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  • Le eredi di Marilyn Monroe

    Le eredi di Marilyn Monroe

    A cento anni dalla sua nascita (e oltre sessanta dalla sua morte), Marilyn Monroe è ancora un’icona pop universale, simbolo di fascino e sensualità che va oltre alla sua (forse esigua?) carriera cinematografica. D’altronde non è stata tanto la recitazione della diva, quanto più l’immagine davanti e dietro lo schermo (unita alla scomparsa prematura) a imporne il mito nell’immaginario del Novecento, ma anche nelle generazioni successive. La prova è la quantità di imitazioni e omaggi che la sua figura ha raccolto nel corso del tempo: dai ritratti pop di Andy Warhol all’ultimo controverso biopic con un’Ana De Armas mimetica in trucco e movenze.

    Ma l’eredità di Marilyn Monroe non si limita a film o fotografie: la sua influenza si è estesa anche a moda, musica e più in generale alla rappresentazione del femminile nello spettacolo. Numerose artiste hanno attinto alla sua estetica e ai suoi codici comunicativi, reinterpretandoli in chiave contemporanea. Tra queste spiccano Madonna, in cui l’omaggio a Marilyn è fondante, Sabrina Carpenter, che ne riprende alcuni elementi estetici ribaltandoli di significato sul solco di Madonna, e Sydney Sweeney, la cui figura pubblica non è molto distante da quella della diva. Queste tre donne potrebbero essere considerate le eredi di Marilyn Monroe.

    Un tema che lega le quattro figure è il cosiddetto male gaze, lo “sguardo maschile” che per decenni ha influenzato il modo in cui le donne vengono rappresentate nei media. Da Marilyn Monroe, spesso intrappolata nell’immagine della bionda desiderabile costruita dall’industria hollywoodiana, fino alle eredi Madonna, Sabrina Carpenter e Sydney Sweeney, il rapporto tra autonomia femminile, desiderio, giudizio pubblico e controllo della propria immagine resta uno degli aspetti più discussi della cultura pop.

    L’ambizione bionda: Madonna

    Madonna è una delle artiste più influenti della storia della musica contemporanea. Fin dagli anni Ottanta ha costruito una carriera basata sulla continua sfida alle convenzioni culturali e sociali. Cantante, performer e imprenditrice, ha fatto del controllo della propria narrazione pubblica uno dei cardini del suo successo, ridefinendo il ruolo femminile nell’industria dello spettacolo.

    Il legame tra Madonna e Marilyn Monroe è evidente soprattutto nel videoclip di Material Girl del 1985, che riprende la celebre sequenza di Diamonds Are a Girl’s Best Friend dal film Gli uomini preferiscono le bionde. Ma non si tratta solo di un omaggio: Madonna usa quell’immaginario per riflettere sul rapporto tra desiderio maschile e potere femminile. Se Marilyn era una fantasia erotica, la cantante ribalta il meccanismo trasformando la sensualità in uno strumento affermazione personale. La riflessione raggiunge il culmine con il Blonde Ambition Tour del 1990: oggi ritenuto un momento chiave della cultura pop, lo show metteva in scena una femminilità apertamente sessuale ma gestita dalla donna stessa, non dallo sguardo maschile, in cui quell’immagine della bionda restava un’ambizione non raggiunta, un desiderio non più necessario.

    La migliore amica dell’uomo: Sabrina Carpenter

    Negli ultimi anni Sabrina Carpenter si è affermata come figura chiave del pop contemporaneo. Dopo gli esordi nelle serie Disney, ha costruito una carriera musicale di grande successo, distinguendosi per un’immagine che mescola maliziosa ironia, sensualità glamour e consapevolezza mediatica.

    Da una parte è evidente il suo recupero dell’estetica e dell’immaginario degli anni Cinquanta: voluminose acconciature bionde, trucco ispirato al glamour hollywoodiano e femminilità volutamente accentuata sono tra gli elementi più appariscenti della strategia. Il riferimento a Marilyn si è fatto più esplicito in varie occasioni, come nella cover alternativa dell’album Man’s Best Friend che riprende uno scatto degli anni Sessanta della diva con l’allora marito Arthur Miller. Sarebbe tuttavia ingiusto non riconoscere anche la forte influenza di Madonna su Sabrina, coronata nel 2026 al Coachella e col singolo Bring Your Love. La copertina del numero di Vogue di marzo 2025 conferma infine la doppia ispirazione.

    Titolo e cover principale di Man’s Best Friend da un lato richiamano ancora una volta Marilyn e la sua Diamonds Are a Girl’s Best Friend, ma si pongono più nella direzione scelta da Madonna che in quella vissuta da Marilyn: nonostante le apparenze, è lei in controllo. Di fronte alle accuse di mostrarsi troppo provocante, Sabrina Carpenter ha sostenuto che il problema non è ciò che una donna sceglie di mostrare, ma il modo in cui viene osservata e giudicata (dagli uomini).

    Geni perfetti: Sydney Sweeney

    Sydney Sweeney è una delle attrici più promettenti della sua generazione, ma nonostante i (discutibili) progetti cinematografici cui ha preso parte, il suo nome rimane legato perlopiù a produzioni televisive come Euphoria. Parallelamente alla carriera sullo schermo, è stata spesso al centro del dibattito mediatico per il modo in cui il suo corpo viene raccontato e rappresentato anche da se stessa.

    L’esempio più lampante è la campagna pubblicitaria Sydney Sweeney has great jeans perAmerican Eagle (il cui slogan è ripreso da quello usato negli anni Novanta da Calvin Klein per Brooke Shields), che ha riacceso discussioni sul confine tra valorizzazione e oggettivazione dell’immagine femminile. Sweeney sa bene che le donne dello spettacolo continuano ad essere valutate sull’aspetto fisico prima che sulle loro capacità, e ha deciso di sfruttare la dinamica a suo favore, per far parlare di sé. Così ha finito per incarnare una Marilyn Monroe contemporanea, “il ritorno della bomba sexy” un po’ ingenua ma sensuale nel cinema a stelle e strisce, forse più in controllo della propria immagine, ma non meno giudicata dagli sguardi maschili.

    La migliore amica delle ragazze 

    L’influenza di Marilyn Monroe sulla cultura pop resta straordinariamente viva. La sua immagine continua a essere reinterpretata da artiste appartenenti a generazioni diverse, dimostrando l’immortalità di certi miti e l’ineluttabilità di certi dibattiti. Marilyn, di cui è noto il disagio per lo status di sex symbol, resta il punto di partenza per una riflessione ancora attuale sul rapporto tra uomini e donne, tra potere e rappresentazione mediatica. Ognuna scelga la propria strada: se Madonna e Sabrina Carpenter usano quell’immagine per comunicare la loro autonomia rispetto al male gaze, Sydney Sweeney sembra accettare e riconfermare quell’idea. Il mito da cui partono, però, è lo stesso: l’immortale Marilyn Monroe.

    enrico borghesio

    Caporedattore

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  • Under The Silver Lake – Simboli e (sovra)letture

    sìmbolo s.m. – Qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto a evocare in partic. entità astratte, di difficile espressione.

    […]

    In semiologia […] segno il cui significante è in rapporto puramente convenzionale con la cosa significata, alla quale si collega in virtù di una regola costante, e in genere nota e accettata dai più.”

    Dal vocabolario Treccani

    Il 19 aprile di cinque anni fa arrivava nelle sale americane, con una distribuzione estremamente limitata, Under The Silver Lake, terza opera diretta da David Robert Mitchell (che molti conosceranno probabilmente per l’hit horror It Follows uscito cinque anni prima) e che vedeva nel ruolo di protagonista un Andrew Garfield impegnato a “scrollarsi” di dosso i ruoli-immagine acquisiti con The Social Network e i due Amazing Spider-Man. Un film che permetteva anche a Mitchell stesso di distanziarsi dal suo passato e di sperimentare con nuovi generi e nuovi stili di narrazione con un “film [che] è un mistero e ci sono misteri dentro quel mistero ed alcuni personaggi potrebbero essere considerati misteri a loro volta. Andrò a spiegarli? No.”

    Un’affermazione semplice e chiara da parte del regista stesso, da non intendere però con l’intenzione di presentare un racconto confuso e sconclusionato quanto piuttosto di costruire più layer di significato, ognuno permeato di segni e simboli, che permettono così di aprire molti più spunti di riflessioni di quanto si possa originariamente preventivare. Ma andiamo per gradi.

    Disclaimer: l’articolo, per poter andare affondo nell’analisi, conterrà ovviamente numerosi spoiler. Consigliamo caldamente quindi di recuperare prima il film e poi di tornare sull’approfondimento in un secondo momento!

    Sam: tra anestesia e sesso

    Sam risulta fin da subito un personaggio molto particolare da porre come protagonista di una storia: non è un eroe, non è un modello archetipico, è semplicemente un giovane uomo come tanti altri. Al tempo stesso sembra però una persona vuota, che passa le sue giornate senza lavorare e senza hobby (quasi fosse un cortocircuito tra l’uomo libero dai fardelli della società e quello a cui il vero raggiungimento personale pare impossibile, situazione simboleggiata fin da subito dalla morte dello scoiattolo che cade ai suoi piedi, ritenuto comunemente simbolo dell’organizzazione meticolosa a cui fa da contraltare il “vivere alla giornata di Sam”), in un loop i cui unici momenti degni di attenzione sono gli sporadici ed occasionali sguardi-spia verso le vicine. Proprio da questo ricaviamo un ulteriore elemento di definizione negativa del protagonista: venendo a conoscenza sulle battute finali del film di come Sam sia stato lasciato dalla precedente fidanzata, è facile visualizzare in lui una persona con un’idea contorta e corrotta delle donne, che fatica perciò ad interagire con loro al di fuori della sfera sessuale. Non a caso solo le shooting star e la ballon girl (scopertesi tutte escort) e l’amica attrice (che si presenta alla sua porta solo per un rapporto sessuale) costruiscono un dialogo con lui, mentre le altre donne sembrano ripudiarlo e cacciarlo via, con la scena delle “donne che abbaiano” nel bagno che ne diviene la rappresentazione perfetta.

    L’Owl’s Kiss e il Dog Killer nella copertina di un albo di “Under The Silver Lake”

    È quindi altrettanto facile vedere in questa lettura l’Owl’s Kiss come manifestazione indiretta di vendetta da parte delle donne nei confronti della sua visione, mischiando al tempo stesso sessualità e pericolo. Unica vera differenza sembra essere nella figura di Sarah che, costruendo un rapporto che non sfocia nel rapporto sessuale, diviene una figura che trascende la visione maschilista e carnale di Sam: non è più corpo, ma icona, quasi fosse una donna dei sogni di origine dantesca da trovare e salvare. Il finale porta però ad una chiusura devastante per il protagonista: Sarah è ormai chiusa per sempre nel mausoleo ed in egual modo Sam, nonostante l’uscita successiva dal tunnel sembri simboleggiare una rinascita a nuova vita, rimane costretto nella sua classica routine ad Hollywood, vuota e senza obiettivi, dalla quale sembra trovare una (momentanea) via di fuga nello stabilirsi con l’anziana vicina, affondando nuovamente nella sfera sessuale, placando i suoi desideri e creandosi una bolla (apparentemente) sicura.

    Hollywood: la terra dei sogni infranti

    Facile notare fin dalla prima visione l’immensa quantità di rimandi al mondo del cinema: non solo l’intera vicenda si ambienta attorno e dentro Hollywood, ma è facile pensare a molti film della Hollywood classica come 7th Heaven (film consigliato più volte al protagonista dalla madre e la cui trama è, apparentemente, molto simile alle vicende di Sam), How To Marry A Millionaire (le cui tre donne sono facilmente associabili alle tre “muse” dell’ascensione sul finale e di cui Sarah tiene le bambole accanto al televisore) o l’incompleto Something’s Got To Give (con Sarah nella piscina che ricrea in maniera quasi del tutto identica Marilyn Monroe in una scena del film), oppure i bagni che ricordano da vicino quelli visti in The Shining (non a caso qui uno rosso e l’altro verde) come anche le tombe degli attori usate come tavolini in un locale o quella di Hitchcock usata come appoggio dalle attrici/escort.

    È forse ancora più facile notare i riferimenti a Spider-Man – forse dovuti proprio alla presenza di Garfield come attore protagonista –: la gomma da masticare che si staglia come una ragnatela sulla mano di Sam che, subito dopo, proprio per toglierla e nascondersi dai ragazzini si abbassa assumendo la posa tipica dell’arrampicamuri, o ancora al suo risveglio l’albo di The Amazing Spiderman “incollato” alla sua mano.

    Sam si nasconde da alcuni ragazzini assumendo la posa tipica di un famoso arrampicamuri…

    Leggermente più velata e cupa è invece la lettura che Mitchell porta di Hollywood, il mondo dei sogniche, per poter essere raggiunto, obbliga però a fare altro: non è un caso infatti che quasi tutte le donne che Sam incontra si vedano costrette a vendere il proprio corpo per potersi permettere di inseguire quel sognomantenendo al tempo stesso una vita “abbastanza dignitosa”. In questo Hollywood stessa sembra sguazzare in questo fango, di cui emblema diventa la fila di ragazze semi-vestite per dei provini davanti al garage di un uomo sporco e sovrappeso intento a fotografarle con fare malizioso, da cui è poi facile ricavare una parabolaancora una volta maschilista (forse ulteriormente accentuata dalla visione di Sam) che porta Hollywood ad imporsi sulle donne e sulle scelte e gli obblighi imposti a quest’ultime: non è ancora una volta un caso che ritorni più volte Janet Gaynornel film (protagonista di 7th Heaven e davanti alla cui tomba si risveglia proprio il protagonista), attrice icona della Hollywood classica obbligata dal patrigno a recitare

    Tre escort/aspiranti attrici dialogano con Sam riguardo la casa del misterioso Songwriter

    Avanzando nella pellicola al mondo del cinema anche il dialogo/monologo del Songwriter si applica alla perfezione: non solo “tutto ciò che hai sempre sperato, di cui hai sempre sognato di esser parte, è una macchinazione” ma risulta lapalissiano come, nella sua riflessione, tutto ciò che viene creato di “nuovo” si basa in realtà su qualcosa di costruito in precedenza (concetto, tra l’altro, discusso ormai da decenni tra critici, analisti e cineasti), portando quindi a far risalire tutto il mondo del cinema ad un unico punto d’origine e costruendo una situazione in cui sembra impossibile rompere quel loop di sconfitta ed alimentando invece quello dello sfruttamento, che diventa così infinito con le aspiranti star che non potranno mai raggiungere l’obiettivo. Sembrano esserci quindi solo due modi per fuggire: l’anestesia totale di Sam, sia nella sua fase iniziale che soprattutto nella sua scelta sul finale, oppure “l’ascensione”, il rituale portato a compimento sul finale e che permette alle persone più potenti ed influenti di divenire immortali (proprio come immortali sono divenute molte star attraverso il cinema).

    Videogiochi: quest secondarie ed esplorazione

    Come per un cinefilo è estremamente facile carpire durante la visione tutte quelle citazioni al mondo del cinema, per un videogiocatore lo è altrettanto per il mondo dei videogiochi. Le citazioni dirette, per quanto in numero minore, ci sono e giocano un ruolo non indifferente: la mappa utilizzata da Sam per decifrare il percorso è quella di The Legend Of Zelda trovata in un numero della rivista NPM (Nintendo Power Magazine), Topher Grace gioca a Super Mario Bros. ovvero il gioco universalmente conosciuto da chiunque per i livelli nascosti accessibili dai tubi verdi (presenti, tra l’altro, sul soffitto del bunker per l’ascensione visitato da Sam), la suoneria di Sam è di The Last Ninja per Commodore 64 e in diverse scene indossa una maglietta di Jungle Hunt, videogioco il cui protagonista deve salvare una donna bionda da un gruppo di cannibali.

    Al di là quindi di come, probabilmente, Mitchell stesso volesse dimostrare il proprio amore verso un’era specifica dei videogiochi, risulta abbastanza semplice dedurne come non tanto i videogiochi in sé ma la struttura di quest’ultimi abbia portato Sam – e assieme a lui forse un’intera generazione di persone – a costruirsi un’idea molto specifica di vita, legata a doppio filo al concetto di avventura. È, quindi, ancora una volta facile vedere in Sam il “tipico protagonista da videogame”, che non svolge una vita da comune mortale, non lavora, non paga l’affitto, non mangia e non dorme ma vuole soltanto svolgere le sue quest, le sue missioni, così da avvicinarsi al suo obiettivo: l’importante diventa quindi capire dove trovare l’input giusto per proseguire nella storia, seguendo il percorso giusto per portare a termine la propria avventura personale e trovare la propria ricompensa. Ma il mondo reale non è un videogioco e le battute finali sembrano proprio marcare un fallimento completo di questa avventura senza ricompensa.

    “Cent’anni fa – sai, qualsiasi coglione poteva tipo vagare nei boschi e guardare dietro una roccia o stronzate simili e scoprire qualche nuova figata, no? Non più. Dov’è il mistero che da valore alle cose? Noi bramiamo il mistero, perché non ne è più rimasto nessuno.”

    Bar Buddy (Topher Grace) in una scena del film

    Simboli: sovraletture o messaggi nascosti?

    A visione conclusa, lo spettatore rimane con numerosi dubbi riguardo a ciò che ha appena visto ed è molto probabile che la prima domanda posta sia la sempreverde “gli eventi sono reali oppure no”? Normalmente si utilizza infatti la chiave di lettura del “è tutto nella testa del protagonista” che in questo caso potrebbe però essere declinato con un “Sam ha forse voluto vedere messaggi e segreti dove, in realtà, non c’è nulla?”. Riflettendoci a mente fredda, non è così semplice accettare che la conduttrice de La ruota della fortuna mandi davvero messaggi nascosti a seconda della direzione del suo sguardo, che i vinili ascoltati al contrario e con una pietra sopra rivelino messaggi satanici o che nelle banconote sia nascosto un gufo pronto a divenire una figura antropomorfa armata di coltello pronta ad uccidere uomini: è facile invece estrapolare da questo una mentalità malata in Sam, talmente disperata ed alienata da vedere messaggi ovunque – basti pensare al braccialetto datogli da Millicent (che non a caso muore assumendo la posizione del numero di Playboy preferito da Sam) con le lettere NPM che il protagonista prontamente collega al magazine Nintendo, ma che al tempo stesso consiste in una sigla talmente generica che può facilmente assumere per chiunque un significato diverso, ponendosi come soluzione di un enigma che (forse) in primis non esiste.

    È forse un caso che l’ombra proiettata da Sam sia l’unica a passare sopra la scritta?

    Un’altra domanda (apparentemente) senza risposta sembra essere la vera identità del Dog Killer, l’assassino di cani protagonista di un piccolo albo di Under The Silver Lake e che sembra esistere anche nel mondo reale, vista l’enorme fila di piccole tombe di cani con fiori e candele o i graffiti presenti in tutta la città con scritto “Beware The Dog Killer”. A visione conclusa, diversi elementi portano però ad associare proprio Sam al misterioso killer: in molte scene il personaggio sembra infatti essere fisicamente sulla scritta (a simboleggiare una connessione diretta) e la presenza di biscottini per cani nelle sue tasche, per quanto motivata da Sam stesso, porta con sé qualche dubbio, soprattutto se si inserisce nell’equazione l’associazione continua tra i cani e le donne, portando con sé l’ulteriore idea che la nostra visione di spettatori sia filtrata e che a morire siano proprio donne e non cani – ad ulteriore fondamento di questa teoria c’è il commento di Sam stesso sulla differenza tra l’essere capaci di “uccidere un cane ed una persona”, derivante da qualcuno che sappiamo essere invece capace di uccidere anche una persona senza troppe difficoltà. Tornando all’incontro tra Sam ed il Re dei senzatetto è quindi facile vedere in quest’ultimo un intento accusatorio davanti ai biscotti trovati nelle sue tasche: e se il Re non fosse altro che un poliziotto intento ad interrogare proprio Sam su questi delitti, distorto però dalla mente confusa di Sam?

    Quindi tutti i simboli, codici e numeri del film sono un’invenzione di Sam? Forse. Al tempo stesso è interessante notare come un enorme disegno sembri davvero esserci all’interno del film: unendo i nomi dei due personaggi principali si ottiene Samsara, dea Hindu della rinascita e del ciclo; sotto le bambole in casa di Sarah possiamo ricavare, dall’alfabeto Zodiac, le parole “Tombstone Sheriff Entries” che, se inserite su W3W – sigla del sito What Three Words, usato per trovare le coordinate di un luogo con tre parole, il cui simbolo è presente anche nell’alfabeto dei senzatetto del film ed il cui nome possiamo ricavare dal codice morse scritto sul cartellone del bar nella prima scena – porta ad un monte chiamato “The Sphinx” dove potrebbe trovarsi proprio la sala dell’ascensione di Sarah e Jefferson; sempre il codice morse è possibile sentirlo nei fuochi d’artificio che, tradotti, affermano “ascend now”, fungendo quindi da messaggio nascosto per i pochi eletti, tra cui proprio Sarah che, non a caso, reagisce in maniera bizzarra ai fuochi; e ancora i numeri, con il tre – facile richiamo alla trinità cristiana – che ritorna più volte in associazione alle tre donne “necessarie” per l’ascensione, il 751 nel cartellone, il 1492 come civico di casa del fumettista – rimando alla scoperta dell’America da parte di Colombo che diventa specularmente le scoperte (vere o meno) da parte del fumettista – o come i numeri diventino la chiave di decrittazione della canzone dei Jesus and the Brides of Dracula – non a caso un uomo e tre donne, proprio come quelli del rituale dell’ascensione – portandoci a credere che il discorso del songwriter abbia, forse, un fondo di verità.

    Anche il poster del film, osservando attentamente, presenta numerose immagini nascoste

    Difficile trarne quindi una conclusione definitiva da tutto ciò, perché significherebbe escludere a priori alcuni elementi in favore di altri; al contrario è semplice trarne un’ulteriore chiave di lettura che avvicina pericolosamente Sam proprio allo spettatore. Quante volte infatti ci siamo soffermati, alla fine di un film, a commentare come quel fiore, quella canzone, quella maglietta, quel colore, quella frase, quel movimento di macchina, quel nome, quel luogo, quello stacco di montaggio non fosse stato inserito in quella sequenza a caso ma scelto appositamente proprio per essere letto attraverso una specifica chiave di lettura che permette così di trarne un messaggio semi-nascosto? Ma possiamo davvero essere sicuri che quel messaggio, quel simbolo volesse trasmetterci qualcosa “di più”? Siamo, quindi, tanto diversi da Sam che, guardando la ruota della fortuna, vede messaggi nascosti ovunque?

    “What’s the frequency, Kenneth?” is your Benzedrine, uh-huh

    I was brain-dead, locked out, numb, not up to speed

    I thought I’d pegged you an idiot’s dream

    Tunnel vision from the outsider’s screen

    […]

    I’d studied your cartoons, radio, music, TV, movies, magazines

    Da “What’s the frequency, Kenneth” dei R.E.M., presente in una scena del film ed il cui testo parla di un uomo disturbato mentalmente che vede segni nascosti nella cultura pop


  • #19 STRADE PERDUTE – BLONDE DI ANDREW DOMINIK

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo diciannovesimo episodio di Strade Perdute, il primo della seconda stagione, Alessandro, Jacopo e i loro ospiti Benedetta e Alessandro analizzano l’ultimo film di Andrew Dominik, ovvero Blonde, biopic incentrato sulla Star delle Star, Marylin Monroe. Buon ascolto!

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    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.

  • NORMA JEANE MORTENSON – DIETRO IL SORRISO DI MARILYN MONROE

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    È il 5 agosto del 1962, alla presidenza degli Stati Uniti c’è John Fitzgerald Kennedy, impegnato a non far precipitare i rapporti con l’Unione Sovietica durante la crisi missilistica di Cuba. I Beatles stanno iniziando la loro ascesa nell’impero delle leggende musicali, al cinema danno Lawrence d’Arabia, mentre mancano pochi mesi all’arrivo nelle sale americane de Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, in inglese), lo splendido film con Gregory Peck tratto dal romanzo omonimo di Harper Lee. Il leggendario supereroe Spiderman compare per la prima volta nei fumetti Marvel, facendo innamorare perdutamente migliaia di ragazzini. Eppure, il 5 agosto 1962 i giornali non parlano di tutto questo, i titoli sulla crisi missilistica cubana vengono messi da parte per far spazio ad altro: in prima pagina c’è infatti l’immagine inconfondibile di una delle donne più importanti e influenti del mondo, l’attrice Marilyn Monroe, morta durante la notte in circostanze misteriose nella sua casa di Los Angeles. Il cinema piange una delle star più talentuose e affascinanti del Novecento, e la sua morte avvolta dal mistero genera ancora oggi decine e decine di teorie. Ma chi era davvero Marilyn Monroe? Oggi ripercorriamo la sua storia e scopriamo cosa si celava dietro l’immagine della donna bellissima e sorridente che il mondo amerà per sempre.

    LA DURA VITA DI NORMA JEANE E LA NASCITA DI MARILYN

    Nata il 1 giugno 1926, Norma Jeane Mortenson ha da subito una vita molto difficile. L’abbandono da parte del padre e gli svariati problemi mentali della madre la portano ad entrare nel durissimo sistema di affidamento statunitense, all’interno del quale Norma cambia numerose famiglie nel giro di pochissimi anni. La sua infanzia è purtroppo costellata di numerosi abusi psicologici e sessuali in almeno tre delle famiglie in cui la piccola si trova a vivere. Al compimento dei 16 anni (allora età legale da matrimonio negli Stati Uniti) viene data in sposa al suo primo marito, uno degli uomini che, nel corso della sua vita, la intrappoleranno in relazioni controllanti, tossiche e distruttive. Poco tempo dopo, Norma inizia ad essere notata per la sua incontestabile bellezza, comincia così una breve carriera da modella, e la gelosia ossessiva del marito la porterà presto a chiedere il divorzio. Ora Norma ha vent’anni, è single, e, memore degli splendidi film in cui si rifugiava da ragazzina per scappare dai dolori del mondo, decide di fare carriera ad Hollywood. Verrà subito notata da Ben Lyon, regista della Fox, e sarà proprio lui a suggerirle il nome d’arte Marilyn Monroe, utilizzando il cognome da nubile della madre di Norma. E così nasce Marilyn Monroe, che di lì a qualche anno sarebbe diventata uno dei simboli del cinema in tutto il mondo. Purtroppo nel mondo di Hollywood, soprattutto in quel periodo, non era affatto semplice lavorare e arrivare in alto: se si era una donna, anche con del talento, con una bella immagine e tanta ambizione, si doveva obbligatoriamente passare oltre l’approvazione dei dirigenti, uomini che molto spesso chiedevano in cambio svariati favori sessuali. Marilyn inizia il suo lavoro di attrice con qualche piccola parte in film della Fox, prende lezioni di recitazione e dizione, si tinge i capelli castani del suo iconico biondo dorato. Alla soglia degli anni ’50, con l’uscita del film Eva contro Eva (All About Eve), Marilyn inizia ad acquisire molta popolarità, che crescerà ulteriormente pochi anni dopo quando alcune foto di nudo che la donna aveva scattato anni prima vengono usate dai fotografi con lo scopo di ricattarla. L’attrice risponderà a questa minaccia con grande onestà e classe, dichiarando di aver posato nuda per potersi pagare l’affitto in un periodo particolarmente difficile della sua vita: il pubblico è stregato dall’umiltà e dall’eleganza della donna, e sempre più persone iniziano ad ammirarla.

    GLI ANNI ’50: LA CARRIERA A HOLLYWOOD, LE RELAZIONI, LA DEPRESSIONE

    Nel corso degli anni ’50 Marilyn cerca di staccarsi un po’ dall’immagine della “bionda svampita” che le era stata affibbiata da tempo, e comincia a ricoprire ruoli cinematografici più importanti e drammatici in cui il suo talento di attrice può uscire allo scoperto e conquistare il pubblico. Nel 1953 escono due film che la consacreranno tra le star di Hollywood: Niagara, Come sposare un milionario e Gli uomini preferiscono le bionde, commedia diretta da Howard Hawks in cui vediamo Marilyn recitare e cantare; iconico è ancora oggi il numero musicale in cui l’attrice canta Diamonds are a girl’s best friend con uno splendido vestito rosa che verrà citato e ricreato nella musica e nel cinema da molte altre attrici e cantanti. Nello stesso periodo Marilyn conosce e inizia una relazione con il giocatore di baseball Joe DiMaggio, che sposerà nel 1954. I due diventano subito la coppia più importante del momento, costantemente negli obiettivi dei paparazzi, e il loro ha tutta l’aria di essere il matrimonio perfetto. Tuttavia, anche questa relazione si rivela essere profondamente tossica data la gelosia ossessiva di Joe; il regista Billy Wilder ricorda che, durante le riprese di Quando la moglie è in vacanza, mentre girava l’iconica scena in cui il vestito di Marilyn viene sollevato dall’aria di una grata, Joe DiMaggio era presente, e che il suo sguardo di odio in quel momento fosse impossibile da dimenticare. Anche questo matrimonio finì molto presto, e ancora una volta Marilyn si rende conto di non avere controllo su se stessa e sul proprio corpo, che pare sempre appartenere ad altri e mai a se stessa. È in questo periodo che la donna inizia a soffrire di forte depressione e sbalzi d’umore: l’abbandono da parte del padre e l’infanzia traumatica la portano a cercare approvazione in uomini più grandi e a sessualizzare fortemente la sua figura, l’unico modo che conosceva per poter essere amata. Il nuovo matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller nel 1956 non migliora la situazione: Marilyn inizia a pensare a un figlio, ma la sua endometriosi e la dipendenza dai farmaci la portano ad avere numerosi aborti. Nonostante ciò la sua immagine pubblica rimane sempre impeccabile, elegante, sorridente; non poteva mostrare la sua sofferenza al mondo intero, che era abituato a vederla come la bionda più bella e affascinante del cinema. L’ultimo film che riuscirà a completare sarà The Misfits (Gli spostati, 1961), di lì in poi la sua salute fisica e mentale peggiora, e con essa anche la dipendenza dai farmaci. A restarle accanto rimasero solo il suo psichiatra e l’ex marito Joe DiMaggio, a cui si era riavvicinata in amicizia.

    I RAPPORTI CON I KENNEDY E LA MORTE

    Gli ultimi anni di Marilyn la vedono avvicinarsi alla famiglia Kennedy: inizia una relazione con John F. Kennedy, divenuto presidente degli Stati Uniti nel 1960, e successivamente anche con il fratello Robert Kennedy, detto Bob. I due si incontravano in segreto a casa di Peter Lawford, cognato di Bob, ma i rapporti tra Marilyn e la famiglia restano misteriosi e furono insabbiati dai Kennedy stessi, anche a causa delle voci che vedevano l’attrice far parte del partito comunista. Pochi mesi prima di morire Marilyn regala al mondo un altro momento iconico sigillato nelle menti di tutti: il 19 maggio del 1962 l’attrice si fa confezionare uno splendido abito ricoperto di cristalli e davanti ad oltre 15 mila persona al Madison Square Garden di New York canta la famosissima Happy Birthday Mr. President, proprio per il compleanno di John Kennedy. L’evento suscita scandalo, sia per il vestito di Marilyn, che viene giudicato troppo provocante, sia per la conferma di un qualche tipo di relazione tra i due.

    Passano pochi mesi e arriviamo a quella notte del 4 agosto 1962. Marilyn si trova nella sua casa di Los Angeles e il periodo che sta passando è molto particolare: la depressione continua a provocare sbalzi d’umore, è ancora fortemente dipendente dai farmaci, persone a lei vicine hanno la sensazione che si stia quasi arrendendo alla grande sofferenza che porta dentro di sé. La domestica vede andare a letto Marilyn intorno alle 21, l’attrice va in camera da letto e telefona a Peter Lawford: la chiamata è molto strana, Marilyn non sembra molto in sé, pare essere piuttosto confusa, così Lawford decide di avvertire Mickey Rudi, avvocato della donna. L’uomo decide quindi di telefonare lui stesso intorno alle 22, e la domestica lo rassicura, dicendo che tutto è sotto controllo. Alle 3.30 di quella notte la governante nota che la luce della camera di Marilyn è ancora accesa, così cerca di entrare per sincerarsi che tutto sia tranquillo, ma la porta è chiusa a chiave e non risponde nessuno. La domestica chiama immediatamente lo psichiatra di Marilyn, che decide di entrare nella stanza sfondando una delle finestre, e trova così la donna sdraiata nel letto, completamente nuda e con la cornetta del telefono in mano, senza vita. Alle 4 del mattino arriva l’ambulanza e viene dichiarato il decesso; si pensa subito al suicidio, dato che sul comodino erano presenti molte confezioni di farmaci, e l’autopsia conferma la loro presenza, tuttavia sin da subito moltissime persone vicine all’attrice non accettano questa versione, primo tra tutto lo psichiatra stesso. La mattina del 5 agosto tutti i giornali parlano della morte di Marilyn, il mondo del cinema piange una delle star più influenti e promettenti del momento, il mistero che avvolge l’intera situazione non fa che portare allo sviluppo di teorie che continuano a nascere ancora oggi. I primi sospetti si rivolgono alla famiglia Kennedy e al sindacalista Jimmy Hoffa, grande nemico di Bob Kennedy, intenzionato a distruggerlo sfruttando proprio la relazione con Marilyn: Hoffa aveva fatto piazzare delle cimici in casa della donna, e aveva così provato che quella notte del 4 agosto Marilyn e Bob si erano visti e avevano avuto un’accesa discussione. I due si stavano allontanando, anche a causa delle tante voci riguardanti il partito comunista, e la donna accusava lui di vederla soltanto per andare a letto, ed era quindi stufa di «essere trattata solo come un pezzo di carne». Bob Kennedy potrebbe quindi essere l’ultima persona ad aver visto l’attrice in vita, ma la famiglia Kennedy ha sempre negato qualsiasi tipo di coinvolgimento nella situazione. Il mistero si infittisce se consideriamo anche la testimonianza di un autista di ambulanze: quest’ultimo ha dichiarato di essersi recato a casa di Marilyn proprio la notte del 4 agosto, intorno alle 23, per portarla in ospedale dato che pare fosse ancora viva. La donna sarebbe poi morta durante il tragitto e lo psichiatra, insieme all’addetto stampa Arthur Jacobs, avrebbero deciso di riportarla in camera da letto e quindi “inscenare” il ritrovamento del corpo. Tuttavia anche qui non possiamo essere sicuri di cosa sia realmente successo, se Marilyn avesse deciso di porre fine alla sua vita oppure se qualcun altro fosse intenzionato a farla sparire. Quel che ci rimane è l’immagine straziante di una delle tante donne che Hollywood e il mondo dello spettacolo in generale hanno sfruttato e tormentato fino alla completa distruzione. Ci restano fotografie e film in cui Marilyn ride, amica all’obiettivo, balla, sfoggia abiti meravigliosi, ma dietro quel caschetto biondo si nascondeva la capigliatura mora della fragile e triste Norma Jeane, quella che pochissimi hanno avuto modo di conoscere davvero.

    LO SFRUTTAMENTO CONTINUO DELL’IMMAGINE DI MARILYN

    Chi non ha mai visto la famosissima fotografia in cui Marilyn ride con il vestito bianco sollevato che lascia scoperte le gambe al vento? È tratta dal film Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, ed esprime perfettamente come il mondo dello spettacolo non si sia fatto molti problemi a sfruttare fino allo sfinimento l’immagine dell’attrice. Il sistema hollywoodiano tra gli anni ’40 e ’50, e le difficoltà che presentava sul cammino delle donne intenzionate a fare carriera, portavano spesso le aspiranti attrici a venire ricattate e costrette favori sessuali, e tra queste Marilyn non era l’eccezione. Gli abusi subiti durante l’infanzia e l’occhio di Hollywood sempre puntato sul suo corpo, avevano portato l’attrice a convincersi che l’unico modo per essere amata fosse proprio questo, mostrare il proprio corpo e sessualizzare la propria immagine. L’etichetta che le era stata applicata sin dal principio non era affatto facile da rimuovere e le è rimasta incollata addosso fino alla morte: Marilyn era la “bionda svampita e un po’ stupida”, che non si accorgeva di ciò che le accadeva intorno, che come unico obiettivo aveva quello di conquistare il cuore di un uomo sempre nuovo. Dietro quell’immagine c’era però l’intelligente e ambiziosa Norma Jeane, che voleva fare carriera come attrice, che voleva essere presa sul serio per il suo talento e l’impegno che dimostrava e non soltanto per le forme del suo corpo e la bellezza unica del suo viso. In molti hanno reso omaggio alla meravigliosa Marilyn, in molti hanno ripreso fotografie e scene di film che la vedevano protagonista, ma non tutti sfortunatamente hanno saputo portarle rispetto. L’evento più recente che ha suscitato enorme scalpore ha avuto luogo nel giugno di quest’anno, durante il red carpet del Met Gala, in cui abbiamo visto l’imprenditrice e modella Kim Kardashian sfilare con lo stesso identico abito di cristalli che Marilyn aveva indossato per cantare Happy Birthday Mr. President nel maggio del ’62. Non si trattava di una replica, ma dello stesso abito, divenuto ormai un pezzo d’arte incredibilmente importante. Se consideriamo anche il fatto che Marilyn si era fatta confezionare il vestito in modo da poter aderire perfettamente al proprio corpo ed essere così indossato solo e soltanto da lei, possiamo capire la gravità della cosa. Inutile dire che l’abito, nonostante la cura con cui è stato trasportato e indossato da Kim, ha ovviamente riportato dei danni. Tutto ciò ha quindi suscitato molto scalpore, dato che l’abito non tornerà mai come prima. Uno dei tanti momenti in cui Marilyn ha smesso di essere una persona ed è diventata una semplice immagine da sfoggiare.

    Concludiamo così questo omaggio verso un’attrice meravigliosa e splendida donna, ricordando a tutti di come il mondo dello spettacolo sia tremendamente difficile: soffrire non è ammesso, l’immagine è tutto. Un amico di Marilyn ricorda un momento in cui i due si trovavano insieme a Los Angeles e hanno visto l’installazione di un enorme cartellone su uno dei palazzi. Sul cartellone c’era proprio la fotografia dell’attrice, nella famosa scena (ancora) della gonna bianca che si alza scoprendo le sue gambe agli occhi dell’intera città. Guardando la foto Marilyn avrebbe sospirato all’amico «Vedi? È questo quello che la gente si aspetta da me.»

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