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  • Matrix – Una rivoluzionaria allegoria trans

    Matrix – Una rivoluzionaria allegoria trans

    Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler!

    Simboli senza contenitore

    Chi di noi non ha mai sentito parlare di Matrix?

    Se doveste approfittare della re-release al cinema di questi giorni per vederlo per la prima volta, è difficile che non vi siate già imbattuti in qualche elemento tratto dal rivoluzionario film di fantascienza delle sorelle Wachowski. Le parodie di scene iconiche, come quella di Neo (Keanu Reeves) che schiva i proiettili al rallentatore, non si contano, l’estetica fondata su indumenti in pelle, occhiali da sole e filtri verdi è riconoscibilissima, Internet ha fatto sue alcune espressioni nate dal film. 

    Pochi altri film possono vantare lo status iconico guadagnato da Matrix e i suoi personaggi. Tuttavia, con la fama e l’accesso a un pubblico ampio può arrivare ogni sorta di interpretazione, comprese quelle sbagliate. Estrapolato dal suo contesto e ridotto a una serie di simboli culturali, ad oggi Matrix è per alcuni un manifesto di machismo esasperato. Per fare un solo esempio, la “pillola rossa” (“red pill”) che Morpheus (Laurence Fishburne) offre a Neo per risvegliarlo dal sonno in cui l’AI ha indotto l’umanità e farlo uscire dalla realtà digitale (il Matrix, appunto) dà il nome ai “redpillati”: una comunità nata online composta soprattutto di uomini dalle idee fortemente misogine e anti progressiste.

    E dire che basterebbe vedere il film per scoprire che sì, Neo schiva quei famosi proiettili ma viene comunque sfiorato, che fallisce più e più volte e che a salvare la situazione, alla fine, è un gesto di amore. Quando poi si entra nella storia personale delle registe si accede ad un ulteriore livello di lettura: la possibilità, paventata da alcuni critici, che Matrix sia una metafora dell’esperienza delle persone transgender.

    Al momento delle riprese di Matrix, le registe Lily e Lana Wachowski erano note pubblicamente e professionalmente come “fratelli Wachowski”. Entrambe sono infatti donne transgender la cui transizione è cominciata, in entrambi i casi, anni dopo l’uscita del loro capolavoro. 

    Tuttavia, un’innegabile queerness si respira già nel loro primo film, Bound-Torbido Inganno (1996). In un panorama mediatico allora ancora più dominato da film d’azione iper mascolini, Bound si distingue per essere invece una storia con due protagoniste proattive e impegnate in una relazione lesbica e sessualmente esplicita. Come se non bastasse, le registe fecero uso di una intimacy coordinator per le scene d’amore, la scrittrice ed educatrice sessuale Susie Bright: una cosa abbastanza inaudita per il tempo! Infine, già in Bound fa capolino l’estetica leather che poi Matrix e i successivi film delle Wachowski avrebbero reso iconica e popolare. In Bound, tuttavia, è palese quale sia l’origine di tale estetica: la comunità underground e queer, all’interno delle quali l’abbigliamento in pelle era già in uso e in voga decenni prima.

    In Matrix non ci sono riferimenti altrettanto espliciti ed evidenti di queerness. Tuttavia Trinity (Carrie-Anne Moss), la protagonista, ha una presentazione esteriore che esce dai canoni di bellezza stereotipati associati al femminile: capelli tagliati molto corti, niente make up, vestiti in linea con quelli indossati dai suoi colleghi maschi.

    Merita poi una menzione Switch (Belinda McClory), l’altro personaggio femminile nel gruppo di ribelli guidato da Morpheus. Switch presenta tratti quasi androgini, veste capi mascolini e, in una scena, sembra addirittura indossare un binder: una striscia di tessuto utilizzata per nascondere o ridurre il seno, utilizzato soprattutto da persone trans e non binarie. Aneddoti sul film vorrebbero che in origine il personaggio fosse stato scritto come ancora più esplicitamente gender fluid: nella realtà fuori da Matrix sarebbe stata una donna, mentre nel Matrix sarebbe apparsa come un uomo.

    Diviso tra due mondi

    All’inizio del film, il protagonista Neo vive una doppia vita: da una parte, quella che lui (e noi spettatori) immaginiamo essere la “vita vera” in cui è un programmatore di nome “Thomas Anderson”; dall’altra, la “vita virtuale” in cui è un hacker di nome “Neo”.

    Questa dualità che è anche identitaria, ribadita anche dall’Agente Smith (Hugo Weaving), risuonerà probabilmente con le persone transgender: un vero e proprio split tra il sé presentato al mondo, quello socialmente accettabile, e quello privato, nascosto ma percepito come più vero. Degno di nota anche il ruolo svolto dall’Internet nel permettere al protagonista di vivere la sua identità di Neo: pur con tutti i suoi difetti, Internet resta ad oggi uno dei mezzi più utili per le persone transgender e queer più in generale di conoscere sé stesse ed entrare in contatto tra loro.

    La condizione di Neo all’interno del Matrix ci viene raccontata come una sensazione di inquietudine, un sentimento che qualcosa non sia del tutto a posto: sentimento che, come Morpheus stesso dice, accompagna Neo da tutta la vita. Di nuovo, una sensazione che probabilmente risuonerà con le persone che soffrono di disforia di genere e non si riconoscono in un corpo che le accompagna dalla nascita.

    È solo quando Neo assume la pillola rossa, secondo certi commentatori ricollegabile nell’aspetto alle pillole di Premarin, usate allora come principale farmaco estrogeno, che esce dalla realtà simulata del Matrix ed entra nella realtà.

    È fuori dal Matrix e scollegato dalle macchine che fino ad allora lo hanno mantenuto in un coma indotto che Neo fa esperienza per la prima volta del suo corpo, il suo corpo vero e non quello digitale: un sentimento paragonabile, in questa nostra allegoria, a quello successivo all’inizio del percorso di transizione.

    Dead name vs nome d’elezione

    Il percorso del protagonista, tuttavia, non finisce con l’assunzione del farmaco così come il percorso delle persone transgender non finisce con l’inizio della terapia ormonale. Durante tutto il film, l’identità di Neo è in continua negoziazione ed evoluzione: Morpheus è fermamente convinto che lui sia “l’Eletto” di cui parla una profezia, l’Oracolo che ha fatto tale profezia lo informa che così non è, Neo stesso non è convinto della cosa.

    In contemporanea, continuano gli scontri con l’agente Smith che, rappresentante della forza che vuole mantenere l’ “ordine” pubblico imposto dalle macchine ma anche della burocrazia, continua a rivolgersi a Neo col nome di “signor Anderson”. In uno dei confronti finali tra protagonista e antagonista, uno dei momenti fondamentali per l’evoluzione del primo è rappresentato dal suo ribadire con forza che il suo nome è “Neo”. Ciò può farci rileggere le precedenti interazioni come un atto di deadnaming. Con questa espressione ci si riferisce all’uso, da parte di persone transfobiche o poco attente, del nome che è stato assegnato alla nascita alle persone transgender, non quello che hanno scelto per sé stesse e che le rappresenta: il cosidetto “nome di elezione”. Questo atto può essere profondamente dannoso per la persona che lo subisce perché riporta alla mente un passato spesso doloroso e un’identità non percepita come propria. Il deadnaming si usa spesso in segno di disprezzo e come strumento di potere sull’altra persona. È anche e purtroppo comune che organi amministrativi o giuridici non rispettino il nome di elezione di una persona transgender prima che sia stato formalizzato col cambio di documenti.

    Con l’atto di riconoscimento del proprio nome, Neo ribadisce una volta e per tutte con convinzione la fedeltà alla sua vera identità, quella percepita dall’autorità e dall’ordine pubblico come pericolosa. È solo dopo aver compiuto questa scelta ed essere morto e rinato (letteralmente!) nei panni dell’Eletto che Neo può, finalmente, esprimere completamente il suo potenziale.

    Di nuovo, abbiamo un parallelo che nella nostra analisi non lascia indifferenti. L’ondata di odio nei confronti delle persone transgender e, più in generale, di gruppi di persone marginalizzate da parte dei governi di estrema destra a cui tuttora assistiamo è solo la più recente nella nostra storia.

    Matrix ci lascia con un ultimo gesto di accettazione personale del proprio io, il proprio vero io, che è anche atto di rivoluzione contro le macchine, contro il sistema. Ci lascia con un appello al ‘risveglio’ e, allo stesso tempo, alla lotta. 

    Che nel corso degli anni il film sia stato spesso appiattito da interpretazioni molto parziali è un peccato, ma non è mai troppo tardi per andare al cinema e vederlo con occhi nuovi.

    Silvia Strambi

    Redattrice