Tag: Jonathan Dayton

  • TRE FILM PER SOPRAVVIVERE AL BLOCCO DELLO SCRITTORE

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    Poche cose piacciono di più, a chi scrive per passione o per professione, che parlare del proprio mestiere: neanche lo scrittore più -fintamente- modesto è immune dalla tentazione un po’ vanesia di raccontare gioie e dolori del creare storie, personaggi, dialoghi. Perché anche raccontare del momento di crisi, quando le idee latitano e la pagina resta bianca è, a suo modo, una forma di divertimento, oltre che un momento di terapia e di intima confessione.
    E il cinema non è stato da meno: ci si diverte sempre un sacco a veder cuocere a fuoco lento scrittori e scrittrici sulla graticola della mancanza di idee. Allo stesso modo, il blocco dello scrittore è tra le cose più difficili da raffigurare al cinema con successo. Una persona che si riconosce in questo ostacolo della scrittura può trovare di conforto rivederlo tormentare qualcun altro, di fronte a un foglio irrimediabilmente bianco: tutti gli altri si annoierebbero a morte.

    Per questo, il cinema ha spesso rivolto un occhio particolarmente impietoso su questo momento della vita di uno scrittore: da Shining a madre!, lo sconfortante inaridimento del flusso creativo diventa occasione di mostrare l’altra faccia del successo, un volto privato fatto di notti insonni, dubbi esistenziali e, più raramente, occasioni di riscatto personale.

    BARTON FINK – È SUCCESSO A HOLLYWOOD – SGUARDO DI CLASSE E APOCALISSE CREATIVA

    L’idea per il film di Joel ed Ethan Coen, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1991, nasce, come molti dei film su questo tema -come sarà anche per Charlie Kaufman per Il ladro di orchidee-, dal blocco dello scrittore riscontrato dai due sceneggiatori durante la scrittura di un altro film, in questo caso Crocevia della morte. Lo scrittore in crisi in Barton Fink è invece l’eponimo drammaturgo di successo interpretato da John Turturro, cantore della gente comune, incaricato da un pomposo produttore di Hollywood di realizzare un film di pugilato in grado di mettere d’accordo pubblico e critica. Lo sfondo di questa gravosa impresa, dalle conseguenze sempre più inquietanti, è un umidiccio albergo di infimo ordine popolato dagli stravaganti personaggi tipici di un film dei Coen; in particolare il vicino di stanza Charlie Meadows (JohnGoodman), un commesso viaggiatore apparentemente amichevole.

    Non è un caso che l’ambientazione scelta per questo thriller psicologico dai risvolti horror sia la dorata Hollywood classica degli anni ‘40, la fabbrica dei sogni dominata da produttori rampanti e dal divismo. Il blocco dello scrittore che stritola Barton Fink è un granello di sabbia che blocca gli ingranaggi del delicato meccanismo industriale hollywoodiano, ma diventa anche sintomo dell’impossibilità conoscitiva di Fink nei confronti della classe sociale di cui vorrebbe spacciarsi come cantore, della “gente comune” che lui in realtà non riconosce più.

    Il fatiscente albergo di Los Angeles in cui alloggia Fink diventa ben presto ricettacolo di nevrosi creative, tensioni di classe e incubi storici, in cui il grande drammaturgo borghese diventa inerme testimone, di cui si scopre solo “un turista” e non il protagonista. La crisi della creatività del singolo nell’industria cinema assume in Barton Fink una dimensione quasi lovecraftiana, di orrore estremo e incommensurabile, che dalla piccola stanza umidiccia si allarga all’intero edificio sociale e lo inghiotte tra le fiamme. Lasciando con la nuda consapevolezza che ciò che cercavi, l’idea che hai inseguito per tutto il tempo, era quella piccola cosa che è sempre stata davanti ai tuoi occhi, fin dal principio.

    RUBY SPARK – SMONTARE IL MALE GAZE

    L’unico film non thriller di questo breve excursus è la commedia romantica di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Protagonista è lo scrittore in crisi Calvin (Paul Dano) che, per guarire dal proprio stallo creativo ed esistenziale, comincia a scrivere di una ragazza immaginaria, Ruby Sparks (Zoe Kazan, anche sceneggiatrice). Questa diventa improvvisamente concreta, e Calvin trova in lei una ragazza ideale perché può modificarne la personalità a suo piacimento, pigiando i tasti della propria macchina da scrivere per aggiungere o togliere parti di caratterizzazione e backstories. Inutile dire che la convivenza non sarà così semplice, soprattutto per uno scrittore con una grave insufficienza di vita vissuta.

    Ruby Sparks parte dall’assunto che è più probabile per una scrittrice creare con successo personaggi maschili verosimili che non il contrario. O, perlomeno, che è molto facile per uno scrittore adagiarsi nei propri preconcetti e ricorrere alla creazione di figure stereotipiche con la pretesa di verosimiglianza, e affollare così cinema e letteratura di personaggi femminili di cartone.

    Creata da uno scrittore in crisi che di donne non sa poi molto, Ruby Sparks viene scritta come la ragazza ideale proprio perché imperfetta in modo sistematico, costruita ad arte per rispecchiare un immaginario maschile di complessità che nasconde in realtà una grave mancanza di consapevolezza da parte del suo autore.

    L’arte creata senza consapevolezza è una creatura amorfa, e il rapporto tempestoso con il suo autore si conclude nell’unico modo possibile: con la ribellione della creatura nei confronti del creatore, con l’allontanamento dalle grinfie di una macchina da scrivere bugiarda. La cura per il blocco creativo è, come sempre, una doccia fredda di realtà; una cosciente analisi di sé e dei propri limiti, come autori e come persone immerse in un groviglio di relazioni che è l’anima della scrittura, e della vita.

    7 PSICOPATICI – LE REGOLE DELLA SCENEGGIATURA PERFETTA

    Nell’assolata Los Angeles di 7 psicopatici, lo sceneggiatore alcolizzato Marty (Colin Farrell) è bloccato sulla sua ultima sceneggiatura, 7 psicopatici, che trasforma a turno in una macabra storia di assassini, in un dramma personale e poi in una storia d’amore; il suo migliore amico Billy (Sam Rockwell) rapisce dei cani assieme al religiosissimo Hans (Christopher Walken) per truffarne i proprietari, fino al momento in cui rapiscono lo Shih Tzu della persona sbagliata; un misterioso serial killer sparge il panico in città, e potrebbe diventare la nuova fonte d’ispirazione per la sceneggiatura di Marty.

    Numerosi sono gli inizi possibili della black comedy di Martin McDonagh che ribalta continuamente le aspettative e gioca di anticipazioni, di false piste, di riflessi. Protagonista di 7 psicopatici è il puro e infantile piacere del raccontare, senza compromessi né scrupoli. Immaginarsi diversi da sé, ipotizzare inverosimili risoluzioni da film per una vicenda sempre più contorta: tutto diventa un gioco, il gioco del racconto. Per fare ciò dimostra anche l’utilità di conoscere le regole di base di questo gioco. Essere artisti “di talento” (qualsiasi cosa ciò significhi) serve a poco: bisogna conoscere le basi, per poterle rovesciare con coscienza e maturare. Martin McDonagh prende un qualsiasi manuale di sceneggiatura e ne segue a puntino i dettami. Prima di strapparne le pagine e dargli fuoco.

    Nel farlo ci ricorda che scrivere una buona sceneggiatura ha pure un qualcosa di intrinsecamente ludico: i meccanismi fondamentali di una storia sono sempre gli stessi, da più di duemila anni. Ciò che conta è il modo con cui noi demoliamo questi meccanismi per rimontarli in forme sempre uguali, sempre nuove.

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  • LITTLE MISS SUNSHINE, COSA SI ASPETTA LA SOCIETÀ DA UNA RAGAZZA?

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    Olive è una bambina e, come tale, non sa ancora quanto la vita possa essere difficile. Olive vuole soltanto partecipare a un concorso di bellezza, mostrare di cosa è capace, rendere fiera la sua famiglia. Olive non sa quanto la vita e la società possano essere crudele nei confronti di una donna, ancor di più nei confronti di una bimba. Nel film che andremo a trattare oggi vedrete una bizzarra famiglia americana imbarcarsi verso un viaggio straordinario che cambierà il loro (e il vostro) modo di guardare il mondo. Ai registi Valerie Paris e Jonathan Dayton va il merito di aver costruito dei personaggi indimenticabili e di averli inseriti in una grande riflessione su come vita e società si pongano verso ognuno di noi, specialmente verso le ragazze, che siano già donne cresciute o ancora bambine. La vita e la società si aspettano qualcosa da noi? Oggi proveremo a rispondere a questa domanda insieme a Little Miss Sunshine.

    La famiglia Hoover ha come pilastri fondamentali due donne, la piccola Olive di appena sette anni (interpretata da una giovanissima Abigail Breslin) e sua madre Sheryl (Toni Collette). Non si può dire che la loro sia una famiglia davvero felice, ma sono proprio questi due personaggi femminili a mantenere un equilibrio tra i suoi membri: Sheryl si fa in quattro per prendersi cura di tutti, mentre sua figlia è in grado di portare un fascio di luce sui volti bui degli uomini che la circondano. Olive è un raggio di sole, ma non quel raggio di sole che i giudici del contest “Little Miss Sunshine” stanno cercando. Mentre assistiamo alle avventure della famiglia nel viaggio verso la California, capiamo come Olive e Sheryl siano la rappresentazione di ciò che la società pretende da una donna: un aspetto gradevole, conforme a degli standard di bellezza che conosciamo tutti; la capacità di assumersi delle responsabilità, di prendersi cura degli altri, arrivando se necessario ad annullare se stesse. Gli uomini della famiglia Hoover non sentono queste esigenze: il più delle volte i loro pensieri girano vorticosamente intorno a se stessi e ai propri obiettivi, mostrando come il loro atteggiamento sia di chiusura nei confronti degli altri. L’unico ad essere più aperto è il nonno di Olive, Edwin (interpretato dal premio Oscar Alan Arkin), profondamente affezionato alla nipotina, tanto da averle insegnato il numero di ballo che lei presenterà al concorso di bellezza.

    Ecco, il concorso è completamente al centro della vita di Olive, ancora troppo piccola per capire cosa prevale all’interno di questo ambiente. Ciò che vediamo verso la fine del film, infatti, è un mondo in cui delle bambine vengono a tutti gli effetti sfruttate per appagare i desideri e l’orgoglio dei loro genitori, o comunque di persone adulte; impossibile dar la colpa alle piccole, che non hanno coscienza di quanto quella situazione sia dannosa per loro. In questo caso, è facile estendere il concorso di bellezza all’intera società: basta guardarsi un attimo intorno e ci si rende conto che, molto spesso, l’unica cosa che conta in una donna è il suo aspetto esteriore, deve essere gradevole e rientrare in determinati standard che di per sé non dovrebbero esistere. In varie scene del film vediamo Olive toccare con mano queste esigenze che la vita e la società le richiedono: basta pensare ai momenti in cui suo padre le vieta di mangiare del gelato altrimenti metterebbe su peso, oppure quando le scarica addosso la sua inutile retorica del “vincitori vs vinti”. Sheryl, invece, vuole solo che sua figlia sia felice, esibendosi sul palco con il numero di danza che il nonno le ha insegnato con tanto amore. Non molto tempo dopo, tuttavia, Sheryl si renderà conto del fatto che sua figlia potrebbe essere vittima della società, annullando se stessa per il solo scopo di soddisfare gli altri: una donna (una ragazzina) è molto altro al di là di questo, oltre un aspetto gradevole e oltre il ruolo di madre curatrice che le è sempre stato attribuito.

    “La vita è come un concorso di bellezza dopo l’altro” dirà Dwayne, il fratello di Olive, dopo aver scoperto di non poter entrare nell’aeronautica; in qualsiasi veste saremo, qualcuno troverà sempre un modo per giudicarci, per cui tanto vale essere se stessi. Non esistono vincitori e perdenti, come vuole far credere il capofamiglia Richard. Esistono solo persone con diverse ambizioni e diverse possibilità, sta a loro decidere come e dove mettersi in gioco. Quando Olive si esibisce (in una scena a dir poco esilarante che vi consigliamo di recuperare) ci sembra di sentire la sua voce ribadire il suo diritto di essere ciò che più ama, di essere la ragazza che vuole, anche se non conforme allo standard voluto dal mondo. Anche se i severi giudici del concorso non la apprezzeranno come merita, per noi Olive resterà la nipotina tanto amata dal nonno Edwin, “la bambina più bella che esista al mondo, sia fuori che dentro”.

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