La storia spesso non riesce ad assumere una funzione pedagogica, talvolta infatti la memoria collettiva sembra atrofizzarsi. Si sceglie di non ricordare per deresponsabilizzarsi e si opta per la strada più semplice: l’oblio. Sarebbe necessario, oggi più che mai, classificare e conservare, tentando di conferire il giusto valore a ogni singola esistenza. Su questo tema si focalizza L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar e vincitore di due Golden Globe.
Un’inquieta dolcezza
Il regista brasiliano ci conduce nella Recife degli anni Settanta, presentandoci la dittatura militare attraverso Marcelo (Wagner Moura), un uomo qualunque, costretto a nascondersi e privato della sua libertà.
La prima sequenza è una promessa che viene mantenuta. La musica diegetica dall’autoradio, un lento parcheggio presso una pompa di benzina, un cadavere in decomposizione del quale vengono inquadrati i piedi: ogni dettaglio è sostanziale e la tensione è percepibile in tutti i gesti. I minuti iniziali diventano garanzia di quello che sarà un film scorrevole, appassionante ed emotivo.

Nonostante i presagi di morte siano disseminati in tutta la sceneggiatura, il lungometraggio si sposta costantemente tra l’inquieto e il nostalgico, tra la tenerezza e il terrore. Proprio la paura costituisce un elemento essenziale rappresentato attraverso la figura di uno tra i più temibili degli animali, lo squalo.
Sia il pesce vero (rinvenuto all’istituto oceanografico con una gamba umana tra i denti), sia quello fittizio di Steven Spielberg (dal quale il figlio del protagonista è fortemente spaventato) si palesano continuamente come allegorie orrorifiche. Eppure l’orrore cammina a pari passo con un’imprevedibile ironia, che si manifesta in diversi punti dell’arco narrativo.
La stessa fotografia (curata da Evangenija Aleksandrova) privilegia i colori chiari, in particolare il giallo, mostrando un Brasile sempre soleggiato, sebbene i coni d’ombra siano determinanti nei fatti descritti.

L’influenza del ricordo
Marcelo diviene lo strumento per comprendere l’importanza del passato. Mendonça Filho ci rammenta che le testimonianze di un tempo lontano sono indispensabili per agire nel futuro.
In più di un’occasione lo spettatore si ritrova in un presente in cui due studentesse catalogano le registrazioni di alcuni personaggi, con lo scopo di ricostruire gli avvenimenti del 1977. Conosceremo l’epilogo di questo racconto solo grazie alla coppia di ricercatrici.
I frammenti dei giorni dimenticati si rivelano sullo schermo come un puzzle da ricomporre per donare dignità alle persone, per sottolineare la traccia che hanno depositato nel mondo.
In questo contesto si inserisce la malinconia, evidenziata anche dalla presenza ricorrente del cinema di quel decennio: locandine, proiezioni e citazioni sono dichiaratamente parte integrante dell’intera vicenda.

Il male nella sua forma più brutale non è in grado di cancellare il bene nella sua accezione più genuina. Ai poliziotti corrotti e ai sicari spietati si oppongono il signor Alexandre (Carlos Francisco) dall’animo buono e dal temperamento pacato e la signora Sebastiana (Tânia Maria) che augura ai bambini un Brasile migliore e conclude il suo brindisi affermando con fierezza che “la vita ha le sue brutture, ma anche le sue cose belle”.
L’agente segreto si fa carico di questo dualismo e ci lascia stupiti e soprattutto commossi.

