e che ha anche ispirato Maldoror. Cercherò sempre di fare un tipo di cinema più diretto, anche per pensare alle persone che magari non vanno spesso al cinema ma che potranno sempre apprezzare film di questo tipo. In generale per me ogni lavoro è un nuovo inizio, così come ogni film dopo Maldoror sarà sempre diverso.

    L’Italia occupa un posto speciale in Maldoror, essendo recitato in gran parte anche in dialetto sicliano. In più occasioni hai dichiarato il tuo amore per l’Italia e guardando il tuo nuovo film si nota anche un certo gusto per un cinema artigianale come quello italiano di vecchia data: quanto di quel cinema c’è in Maldoror?

    Partiamo dal presupposto che prima di essere un regista sono un cinefilo compulsivo, guardo film in continuazione, è una sorta di dipendenza. È inevitabile che ci sia il cinema italiano anche in Maldoror perché ormai quel cinema fa parte del mio DNA, più cresco e più amo l’Italia. Sto anche imparando l’italiano, ogni anno faccio un viaggio in Italia, per esempio quest’anno sono andato al Cinema Ritrovato di Bologna a vedere Sedotta e Abbandonata di Pietro Germi [guarda caso ambientato in Sicilia, ndr] e il suo cinema mi ha sempre influenzato sin dal mio primo film. Il cinema d’exploitation degli anni ‘70 attraversa tutta la mia filmografia, compreso Maldoror. L’unica differenza rispetto al passato è legata al discorso dell’autenticità e della responsabilità che facevo prima, perché ora ho cercato di essere il meno citazionista possibile, non volevo “commentare” il cinema del passato ma essere in tutto e per tutto onesto col soggetto. Ovviamente per farlo sono dovuto restare in Europa, perché se fossi andato a girare in America non avrei mai potuto fare un film del genere, qui almeno abbiamo la libertà di gestire cose come il montaggio, negli Stati Uniti no, almeno questo è quello che ho vissuto nella mia esperienza americana. In America devi essere per forza super popolare e alla ricerca del consenso del pubblico perché cinema e politica vanno a braccetto. Devi puntare al box office. Per questo non guardo tanto cinema horror contemporaneo, dove Netflix ha inglobato praticamente tutto. Non giudico nessuno, ho provato a vedere qualcosa ma per me l’horror di oggi è abbastanza noioso, per questo torno sempre a rivedere i film di William Friedkin e tutto il cinema degli anni ‘70, anche Sidney Lumet. Oggi l’horror, ma anche il cinema più in generale, è per élite, i registi girano film solo alla ricerca del red carpet. Per me non è così, fare film è la gioia più grande al mondo e voglio condividere questa gioia circondato da amici, da collaborazioni autentiche, ovviamente è limitante, sia per le lingue che per i budget, però è così che amo fare cinema.

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • Marmolada – Madre Roccia – Promettente futuro del documentario di montagna italiano: intervista agli autori

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    Quanto di noi possiamo ritrovare in un documentario di montagna? Tanto, se parliamo per esempio di Marmolada – Madre Roccia, il documentario Sky presentato in anteprima al Trento Film Festival e vincitore del premio Città di Imola. Una storia di alpinisti e arrampicatori che attraversa quattro generazioni e accoglie una riflessione su un’umanità grande tanto quanto una “formichina”. Così si sente Iris, che a soli 19 anni è entrata nella storia dell’arrampicata, ma a lei interessa poco. Preferisce parlare di avventure su una roccia che trattiene le anime. Un’opera tutto sommato formulatica, ma che ci ricorda l’importanza di andarci a specchiare in storie più grandi di noi, che ci fanno sentire tanto protetti in quest’immenso roccioso abbraccio materno. Finalmente abbiamo il nostro Free Solo italiano: che il documentario di montagna (ri)parta di qui.

    Abbiamo incontrato gli autori, Cristiana Pecci e Matteo Maggi, per chiacchierare di vita, di montagna e di morte. 

    Rispetto al vostro precedente progetto (The Fifth Sun, disponibile a noleggio su Vimeo, ndr), Marmolada – Madre Roccia si intrufola in un mondo che si allontana parecchio dai vostri interessi. Come avete approcciato il progetto?

    [Cristiana] Io e Matteo, in montagna, siamo come due pesci fuor d’acqua. È stata un’opportuntà che ci è stata regalata da Sky, a cui è piaciuto il nostro precedente documentario e ha deciso di volerci affidare una storia. Abbiamo iniziato con una fase di scrittura che si è conclusa con il documentario sulla Marmolada. È stata sicuramente una sfida, ma l’approccio è stato di totale rispetto nei confronti di un mondo che non conoscevamo. E poi c’era tanta curiosità, quindi ci siamo preparati. Siamo stati aiutati da Matteo, Massimo, Maurizio e Iris (i protagonisti del documentario, ndr) e abbiamo fatto ricorso a tutta l’attrezzatura necessaria a facilitarci nel lavoro. Per non aver mai arrampicato in vita nostra ce la siamo cavata bene, no?

    Collegandomi a questo discorso, cosa sperate si porti a casa uno spettatore che non ha mai arrampicato in vita sua?

    [Matteo] Raccontare lo sport con rispetto nei confronti di chi lo pratica è sempre stato il nostro obbiettivo. Non ci aspettiamo che guardando il documentario lo spettatore si appassioni di arrampicata o di alpinismo. Ci siamo semplicemente resi conto del potenziale fascino che possiede questo sport, anche cinematograficamente parlando. Se mi facessero scegliere tra la produzione di un documentario sul surf o uno sull’alpinismo, io sceglierei l’alpinismo senza pensarci due volte, perché credo parli di vita molto più di qualsiasi altro sport. In più. al di là dei vari messaggi che il documentario può trasmettere, credo che quello principale sia quello dell’avventura. Viviamo in un’epoca in cui l’avventura va meno di moda… mi viene quasi da dire che aprire una nuova via, che è quello che tentano i protagonisti del nostro documentario, è una delle ultime forme di avventura che si possono avere. Avventura nel senso di qualcosa di mai fatto prima, di un percorso che non è mai stato tracciato prima nella storia. Secondo me questo ha un fascino enorme ed è quello che volevamo trasmettere con questo documentario. L’arrampicata e l’alpinismo, come sport, è solo uno degli aspetti che si vivono nel documentario, ma non è il principale.

    Nel documentario si parla della differenza tra un “alpinista” e una “guida alpina”, ove l’alpinista è più ancorato al momento presente, mentre la guida alpina si assicura di lasciare in eredità qualcosa ai futuri scalatori. Come vivete questo conflitto, se si può definire conflitto, e come definite un equilibrio tra le due visioni dell’arrampicata?

    [Cristina] Io non lo vivo come un conflitto. Sicuramente è una scelta, che ognuno di loro ha fatto per ragioni proprie. Forse Massimo è il connubio tra i due. Ovviamente la guida alpina di formazione ha questa preparazione che prevede l’attenzione all’altro, quindi il suo obbiettivo si spinge oltre all’avventura. Si può forse definire un approccio un pò più generoso. Penso anche al fatto che non tutti gli alpinisti sono guide alpine, ma probabilmente le guide alpine in un certo qual modo sono tutte alpinisti. Forse anche noi, in quanto documentaristi, siamo il connubio tra i due.

    Cito una frase specifica: “Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso”. Come avete gestito la possibilità di un insuccesso?

    [Matteo] Spesso come documentaristi non è detto che non ce lo siamo augurati. Mi spiego meglio: spesso l’insuccesso della storia è il successo della nostra. Il fallimento è una grande opportunità all’interno della narrazione, e l’alpinismo è un mondo pericoloso. La nostra formazione ci aiuta a essere pronti nell’eventualità di incidenti di qualunque tipo, e in quanto documentaristi siamo tenuti a non spegnere la telecamera, capendo qual è la prossima strada da seguire. Il fallimento, dunque, non sarebbe stato così deleterio al documentario. La montagna insegna anche quello: il miglior alpinista è quello che dorme nel suo letto la notte, quello che non spinge mai troppo e cha sa rinunciare alla vetta. Bisogna sapersi fermare e, nell’eventualità, saremmo stati lì a riprendere il tutto.

    Mi affascina il rapporto tra la montagna e la morte, tema ricorrente nel documentario. Nello schema grande delle cose, cos’è la montagna per voi? È custode o assassino? La temete o la venerate? 

    [Cristiana] È un rapporto che ha incuriosito anche noi dal primo secondo. Abbiamo molto spinto per raccontare quell’aspetto. Ovviamente e per fortuna la nostra avventura non ha previsto incidenti mortali, ma i nostri alpinisti hanno vissuto la morte da vicino, chi dei compagni di cordata e chi dei propri cari. La risposta è complessa, nel senso che loro hanno un rapporto con la morte diverso da noi persone “normali”. Avendola tra le mani è come se la accettassero, come se facesse parte della vita, di un percorso, quindi mettono in conto che possa arrivare per loro da un momento all’altro. A loro va bene così, per noi è qualcosa di più impattante. Personalmente ho voluto optare per la delicatezza, perché la montagna mi fa paura: è qualcosa che trascende il nostro controllo.

    [Matteo] Maurizio d’altro canto diceva “Non si va a scalare pensando sia pericoloso. Si arriva preparati, al massimo delle proprie capacità. Non si arriva pensando “potrei non tornare a casa”, altrimenti non parti e basta”. Poi succede, perché l’esperienza dice che succede, ma non lo mettono così tanto in conto. È l’imprevisto, come nella vita. 

    Riguardo alle persone che hanno perso la propria vita in montagna, si può definire la Marmolada una specie di  “custode delle anime”?

    [Cristiana] Speriamo sia così. Nella tristezza della cosa, è una bellissima immagine.

    [Matteo] Ho spesso paura nelle interviste di parlare di alpinismo perché non siamo alpinisti, come ho paura di parlare di cambiamento climatico perché abbiamo la responsabilità ma non i mezzi. Non l’ho vissuta la morte sulle montagne da vicino, quindi non lo so cosa succeda lassù. So solo raccontare quelle anime attraverso le testimonianze dei protagonisti, che è quello che abbiamo provato a fare con questo documentario.

    Per concludere: qualche film o regista in particolare che ha influenzato la realizzazione di questo documentario?

    [Cristiana] Non per questo documentario nello specifico, ma in generale consiglio di approfondire Erik Gandini. Documentarista incredibile, ha un approccio originalissimo al genere del documentario. Merita.Marmolada – Madre Roccia è in arrivo su Sky nella stagione autunnale.

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    Lara Ioriatti,
    Redattrice.
  • Intervista a Manuela Parodi

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    Credit foto: autoritratto di Manuela Parodi

    Abbiamo intervistato l’attrice Manuela Parodi, con cui abbiamo parlato di alcuni temi che riguardano l’ambiente cinematografico italiano dei prossimi anni, della maternità nell’ambito lavorativo del cinema e di una carriera tanto articolata, quanto interessante. 

    G: Vorrei iniziare chiedendoti del tuo ultimo film. So che è attualmente in lavorazione la nuova opera del regista Renato de Maria, Septimo, in cui collabori con Riccardo Scamarcio. Che ruolo ha il tuo personaggio? 

    M: Dunque io ho un ruolo molto piccolo in Septimo, sono l’avvocato di Riccardo Scamarcio. È stato un lavoro di cui sono stata molto contenta perché ero già incinta di sette mesi e questa cosa non è stata un problema per il regista, cosa molto rara perché spesso registi e produttori si spaventano davanti alla maternità di un’attrice Invece lui è stato grande, perché quando ho fatto i provini lo ero da poco tempo e non si notava. Poi quando gliel’ho detto lui è stato contentissimo e anzi, visto che il mio ruolo è quello di un’avvocatessa molto distaccata emotivamente, il contrasto con la pancia era qualcosa che lo interessava. Quindi insomma non si è fatto spaventare ma ha accolto la cosa a braccia aperte, e io mi sono divertita molto.

    Credit foto: Giulia Ghiazza

    G: Quindi la maternità non ti ha creato problemi dal punto di vista lavorativo?

    M: Dipende, devi sapere che io ho già due bambini. Questa volta è stata una gravidanza molto tranquilla quindi sono riuscita a lavorare fino quasi al nono mese, invece con la prima gravidanza è stato impegnativo. Sono stata a letto dal quarto mese e poi ho sofferto nei mesi successivi alla nascita, ho avuto una brutta depressione postpartum che mi ha bloccata per diverso tempo.

    G: Ho capito. E c’è stata qualche interpretazione in cui tu ti sia particolarmente rivista nel tuo ruolo? Penso soprattutto al film di Davide Ferrario del 2013 La luna su Torino, in cui nel racconto il tuo personaggio, Maria, vive un forte contrasto interiore mentre è alla ricerca di se stessa e mostra il desiderio di fare l’attrice, e ha la speranza di cambiare la sua vita. Ha avuto qualcosa in comune con te?

    M: Guarda, Maria in realtà più che fare l’attrice sogna qualcosa di diverso. Lei è innamorata del cinema muto in particolare, delle dive del passato che rappresentano qualcosa di estremamente romantico, come lei. Quindi non ha un desiderio preciso, infatti non sa bene che strada intraprendere. Però sì, c’era già sicuramente il tema della precarietà che conosciamo molto bene, o meglio si conosceva bene 10 anni fa, perché ormai La luna ha 11 anni. Ho sicuramente in comune con lei il fatto di aver convissuto con amici, anche se loro vivono in una villa meravigliosa a Torino, e casa nostra invece era un appartamento diviso tra cinque studenti a Milano… un’esperienza un po’ diversa, ma comunque io all’epoca studiavo fotografia ed eravamo tutti un po’ in questo ambiente un po’ bohémien in cui ci arrabattavamo fra mille lavori e lavoretti per pagare l’affitto.

    Credit foto: La luna su Torino

    G: E invece la tua passione per la recitazione com’è nata?

    M: La mia passione per la recitazione è nata molto presto. Da piccola ho guardato Il silenzio degli Innocenti e sono rimasta folgorata dai primi piani di Jodie Foster e Anthony Hopkins. Ho visto loro recitare e ho detto “che meraviglia, voglio fare questo”. Poi io ero anche molto timida all’epoca, il mio migliore amico faceva questo corso di recitazione per bambini a Genova e mi aveva proposto di farlo con lui, fare anche uno spettacolo con la sua compagnia, e io ho accettato. I miei genitori mi hanno iscritta al corso, però non per diventare attrice ma per sciogliere la timidezza. Io invece me ne sono innamorata subito per cui è stato subito un “Ok voglio fare questo”.

    G: Okay, quindi poi hai continuato ad approfondire sempre di più.

    M: Ho continuato, ho poi avuto una brusca interruzione perché a 18 anni ho tentato di superare un provino con una regista che voleva applicare il metodo Stanislavksij e non era assolutamente in grado di farlo, e anzi ha creato in me una brutta storia di traumi per cui dopo quell’esperienza ho detto “no, mai più nella vita”. Infatti una cosa a cui bisogna stare molto attenti soprattutto quando si è giovani sono gli insegnanti con cui si studia o le persone con cui si lavora. Poi ho intrapreso un percorso completamente diverso, mi sono laureata in lingue, ho studiato fotografia, e poi recitare mi è mancato tanto. Per cui poi è venuto Silvio Soldini a girare un film a Genova che si chiamava Giorni e Nuvole, un mio amico lavorava in produzione e mi ha suggerito di fare il provino. Io non ho preso quel ruolo che era il ruolo della figlia di Margherita Buy e Antonio Albanese che ha preso poi Alba Rohrwacher, ma sono arrivata in finale ai provini. Avevo superato una serie di selezioni. E questa esperienza ha riacceso davvero la passione, io ho ripreso a studiare e poi pian piano anche a lavorare. 

    G: Abbiamo già anticipato qualcosa della tua formazione che è ammirevole perché oltre ad aver conseguito una laurea a pieni voti hai preso parte a un numeri infinito di corsi e laboratori tra cui in particolare un workshop con Pierfrancesco Favino e Il premio Oscar Paul Haggis. Quindi voglio chiederti, c’è una tra tutte queste esperienze che dal punto di vista artistico ti abbia particolarmente segnata? 

    M: Si certo. Innanzitutto il seminario che ho fatto con Favino mi ha permesso di conoscere Michael Margotta che mi ha incuriosita così tanto che ho deciso di iscrivermi a un suo seminario. Quella per me è stata una folgorazione, perché l’approccio di Michael era completamente diverso da tutto quello con cui mi ero confrontata prima. Quindi ho studiato con lui per diversi anni, poi mi sono allontanata perché volevo ampliare e approfondire metodi diversi ma poi sono tornata. Ho anche iniziato a lavorare con lui e a organizzare i suoi seminari, prima con Paul Haggis e Michael insieme, poi solo Michael e in seguito sono anche diventata la sua interprete, la sua organizzatrice. Lui adesso è proprio il mio mentore, amico, insegnante, e gli devo veramente tantissimo. 

    Credit foto: Andrea Ciccalé

    G: Però oltre a coltivare il talento per il teatro e la recitazione hai scelto comunque di laurearti in lingue e culture straniere. Come mai? 

    M: Questa in realtà è stata una sorta di imposizione, diciamo di richiesta da parte dei miei genitori, che avevano a cuore che prendessi una laurea. Quindi sì, ho intrapreso quel percorso perché mi sono sempre interessate le lingue, addirittura a 18 anni ho vissuto un anno in America per studiare bene l’inglese. E ci tengo a dire che mi sono laureata con dignità di stampa con 110 e lode perché comunque è stato impegnativo. Però insomma è stato così, quindi da un lato tutto molto bene, dall’altro ti dicevo a 18 anni ho avuto questa brutta esperienza con una regista, proprio negli anni in cui di solito ci si forma in accademia, dai 19 ai 23. Io ho preso un altro percorso e questa cosa l’ho pagata per un sacco di tempo, proprio a livello formativo e di inserimento nel mondo del cinema e del teatro, insomma non è stato semplicissimo. Quindi il mio consiglio sarebbe, per chi vuole intraprendere questo mestiere, sì assolutamente laurearsi se lo si vuole fare per un discorso di arricchimento culturale, però senza trascurare il discorso accademie per formarsi presto.

    G: Però le competenze che hai sviluppato con la laurea immagino ti abbiano facilitata nel vivere esperienze all’estero. 

    M: sì sì assolutamente, negli anni della laurea ho aderito al programma Erasmus e ho vissuto sei mesi in Spagna, ma soprattutto aver studiato così bene l’inglese mi ha permesso di ritagliarmi una fetta di mercato di produzione internazionale, sia nel cinema che nel teatro. Prima a Milano e poi a Roma ho lavorato con compagnie di teatro inglese. E poi comunque la laurea ti dà un’apertura mentale e delle conoscenze che arricchiscono te in primis, e poi ti conseguenza anche come attore. 

    G: quindi la tua esperienza preferita vissuta all’estero qual è stata? Se se ne può trovare solo una.

    M: Ce ne sono tante. Te ne dico una inerente a questo ambito. Quando sono andata a vivere negli Stati Uniti avevo partecipato ad uno di questi programmi di studio per cui appunto vivi un anno all’estero in una famiglia. La famiglia in cui ero capitata lavorava nel mondo del teatro e del cinema. La figlia maggiore era all’epoca l’assistente personale di Charlize Theron e poi negli anni è diventata la sua co-produttrice. Per il mio diciottesimo compleanno mi avevano invitata sul set in cui stava lavorando Charlize Theron con Keanu Reeves, e poi mi hanno invitata all’anteprima del film. Un’esperienza meravigliosa.

    G: quindi questa esperienza ti ha fatta pensare di continuare su questa strada

    M: Sì sì io a diciotto anni studiavo anche recitazione in America, sarei rimasta lì se il visto me l’avesse permesso ma avevo un visto da studentessa. Quindi sono tornata in Italia e ho fatto la quinta liceo, e poi dopo  ho avuto questa brutta esperienza di cui ti parlavo che mi ha proprio bloccata, è stato veramente un trauma, l’ho vissuto quasi come una grossa violenza psicologica. E quindi lì ho detto “basta, mai più”.

    G:Tra le tue interpretazioni cinematografiche qual è stata la tua preferita? E tra quelle teatrali? 

    M: Sì, allora, interpretazione cinematografica… sono due. Una è di un film girato in Italia, che però ha un cast inglese, e io dovevo interpretare una nobildonna londinese,. Ho dovuto lavorare tantissimo sull’accento e sull’inglese, avevo una dialogue coach perennemente in cuffia con me e quindi da un lato è stato un lavoro molto impegnativo ma bello sulla lingua, dall’altro mi sono divertita moltissimo perché era un ambientato di fine ottocento e avevamo questi vestiti meravigliosi. Anche qui un’esperienza molto bella di caste di troupe. Devo dire che sono stata sempre molto fortunata da questo punto di vista, per ora.

    G: E invece a teatro? La tua interpretazione tua personale preferita?

    M: a teatro allora anche in questo caso sono due, una è in inglese ed è l’Amleto. Io faccio parte di una compagnia che mette in scena spettacoli di Shakespeare in inglese a Roma, però con un cast esclusivamente femminile. Facciamo il contrario di quello che si faceva all’epoca. In particolare l’anno in cui abbiamo portato in scena l’Amleto io ero Guilderstain ed ero incinta di otto mesi, come ti dicevo mi avevano messa a aletto per un lungo periodo, dandomi poi l’ok per fare all’ottavo mese prove e spettacolo e fortunatamente sono riuscita a fare la prima. È stata un’emozione bellissima ed io ero tranquillissima, mi sono goduta il momento. Per il teatro italiano forse Biolet, da cui poi è stato tratto Il caso Krolevsky , cioè uno spettacolo che ho fatto 14 anni fa. Mi chiedevi prima di Paul Haggis, io l’ho conosciuto nel 2016 e ho organizzato alcuni dei suoi seminari di recitazione. Lavorare con lui è un’esperienza surreale. È un artista di altissimo livello con un’intelligenza velocissima. È stata un’esperienza molto molto bella, molto interessante.

    Credit foto: autoritratto di Manuela Parodi

    G: Se dovessi scegliere invece due o tre persone nel tuo percorso che oltre ad essere colleghi sono diventati anche amici e con cui hai avuto un rapporto speciale?

    M: Molto difficile questa domanda, perché mi è capitato spesso di instaurare amicizie belle e durature negli anni e nominandone uno temo di far torto ad altro. Per non far torto a nessuno ti ripeto Michael Margotta, perché oltre ad essere un mentore è un grandissimo amico. Ma ce ne sono anche altri. E ovviamente mio marito! In realtà non ci siamo conosciuto grazie alla recitazione, ma grazie allo sport dell’arrampicata, però è anche lui attore. Abbiamo fatto anche tanti lavori insieme, tanti seminari di Michael. 

    G: Abbiamo parlato delle tue interpretazioni personali preferite nei film e a teatro. E un film a cui sei particolarmente legata da spettatrice, oltre al Silenzio degli innocenti?

    M: Be’ quello è fondamentale. Film che mi sono entrati del cuore… direi Eternal sunshine of the spotless mind e Almost famous. Non so cosa avrei dato per interpretare il ruolo di Penny Lane.

    G: E un testo teatrale che abbia la stessa importanza?

    M: Allora, considerando soprattutto quando ho iniziato a recitare… ti direi Romeo e Giulietta, che per quanto scontato lo associo al ricordo di quando al liceo lo studiavo da sola. Ripetevo la parte di Giulietta allo specchio e sognavo di poterlo fare a teatro.

    G: B’ è molto bello come modo di avvicinarsi al teatro, studiando i testi fin da piccoli. E invece, i tuoi progetti futuri? 

    M: Allora, mi trovi in un momento particolare perché sono ancora in maternità, non sono ancora ripartita. Ti posso dire che sto lavorando ad un progetto molto importante ma non da attrice. Non so se hai mai sentito partare dell’intimacy coordinator, che è una figura che nei set si occupa di tutelare gli attori nelle scena di intimità, che possono andare dal bacio alla scena di sesso. In Italia questa figura non ce l’abbiamo, e io e due mie colleghe, Giorgia Lepore e Sara Palma, abbiamo fondato la prima associazione in Italia di Intimacy Coordination che si occupa di formare gli intimacy coordinators. Non ti posso dare più dettagli perché siamo ancora agli albori, ci siamo appena costituite, però questa è la cosa a cui sto lavorando in questo momento. Da attrice sto vedendo, mi sto un po’ riprendendo. 

    G: Perfetto, abbiamo terminato. Grazie mille del tempo che ci hai dedicato!

    M: Grazie a te, ciao!

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Intervista a Tommaso Sacco – Il valore dell’esperienza

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    Abbiamo intervistato l’attore Tommaso Sacco, che ci ha parlato della sua esperienza su set di grandi produzioni e dei suoi sedici anni trascorsi a Los Angeles per vivere a contatto col mondo del cinema. Come vengono percepiti negli Stati Uniti le vittorie e, dall’altro lato, gli insuccessi di un aspirante attore? Con delicatezza e acuità abbiamo riflettuto su stereotipi del mestiere della recitazione e sulle pressioni che comporta, delineando infine i veri valori da tenere a mente all’interno di questo ambito lavorativo.

    Gaia: Ciao Tommaso, vorrei iniziare chiedendoti del tuo ultimo progetto. Attualmente stai lavorando a Dostoevskij, la prima serie tv dei fratelli d’Innocenzo, che verrà trasmessa su Sky. Puoi anticiparci qualcosa della trama?

    Tommaso: Purtroppo non posso ancora rivelarvi molto. Mi è stato chiesto di mantenere il segreto, ma anche volendo il mio ruolo è piccolo e chiaramente solo gli attori con le parti principali hanno avuto accesso al copione di tutte le puntate, quindi sarei davvero poco d’aiuto. So solo che non ha niente a che vedere con il vero Dostoevskij. È stata però un’esperienza molto formativa, bella e quasi surreale. Ho lavorato a fianco di Filippo Timi che è un maestro ed è stato bellissimo confrontarsi con lui anche fuori dal set; sono stati dei giorni molto particolari ed entusiasmanti, poi i fratelli d’Innocenzo sono dei veri geni visionari, è stato divertente girare con loro e vederli insieme. Si avvertiva una sensazione di armonia sul set data dalle loro idee e dalla loro capacità di coordinare in perfetta sintonia cast e troupe. Devo dire che è stata una delle esperienze più belle vissute su un set, a livello sia formativo sia umano. Spero di lavorare ancora con loro.

    Gaia: Le riprese ora sono terminate?

    Tommaso: Le mie sì purtroppo, il progetto sapevo dovesse finire ad aprile. Quindi a meno che non ci siano stati ritardi penso abbiano concluso.

    Gaia: Invece si sa per quando sarà prevista l’uscita?

    Tommaso: Io so molto poco, credo per settembre ma non vorrei dirti una bugia.

    Gaia: Certo, non preoccuparti. Comunque, si tratta di una produzione italiana importante quale Sky, però tu hai lavorato anche con HBO, che è una produzione straniera molto nota, per la serie tv del 2005 Rome. Quindi hai potuto fare tante esperienze diverse, mettendo a paragone Italia e Stati Uniti. Hai notato grandi differenze tra le due case? E ti sei trovato meglio con una delle due?

    Tommaso: Allora, ai tempi di Rome io ero davvero un ragazzino. È stata forse la mia prima esperienza cinematografica. All’epoca studiavo all’Accademia dentro Cinecittà, in teoria non potevamo ancora lavorare, e io mi fingevo malato per correre sul set e sperare di essere preso per fare la comparsa, perché ne reclutavano molte ogni giorno… quindi iniziai in questo modo ed ebbi poi questa escalation di ruoli… che è durata un bel po’, sono stati inizialmente tutti ruoli piccoli, ma all’epoca per me fu davvero appassionante. “Ce l’ho fatta, sono arrivato” pensavo, perché comunque era un set enorme, in Italia tra l’altro… la televisione in quegli anni non era molto aggiornata, c’erano pochi network che trasmettevano programmi buoni. Credo fosse il periodo di Lost, che è stata la prima a cambiare le regole della serialità televisiva. In Italia ci siamo arrivati molto dopo, io nel frattempo ricordo di aver fatto Incantesimo… ed era strano passare da Incantesimo a Rome, senza nulla togliere alla prima ma le differenze tra i set erano notevoli. Era diverso come mole di lavoro, di set, di costumi… Rome è stato massacrante ma molto bello. Diciamo che l’esperienza in sé fu elettrizzante ma perché fu proprio la mia prima volta in un ambiente così importante, mi sembrava di aver coronato il sogno che avevo da piccolino. Non ho ricordi comunque di colleghi sul set, di momenti che si creano come magari è successo durante le riprese di Dostoevskij ed è avvenuto per tanti altri film più recenti.

    Gaia: Be’ certo comunque era l’inizio. Quindi fare la comparsa per HBO è stato il tuo esordio?

    Tommaso: Sì, è stato quello il mio ingresso nel mondo dello spettacolo.

    Gaia: A livello di esperienze hai iniziato alla grande perché hai lavorato anche al film del 2005 Mary di Abel Ferrara. Com’è stato avere a che fare con una personalità importante come lui?

    Tommaso: Quello me lo ricordo molto bene, c’è anche una storia divertente dietro. Perché Abel è proprio una figura paterna per l’attenzione che presta ad ogni membro del cast. Si vede che gli piace quello che fa e lo fa con tutto il cuore, ogni scena era davvero sentita. Lui si assicurava che anche tutte le comparse stessero bene; molte volte, soprattutto in grandi produzioni, questi aspetti sono un po’ trascurati, mentre lui era molto preciso, curava ogni dettaglio di ogni ruolo. Mi ricordo che lavorammo al teatro Troisi di Roma con Matthew Modine. Abel un giorno ci si avvicinò nel cinema e prima di girare ci fece un discorso di cui non ricordo bene le parole, però riuscì a creare un’atmosfera proprio bella, era come se dicesse “siamo noi, questo è il nostro progetto, stiamo facendo noi questa cosa, portiamola a casa tutti insieme”. Aveva un atteggiamento molto amichevole e protettivo. Era particolarmente attento nell’assicurarsi che tutti stessimo bene. Anche con Matthew trascorsi dei momenti belli, anche lì ero piccolo e confrontarmi con lui che comunque era un grande della scena attoriale di Hollywood, che ha lavorato con personaggi grandiosi, mi ha fatto sentire di aver raggiunto una vetta molto alta. Ricordo che mi disse una cosa molto bella, che prima o poi avremmo lavorato di nuovo insieme. E io anni e anni dopo lo rincontrai a Los Angeles, dove ho vissuto a lungo. Andai da lui e lui fu carinissimo, passammo tutto il pomeriggio insieme
    e mi fece un sacco di domande su ciò a cui stavo lavorando. Poi Abel lo rividi a Toronto a un film festival, lo salutai e fu gentilissimo come sempre.

    Gaia: Dà l’impressione di essere una persona davvero gentile e molto precisa.

    Tommaso: Sì, proprio così. Condividemmo un taxi quella sera.

    Gaia: È molto interessante il fatto che tu abbia vissuto a Los Angeles, anche perché se non sbaglio hai proprio la residenza lì, no?

    Tommaso: Sì, sono doppio cittadino, italiano e americano.

    Gaia: Vorrei chiederti qualcosa sulle tue origini, perché sei madrelingua inglese no?

    Tommaso: Sono madrelingua americano. Io sono in realtà originario di Napoli, ma i miei genitori sin da piccolino mi iscrissero ad una scuola americana, quindi ho fatto tutte le scuole in lingua inglese e poi ho completato gli studi a Los Angeles dove ho vissuto sedici anni, e ora sono rientrato.

    Gaia: È interessante come percorso. E nel corso della tua vita com’è nata la passione per la recitazione?

    Tommaso: Ho la passione per la recitazione da sempre, è quasi un’ossessione. Ero piccolino quando è nata. Avevo intorno ai 5 o 6 anni, vidi Indiana Jones e il tempio maledetto per la prima volta e ne rimasi affascinato. Era surreale per me. Io poi sono sempre stato un bambino abituato a giocare all’aria aperta, passavo spesso le giornate nel giardino di casa mia, quindi vedere quel film con una trama del genere e quelle ambientazioni fu una rivelazione. Chiesi a mio padre come fare per diventare come Indiana Jones. Lui mi disse “lui fa l’archeologo”, e quando risposi che avrei voluto diventarlo anche io lui mi frenò: “si però considera che bisogna studiare molto, e sicuramente non vai in giro con la frusta a saltare. Non è davvero così l’archeologo. Lui è un attore. Gioca solo a fare l’archeologo”. Ed così ebbi questa illuminazione: “allora voglio fare l’attore”. Da quel momento in poi ogni giorno chiedevo a mio padre chi fosse un attore e chi no tra le persone che vedevo in tv. Decisi così di voler essere “Uno nessuno e centomila”, di interpretare tutti questi personaggi. Un giorno volevo essere Indiana Jones, un altro giorno Batman, un’altra volta scappare dai dinosauri, volare su una bicicletta con un extraterrestre, viaggiare nel tempo su una macchina. Quello è stato il momento in cui si è innescata in me la passione.

    Gaia: Quindi finita la scuola ti sei iscritto ad un’accademia?

    Tommaso: Finito il liceo sì, ho fatto un’accademia a Roma. Dopodiché mi sono trasferito a Los Angeles dove ho studiato produzione cinematografica e sceneggiatura, ambiti che si sono rivelati un’alternativa molto interessante che mi ha portato grandi soddisfazioni in passato. Nel frattempo ho comunque continuato ad esercitarmi, non mi sono mai fermato con lo studio della recitazione. È necessario un aggiornamento costante, un lavoro sulle emozioni… è un percorso molto interessante proprio a livello psicologico.

    Gaia: Hai sceneggiato molti testi?

    Tommaso: Sì, sì, parecchi. C’è una serie che ho scritto, e sta nascendo un nuovo progetto ora.

    Gaia: Andando a Los Angeles avevi in mente anche idee di lavoro da attuare?Tommaso: Mi ci sono trasferito per studio, ma è comunque stato a cavallo dell’onda di Rome. Perché in quegli anni, dal 2005 in poi, l’Italia è stata un po’ ferma a livello cinematografico e televisivo, si producevano un po’ le stesse cose… Io penso ci sia stato quel passaggio di testimone generazionale per cui anche il pubblico stava mutando, e il Paese si è dovuto adeguare a questi cambiamenti. Quindi io con la padronanza della lingua inglese, con Rome fresco d’uscita ho pensato di tentare questo sogno e andare ad Hollywood. Poi da lì è stata una montagna russa per sedici anni, con momenti di grande soddisfazione e momenti di buio totale.

    Gaia: Qual è stata tra tutte le esperienze vissute all’estero la più interessante, quella che ti ha segnato di più?

    Tommaso: Ne ho molte in realtà. Perché poi io credo che quelle che all’estero mi sono servite di più paradossalmente siano quelle deludenti. Fondamentalmente perché ti portano a capire veramente quanto forte tu sia. È un ambiente che, è inutile dirlo, è difficile, ci sono più probabilità di andare sulla luna. E il lavoro dell’attore è un mestiere che richiede che tu venga rigettato ogni giorno, c’è sempre qualcuno che ti ripete che non vai bene, che non sei all’altezza. Chiaramente chi realizza un film cerca un determinato tipo di personaggio, dall’altra parte però c’è una persona che si è messa in gioco, che ha lavorato sulle sue emozioni e le sta mostrando. Questo senso di giudizio a lungo andare può portare le persone a una crisi. Negli Stati Uniti poi è tutto amplificato ed è tutto grandissimo. Se becchi il ruolo giusto arrivi alle stelle, se invece vieni rigettato ottieni l’opposto. Le grosse batoste o le grandi delusioni che possono avvenire a livello di carriera sono veramente toste perché poi coinvolgono anche tante persone. Quindi io mi ricordo queste esperienze ma semplicemente per come ne sono uscito. Mi è servito tornare in Italia e affrontare i colleghi all’interno di questo mondo in cui mi sono buttato e capire che riesco a sopravvivere alle delusioni. Ma ti parlo di farcela a livello più psicofisico che lavorativo. Quindi per rispondere alla tua domanda dopo questa digressione, ho avuto un paio di esperienze particolari, oltre quelle brutte che mi
    hanno segnato. Una era sempre per l’HBO, c’era questo telefilm che dovevano realizzare ma non ricordo se uscì o lo cancellarono. Ad ogni modo feci un sacco di provini con loro, testing con il network, insomma ero un passo dal cogliere l’occasione. Venni infine avvisato di essere stato scelto, ero uno dei sei personaggi principali all’interno di questa storia di roommates a New York. Mi presero e praticamente una settimana prima dell’inizio delle riprese mi dissero che avevano cancellato il personaggio.

    Gaia: No, che peccato!

    Tommaso: Eh sì. Però come dicevamo, avere anche una cosa del genere per me vale molto, fa parte del lavoro. Un avvocato non vince tutte le cause, un medico non riesce in tutte le operazioni. Quindi questo mi ha rafforzato, e nel cinismo della cosa è stato anche meglio perché sono soprattutto le esperienze toste che è importante vivere.

    Gaia: Sì certo, è un punto di vista molto valido ed è qualcosa di cui bisogna parlare. Soprattutto in questo ambito è necessario sapere che è possibile fallire, che probabilmente prima o poi si fallirà e sono queste le esperienze che ti formano, sono d’accordo con te.

    Tommaso: Assolutamente, ma poi io non li considero neanche fallimenti, cioè è così, è il lavoro di tutti i giorni. Noi attori siamo messi al microscopio quotidianamente. Anche con i miei amici, io sono l’unico che parla del lavoro. È qualcosa che spesso ti fa sentire in difetto perché gli stili di vita sono inevitabilmente diversi. E anche il fatto di dover dire “quel provino non è andato bene”…Gli altri professionisti non parlano così spesso di ciò in cui riescono o falliscono. Noi invece siamo sempre un po’ al centro dell’attenzione da questo punto di vista, perché c’è questa concezione che un attore o lo vediamo con l’Oscar in mano oppure la recitazione è hobby. Però nel frattempo io lavoro, questo è il mio lavoro. Ci sono vari livelli. Dobbiamo anche un po’ normalizzare questo nostro mestiere, perché è anche molto forte per noi psicologicamente avere una pressione del genere fuori, che ti crea ancora più solitudine. Quindi ai colleghi voglio dire che non ci sono fallimenti nella recitazione, perché se ti cancellano un ruolo o tagliano una scena non è colpa tua. Basta essere preparati a tutto.

    Gaia: Sì. Oltretutto chi non lavora all’interno di questo ambito non ha idea di quanto delicato sia l’equilibrio dell’interazione di così tante persone e di innumerevoli situazioni che vanno tenute sotto controllo, di cui una magari va male generando un effetto domino che può portare a dover annullare tutto.

    Tommaso: Sì assolutamente.

    Gaia: Vorrei terminare chiedendoti dei tuoi progetti futuri.

    Tommaso: Allora, progetti futuri… tra qualche settimana vado a Cortina a girare un film americano con Danny DeVito. Si chiama A sudden case of Christmas, e per ora questo è il mio progetto principale. Attendo poi di vedere gli altri lavori che ho girato e che devono uscire come Dostoevskij. E poi stiamo aspettando risposte.

    Gaia: Perfetto, allora abbiamo concluso. Ti ringrazio, è stato un colloquio davvero molto interessante. Ciao!

    Tommaso: Ciao!

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.