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  • Scipione detto anche L’Africano di Luigi Magni – Inchiesta giudiziaria in toga

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    Certo, voi mette Scipione co’ ‘sti quattro ladroni che reggono la Repubblica? Ma Scipione è grande, invece le repubbliche, pe’ sta’ in pace, devono esse’ fatte di gente piccola.

    Cosa accadrebbe se agli occhi del Senato romano uno dei più integerrimi e gloriosi generali della Repubblica si rivelasse in realtà un uomo piccolo, ladro dei pubblici beni e animato da grezzi istinti? Scipione detto anche l’africano è un film del 1971, scritto e diretto da Luigi Magni e con un cast internazionale d’eccezione composto da Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Woody Strode, Silvana Mangano e infine Ruggero Mastroianni.
    E’ una pellicola che il regista definisce sessantottina, in quanto utilizza la materia storica per tracciare un sottile filo rosso tra la Roma repubblicana di Catone il Censore e quella democristiana, prima sotto la guida del socialdemocratico Giuseppe Saragat e  successivamente del democristiano Giovanni Leone. A questo proposto Magni afferma:

    Era come se questa storia sugli Scipioni fosse raccontata da due ragazzi fantasiosi sulla scalinata della facoltà̀ di architettura. È venuto fuori un film che, pur non avendo riferimenti diretti al presente, aveva sotto traccia tutti i problemi che noi ci portavamo dietro, con una Repubblica un po’ affaticata […]. I giochi di potere, la lotta di classe, in quel caso tra patrizi e plebei, sono elementi che ci appaiono familiari.

    Sin dal titolo si può comprendere quale sia l’argomento principale di cui tratterà il film, ovvero il celebre condottiero romano Publio Cornelio Scipione, che il 19 ottobre 202 a.C. sconfisse il cartaginese Annibale nella battaglia di Zama. A seguito di questa impresa, ma ancor più della vittoriosa campagna in Africa, a Scipione venne attribuito il cognomen ex virtute di “Africano”. Scipione detto anche l’Africano sin dal suo titolo fa dell’umorismo sul protagonista, allineandosi con il buffo enigma centrale sull’identità di un tale “Scipione A.” che ha scialacquato i 500 talenti, donati dal Re Antioco di Siria alla Repubblica romana come bottino di guerra. Questo è il dilemma mosso da Catone (Vittorio Gassman): si tratta di Scipione l’Africano (Marcello Mastroianni) o di suo fratello, Scipione l’Asiatico (Ruggero Mastroianni)?
    Non v’è alcun dubbio sull’identità del ladro e probabilmente è sufficiente soffermarsi sul titolo per comprenderlo: megalomane com’è, Scipione scrive il suo nome per esteso e talvolta gli sembra persino troppo breve. In aggiunta a questo, come afferma Catone in più occasioni, quello che conta davvero è Scipione l’Africano e non il fratello, nient’altro che una sua scadente imitazione.  Malgrado il titolo, il film non celebra gli eroi del passato, piuttosto li osserva con occhio disincantato, mettendo in discussione il culto della loro grandezza. Il Senato repubblicano diventa il palcoscenico per una riflessione originale e moderna: è giunto il tempo “de li omini novi”, figure meno titaniche, più comuni, ma forse reali e più umane.

    Il Peplum si fa inchiesta ambientata nell’antica Roma

    Embé, che te credevi? Questa non è l’ideale Repubblica de Platone, è la città fangosa de Romolo.

    Scipione detto anche l’Africano è un film anomalo nella sua originalità dal momento che riprende il sottogenere “storico” del Peplum per trasformarlo in un’inchiesta giudiziaria in toga.
    Nel corso della stesura della sceneggiatura, Magni si è preso diverse libertà e rischi, senza mai tradire la Storia, diversamente dal genere di riferimento, orientato più all’intrattenimento che alla fedeltà storica dei fatti narrati. L’opera di Magni è un tributo scanzonato, nonché una pellicola antitetica, al quasi omonimo Scipione detto l’Africano (1936) di Carmine Gallone, incentrato sulla figura del condottiero all’apice delle sue gesta gloriose. Citazione esplicita al film di Gallone è la presenza dell’attore Fosco Giacchetti, nelle vesti del senatore Aulio Gallo, che nella pellicola del 1936 aveva interpretato il sovrano Massinissa, qui in mano a un titanico Woody Strode – celebre per il ruolo del gladiatore Draba nel film Spartacus (1960) di Stanley Kubrick.
    A differenza del personaggio eroico di Annibale Ninchi e Carmine Gallone, lo Scipione di Marcello Mastroianni e Luigi Magni è un uomo stanco, deluso, solo, incorruttibile, carico di tristezza, ma ancora fortemente attaccato ai principi repubblicani e con un inattaccabile senso dell’onore nei confronti della sua amata patria. Scipione è, dunque, un uomo cristallizzato nel passato e ancor più nell’immagine fiera del proprio profilo, inciso sulla superficie di una moneta antica.

    “Il personaggio di Scipione mi sembra particolarmente interessante, giacché racchiude in se e nella sua storia tutte le contraddizioni che caratterizzano la vita di un uomo, e quindi di una società; in ogni tempo, senza distinzioni di civiltà e di regimi politici. Scipione era stato indubbiamente un uomo importante, aveva salvato la Patria in un momento decisivo per le sorti di Roma, ma purtroppo come sempre accade, gli uomini importanti alla fine risultano scomodi, danno fastidio: uno stato come quello romano, aveva bisogno di Scipione per vivere e di eliminarlo per sopravvivere”.
    – Luigi Magni

    La costruzione dei personaggi si basa su un gioco di somiglianze e di opposizioni: se l’onorevole sovrano Massinissa (Woody Strode) è il doppio dell’eroe epico Scipione, Catone è invece la sua nemesi, in quanto tesse gli intrighi nella speranza di gettare fango sulla fama imperitura dell’Africano. Sempre al Censore, infatti, è destinato il ruolo di avvocato dell’accusa, mentre il Senato diviene giudice del destino dello “sconosciuto” Scipione A. Similmente al protagonista, Catone è un uomo solo ma, a differenza dell’eroe, vive ancora con sua madre e trae piacere dalla compagnia di numerosi gattini – oltreché dagli strenui tentativi di incastrare Scipione. Un profilo, insomma, estremamente grottesco che mal si accorda con la raffinatezza di intelletto del celebre “Censore”. Scipione l’Asiatico, al contrario, incarna l’uomo nuovo decantato da Catone e dunque l’opposto del condottiero che sconfisse Annibale a Cartagine. Vigliacco, cinico, pragmatico e “sperperone”, l’Asiatico non risparmia battute taglienti del calibro di “’A Repubblica de li impicci” e non si fa problemi a mangiare a sbafo in compagnia degli schiavi. Questi ultimi si trovano comicamente a proprio agio nella loro condizione priva di libertà, al punto che hanno persino da ridire quando l’Africano decide di liberarli. Non è una casualità che il ruolo dell’Asiatico sia stato affidato a Ruggero Mastroianni, fratello minore di Marcello, celebre montatore e grande amico di Magni, che lo volle a tutti i costi, pur non essendo un attore. A proposito di questa esperienza cinematografica condivisa con il fratello, Marcello Mastroianni ironizzò in un’intervista:

    [Io e mio fratello] Una volta facemmo anche un film assieme. Il regista Gigi Magni lo volle a tutti i costi. Il film si chiamava Scipione detto anche l’Africano. E lui era Scipione detto l’Asiatico: un politicante ladrone. Del resto, son passati duemila anni, ma sempre lì stiamo. […] Quando Scipione detto anche l’Africano uscì, mia madre andò a vederlo. E mi disse: “Be’ Marcello, sì, tu sei bravo come sempre. Però il roscetto (sarebbe mio fratello Ruggero, che era rosso di capelli) – il roscetto è meglio di te!”.
    – Marcello Mastroianni

    Si può dunque comprendere quanto Scipione detto anche l’Africano non sia il classico film epico in costume, ma una commedia cinica che svela le ipocrisie dietro ai giochi di potere e il lato decadente di una Repubblica in cui non c’è più posto per gli incorruttibili e gli onesti. D’altronde, come rivela Catone, questa non è la Repubblica ideale di Platone, ma quella fangosa di Romolo e Remo, nata in seguito a un fratricidio. Controparte umana di questa mitica vicenda è l’esilarante scambio tra i due fratelli lungo rive del Tevere. Questo momento tragicomico sembra alludere sinistramente alla morte di Remo per mano di Romolo.

    Scipione[Porgendo il gladio al fratello]: Tie’.
    Scipione Asiatico: Che devo fa’?
    Scipione: … romanamente!
    Scipione Asiatico: No… ‘sti gesti saranno belli, ma io non li ho mai capiti.
    Scipione: Uno Scipione non sopravvive al disonore!
    Scipione Asiatico: Ma io sopravvivo benissimo a tutto!

    Una Roma di ruderi e sognatori

    “Me pare de esse’ un postero di me stesso. Ma nun me sarò sopravvissuto?”

    Ulteriore elemento caratterizzante della pellicola è l’ambiente in cui si finge la scena, ovvero le rovine romane che divengono il palcoscenico dove gli attori recitano in tuniche colorate, toghe e calzari. Non si parla tanto di ruderi, quanto piuttosto di “una città vecchia, antica”, come afferma la scenografa Lucia Mirisola. La Roma di Scipione detto anche l’Africano è fatta “dal vero” e non dal cartone. E’ una Repubblica di pietre che respirano, specialmente nelle scene in Senato e nelle numerose sequenze notturne dedicate ai momenti intimisti di Scipione l’Africano e a quelli in cui Catone tesse gli intrighi. Nel corso del film, lo stesso spazio del Senato romano si trasforma nel palcoscenico di un teatro all’aperto con tanto di cavea dove siedono gli spettatori. Durante il processo, espediente impiegato spesso in ambito teatrale, i senatori assurgono al ruolo di coro, intervenendo e reagendo ai continui battibecchi tra Catone e Scipione.

    “Sulla storia romana ho letto tanto, io facevo lettere all’università e mi sono sempre interessato alla storia, anche a quella contemporanea. C’è una frase di Marco Aurelio che mi piace molto: “Se non sai da dove vieni, non sai dove vai, ma non sai neanche dove sei”. Per questo in generale ritengo che conoscere la storia sia importante. Allo stesso tempo però in Scipione detto anche l’Africano ci siamo sbizzarriti con la ricostruzione di quella Roma tra scenografia e costumi. Lucia [Mirisola] ha inventato delle scenografie che si legavano bene ai ruderi archeologici. Infatti abbiamo girato pochissimo a Cinecittà, la gran parte del film l’abbiamo realizzata in varie zone tra Paestum, Pompei, la villa Adriana a Tivoli. Non volevamo fare la Roma di cartone, quella finta di tanti altri film, cercavamo una certa veridicità, tanto che a Pompei abbiamo ricostruito alcuni elementi architettonici e degli affreschi e i turisti gli facevano le foto scambiandoli per originali. Anche i costumi erano molto fantasiosi e colorati, quando di solito nei peplum classici si privilegiava, a torto, il bianco.”

    – Luigi Magni

    Sono stati scelti numerosi set all’aperto come il perimetro della villa di Literno dove la famiglia degli Scipioni viene costretta agli arresti domiciliari per ordine di Catone. I resti della fortificazione sono situati nel comune di Itri, in provincia di Latina. Lo spazio del Senato, invece, si trova nell’area archeologica di Pompei, in Via del Tempio d’Iside. Inconfondibile è il Teatro Marittimo di Villa Adriana dove il generale Massinissa rivela a Lucio Cornelio Scipione “l’Asiatico” la verità su sua moglie Sofonisba, da lui assassinata. Numerose scene sono state girate a Villa Ada e negli studi di Cinecittà, dove le location originali sono state talvolta ricostruite e trasformate in set artificiali. In aggiunta a ciò, alcune pitture parietali sono state realizzate ex novo dagli scenografi e collocate all’interno dei monumenti. Il regista racconta che, all’epoca delle riprese, numerosi turisti scattarono delle fotografie, convinti che quelle opere fossero autentiche. La formula è la stessa che Magni ha adottato per scrivere la sceneggiatura: la finzione incontra la realtà e si mescola con essa, o meglio, con la Storia.
    Accanto all’ambiente in cui si muovono i personaggi, un altro elemento caratterizzante dello stile di Magni è senz’altro l’utilizzo comico del romanesco popolare all’interno di una storia sofisticata e di materia storica. Il regista approfondisce questo aspetto nel corso di una conferenza dell’ANAC (Associazione nazionale autori cinematografici) sottolineando il peso che la popolazione ebraica ebbe nella diffusione del giudaico romanesco, parlato da tutti i personaggi di Scipione detto anche l’africano:

    Noi abbiamo ereditato da questo romanesco, fatto di molti vocaboli che non ci appartengono e sono giudaico romaneschi. Quel tipo di ironia e di satira viene dal giudaico romanesco. Gli ebrei vennero a Roma nel 200 a.c. e praticamente ai tempi di questa storia qua e loro hanno portato anche questo tipo di umorismo che è rimasto. Ridere delle disgrazie, ridere delle cose serie. Tutto si può ridere e questo è diventato anche una tradizione romana.”
    – Luigi Magni

    In conclusione, Scipione detto anche l’Africano è un film comico che brulica di Vita, nonostante le rovine in cui è ambientato, il fatalismo intrinseco e lo sguardo disincantato dei suoi personaggi. E’ una pellicola, infatti, che si interroga sul momento in cui i grandi si rendono drammaticamente conto di essere diventati inutili alla loro contemporaneità. Per tale ragione, si conclude nel modo più comico e amaro possibile con uno Scipione non più in armatura scintillante e in groppa al suo destriero; vestito di abiti di tela e con un sacco da peregrino in spalla, il protagonista si allontana sopra un carretto al grido di: “ingrata patria, non avrai le mie ossa”. L’ultima parola è destinata a Giove capitolino (Turi Ferro) che sconsolato scuote la testa, mentre un latrato addolorato spezza il silenzio notturno: “zitta Lupa, che te piagni!”.

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    Benedetta Lucidi,
    Redattrice.
  • Sedotta e abbandonata – La sfiducia di Pietro Germi verso il popolo italiano

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    Sono passati cinquant’anni dalla morte di uno dei registi italiani più influenti del ventesimo secolo, Pietro Germi. Grande maestro della commedia all’italiana, le sue opere presentano una spiccata dose di satira e di critica verso la società e la popolazione italiana, con tutte le sue tradizioni e gli enormi difetti portati avanti dalla iper abusata frase “si è sempre fatto così”. Il suo primo grande successo arriva nel 1956 con Il Ferroviere, una delle ultime espressioni del Neorealismo italiano al cinema: attraverso la storia che sceglie di raccontare, Germi offre uno spaccato profondo e struggente del popolo italiano dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tra conflitti generazionali, lotte per migliori condizioni lavorative, cambiamento rapido dei valori a cui molti italiani all’antica non riescono a stare al passo. Poi il capolavoro assoluto Divorzio all’italiana (1961), con protagonisti Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli, vincitore del premio per la miglior commedia al Festival di Cannes e dell’Oscar per miglior sceneggiatura originale nel 1963. Germi era genovese, ma ambienta la sua opera più celebre in Sicilia, terra alla quale si sente particolarmente legato e del cui popolo critica senza scrupoli atteggiamenti, stili di vita e mentalità, con un’ironia a tratti feroce. Forse non tutti sanno che Divorzio all’italiana fa parte di una trilogia dedicata proprio a una certa parte della società italiana e ai suoi costumi, insieme a Signore & Signori (1966) e Sedotta e abbandonata (1964). Sarà proprio di quest’ultimo che andremo a parlare oggi, un’opera di cui non si discuterà mai abbastanza, estremamente importante nel panorama del cinema italiano.

    L’onore e la famiglia

    La famiglia siciliana degli Ascalone è radunata in sala da pranzo e stanno tutti dormendo, tutti tranne la sedicenne Agnese (Stefania Sandrelli), impegnata a studiare sul tavolo; anche Peppino Califano (Aldo Puglisi) è sveglio e approfitta della situazione per sedurre la giovane, nonostante sia promesso sposo di Matilde, sua sorella. L’uomo trascina la ragazza in giardino e i due hanno un rapporto sessuale; consapevoli del terribile errore cercano di mantenere il segreto, ma Agnese è divorata dal senso di colpa nei confronti della sorella e si comporta in modi sempre più strani e preoccupanti. Non ci vorrà molto a scoprire che la giovane è incinta e, sebbene non abbia intenzione di rivelare chi sia il padre, la verità esce presto fuori.

    Per il padre Vincenzo (Saro Urzì) la situazione è più tragica che mai: sono gli anni ‘60 e un nome onorevole è la cosa più importante per una famiglia siciliana. Com’era consuetudine all’epoca, Vincenzo si reca da Peppino e gli impone di sposare Agnese per “riparare il danno all’onore”, ma il giovane non vuole saperne più niente: Agnese non è più vergine e per questo nessun uomo vorrebbe mai sposarla, giusto? Il film, sulle note della fantastica colonna sonora di Carlo Rustichelli, esplora coraggiosamente le contraddizioni della mentalità siciliana del tempo, che spinge le famiglie Ascalone e Califano a un vero e proprio conflitto, fatto di stratagemmi e situazioni al limite del grottesco che culminano in un tentativo di matrimonio riparatore che non andrà in porto.

    Il paese non può sapere cosa sta succedendo, bisogna farsi vedere sempre perfetti, sorridenti, camminare a testa alta tra le vie, e mai far intendere che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Eppure si sta pian piano creando un’atmosfera da Far West nel piccolo paesino, e quella che dovrà pagarne le conseguenze peggiori sarà proprio la povera Agnese, giovane vittima di un sistema così grande e così complicato, davanti al quale i suoi sentimenti valgono meno di zero.

    Germi e lo sconforto verso il popolo italiano

    Un anno dopo l’uscita di Sedotta e abbandonata, nel 1965, avviene una vicenda che inizierà a mettere in discussione la società italiana e i suoi costumi, quella della coraggiosa Franca Viola: rapita e violentata ripetutamente dall’ex fidanzato che aveva rifiutato, Franca avrebbe dovuto accettare di sposarlo per poter estinguere il reato e “riparare l’onore” della sua famiglia. Eppure la ragazza, grazie anche al supporto della sua famiglia, ebbe il coraggio di rifiutare le nozze, dichiarando apertamente che a perdere l’onore non è chi subisce un crimine del genere, ma chi lo commette. Fino a quel momento non si era mai messo in dubbio che la violenza carnale fosse un reato contro la morale e non contro la persona.

    Oggi conosciamo queste vicende, insieme a tutto ciò che successe dopo, e guardare Sedotta e abbandonata porta un dolore ancora più grande: la povera Agnese, di appena sedici anni, subisce un’ingiustizia dopo l’altra, molte delle quali per mano del suo stesso padre, la persona che più avrebbe dovuto proteggerla. Alcune delle sequenze del film ci mostrano quanto Agnese stia soffrendo, quanto si senta in colpa e allo stesso tempo tradita dalle persone che più ama. Viene scrutata senza pietà dagli altri abitanti del paese, che in una celebre scena la inseguono per la strada gridando appellativi poco carini, la circondano e la osservano come tante maschere deformi con gli occhi vuoti, mentre le musiche di Rustichelli ci lasciano senza respiro, esattamente come lei.

    Ciò che traspare da Sedotta e abbandonata è un generale sentimento di sconforto da parte di Germi, uomo originario del nord Italia ma comunque molto vicino e molto affezionato al popolo meridionale. Il regista, non solo qui ma anche in altre opere come Divorzio all’italiana e In nome della legge (1949), riesce a celebrare il sud Italia ma anche a criticare aspramente lo stile di vita, i pregiudizi, la cultura e i costumi di un popolo che fa fatica ad abbandonare le sue mentalità e tradizioni, per quanto dannose possano essere. Sono arrivati gli anni ‘60 e Pietro Germi sta pian piano perdendo la fiducia verso la società meridionale, si sta convincendo che la sua cultura non riuscirà mai a cambiare davvero e a scrollarsi di dosso le sue convenzioni. Magari Franca Viola sarà riuscita a dargli un barlume di speranza, una piccola luce che avrebbe potuto aiutare anche la povera Agnese, di cui Germi celebra il coraggio, la forza e la brama di libertà.

    Oggi Sedotta e abbandonata ci sembra appartenere a un tempo così lontano da noi che quasi ci dimentichiamo quanto sia stato importante nel panorama cinematografico di un paese complesso come il nostro, costantemente diviso tra chi si attacca alle tradizioni e chi vorrebbe sempre puntare al futuro. Spesso amiamo proclamarci un popolo moderno, un popolo cambiato, ma riusciamo realmente a chiederci quanta strada sia stata fatta da allora? E soprattutto, quegli occhi neri che scrutavano Agnese e la inseguivano per le vie del paesino sono davvero scomparsi del tutto?

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Giorni d’amore di Giuseppe De Santis

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    A tutti quelle ragazze e quei giovani che per realizzare un loro sogno riescono a sposarsi- attraverso vicende penose e spesso stravaganti – questa favola d’amore è dedicata.
    Intro Giorni d’Amore.

    Perché è così difficile sposarsi nella società italiana del dopoguerra?
    E’ la domanda che ci pone Giuseppe De Santis nel film Giorni d’amore del 1954, scritto da De Santis, Libero de Libero, Gianni Puccini e infine Elio Petri, che è anche co-regista. Nella sua personale esperienza neorealista, De Santis si è distinto nel panorama cinematografico per film connotati da tematiche forti che spesso mettono in discussione le ideologie egemoni o che sono ispirate ad eventi di cronaca, quali ad esempio Roma Ore 11 (1952). Questa sua tensione alla critica sociale lo ha portato ad attirare a sé numerosi giudizi negativi tanto da spingere Togliatti in persona a consigliargli di realizzare un film dai toni più leggeri, vicini a quello che viene definito “realismo rosa”. All’epoca tale scelta ha suscitato, a sua volta, numerose critiche da chi vide in Giorni d’amore un allontanamento dalla sensibilità sociale dimostrata da De Santis nei film precedenti. Questa posizione si rivela, tuttavia, estremamente superficiale poiché anche Giorni d’amore, come altri lavori del regista, venne scritto a partire da un lavoro di inchiesta: l’Italia del dopoguerra è una nazione matrimoniale, ma i tempi difficili fanno sì che il matrimonio diventi un traguardo sempre più difficile da realizzazione per ragioni economiche, specialmente per le classi popolari. Il film ritorna dunque sul problema amoroso e sulle difficoltà legate al matrimonio, precedentemente affrontate ne Un marito per Anna Zaccheo (1953) in chiave melodrammatica; in Giorni d’amore, invece, l’argomento viene declinato nei briosi stilemi della commedia popolare. Fondi, patria dello stesso De Santis è il paese in cui si inserisce la scena: i due protagonisti, Pasquale (Marcello Mastroianni) e Angela (Marina Vlady), fanno parte della classe contadina di una Ciociaria coloratissima e sospesa in un tempo mitico-favolistico. I due si amano teneramente e desiderano sposarsi, ma al loro matrimonio si contrappongono le norme e le aspettative sociali, le tradizioni popolari e i continui problemi economici: la dote della sposa, i costi per la cerimonia, per il banchetto, per gli abiti, il viaggio di nozze… e chi li ha tutti questi soldi? A ciò si aggiungono anche le ambizioni dei due fidanzati che sembrano apparentemente inconciliabili: se Pasquale ben si adatta alla vita dei campi, Angela invece si mostra insofferente tanto che nelle primissime scene del film la vediamo ripresa dal padre al grido di: “Angelina non ti mettere a sogna’!”. La ragazza desidera, infatti, andare al cinema e farsi la permanente come le signore di città, e dunque riscattarsi da quella società contadina che vede come un limite alle proprie aspirazioni. Dinanzi a siffatte difficoltà appare evidente che i fidanzati debbano ingegnarsi in qualche modo e improvvisamente arriva l’idea: decidono di inscenare una fuga coinvolgendo le proprie famiglie, nella speranza che questo gesto estremo li porti a coronare il loro sogno d’amore senza più alcun tipo di vincolo.

    Il ritorno a colori nella terra di Ciociaria

    Sin dagli albori della sua carriera, De Santis ha sempre mostrato un particolare legame con la terra. Lo si nota particolarmente in tre pellicole che, non a caso, vanno a costituire quella che viene definita come la prima “Trilogia della Terra”: Caccia Tragica (1947), Riso amaro (1949) e infine a Non c’è pace dagli ulivi (1950).  I temi di questi film ruotano attorno al legame vitalistico che intercorre tra la terra e l’uomo, il quale non è un più borghese come nel cinema fascista. Al contrario, De Santis costruisce un vero e proprio “epos popolare” e collettivo, prestando la voce a quelli che per anni sono stati dimenticati dalla società, come i pastori, i poveri, i contadini, i vagabondi, i reduci, le casalinghe, i disoccupati e le operaie. Nei suoi film ogni personaggio possiede una sua importanza ai fini della storia, anche quelli secondari che spesso assurgono al ruolo di coro, commentando la vicenda e sostenendo i protagonisti nella loro missione. Per De Santis tutto è degno di essere impressionato su pellicola e ancor più di divenire spettacolo, e dunque Cinema. Con Giorni D’amore si può quasi dire che il regista inauguri una seconda trilogia della terra a colori.  Affidando al pittore e compaesano, Domenico Purificato, la consulenza del colore, De Santis vuole spingersi oltre il modello della verosimiglianza e dare vita ad una storia dai forti connotati antinaturalistici, pur mantenendo l’attualità della vicenda.

    L’utilizzo del colore in senso pittorico contribuisce a caricare di lirismo le immagini del regista, inserendole a pieno titolo nell’universo popolare dei cantastorie e delle favole. Lo si può notare sin dai titoli di testa, nei quali viene esplicitata la modalità narrativa in cui la storia sarà raccontata. In particolare, vi è un evidente richiamo alla struttura della commedia tradizionale latina nella definizione dei conflitti e dei ruoli all’interno delle famiglie dei due fidanzati. La cultura popolare si manifesta inoltre attraverso la “teatralizzazione” del paese, ma anche nell’attenzione dedicata alla comunità piuttosto che al singolo: i paesani sono interpretati da attori non professionisti che, accanto a Mastroianni e Vlady, contribuiscono a restituire un ritratto vitalistico e autentico della vita ciociara nell’Italia contadina del dopoguerra. Da non dimenticare che la massa, intesa come comunità, si configura come una dei grandi protagonisti della cinematografia di De Santis. Nel caso di Giorni d’amore il paese stesso partecipa attivamente e coralmente al problema divenendo talvolta un grande teatro dove realtà e finzione si intrecciano inesorabilmente.

    L’importanza di fare la commedia



    Quando i due fidanzati architettano la fuga d’amore, convincono le proprie famiglie a mettere su una sceneggiata. Il piano è semplice: i genitori devono “fare la commedia” e darsi la colpa a vicenda affinché si sparga la voce della loro fuga. Dinanzi alla richiesta dei due innamorati, vola un’esclamazione: “ma io non so litigare”- a cui fa eco un: “ti scrivo io quello che devi dire!”.
    Inizia così la commedia, in cui il paese di Fondi si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto. In particolare, la sceneggiata viene messa in atto sui balconcini delle due famiglie che gettano l’una sull’altro. Il sipario è reso dalle tapparelle dipinte che si alzano e si abbassano in seguito ad ogni battuta. Sembra di assistere ad uno spettacolo di burattini.

    Dopo un iniziale tentennamento, le famiglie iniziano a prenderci gusto e la commedia a farsi realtà: all’insulto del padre di Angela, risponde quello di Pasquale con un’ingiuria ancora più grossa. Il coro è composto dagli stessi paesani che reagiscono alle loro provocazioni con rulli di tamburo e schiamazzi, schierandosi dall’una o dall’altra parte. In questa scena il paese svela la sua natura esplicitamente finzionale, trasformandosi in un presepe vivente con figuranti e case fatte di cartapesta. La vita di Fondi si alterna continuamente alla fuga dei due innamorati, che si svolge principalmente negli spazi esterni e autentici della campagna laziale. Ben presto, tuttavia, il paese partecipa alla vicenda lanciandosi alla ricerca dei due fidanzati per convincerli “a fare le cose per bene” e dunque scongiurare la possibilità di un matrimonio riparatore. Dopo i primi momenti di serenità, iniziano ad emergere le prime difficoltà legate alla fuga, al vivere da soli e alla diversità caratteriale di Angelina e Pasquale. L’elemento finzionale si manifesta nel gioco di seduzione tra i due fidanzati che viene continuamente interrotto e disturbato dagli animali, da un sorvegliante di un campo, da un gruppo di zingari e infine dai loro stessi paesani, i quali hanno imbastito una vera e propria caccia per scovarli e farli tornare a casa. Ciò nonostante, è grazie a questi numerosi ostacoli che Angela e Pasquale imparano a conoscere sé stessi sia in quanto individui che coppia. La vicenda si risolve in un lieto fine con una risata liberatoria del pubblico, composto da famiglie e paesani, all’uscita dei due novelli sposi dalla chiesa. A differenza del finale amaro di Roma ore 11, in Giorni d’amore attraverso il ritorno alla terra si raggiunge la felicità coniugale che culmina con la reintegrazione dei due membri all’interno della comunità. La terra assume quindi un valore fortemente vitalistico e permette ai due di sposarsi, ma anche ad Angelina di coronare il sogno e farsi la permanente.


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    Benedetta Lucidi,
    Redattrice.
  • Il sodalizio tra Gian Maria Volonté ed Elio Petri – L’apice del cinema civile italiano

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    Federico Fellini e Marcello Mastroianni, Toni Servillo e Paolo Sorrentino, Vittorio De Sica e Sophia Loren, Michelangelo Antonioni e Monica Vitti: plurimi e celeberrimi sono i sodalizi artistici, tra registi e attori, che hanno caratterizzato e continuano a influenzare il cinema italiano. Diversi i motivi che conducono a sodalizi come quelli citati poc’anzi: l’attore feticcio può divenire l’alter ego del regista, l’attrice la musa ispiratrice; possono sussistere legami sentimentali o relazioni di “amore e odio” che non inficiano, tuttavia, la resa finale del prodotto.

    Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, nel panorama cinematografico italiano, s’instaura un rapporto prolifico tra l’attore Gian Maria Volonté e il regista Elio Petri: la condivisa militanza politica, in un quadro socio-culturale di fervore ideologico e denuncia sociale, ha permesso ai due artisti di costruire un legame fecondo che ha lasciato un profondo segno non solo nel cinema civile italiano, ma anche nella storia del cinema mondiale. Quattro lungometraggi e un mediometraggio sono il frutto di un incontro che ha reso Volonté e Petri due esponenti di quel cinema che ha saputo assoggettare una nuova visione autoriale alla denuncia di corruzioni e politiche stagnanti, che indirizzandosi contro il potere costituito ha fatto riaffiorare realtà storiche a lungo rimaste celate.

    L’incontro siciliano: A ciascuno il suo (1967)

    È Leonardo Sciascia, in un certo senso, il mediatore per il primo incontro tra Volonté e Petri. È il 1967, e l’attore, già conosciuto al grande pubblico per le sue interpretazioni in Per un pugno di dollari (Leone, 1964), Per qualche dollaro in più (Leone, 1965) e L’armata Brancaleone (Monicelli, 1966), viene ingaggiato per interpretare il protagonista del quinto lungometraggio di Petri. Volonté impersona l’impacciato e «sessualmente incompetente» maestro Paolo Laurana, coinvolto suo malgrado in un torbido omicidio di mafia: A ciascuno il suo (1967) è infatti uno dei primi film a denunciare, in maniera esplicita, l’organizzazione criminale sicula retta da una solida rete fatta di omertà, violenza, omicidio e miti fondativi. Qualche anno prima, nel 1962, Volonté aveva già partecipato a un lungometraggio di denuncia verso la mafia: Un uomo da bruciare, diretto da Valentino Orsini e dai Fratelli Taviani, rievoca la vita e l’attività del sindacalista Salvatore Carnevale, che in cerca di una solidarietà sindacale si scontra con gli interessi dei mafiosi. 

    Elio Petri, dal canto suo, proviene dalla direzione di film come L’assassino (1961), I giorni contati (1962) e Il maestro di Vigevano (1963), lungometraggi intrisi, più o meno evidentemente, della lezione neorealista appresa da Petri fin dai suoi primi passi nel cinema italiano. Con A ciascuno il suo, s’inizia a delineare l’inclinazione di Petri verso il filone del cinema civile, tendenza animata non solo dalla feconda collaborazione con Volonté, ma anche dal sodalizio con lo sceneggiatore Ugo Pirro, fedele collaboratore anche nei successivi film. 

    Di indagine in indagine

    Dopo A ciascuno il suo e Un tranquillo posto di campagna (1968) con Franco Nero e Vanessa Redgrave, è il 1970 che segna la svolta nella filmografia di Elio Petri – e, contestualmente, di Gian Maria Volonté. In Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, l’attore, in stato di grazia, interpreta un Dirigente della Pubblica Sicurezza – senza nome, identificato solo con l’appellativo di “Dottore” – che intende mettere alla prova la sua insospettabilità, a seguito dell’omicidio dell’amante Augusta (Florinda Bolkan). Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto viene presentato alla 23ma edizione del Festival di Cannes, vincendo il Grand Prix Speciale della Giuria, e ottiene il Premio Oscar al miglior film straniero nel 1971. Il film, primo della trilogia della nevrosi – qui declinato nel senso di onnipotenza dato dal potere costituito, dunque la nevrosi del potere – è accolto con una moltitudine di critiche su più fronti: colto nei riferimenti letterari, da Franz Kafka a Bertolt Brecht, da Karl Marx a Fëdor Dostoevskij, Indagine è il film che rende Petri, Pirro e Volonté bersagli prediletti dello scontro politico che anima l’Italia degli anni Settanta. È una lucida riflessione sulle nevrosi che agitano il sistema poliziesco post Sessantotto, le quali sono incorporate dal Dottore, affetto da onnipotenza ma interiormente incapace di agire come un bambino, del quale si accenna anche una repressione sessuale, resa manifesta dalla “rivoluzionaria” Augusta. Gian Maria Volonté, in questo senso, restituisce un’interpretazione che è rimasta negli annali della recitazione, impersonando un anti-eroe sfaccettato e controverso che è divenuto simbolo del cinema civile italiano. 

    In contemporanea con Indagine, nel 1970 Elio Petri co-dirige, insieme a Nelo Risi, il documentario Documenti su Giuseppe Pinelli. Composto da due episodi – Giuseppe Pinelli, diretto da Risi, e Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, diretto da Petri – il documentario è una reazione al presunto suicidio dell’anarchico Pinelli, il quale ricostruisce e ironizza sulle dichiarazioni della polizia circa l’improbabilità del suicidio, dimostrando l’impossibilità della caduta volontaria o accidentale dell’anarchico dalla finestra della questura dove era in fermo. Nell’episodio diretto da Petri, Gian Maria Volonté dirige le tre diverse versioni fornite dal comando di polizia, ponendo in evidenza l’assurdità delle stesse. Il documentario, prodotto dal “Comitato cineasti contro la repressione”, nasce in prima battuta da Petri e Pirro, a seguito della strage di Piazza Fontana e alla conseguente linea repressiva da parte delle forze di polizia. Rimasto per lo più sconosciuto, a causa della limitata circolazione, Documenti su Giuseppe Pinelli rappresenta il versante non fiction del cinema civile italiano, in cui Gian Maria Volonté ed Elio Petri si presentano, nuovamente, come esponenti in stato di grazia.

    La classe operaia (non) va in paradiso

    Dopo l’indagine sulla nevrosi del potere, Elio Petri sceglie di scandagliare la nevrosi del lavoro: La classe operaia va in paradiso (1971) è una satira grottesca sul lavoro in fabbrica e sulle sue conseguenze, nella vita intima, della catena di montaggio e del cottimo. Come ricorda Petri stesso, al tempo dell’uscita del film tutti si scagliarono contro la pellicola: dai movimenti studenteschi nati a seguito del Sessantotto, i sindacati, gli intellettuali, i dirigenti, i maoisti; il film, invece, voleva essere il ritratto della classe operaia scevro di ogni ragione politica e ideologia.

    Premiato con la Palma d’Oro alla 25ma edizione del Festival di Cannes, La classe operaia va in paradiso è il ritratto realistico dell’operaio Lulù Massa, interpretato da Volonté, trentunenne con quindici anni di lavoro alle spalle presso la fabbrica B.A.N.: il suo stakanovismo e il suo sostegno del lavoro a cottimo sono mal visti dai colleghi che domandano, invece, condizioni di lavoro più umane. Ma la perdita di un dito, a seguito di un infortunio sulla macchina, produce un effetto sconvolgente nella sua persona, e risvegliatosi da quel sonno dettato dalla sottomissione al lavoro, Lulù inizia a sentirsi parte di una lotta di classe comune.

    Dal “Dottore”, spietato ma infantile, a Lulù Massa: il camaleontismo di Volonté è reso ampiamente manifesto se si confrontano i due personaggi interpretati a pochi mesi di distanza. Lulù è la grottesca rappresentazione dell’alienazione umana a seguito del lavoro a cottimo, il risvolto tragico e realistico del Charlot operaio di Tempi Moderni (Chaplin, 1936). A differenza della corporeità del “Dottore” – impeccabile nell’abbigliamento, nella pettinatura e nei modi – il corpo di Lulù è compromesso da due intossicazioni da vernice e da un’ulcera: ha trentun anni, ma ne dimostra quasi il doppio. Elio Petri, attraverso i suoi ricorrenti primissimi piani, esaspera i tratti grotteschi del suo protagonista e dei comprimari, palesando la nevrosi che caratterizza la vita operaia, dentro e fuori la fabbrica. In particolare, è degna di nota la presenza fondamentale di Mariangela Melato, interprete eccellente della compagna di Lulù, che incarna sia l’impossibilità di una vita intima con il cottimista Massa, sia il fronte opposto – e più lucido – delle lotte operaie e studentesche che, secondo Petri, si basano più sulle parole che sui fatti.

    L’ultimo film: Todo Modo (1976)

    Dopo La classe operaia va in paradiso, Elio Petri conclude la sua trilogia della nevrosi con La proprietà non è più un furto (1973): al posto di Volonté, Ugo Tognazzi e Flavio Bucci sono i protagonisti di una pellicola che scandaglia la nevrosi data dal denaro, nonché dell’assolutizzazione dell’avere in contrapposizione con l’essere. Accolto all’epoca molto negativamente dagli intellettuali di sinistra, il film viene considerato il meno riuscito della trilogia: pur contando sul sodalizio con Ugo Pirro, è sentita la mancanza dell’attore feticcio fra gli interpreti della pellicola.

    Gian Maria Volonté ritorna davanti alla macchina da presa di Petri nel penultimo film del regista romano. Todo Modo (1976), liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia, chiude simbolicamente il sodalizio artistico più iconico della stagione del cinema civile: interessante notare come sia un romanzo dello scrittore siculo a concludere tale collaborazione, aperta nel 1967 con il già citato A ciascuno il suo. Film ermetico e apertamente critico verso la Democrazia Cristiana – al tempo fautrice della formazione del cosiddetto Pentapartito – Todo Modo rappresenta il culmine della riflessione di Petri, Pirro e Volonté sul potere costituito, riflessione volta a mettere in scena il lato grottesco e controverso della classe dirigente. Accanto a interpreti del calibro di Mariangela Melato, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Ciccio Ingrassia, Gian Maria Volonté interpreta per la prima volta, sul grande schermo, il democristiano Aldo Moro (pur non venendo nominato esplicitamente): del politico, identificato come “Il Presidente”, si ha una rappresentazione grottesca, un personaggio che esplicita la sua nevrosi in una fede cieca; il suo controverso rapporto con Don Gaetano (Marcello Mastroianni) è esemplificativa del suo rapporto esasperato con la religione cattolica. Volonté esaspera la mimica facciale del politico, l’inflessione della sua voce e i suoi comportamenti, un’interpretazione che prende alla bocca dello stomaco. Un’incorporazione meno caricaturale verrà resa dallo stesso attore ne Il caso Moro (Ferrara, 1982), ricostruzione del rapimento e del successivo assassinio del politico italiano.

    Todo Modo conclude il fecondo sodalizio artistico fra attore e regista, che rimane ad oggi uno dei più importanti della storia del cinema. Dopo la pellicola, Petri dirigerà il suo ultimo film, Buone notizie (1979), con Giancarlo Giannini e Angela Molina come protagonisti: a causa di un cancro, morirà nel 1982, a soli 53 anni. A lungo dimenticato dal grande pubblico, la figura di Petri è stata lentamente recuperata solo negli ultimi anni, palesando l’importanza di un regista che ha saputo essere uno dei maggiori esponenti del cinema civile italiano insieme all’indimenticabile Gian Maria Volonté.

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    Shannon Magri,
    Redattrice.
  • SOPHIA LOREN – 5 FILM CHE HANNO CONSACRATO LA DIVA ITALIANA

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    Il 20 settembre del 1934, nasceva a Roma Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, meglio conosciuta come Sophia Loren. Una carriera di oltre settant’anni ha reso celebre l’attrice in tutto il mondo: vincitrice dei principali riconoscimenti nazionali e internazionali, icona di stile e interprete versatile, di Sophia Loren si potrebbe parlare e lungo. In occasione del suo compleanno, vogliamo omaggiare l’attrice romana con una selezione di film che hanno contribuito a consacrarla come diva del cinema.

    PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA (A. BLASETTI, 1954)

    Sophia Loren inizia a comparire sul grande schermo nel 1950. Quattro anni dopo, la sua carriera è già avviata, con film come Carosello Napoletano (Ettore Giannini), Miseria e Nobiltà (Mario Mattoli) e L’oro di Napoli (Vittorio De Sica). Nello stesso anno, Alessandro Blasetti la ingaggia per interpretare la ladra Lina Stroppiani nel film Peccato che sia una canaglia, tratto da un racconto di Alberto Moravia. Ed è in questa «spiritosa commedia di caratteri» che la Loren incontra quello che sarà, per decenni, il suo partner in crime: Marcello Mastroianni, allora già attore avviato. Seppur sia La fortuna di essere donna (Blasetti, 1956) a consacrare la giovane attrice, con questa gradevole commedia inizia un sodalizio artistico fra i più longevi e amati dal pubblico.

    PANE, AMORE E… (D. RISI, 1955)

    Un altro sodalizio fruttuoso per la carriera di Sophia Loren è sicuramente quello con Vittorio De Sica, sia nei panni di attore che dietro la macchina da presa. Nel film Pane, amore e… di Dino Risi, terzo della nota tetralogia della commedia all’italiana, gli attori sono protagonisti di una delle scene più iconiche del cinema nazionale, ossia il ballo sulle note di Mambo Italiano. Una Loren sicura di sé, avvolta nell’intramontabile vestito rosso, ruba la scena con la classe della diva che sarebbe diventata di lì a poco.

    LA CIOCIARA (V. DE SICA, 1960)

    Nonostante la fama che aveva presto elevato Sophia Loren a icona del cinema italiano, la forte presenza dell’attrice nella commedia rischiava di sminuirne le capacità recitative. Certamente è con La ciociara che la diva dimostra di saper interpretare ruoli dalla forte carica drammatica: la giovane madre Cesira, in fuga con la figlia Rosetta dagli orrori della seconda guerra mondiale, è uno dei personaggi che più ha lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Il valore dell’interpretazione della Loren, spintasi oltre i suoi limiti, è stato ampiamente riconosciuto ed elogiato: nel 1961, la Giuria del Festival di Cannes le assegna il premio come miglior attrice, così come i David di Donatello; l’anno successivo, Sophia Loren ottiene il Premio Oscar come miglior interprete femminile, sei anni dopo l’ottenimento del medesimo riconoscimento da Anna Magnani con La rosa tatuata (Williams, 1955).

    IERI, OGGI, DOMANI (V. DE SICA, 1963)

    Ancora con Vittorio De Sica, ancora un Premio Oscar (questa volta assegnato al film, nel 1965). Con Ieri, oggi, domani si riconferma il sodalizio artistico della coppia Loren-Mastroianni. Il film, formato da tre episodi girati tra Napoli, Milano e Roma, è una delle commedie all’italiana più celebri, capolavoro senza tempo generato dalle penne di Eduardo De Filippo, Alberto Moravia e Cesare Zavattini. Tuttavia, è sicuramente l’ultimo episodio, intitolato Mara, che restituisce una delle scene cult del cinema italiano, ossia lo spogliarello di Sophia Loren sulle note di Abat-jour dinnanzi a un famelico Mastroianni che davanti alla sensualità dell’attrice inizia a ululare, sotto gli occhi divertiti dell’attrice.

    UNA GIORNATA PARTICOLARE (E. SCOLA, 1977)

    “Pure io tante volte mi sento umiliata, considerata meno di zero. Mio marito con me non parla: ordina, di giorno e di notte. È da quando eravamo fidanzati che non ci facciamo più una risata insieme” 

    (Sophia Loren nei panni di Antonietta)

    L’ultimo film selezionato per l’omaggio a Sophia Loren è sicuramente una delle pellicole più straordinarie di Ettore Scola. Interamente girato negli interni di un’abitazione piccolo-borghese romana, Una giornata particolare è il dipinto di due individui soli, Antonietta e Gabriele, ancora una volta interpretati dal duo Loren-Mastroianni. Ma in questo straordinario lungometraggio, non ci sono le risate a unire i due protagonisti, bensì una grande capacità d’incorporare il dramma della solitudine e dell’emarginazione sociale nel periodo del fascismo. Costellato da momenti memorabili, ripresi dall’elegante mano di Scola, il film è, insieme a La ciociara, una delle interpretazioni drammatiche più impattanti regalateci da Sophia Loren.

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  • FEDERICO FELLINI: TRA ONIRISMO E REALTÀ

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    In questa rubrica faremo un viaggio alla scoperta dei registi più influenti della storia del cinema, di ieri e di oggi. Per conoscere al meglio la loro poetica non si può prescindere dal contesto storico e culturale in cui lavorarono, fonte di stimoli e opportunità ma, in qualche caso, anche di vincoli.

    FEDERICO FELLINI: TRA ONIRISMO E REALTÀ

    “Un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo.”

    È così che si definiva Federico Fellini, uno dei più significativi registi della storia del cinema. Sin dagli anni Quaranta, collabora con l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) come autore televisivo, scrivendo gag e copioni per piccoli film ma anche per programmi radiofonici. Lavora come autore, aiuto regista e sceneggiatore. A cambiare la sua vita è l’incontro con Roberto Rossellini, con cui collabora per la scrittura di Roma città aperta (1945) e Paisà (1946), film che daranno il via alla stagione del Neorealismo, insieme anche alle opere di altri autori, tra cui spiccano Vittorio De Sica e Luchino Visconti.

    FILM D’ESORDIO ALLA REGIA

    Dagli anni Cinquanta, alcuni cineasti iniziano a mettere in scena personaggi di classi medio-elevate per analizzare la vita contemporanea attraverso la loro psiche. Tra questi troviamo Federico Fellini che, nel 1952, esordisce alla regia con Lo sceicco bianco. È in questi anni che l’attività di regista prende il sopravvento su quella di sceneggiatore. A partire da quest’opera si definisce lo stile di Fellini come ‘fantarealismo’, termine usato per indicare i film in cui immagini realistiche si uniscono ad immagini di fantasia e oniriche. L’espressione fu coniata appositamente per definire lo stile felliniano, il quale non poteva essere ricondotto a nessun movimento già esistente.

    All’interno dei suoi film, sin dalla primissima pellicola diretta in co-regia con Alberto Lattuada Luci del varietà (1950), è possibile rintracciare una rete di simboli ricorrenti nelle sue opere: la strada deserta, il matto, il clown, la figura materna, il circo, la spiaggia, i caffè-concerto o ancora le piazze deserte nel cuore della notte. A proposito del clown il regista afferma:

    “un personaggio col quale mi sono identificato è il clown che fugge dall’ospizio. Muore ridendo. Vorrei farlo anch’io, è un bel modo di andarsene”.

    Una scena del film Lo sceicco bianco

    UN CINEMA AUTOBIOGRAFICO…

    Nel frattempo in quegli anni matura sempre più l’idea del cinema come forma d’arte. Di conseguenza, i registi considerati più prestigiosi iniziano ad essere coloro che scrivono le proprie sceneggiature e seguono uno stile personale, dando voce alle loro sensazioni e convinzioni. Federico Fellini riflette perfettamente questa visione: la sua abilità risiede nel saper creare un mondo personale, e in effetti i suoi film sono profondamente autobiografici. Pensiamo a (1963), che racconta l’incapacità di un regista di realizzare il film progettato. Questa pellicola viene realizzata dopo sei film interamente da lui diretti, più tre “mezzi” film, costituiti dalla somma ideale di tre opere co-dirette con altri registi. La sua adolescenza riminese è alla base di alcune delle sue opere più famose, tra cui i due capolavori I vitelloni (1953) e Amarcord (1973), in cui racconta la Rimini degli anni Trenta. Non è però solo una rievocazione di quegli anni: per Fellini si tratta piuttosto di riferire personaggi e sentimenti con gli occhi dell’adulto che riguarda gli anni dell’infanzia, collegandoli comunque a qualcosa di strettamente attuale. Da notare come riesca perfettamente ad evocare e far apprezzare la sua Rimini, sebbene nessuno dei suoi film sia realmente stato girato lì: la Rimini di Amarcord, per esempio, fu interamente ricostruita a Cinecittà.

    Una scena del film Amarcord

    … MA ANCHE ONIRICO

    Caratteristica del cinema di Fellini è la continua unione tra sogno e realtà, tra la razionalità e il pensiero che scorre senza vincoli. Negli anni Sessanta, Fellini inizia il suo rapporto con lo psicanalista junghiano Bernhard, che lo sollecita a scrivere in un diario le sue fantasie oniriche e a effettuarne una traduzione verbovisiva. È l’incontro con Bernhard che avvia la scrittura del Libro dei sogni, un diario tenuto dalla fine degli anni Sessanta fino all’agosto 1990 in cui il regista annota fedelmente sogni e incubi. I sogni sono però una massa informe, con segni non precisamente identificabili che, per essere tradotti in opere, hanno bisogno del rigore del senso linguistico. La dialettica realtà-sogno è presente a partire da Lo sceicco bianco (1952), fino alle Notti di Cabiria (1957) e La dolce vita (1960). Nello stesso Amarcord (1973), il più autobiografico tra i suoi film, il regista non si limita a una ricostruzione documentaristica della sua vita, ma la dimensione onirica è molto presente, e le due forze di sogno e realtà si sovrappongono fino a confondersi.

    Federico Fellini e Marcello Mastroianni sul set di 8 e mezzo

    “Sono molto più vere le cose che non mi sono accadute ma che mi sono inventate. Così è successo per la città dove sono nato, Rimini. Rimini, quella vera, in cui ho passato la mia esistenza di ragazzetto e di studente, si è quasi allontanata per lasciar posto a Rimini, alla città, al paese, completo in tutti i suoi dettagli, dei film in cui ne ho parlato, I vitelloni o Amarcord. Mi sembra ora che queste due sovracostruzioni di una Rimini completamente ricostruita appartengano molto di più alla mia vita dell’altra, la Rimini topograficamente accertabile. Insomma: sono un gran bugiardo. Questa è la conclusione.”

    Fellini amava dire che, alla vita, preferiva i sogni. Nei sogni l’azione avviene e basta, lì il pensiero fluisce liberamente senza il filtro della razionalità. A proposito di, in un’intervista con Sergio Zavoli del 1964, afferma che ciò che vive nell’immaginazione non deve essere inquietante, anzi “lo è se ci mettiamo in conflitto con la nostra immaginazione, se tentiamo di schematizzarla e interpretarla. Se la accettiamo per quella che è, non c’è niente di più confortante perché è l’unico modo di realizzarla”. Fellini sostiene che coloro che lo rimproverano di essere confusionario, lo fanno perché sono dogmatici e credono di non dover dubitare di nulla.

    Alla base della commistione di queste due dimensioni si scorge la sua filosofia di vita: non solo i sogni possono diventare realtà, ma essi aiutano anche a vivere meglio.

    “I nostri sogni sono la nostra vita reale. Le mie fantasie e ossessioni non sono solo la mia realtà, ma la materia di cui sono fatti i miei film”.

    La scena del sogno in 8 e mezzo

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