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  • IL POTERE DEL CANE – MASCOLINITÀ, FRAGILITÀ E REPRESSIONE NEL WESTERN DI JANE CAMPION

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    Tra le montagne e le praterie sperdute nel Montana degli anni ’20, i fratelli Phil e George Burbank portano avanti il ranch di famiglia, occupandosi del bestiame e dei loro uomini. Appare chiaro fin da subito come i due personaggi rappresentano un western completamente diverso da quello tradizionale,  osservato da un punto di vista del tutto unico. Da genere dell’eroe virile per eccellenza (e simbolo della “mitologia” americana della conquista di frontiera), Il Potere del Cane di Jane Campion affronta la psiche di quattro personaggi profondamente travagliati e tutti diversi tra loro. Phil (Benedict Cumberbatch) è un uomo rude, spesso aggressivo, che non perde occasione per essere ostile nei confronti di chi non conosce; George (Jesse Plemons), molto diverso dal fratello, è invece più sensibile, timido e buono, interessato a costruirsi una famiglia; abbiamo poi Rose (Kirsten Dunst), vedova di cui George si innamora e che rimarrà profondamente segnata dall’atteggiamento ostile che Phil ha nei suoi confronti, a partire dal momento in cui mette piede nel ranch dopo aver sposato il fratello; infine, abbiamo anche il figlio di Rose, il giovane Peter (Kodi Smith-McPhee), la cui figura sensibile e delicata è fondamentale per il confronto e il rapporto che costruisce con Phil man mano che la narrazione procede. Non tutto è come sembra, il ranch nasconde qualcosa di molto più grande, e quello che all’inizio sembrava soltanto un western atipico si trasforma in una (necessaria) riflessione sull’ideale tossico di mascolinità e sulla repressione del proprio essere.

    UNO SGUARDO SULLA MASCOLINITÀ TOSSICA

    Il Potere del Cane è ambientato nel 1925, periodo in cui il sogno americano di conquista della frontiera nato a inizio secolo stava già iniziando a dare i primi segni di cedimento: la modernità avanza, compaiono i primi treni, le macchine cominciano a sostituire i cavalli. Si perderà il contatto con la natura e allo stesso modo anche il valore della figura del cowboy. Phil Burbank rappresenta qualcosa che si trova nel passato e che cerca di reprimere il futuro, tuttavia dovrà necessariamente affrontarlo. Il cowboy si dimostra da subito particolarmente ostile verso Rose e Peter, nei confronti dei quali pratica un vero e proprio bullismo, e il fratello George non riesce mai a imporsi ma preferisce rimanere neutrale, segno della sua “sottomissione” al carattere decisamente più forte e dominante di Phil. I suoi modi di fare rudi e arroganti ricalcano il tradizionale concetto di virilità che veniva associato (e in alcuni casi viene associato ancora oggi) all’uomo, che non può permettersi di mostrarsi fragile o sensibile, caratteristiche associate alla figura femminile. È di questo che si parla quando si sente nominare l’espressione “mascolinità tossica”, che costringe l’uomo a reprimere il proprio lato più umano, le proprie emozioni e spesso la propria sessualità. Jane Campion ci mostra un Phil che incarna perfettamente tutto questo, e di conseguenza assume le caratteristiche di un personaggio fortemente represso: si rifugia spesso nel bosco, lontano dagli occhi di tutti, e soltanto così riesce a concedersi quella fragilità che tende a nascondere al mondo intero. L’unico personaggio in grado di comprendere e avvicinarsi a Phil è il giovane Peter, che l’uomo inizialmente disprezza per i suoi modi di fare “effeminati”. Peter è infatti un ragazzo con una sensibilità unica e una delicatezza che mal si rapporta al mondo dei cowboy, in cui gli ideali di mascolinità e virilità sono chiaramente e fortemente tossici. Nella sua prima apparizione il giovane sta costruendo dei fiori di carta per la madre, lo vediamo spesso disegnare, si mostra a suo agio nella sua mascolinità che gli altri uomini intorno a lui considerano non convenzionale (e come opportunità per deriderlo). Phil è subito ostile nei confronti del ragazzo, non perde occasione per prenderlo in giro e per fargli capire che il mondo dei cowboy non è fatto per lui. Il momento di svolta arriva quando Peter scopre il nascondiglio di Phil, e qui il rapporto tra i due cambia: il fatto che il giovane si senta così a suo agio nella sua delicatezza e nella sua sensibilità destabilizza Phil, muove qualcosa al suo interno, qualcosa di represso che riusciva a venire fuori soltanto nella solitudine del suo nascondiglio (e molto probabilmente insieme a Bronco Henry, figura del suo passato che si trova a metà tra mentore e amante). 

    LE ALLUSIONI ALL’OMOSESSUALITÀ

    Abbiamo analizzato il modo in cui Phil riesce a scoprire la sua fragilità nella solitudine del bosco, ma non ci fermiamo solo a questo; al riparo dagli sguardi del mondo, Phil ha modo anche di esplorare la propria sessualità, ed è messo subito in evidenza (seppur non esplicitamente) il fatto che lui sia omosessuale. I continui riferimenti al suo mentore Bronco Henry, infatti, rimandano ad un sentimento molto profondo che va ben oltre la relazione allievo-maestro, riguardo il quale Phil non ci dà mai una vera e propria spiegazione. Il film si regge sulle allusioni e sui “non detti”, che tuttavia riescono ad essere efficaci e a stimolare riflessioni. Il rapporto tra Phil e Peter inizia a svilupparsi quando l’uomo si rende conto dell’incredibile forza che il ragazzo nasconde dietro la sua sensibilità (la forza di essere fragile, se così possiamo dire), e le loro interazioni si trasformano in una relazione mentore-allievo, in cui Phil si identifica in ciò che Bronco Henry era stato per lui. La relazione avuta in passato, qualcosa da tenere nascosto, di cui non era permesso parlare, ha trasformato Phil in un uomo represso e aggressivo, l’incarnazione della mascolinità tossica che spesso cela al suo interno una profonda vulnerabilità. E quest’ultima esce fuori soltanto quando Phil si rende conto di non essere così solo al mondo, di poter essere compreso da qualcuno (Peter, appunto), anche se ciò costituirà la sua fine.

    Nel marzo di quest’anno hanno fatto discutere le dichiarazioni di Sam Elliott (A Star is Born, Il Grande Lebowski), che ha duramente stroncato il film per le sue allusioni all’omosessualità, domandandosi “dove fosse il western in questo western”. La risposta di Benedict Cumberbatch non ha tardato ad arrivare: l’attore, senza neanche nominare il collega, ha ribadito quanto fosse importante raccontare la storia di personaggi come Phil, intrappolati e repressi dagli ideali di mascolinità tossica che avvelenano il nostro mondo.

    «Più guardiamo sotto il cofano della mascolinità tossica e cerchiamo di scoprirne le radici, maggiori sono le possibilità che abbiamo di affrontarla quando si presenta con i nostri figli.»

    Vincitore del Premio Oscar per miglior regia nel 2022 (con alle spalle ben dodici candidature), Il Potere del Cane è stato distribuito da Netflix, quindi è disponibile sulla piattaforma per chiunque avesse intenzione di recuperarlo. Anche la Cineteca di Bologna ha voluto rendere omaggio al film, che ieri lunedì 18 luglio è stato proiettato sullo schermo di Piazza Maggiore sotto le stelle.

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  • OSCAR 2022: NESSUNA SORPRESA E QUALCHE SCANDALO

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    Gli Oscar 2022 sono andati esattamente come ci si aspettava. Non c’è stato alcun colpo di scena in stile Anthony Hopkins, per far riferimento alla scorsa edizione in cui l’attore britannico trionfò a sorpresa sul favoritissimo Chadwick Boseman. 

    In mancanza di plot twist si è però optato, come hanno scritto in molti, per un possente “colpo di CODA”: I segni del cuore di Sian Heder – forte delle recenti vittorie ai PGA, SAG (il premio al miglior cast in questa manifestazione si conferma un indicatore importante), BAFTA e WGA – ha infatti trionfato in tutte e tre le categorie in cui era in competizione: Miglior Film, Attore Non Protagonista (Troy Kotsur, secondo interprete sordomuto nella storia a vincere l’Oscar dopo Marlee Matlin nel 1987) e Sceneggiatura Non Originale. Certamente è una vittoria che lascia soddisfatti in pochi: il remake della pellicola francese La famiglia Bélier (2014) ha complessivamente ottenuto un’accoglienza critica positiva, ma sono in molti a pensare che si tratti di uno dei “miglior film” più mediocri degli ultimi anni, anche vista la competizione. Film come Il potere del cane, Drive My Car, Licorice Pizza, La fiera delle illusioni, Dune e West Side Story non hanno forse messo d’accordo tutti, ma oggettivamente hanno ambizioni narrative e audacia stilistica che si faticano a trovare nel film vincitore, che in definitiva risulta essere un feel-good movie piuttosto convenzionale, che può piacere, ma difficilmente lascerà un impatto anche minimo nella storia del cinema. 

    Proprio Il potere del cane ha dovuto accontentarsi dell’atteso premio alla Miglior Regia, andato a Jane Campion, che diventa così la terza donna nella storia a vincere il premio (dopo Kathryn Bigelow e Chloé Zhao), nonché la prima ad ottenere una seconda nomination in carriera in questa categoria (la Campion sfiorò l’Oscar già nel 1994 per Lezioni di piano, il suo capolavoro). Una vittoria importante, certo, ma è abbastanza evidente che il film esca dalla cerimonia con le ossa rotte: un solo premio su dodici nomination è una magra consolazione per il film che, fino alla scorsa settimana, appariva il vincitore annunciato, dopo aver trionfato praticamente dappertutto durante la Awards Season

    Nelle categorie attoriali, ancora, tutto è andato come previsto. Di Troy Kotsur attore non protagonista abbiamo già detto. Non c’è stata la vittoria-colpo di scena di Penélope Cruz, annunciata nei giorni scorsi dall’autorevole rivista Variety, visto che l’attrice spagnola protagonista del bellissimo Madres paralelas è rimasta seduta al suo posto, mentre è stata Jessica Chastain a ottenere il premio alla Miglior Attrice per Gli occhi di Tammy Faye: una classica (ma solida) performance da Oscar, con l’immancabile trasformazione fisica della protagonista, che è valsa alla pellicola anche il premio al Miglior Trucco e Acconciatura

    Ariana DeBose, splendida nel West Side Story di Spielberg, ha vinto l’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista e il personaggio di Anita entra nella storia, al pari di Vito Corleone e Joker, in quanto ha garantito a due interpreti di ottenere l’Oscar per il medesimo ruolo: nel 1962, infatti, Rita Moreno vinse lo stesso premio interpretando Anita nella prima versione cinematografica del celebre musical di Broadway. Will Smith, infine, ha vinto come previsto il suo Oscar come Miglior Attore per Una famiglia vincente – King Richard e, poco prima, si è reso protagonista di un imbarazzante siparietto in cui, a seguito di un’infelice battuta di Chris Rock sull’alopecia della moglie Jada Pinkett, è salito sul palco e ha assestato uno schiaffone al comico statunitense, per poi tentare di giustificare la cosa nel suo discorso, alludendo a una sorta di “mandato divino” per “difendere la sua famiglia”. Un momento davvero bassissimo, specie in una serata in cui (giustamente) non sono mancati riferimenti alle violenze della contemporaneità e al women’s empowerment, abbastanza mortificati dall’intervento di un marito in versione “cavernicolo”, al quale “l’amore fa fare cose folli”. L’attore, peraltro, ha concluso il suo discorso alludendo alla speranza di essere nuovamente invitato agli Oscar, ma l’Academy ha lapidariamente commentato su Twitter che “non giustifica alcuna forma di violenza”. 

    Per tornare ai premi, anche Kenneth Branagh ha ottenuto il suo Oscar per la Sceneggiatura Originale di Belfast. In questo caso il sapore è quello del “contentino”, per un film e un regista che speravano di ottenere ben di più in questa stagione dei premi. Spiace per Paul Thomas Anderson, che avrebbe meritato decisamente di più per il suo splendido Licorice Pizza. Nelle categorie tecniche, invece, Dune è stato il pigliatutto e il film di Denis Villeneuve esce dalla serata come pellicola più premiata, con 6 statuette: Miglior Fotografia (andata a Greig Fraser, probabilmente aiutato anche dall’ottima ricezione del suo lavoro su The Batman), Montaggio, Scenografia, Effetti Speciali, Sonoro e Colonna Sonora (di Hans Zimmer, al suo secondo Oscar dopo Il re leone). Il premio alla Miglior Canzone, invece, è andato a No Time To Die, cantata da Billie Eilish, terza canzone consecutiva del ciclo di James Bond ad aggiudicarsi l’Oscar (dopo Skyfall e Writing’s on the Wall). Encanto, sessantesimo Classico Disney, si è poi aggiudicato il premio al Miglior Film d’Animazione, mentre Summer of Soul ha vinto come miglior documentario (prevalendo sull’acclamato Flee). Il giapponese Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi ha invece ottenuto, meritatamente e come da pronostico, il premio al Miglior Film Internazionale, sconfiggendo tra gli altri il nostro È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, che può comunque accontentarsi di un grande successo critico e di pubblico. 

    Per concludere, vale la pena menzionare una grave dimenticanza da parte dell’Academy: durante l’In Memoriam, il momento commemorativo in cui vengono celebrati gli artisti del mondo del cinema che sono venuti a mancare nel corso dell’anno, non è stata menzionata Monica Vitti. Attrice amatissima in tutto il mondo, universalmente celebrata per le sue interpretazioni nei film di Antonioni e non solo, avrebbe meritato più attenzione. Ma errare è umano, come si suol dire, e questi Oscar 2022 lo hanno dimostrato in più di un’occasione. 

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  • RECENSIONE IL POTERE DEL CANE – DECOSTRUZIONE E SOVVERSIONE

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    È uscito da pochi giorni, in alcuni cinema selezionati, il nuovo film firmato da Jane CampionIl potere del cane, la prima opera della regista neozelandese dal 2009, anno in cui uscì Bright Star. Il film, tratto da un romanzo di Thomas Savage e il cui nome deriva da un salmo biblico, è stato presentato in anteprima alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è stato premiato con il Leone d’Argento per la regia. Il film verrà distribuito su Netflix dal primo dicembre.

    L’azione si svolge nel 1925, in Montana. I due fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) si occupano del ranch di famiglia. Il primo, uomo rude, crudele ma anche molto intelligente, bada agli aspetti più pratici, mentre il secondo si dedica all’organizzazione ed è succube degli attacchi del fratello. Gli equilibri tra i due vengono sconvolti quando George si sposa con Rose Gordon (Kirsten Dunst), una vedova che viene a vivere nel ranch, raggiunta poi dal figlio Peter (Kodi Smit-McPhee). Phil cerca in tutti i modi di infastidire la donna, finché non iniziano ad emergere segreti e tensioni.

    Due parole possono essere usate per descrivere questo film: decostruzione e sovversione

    La decostruzione messa in atto dalla Campion, sulla scia dei western revisionisti di fine anni 60, è già evidente nelle sue scelte extra diegetiche. Infatti, pur essendo il western “un’espressione della coscienza nazionale americana” (per citare Horizons West di Jim Kitses) il film è stato girato in Nuova Zelanda, non in America. Inoltre, esso ha al proprio centro un attore inglese (Cumberbatch) che pure si fa portatore dei caratteri fisici e comportamentali che troviamo nei cowboy di John Ford.

    Il modello comportamentale di Phil è decisamente anacronistico. Durante il film, infatti, vediamo una ferrovia, simbolo in antecedenti illustri come C’era una volta il West di progresso. Il “Selvaggio West”, ormai, è morto. Phil vive in un eterno passato che si manifesta soprattutto attraverso continui riferimenti a Bronco Henry, un vecchio cowboy che gli ha fatto da mentore e la cui figura si concretizza solo attraverso la presenza della sua vecchia sella, tenuta come una reliquia. 

    Il mondo di Phil e dei suoi compagni è brutale e animalesco, come reso evidente da alcune scene particolarmente cruente (prima su tutte quella della castrazione dei tori, eseguita dal protagonista a mani nude). È un mondo brullo, rappresentato attraverso riprese ambientali spettacolari in cui la figura umana è inglobata e schiacciata dalla natura. 

    Il paragone con I segreti di Brokeback Mountain è stato fatto sia da critica che da pubblico: gli spazi immensi, le mandrie al pascolo e le riprese panoramiche sono una costante dei due lungometraggi. Ma dove i colori nella pellicola di Ang Lee erano vibranti e accesi, ne Il potere del cane dominano i marroni, i gialli e le tonalità spente, dando all’intero film una gradazione molto più fredda. 

    In un mondo di uomini, le vittime sono le donne, che per la prima volta in un film della Campion passano in secondo piano, con l’eccezione di Rose. Uno dei temi principali della pellicola è proprio quello del suo isolamento. L’effetto di oppressione che prova è espresso abilmente non solo dall’interpretazione della Dunst, ma anche dalla regia, che la riprende spesso dall’alto e inquadra invece il cognato dal basso. Alla riuscita di queste scene contribuisce anche il lavoro sul sonoro. Nelle scene di silenzio, infatti, ricorrono suoni che segnano la sua persecuzione: il rumore dei passi di Phil, il suo fischiettare, lo sbattere delle porte di casa… La colonna sonora, invece, composta da Jonny Greenwood, contiene principalmente pezzi per strumenti a corda e\o pianoforte, utili ad incarnare lo scontro silenzioso che si tiene tra il protagonista e la donna (nel film i due suonano rispettivamente un banjo e un piano a coda). In aggiunta, i brani che compongono la score servono a dare il tono a scene all’apparenza “innocenti” che rivelano però una tensione sotterranea.

    La seconda costante attorno a cui verte questa pellicola è la sovversione delle aspettative del pubblico. I personaggi che ci vengono presentati sembrano già destinati a ricadere in un determinato stereotipo e a seguire un percorso predestinato, ma il film ci toglie il tappeto da sotto i piedi diverse volte. Di certo il personaggio più “inaspettato” è quello dell’efebico Peter, una figura totalmente altra rispetto agli uomini nel ranch già solo nell’aspetto fisico. Tuttavia, col procedere della pellicola, egli diventa il simbolo di un nuovo mondo che viene a spazzar via il vecchio, della scienza che si scontra con la natura (rappresentata da Phil).

    Anche la scelta di Cumberbatch nel ruolo del protagonista è interessante perché ribalta completamente le aspettative del pubblico abituato a vederlo recitare in ruoli di ben altro tenore. Infatti Phil è un personaggio sì carismatico ed apprezzabile nel suo know how, ma è anche manipolatore, non curato, l’emblema della mascolinità tossica. Si crea così uno scarto che, accompagnato a scene che ce lo mostrano in momenti di vulnerabilità e alle informazioni che emergono sul suo passato, ci spingono sia ad essere critici nei suoi confronti sia a provare una certa empatia. In alcune occasioni l’atteggiamento di Cumberbatch e la sua fisicità non risultano del tutto convincenti nel ruolo del ranchero crudele. Questa interpretazione risulta nonostante tutto appropriata visto e considerato che, a modo suo, lo stesso Phil si è autoimposto un ruolo. 

    Durante il corso della vicenda riceviamo pennellate dei personaggi che alla fine riescono a darci un quadro completo della storia a cui abbiamo assistito. Quindi, il pregio maggiore della pellicola è lo svelarsi del mistero che vi è alla base: al pubblico vengono dati tutti i pezzi per decifrare il puzzle delle motivazioni dei protagonisti. Questo, inizialmente, può provocare confusione, ma la vicenda si ricompone alla fine in maniera soddisfacente e rende molto più chiare diverse sequenze. Una seconda visione è comunque consigliata per apprezzare a pieno la cura con cui è stata costruita la storia e i “semi” lasciati dalla regista.

    Questa impostazione tuttavia relega in secondo piano alcune figure fondamentali della storia. Ciò anche a causa dello spostamento di focus che avviene durante tutto il film: se all’inizio ci si concentra su Phil e George, fratelli diversi, intorno alla metà abbiamo la guerra fredda tra Phil e Rose, per poi arrivare alla fine all’incontro\scontro tra Phil e Peter. Phil guadagna in profondità, essendo sempre al centro di questi rapporti, ma gli altri personaggi vengono a tratti dimenticati e lasciati sullo sfondo. Quello che più soffre di questo trattamento è George, che certo non beneficia dell’interpretazione di Plemons che pur essendo buona è la più debole del cast principale. 

    Altra debolezza del film è il fatto che la concentrazione parossistica sul protagonista negativo e la presenza di scene ricche di silenzi e pause possano rendere l’esperienza di visione gravosa. Inoltre la divisione in 5 capitoli, che corrisponde pressappoco a quella del libro di Savage, risulta abbastanza superflua nel passaggio dalla carta al grande schermo.

    Nonostante ciò, Il potere del cane è un’opera ricca di spunti tematici, con interpretazioni per lo più forti, una regia immacolata e una sceneggiatura che prende il proprio tempo per scoprire le proprie carte e raccontare una storia oggi più moderna che mai.

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  • VENEZIA 78 – UN BREVE RIEPILOGO

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    L’11 Settembre la 78^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. In questo articolo vi avevamo spiegato come funziona la Mostra, come distinguere i vari premi che vengono assegnati e vi avevamo anche elencato tutti i film presentati (questo è stato, tra l’altro, un anno ricchissimo di grandi film). Qui vi riepiloghiamo i vincitori di questa edizione e tutte le mini recensioni scritte dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero. Buona lettura!

    Leone d’oro al miglior film – 12 settimane (L’Evenement) di Audrey Diwan.

    “Film diretto Audrey Diwan, è ambientato nella Francia del 1963 e racconta la storia di Anne, una giovane donna dedita allo studio e che sogna un brillante futuro, che le permetta di costruirsi una vita diversa da quella proletaria condotta dalla sua famiglia. Peccato che il suo sogno nel cassetto rischia di andare in mille pezzi, quando la ragazza rimane incinta. È a questo punto che Anne si ritrova di fronte a una scelta: tenere o no il bambino? Ma il rischio di vedere il futuro da lei desiderato sparire per sempre tra pannolini e biberon, la spinge verso quella che per lei è l’unica opzione fattibile, abortire.
    Con gli esami finali alle porte, la giovane deve liberarsi il prima possibile del suo problema, ma nella Francia dei primi anni Sessanta l’aborto è ancora illegale e Anne si vede costretta ad agire contro la legge. La donna non rischia solo la prigione, ma anche la condanna e giudizi da parte di una società che nega il desiderio femminile…” (da comingsoon.it)

    Leone d’argento Gran Premio della Giuria – È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

    Leone d’argento per la migliore regia – Il potere del cane (The Power of the Dog) di Jane Campion.

    The Power of The Dog, nuovo film della veterana neozelandese Jane Campion a dodici anni da “Bright star”, è un inquietante western tratto dal romanzo di Thomas Savage e ambientato nel Montana del 1925. Il film analizza il rapporto tra i due fratelli mandriani Phil e George Burbank (Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons), turbato dal matrimonio del secondo con la vedova Rose (Kirsten Dunst). La Campion assume dunque, forse per la prima volta nella sua carriera, una prospettiva prettamente maschile. Purtroppo, mettendo in scena un dramma dall’incedere lento e disturbante (cui molto giovano le musiche dissonanti di Jonny Greenwood), la regista fatica a dare reale spessore ai personaggi e questo rende particolarmente difficile l’immedesimazione dello spettatore con i caratteri e le loro complessità. Certo, la Campion – da grande regista qual è – azzecca l’atmosfera e almeno un paio di grandi scene, ma l’analisi dei rapporti virili e la rappresentazione tossica del maschilismo restano in superficie ed è impossibile non constatare la freddezza generale di un prodotto che, alla lunga e nonostante le sue raffinatezze, finisce per annoiare e non trova paragoni con le travolgenti passioni e contrasti al centro dei capolavori della cineasta di Wellington.

    Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile – Penélope Cruz (Madres Paralelas)

    In “Madres Paralelas”, ventitreesimo film di Pedro Almodóvar, si intrecciano due linee narrative parallele: da un lato il rapporto tra le due madri del titolo, Janis (Penélope Cruz) e Ana (Milena Smit), i cui destini si incrociano nelle corsie dell’ospedale prima di dare alla luce le proprie bambine; dall’altro il desiderio di Janis di far riesumare il corpo del proprio bisnonno, morto durante la guerra civile spagnola e sepolto in una fossa comune. Almodóvar, con un film che pare la perfetta continuazione del percorso intrapreso negli ultimi anni, racconta le famiglie spezzate dal caso, dalla morte e dalla Storia e a un dramma umanissimo affianca una riflessione stratificata sul passato del proprio paese, con cui ciascuno deve fare i conti e rispetto al quale, come ricorda Janis in una scena del film, è fondamentale prendere posizione. Per Janis è tanto importante prendersi cura della propria figlia quanto del proprio avo, come se alla parentela biologica venissero affiancate una parentela storica e il desiderio di stare dalla parte giusta in un paese che troppo spesso dimentica e trascura i propri eroi. “Madres Paralelas” è un film sull’importanza della famiglia e sulla necessità di stare insieme, nella vita e nella morte. E se alcune svolte narrative possono apparire prevedibili o banali a un primo sguardo, la bravura e la naturalezza di Penélope Cruz e Milena Smit sanno sanare anche le mancanze della sceneggiatura e elevano il film a grande esperienza emozionale.

    Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile – John Arcilla (On the Job 2: The Missing 8).

    On The Job: The Missing 8, film diretto da Erik Matti, è ambientato nelle Filippine, dove Duterte, ha acquistato sempre più potere, facendo sì che corruzione e censura dei media dilaghino nel paese. Tra i giornalisti “censurati”, però, ce n’è uno, Sisoy (John Arcilla), pronto a indagare sulla misteriosa scomparsa di alcuni suoi colleghi…” (da Comingsoon.it)

    Premio Osella per la migliore sceneggiatura – Maggie Gyllenhaal (The Lost Daughter).

    Tratto dal romanzo “La figlia oscura” (2006) di Elena Ferrante, “The Lost Daughter” è l’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal (anche sceneggiatrice), che trasferisce l’ambientazione da Napoli alla Grecia. Nel film Lena Caruso (Olivia Colman / Jessie Buckley nei flashback), docente universitaria di letteratura italiana, si trova in vacanza da sola e, dopo l’incontro con un chiassoso clan familiare, inizia a osservare la relazione tra una giovane madre (Dakota Johnson) e la figlia. Questo fa scaturire in lei i fantasmi del passato e della propria personale esperienza di maternità. La Gyllenhaal racconta la storia di una donna che fatica a vivere in maniera naturale il suo essere madre e che suscita, in questo modo, un misto di repulsione e compassione. Ma se il personaggio principale risulta tutto sommato ben raccontato, complice anche la bravura eccezionale di Olivia Colman, non si può dire lo stesso del film nel suo complesso, che pare non saper bene su cosa focalizzare la propria attenzione. Molti aspetti della trama a cui la Gyllenhaal dedica in principio notevole attenzione restano sospesi e il film, a poco a poco, smarrisce la “retta via” del racconto. Come spesso accade con le opere prime, inoltre, la regista pare non padroneggiare ancora con sicurezza gli strumenti del mestiere e si sofferma (dilungandosi) su dettagli inutili e realizza almeno un paio di scene che sfiorano il ridicolo involontario nella loro messa in scena iperbolica. Ad ogni modo, la Gyllenhaal ha talento e l’attento uso dei primi piani, la forza di diverse scene e l’atmosfera che ricorda un cinema (principalmente europeo) d’altri tempi lo dimostrano.

    Premio speciale della Giuria – Il buco di Michelangelo Frammartino.

    Il buco, il film diretto da Michelangelo Frammartino, è ambientato nel corso degli anni ’60 durante la forte crescita economica, quando viene costruito nel florido nord Italia, l’edificio più alto d’Europa. Nel sud del paese, nell’estate del 1961, un gruppo di giovani speleologi si reca in missione sull’altopiano calabrese per esplorare il suo incontaminato entroterra, visitando il sottosuolo di quel Meridione da cui tutti si stanno allontanando. Il gruppo fa un’incredibile scoperta: trova una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso del Bifurto dell’altopiano del Pollino, una grotta profonda 700 metri, sorvegliata da un vecchio pastore, unico custode di quel territorio ancora puro e inalterato. (da Comingsoon.it)

    Premio speciale Mastroianni per un attore o attrice emergente – Filippo Scotti in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

    Altre recensioni scritte dal Lido

    Il collezionista di carte di Paul Schrader.

    Scritto e diretto da Paul Schrader e presentato da Martin Scorsese, “Il collezionista di carte” racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. Schrader affronta ancora una volta il tema della redenzione e demolisce ciò che resta del sogno americano, in un film in cui nemmeno il denaro ha più importanza: non esiste conforto materiale per abbattere i propri fantasmi e lenire il senso di colpa per il male commesso. È un film disperato, nerissimo, in cui l’oscurità degli ambienti è rischiarata solo dalle luci al neon delle sale da gioco e delle slot machines. E se a un certo punto una via di scampo appare possibile e il mondo pare accendersi come un albero di Natale, Schrader va fino in fondo nel raccontare la possibilità della redenzione ma l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, figlio di errori passati impossibili da correggere. Se forse il discorso di fondo non è del tutto originale, la regia di Schrader è talmente sublime – tra grandangoli vertiginosi e piani sequenza fluidissimi – che è impossibile non restare ammirati.

    Last Night in Soho di Edgar Wright.

    “Last Night in Soho” è il nuovo, attesissimo film del genietto inglese Edgar Wright, presentato fuori concorso a Venezia 78. Senza entrare nei dettagli della trama che, come si evince dal trailer, si snoda tra la Londra contemporanea e la Swinging London degli anni ’60, possiamo dire che il regista si conferma un abile alchimista di generi cinematografici, fondendo efficacemente l’horror con il melò e il musical. Visivamente curatissimo (la sublime fotografia è del coreano Chung Chung-hoon, storico collaboratore di Park Chan-wook; il montaggio – sempre fondamentale in Wright – è del fedele Paul Machliss), nei primi quaranta minuti lascia letteralmente a bocca aperta per l’atmosfera evocata e la ricchezza di invenzioni visive e almeno un paio di scene in cui la musica è protagonista sono da applausi a scena aperta: immersive e coinvolgenti come di rado accade. Peccato che in seguito, per quanto il film rimanga godibile, la sceneggiatura mostri le sue debolezze e si sviluppi in maniera piuttosto prevedibile, per di più sfruttando meno la commistione tra generi e abbandonandosi a situazioni già viste, tra l’altro con palesi riferimenti alle idee promosse dal movimento #metoo. Anche il cast appare tutto sommato poco sfruttato nelle sue potenzialità, se si fa eccezione per l’eccellente Thomasin McKenzie, che regge il film sulle proprie spalle. Ad ogni modo “Last Night in Soho” resta una gran bella esperienza cinematografica da vivere rigorosamente in sala per apprezzarne lo splendore formale, benché nel complesso non si possa non rimanere un po’ delusi da una sceneggiatura non sempre all’altezza di alcune precedenti opere del grande Edgar Wright.

    Freaks Out di Gabriele Mainetti.

    “Freaks Out” era forse il film più atteso di Venezia 78: produzione enorme (circa 13 milioni di euro), post-produzione eterna (2 anni) e soprattutto la curiosità per l’opera seconda di quel Gabriele Mainetti che aveva stupito tutti nel lontano 2015 con “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il film mantiene la promessa di essere un UFO assoluto nel contesto del cinema italiano: un’avventura picaresca ricca di effetti speciali e sonori di altissimo livello, che sta a metà tra le suggestioni circensi felliniane e la grandeur di Sergio Leone. Scritto da Mainetti con Nicola Guaglianone, ha la sua forza in un impianto visivo di indiscutibile potenza visionaria (che si accompagna alla grande competenza tecnica), messo al servizio di una sceneggiatura semplice ma efficace. Chi si aspetta il capolavoro rimarrà forse deluso, ma “Freaks Out” è soprattutto una promessa per il futuro, il manifesto di un cinema italiano capace di tornare a sognare in grande. Ottimo il cast di interpreti e in particolare la rivelazione Aurora Giovinazzo (che interpreta Matilde, vera protagonista del film).

    The Last Duel di Ridley Scott.

    “The Last Duel”, ventiseiesimo film di Ridley Scott (che a Venezia 78 ha ritirato il Premio Cartier Glory to The Filmmaker), adatta un libro di Eric Jager e racconta la storia vera (seppur ampiamente romanzata) dell’ultimo duello legalmente autorizzato nella storia francese, tenutosi nel 1386. In quell’occasione, Sir Jean de Carrouges (Matt Damon) si batté con lo scudiero ed ex amico Jacques Le Gris (Adam Driver) per vendicare la violenza sessuale commessa da quest’ultimo nei confronti della propria moglie Marguerite de Carrouges (Jodie Comer). Scott e i suoi sceneggiatori (lo stesso Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener) adottano una struttura tripartita alla “Rashomon” per meglio rendere le psicologie e i punti di vista dei tre personaggi principali e realizzano uno dei più fulgidi esempi di cinema post-MeToo: un film a tesi, sì, ma mai retorico o forzato nel raccontare una vicenda in cui i riferimenti all’attualità si sprecano. Grazie anche a un cast in grandissima forma (Jodie Comer, in particolare, è eccezionale), Scott mette in scena due archetipi antitetici di machismo e li fa scontrare in un duello che ruota attorno a una donna, ma che è solo un’ulteriore autoesaltazione virile, in una società in cui le donne sono solo oggetti di contesa (economica, d’onore). La messinscena – come sempre accade nel cinema di Scott – è a dir poco magnificente (squadra che vince non si cambia: Dariusz Wolski alla fotografia, Arthur Max alla scenografia, Janty Yates ai costumi), in un film invernale, freddissimo nei toni e nei colori, volutamente antiepico (com’era uno dei film più belli e sottovalutati dello Scott post-2000: “Le crociate – Kingdom of Heaven”). Ma a lasciare davvero a bocca aperta è la lunga sequenza del duello: una scena di brutalità sconvolgente, in cui Scott – grande narratore d’azione – racconta la fatica dei corpi schiacciati dalle armature, il peso delle spade, il dolore delle ferite. È un momento di grandissimo cinema, che finisce istantaneamente nel pantheon delle migliori sequenze d’azione viste negli ultimi anni.

    America Latina dei Fratelli D’Innocenzo.

    Giunti al loro terzo film, con “America Latina” i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo si immergono ancora una volta nella provincia laziale per raccontare la storia del dentista Massimo (Elio Germano) che, alle prese con un’agghiacciante scoperta, vede la propria quotidianità sconvolta. Quello che ormai possiamo constatare con sicurezza è che i fratelli D’Innocenzo sono due veri autori nel panorama del cinema italiano: hanno una propria visione del mondo, un proprio stile, i propri temi. “America Latina”, infatti, è la conferma di tutto ciò, pur trattandosi del film più debole della loro filmografia. I due registi raccontano la crisi del maschio nella desolata realtà provinciale ma, dopo un inizio affascinante e visivamente ammaliante, scarnificano la narrazione a tal punto che il film resta del tutto arenato alle sue premesse. Non ci troviamo di fronte a una potente narrazione sospesa alla Antonioni, bensì a un’opera incompiuta nella sua esibita (e forzata) autorialità. È come se i D’Innocenzo celassero la semplicità (il film è tutto giocato su una singola metafora svelata a 5′ dall’inizio) del loro discorso dietro una confezione ostentatamente impegnativa e faticosa (il film dura 90′, ma la durata percepita è almeno il doppio, tra interminabili silenzi che fan tanto “cinema d’autore”). Tra Lanthimos e Haneke – senza la dirompenza e del primo e lo sguardo spietato ed entomologico del secondo -, i D’Innocenzo rischiano la maniera già al terzo film.

    Qui rido io di Mario Mortone

    “Qui rido io” di Mario Martone, in concorso a Venezia 78, racconta la vita di Eduardo Scarpetta (1853-1925), padre del teatro dialettale moderno e grande attore napoletano. Al culmine del successo, l’uomo fa la spola tra i palcoscenici e il proprio complesso nucleo familiare, composto da mogli, amanti e figli legittimi e non (tra questi ultimi: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, mai riconosciuti dal padre). A un certo punto Scarpetta, dopo aver assistito a una messa in scena de “La figlia di Iorio” di Gabriele D’Annunzio, decide di scriverne una parodia e per questo viene denunciato per plagio. Martone torna nella sua Napoli e si immerge nel mondo teatrale partenopeo, ricreato con grande magnificenza figurativa, per mettere in scena una riflessione sul rapporto tra riso, satira e potere. Ma “Qui rido io” è soprattutto il racconto dell’uomo Scarpetta: multiforme, barocco e debordante sul palco come nella vita, è un attore nato e un padre degenerato, che ama se stesso e il suo talento più dei suoi stessi figli, con cui vive un rapporto altalenante. Servillo gli dona anima e corpo e dà vita a un personaggio ricco di sfumature. Certo, qualche minuto in meno avrebbe giovato al film e in generale Martone fatica a trasporre la complessità intellettuale in emozione cinematografica. Ugualmente, “Qui rido io” è un film riuscito nelle sue ambizioni e rappresenta uno dei migliori risultati del Martone recente.

    Halloween Kills di David Gordon Green

    “Halloween Kills” di David Gordon Green è il secondo capitolo, dopo “Halloween” (2018), della nuova trilogia di sequel diretti del rivoluzionario “Halloween – La notte delle streghe” (1978) di John Carpenter (che qui è produttore esecutivo). La storia prende il via direttamente dal finale del film precedente, con Michael Myers che sopravvive all’incendio della casa di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis, Leone d’Oro alla Carriera a Venezia 78) e riprende i consueti massacri. La regia di Green, come sempre, è molto elegante (c’è anche uno splendido flashback ambientato nel 1978, in cui le immagini riprendono la grana e le luci del film originale) e tutto sommato il film scorre via in maniera abbastanza godibile, tra sgozzamenti e scotennamenti vari. Certo, i cliché sono tanti, i momenti “trash” non mancano e, alla lunga, la reiterazione degli omicidi rischia di stancare, ma fa parte del gioco e chi va a vedere un film del genere sa cosa aspettarsi. L’aspetto più convincente della pellicola è la riflessione sulla bestializzazione della società statunitense che, posta di fronte alla paura incarnata dal “boogeyman”, si abbandona alla violenza e alla ricerca di capri espiatori. Al contrario convince sempre meno la ormai conclamata invulnerabilità di Michael Myers, che le prende da tutti e continua a rialzarsi come nulla fosse: Carpenter nel 1978 era ambiguo e inquietante nel rappresentare il personaggio; qui ormai siamo più dalle parti dei Looney Tunes.

    Competencia Oficial di Mariano Cohn e Gastón Duprat

    “Competencia Oficial” è il quinto film della premiata coppia composta dagli argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat, già autori degli acclamati “L’artista” e “Il cittadino illustre”. Il successo di quest’ultimo film ha permesso loro di ingaggiare due star come Penélope Cruz e Antonio Banderas, oltre al fidato Oscar Martínez (Coppa Volpi a Venezia 73), per mettere in scena una commedia ambientata nel mondo del cinema. La trama è semplice: un anziano miliardario desideroso di lasciare un segno indelebile della sua esistenza terrena decide di finanziare un grande film e assegna alla regista Lola Cuevas il compito di realizzarlo. Lei allora ingaggia gli attori Félix Rivero e Iván Torres come protagonisti e, per domarne le debordanti personalità, li sottopone a una serie di bizzarre prove. Cohn e Duprat, come già in passato, fanno commedia sfruttando il linguaggio cinematografico e “Competencia Oficial” diverte pur essendo privo di vere e proprie battute: a suscitare la risata sono le espressioni degli attori, la scenografia, il montaggio, i gesti. È puro cinema e ancora una volta i due registi sanno riflettere con intelligenza sulla figura dell’artista e sulle sue idiosincrasie. Da non perdere.

    La scuola Cattolica di Stefano Mordini

    “La scuola cattolica” di Stefano Mordini, presentato fuori concorso a Venezia 78, racconta il celebre massacro del Circeo (29 settembre 1975), in cui tre ragazzi dell’alta borghesia romana violentarono e massacrarono di botte due ragazze, causando la morte di una di esse. Il film, tratto dal romanzo Premio Strega di Edoardo Albinati, focalizza la sua attenzione sul contesto sociale e formativo dei tre autori del delitto e si ambienta per larga parte nella scuola cattolica dove i tre studiarono. Purtroppo Mordini, nel raccontare l’oscura vicenda, si ferma alla superficie delle cose e non sa indagare realmente le radici della violenza e del male scatenatisi. In “La scuola cattolica” manca un vero punto di vista sulla storia, non c’è una visione precisa degli eventi. Per questo il film si limita alla fiacca (e spesso confusa) messa in scena del crimine e dei suoi antefatti, senza che il regista abbia il coraggio di inquietare realmente lo spettatore costringendolo a guardare il male in faccia. Un’intervista qualsiasi di Franca Leosini, in questo senso, è ben più incisiva (e questo la dice lunga). Nella parte finale, poi, si sfiora il torture porn con una messa in scena esplicita del massacro, che risulta completamente gratuita in un film incapace di suscitare qualsiasi tipo di empatia con i personaggi. Una grande delusione.

    Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour

    “Mona Lisa and The Blood Moon” di Ana Lily Amirpour, il film più anarchico e folle presentato a Venezia 78, racconta la storia di una ragazza coreana in grado di controllare la mente e le azioni delle persone. Fuggita da un istituto psichiatrico di massima sicurezza, si aggira per New Orleans in cerca di un gesto gentile e del proprio destino e nel frattempo fa la conoscenza di una spogliarellista e di suo figlio. Caratterizzato da una onnipresente colonna sonora che spazia dall’elettronica alla techno, il film della Amirpour vive dei suoi personaggi, che la regista tratteggia con amore infinito, anche nei loro aspetti più deprecabili. La sensibilità con cui scruta nei loro occhi e nelle loro solitudini è rara a trovarsi e il film, tra omaggi ai b-movie e deliziose scene già cult, ci parla ancora una volta, dopo “The Bad Batch”, di quella necessità di trovare il proprio posto nel mondo che la Amirpour – iraniana di origine, cresciuta prima nel Regno Unito e poi negli USA – conosce bene.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – THE POWER OF THE DOG

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    The Power of The Dog, nuovo film della veterana neozelandese Jane Campion a dodici anni da “Bright star”, è un inquietante western tratto dal romanzo di Thomas Savage e ambientato nel Montana del 1925. Il film analizza il rapporto tra i due fratelli mandriani Phil e George Burbank (Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons), turbato dal matrimonio del secondo con la vedova Rose (Kirsten Dunst). La Campion assume dunque, forse per la prima volta nella sua carriera, una prospettiva prettamente maschile. Purtroppo, mettendo in scena un dramma dall’incedere lento e disturbante (cui molto giovano le musiche dissonanti di Jonny Greenwood), la regista fatica a dare reale spessore ai personaggi e questo rende particolarmente difficile l’immedesimazione dello spettatore con i caratteri e le loro complessità. Certo, la Campion – da grande regista qual è – azzecca l’atmosfera e almeno un paio di grandi scene, ma l’analisi dei rapporti virili e la rappresentazione tossica del maschilismo restano in superficie ed è impossibile non constatare la freddezza generale di un prodotto che, alla lunga e nonostante le sue raffinatezze, finisce per annoiare e non trova paragoni con le travolgenti passioni e contrasti al centro dei capolavori della cineasta di Wellington.

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