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  • Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    È uscito in questi giorni La cronologia dell’acqua, il primo lungometraggio diretto da Kristen Stewart. È basato sull’omonima autobiografia della scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch, qui interpretata magistralmente da Imogen Poots. Purtroppo questa performance e poco altro sono gli unici aspetti veramente riusciti del film. 

    Il materiale di partenza non era semplice da trasporre, poiché la giovinezza di Yuknavitch è stata segnata da esperienze profondamente traumatiche che hanno reso il suo percorso tutt’altro che lineare.

    Figlia di un padre violento e di una madre con problemi di dipendenza, da adolescente si rifugia nella passione per il nuoto, riuscendo a ottenere una borsa di studio che le permette di studiare e allenarsi in Texas, lontano da casa. Il film racconta il percorso che l’ha portata da giovanissima atleta a stravolgere la propria vita, e poi a ritrovare una strada nella scrittura. Lidia porta con sé le conseguenze della violenza subita nelle numerose relazioni che intraprende e convive con numerose abitudini autodistruttive; respinge e poi cerca sia le persone che ha intorno sia le opportunità di costruirsi una carriera, con la diffidenza di chi è abituata a doversi proteggere da sola. 

    Il titolo fa riferimento al fatto che l’ordine cronologico è l’unica struttura di riferimento che si può avere quando si cerca di raccontare il passato, soprattutto se traumatico: si tende a ricordare per episodi sconnessi, frammenti di conversazioni o sensazioni. Da questo punto di vista risulta quindi comprensibile l’utilizzo del montaggio che riproduce con estrema precisione questo meccanismo, e soprattutto nella prima ora il film riesce a tenere alta l’attenzione. Tuttavia l’autobiografia originale tocca tantissimi temi complessi e Kristen Stewart, che oltre a dirigere ha adattato la sceneggiatura, ha cercato di non escluderne nessuno: in un film che dura più di due ore, interamente costruito come un susseguirsi di episodi e immagini, questo ha finito per produrre un film che diventa progressivamente più sconclusionato nella narrazione e superficiale nel modo di trattare gli argomenti. Nella seconda metà del film infatti si ha l’impressione che non ci sia una visione di insieme del racconto e, non essendoci nemmeno spazio per approfondire nulla, si fa fatica a immedesimarsi e quindi a empatizzare con la protagonista. La ripetitività della voce fuori campo che legge dal diario di Lidia i commenti a quello che accade, purtroppo, peggiora il senso di noia crescente. 

    L’altro aspetto che colpisce da subito, questa volta in positivo, è sicuramente l’attenzione ai colori e a tutta la fotografia in generale: La cronologia dell’acqua può essere piacevole da guardare per questo, soprattutto per chi è fan di quell’estetica anni dieci del Duemila fatta di colori iper saturati, dettagli dei corpi in primo piano e set fotografici sui binari del treno. Nulla di tutto questo è eseguito in maniera particolarmente originale, ma non si possono negare la cura e la precisione tecnica. 

    Il corpo è il vero centro di tutto per Lidia,  l’unico filo rosso di tutta la sua storia. Questo viene ribadito sia dalla protagonista a parole, perché scrivere per lei è necessario a elaborare ciò che accade e ciò inevitabilmente ha significato scrivere del proprio corpo; sia dal modo in cui i corpi sono ripresi spesso in primo piano con estremo realismo. Non si sfocia mai nello splatter solamente perché Stewart è estremamente coerente con l’estetica che abbiamo descritto, ma nemmeno ci vengono risparmiati troppi dettagli. Se non avesse perso enfasi a causa della ripetitività, questo uso costante dell’immagine del corpo sempre in movimento, che sanguina spesso, sarebbe potuto essere molto efficace. 

    In generale ci sentiamo di dire che La cronologia dell’acqua è più vicino a un esercizio di stile che ad un racconto: è un film disordinato, pieno di immagini belle da guardare, ma che fatica ad avere effettivamente qualcosa da dire che possa catturare l’attenzione. Questo non nonostante lo spessore del libro da cui è tratto, ma proprio a causa del fatto che argomenti del genere risultano inaccessibili senza un lavoro consistente sulla scrittura, più che sull’immagine.


    Federica Rossi

    Caporedattrice