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  • Stan Brakhage – Vedere e toccare il Cinema

    Stan Brakhage – Vedere e toccare il Cinema

    La sezione Storie sperimentali dell’edizione appena conclusasi di Archivio Aperto era dedicata a uno dei più importanti registi sperimentali di sempre: Stan Brakhage. Il festival, nell’ambito di una retrospettiva curata da Cecilia Ermini in collaborazione con Light Cone, ha presentato dieci film realizzati tra il 1959 e il 2001, distribuiti in tre programmi e proiettati rigorosamente in pellicola 16mm. A questi si è aggiunta una proiezione speciale delle prime undici Songs, appartenenti a un ciclo di cortometraggi realizzato tra il 1964 e il 1969, mostrate nel loro formato originale 8mm.


    Scomporre lo sguardo

    Ma chi era Stan Brakhage? Nato a Kansas City nel 1933, nel 1952 gira il suo primo cortometraggio, Interim, un film muto in cui due persone si incontrano, si baciano e poi si separano sulla strada del ritorno. Alla sua morte, avvenuta nel 2003, dopo una lunga malattia che lo stesso regista riteneva legata alla tossicità dei coloranti utilizzati per dipingere le pellicole, i suoi film saranno più di 370. Insieme ad altri autori d’avanguardia come Maya Deren e Kenneth Anger contribuirà a porre le basi teoriche e pratiche di quello che diventerà il New American Cinema, di cui Jonas Mekas, suo amico, fu uno dei principali promotori. Lo stesso Mekas definirà Brakhage «uno dei quattro o cinque veri artisti cinematografici in attività, e forse il regista americano più originale oggi».

    E che Brakhage fosse un artista originale, giudizio datogli forse anche con un po’ di ironia, è stato chiaro fin da subito al pubblico che ha assistito alla retrospettiva. Il primo film mostrato è stato infatti Sirius Remembered (1959), cortometraggio di undici minuti fra il macabro e il lirico, in cui Brakhage filma, nell’arco di tre stagioni, la progressiva decomposizione del cane di famiglia Sirius, investito da un’auto. Il corpo dell’animale, lasciato in un bosco, viene ripreso attraverso continui movimenti di macchina, improvvisi cambiamenti di fuoco e un montaggio che alterna le immagini del cadavere a quelle degli alberi, della vegetazione, del paesaggio circostante e delle stagioni che cambiano.

    La centralità del corpo, animale in questo caso, è una delle caratteristiche fondamentali del cinema di Brakhage. Qui la carcassa dell’animale perde progressivamente la propria forma e viene riassorbita dall’ambiente che la circonda, mentre la macchina da presa tenta quasi di restituirgli quel movimento che ha definitivamente perduto, in un tira e molla continuo fra vita e morte, nell’impossibilità umana di lasciar andare chi si è amato e l’egoistica illusione che la presenza del corpo decomposto possa in qualche modo sostituire l’animale in vita.


    Toccare la pellicola

    Nei film visti ad Archivio Aperto è stato possibile osservare la poetica estesa di Brakhage. Nei vari film, tutti corti tranne quello di chiusura A Child’s Garden and the Serious Sea, è stato possibile rintracciare i tratti comuni di un autore istrionico, capace di rimettere in discussione quello che era stato il nostro approccio con l’immagine fino ad allora. Per comprendere fino in fondo un’operazione del genere è utile rifarsi a quello che è stato il manifesto artistico personale di Stan Brakhage. Nel 1963 pubblica Metaphors on Vision, un testo nel quale teorizza la possibilità di liberare la visione dalle convenzioni che regolano il nostro modo di osservare e riconoscere la realtà. L’occhio, secondo Brakhage, è stato educato a interpretare ciò che vede attraverso categorie che finiscono per condizionarne la percezione. Come esseri umani siamo abituati a distinguere gli oggetti, a riconoscere le forme e a organizzare lo spazio secondo regole che consideriamo naturali, ma che sono in parte il risultato della nostra educazione visiva. Il cinema può allora diventare un mezzo per tentare di superare queste convenzioni, avvicinandosi a una forma di visione precedente al riconoscimento razionale delle cose. 

    E per ritornare ad una visione di stampo primordiale Brakhage interroga anche le fondamenta stesse del cinema: in Mothlight, uno dei suoi film più celebri, è un cortometraggio di circa quattro minuti “filmato” senza l’utilizzo di una macchina da presa. Per realizzarlo Brakhage ha utilizzato due strisce di nastro trasparente che è poi riuscito a rendere pellicola proiettabile; all’interno di queste troviamo ali di falene, fili d’erba, petali e altri piccoli materiali organici. Il film è forse uno degli esperimenti più radicali della produzione di Brakhage, perché pur recuperando una pratica (più nello spirito che nella tecnica) del cinema degli albori, ovvero quei film scientifici che alle volte venivano realizzati con macchine da presa non convenzionali o direttamente in assenza di queste, la rende coerente con la sua poetica di lotta alla standardizzazione dello sguardo. In Mothlight non c’è la pretesa di reinventare il cinema, ma di scoprirne i limiti fisici, che poi si traducono anche in una dimensione ideologica, ovvero ciò che possiamo e non possiamo vedere, quali sono le forme in cui il cinema si rende accessibile al pubblico e quali sono invece quelle osteggiate perché considerate sconvenienti o difettose.


    Sfidare la visione, sfidare la mente

    Come visto da Sirius Remembered e Mothlight la natura e il mondo animale sono temi centrali nella filmografia di Brakhage, basti guardare anche Creation, corto del 1975 girato fra i ghiacciai dell’Alaska, ma è bene ricordare che prima di voler fare il cineasta voleva essere un poeta, e quest’idea in diversi suoi film è particolarmente ravvisabile. Folgorato in giovane età dai componimenti di Ezra Pound, per tutta la sua carriera userà anche le altre arti come ispirazione per il suo lavoro. È questo il caso di The Dante quartet, cortometraggio del 1987 di appena otto minuti la cui realizzazione ha impegnato il regista per anni. Il film è il risultato di uno studio di 37 anni della Divina Commedia, che viene divisa in quattro capitoli– Hell Itself, Purgation, Existence Is Song e Heaven – ognuno composto da dipinti fatti direttamente sulla pellicola. Il film ha un valore ipnotizzante in particolare per la sua rappresentazione del passaggio da un luogo all’altro, dall’Inferno al Purgatorio, dal Purgatorio al Paradiso, per poi tornare nuovamente al Purgatorio e infine all’Inferno. C’era però in questo viaggio un dettaglio inquietante: la presenza di una porta, più o meno a metà del film, che si ha la sensazione di vedere ma senza certezza. Potrebbe essere soltanto un’allucinazione, o forse no, ma ogni volta che sembra apparire sembra esserci un ordine sotto quel turbinio violento di colori e forme. Con questo film in particolare Brakhage porta lo spettatore a scavare più a fondo nella propria coscienza e a trovare qualcosa che è lì, una nuova forma di esperienza, di comprensione, di percezione.

    È impossibile spiegare il cinema di Stan Brakhage senza risultare retorici o senza ricorrere a forme discorsive scontate o abusate, si potrebbe dire che i suoi film sono in grado di creare una dimensione altra rispetto alla realtà, che si presentano all’esatto confine in cui il cinema e il sogno si sfumano o, ancora, che sono impossibili da descrivere perché bisogna vederli per capirli etc.. Ma forse il motivo per cui è anche sbagliato soffermarsi troppo sul suo cinema è perché l’azione del discuterne serve fini ideologici e psicologici completamente opposti rispetto ad esso, quindi qui ci tacciamo.


    Gianluca Meotti

    Redattore