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  • L’ultima tentazione di Cristo – Il Vangelo secondo Scorsese

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    “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”

    (Vangelo secondo Giovanni, 1, v. 14)

    Il movimento critico della politique des auters, nato in Francia negli anni ’50, indicava col termine “scarto” i film meno riusciti dell’opera di un regista meritevole del titolo di “autore”. Dell’opera di Martin Scorsese, L’ultima tentazione di Cristo (1988) rappresenta certamente e per diversi motivi lo “scarto”, il pezzo non del tutto riuscito, la nota stonata all’interno della composizione. In parte per la povertà di mezzi, dovuta al basso budget di soli 7 milioni, in parte per i tempi di ripresa molto stretti (58 giorni in Marocco), fattori che hanno portato secondo Scorsese a una “situazione d’emergenza” che l’ha costretto a girare un film sicuramente più ridotto rispetto a quello che aveva inizialmente pensato. Non aiuta poi il fatto che all’uscita sia stato oggetto di uno scandalo mediatico di ampissime dimensioni, alimentato da associazioni e gruppi religiosi (uno di questi arrivò addirittura ad incendiare un cinema dove il film veniva proiettato), che per anni ha dominato la discussione attorno alla pellicola oscurandone il valore artistico. 

    Tuttavia, come la politique des auters ci insegna, è dagli “scarti” che bisogna partire per poter apprezzare nella sua interezza l’opera di un autore. Scarti che, spesso, si dimostrano interessanti tanto (se non di più) quanto i capolavori riconosciuti. 

    UN PASSION PROJECY

    Il film nasce da un’enorme passione di Martin Scorsese, il quale desiderava sin da bambino dirigere un film sulla vita di Gesù.

    Infatti, la religione, nello specifico quella cattolico-cristiana in cui è stato cresciuto, ha avuto un’enorme influenza sul regista, che possiamo riscontrare in tutta la sua opera (si pensi ad esempio al successivo Silence). Parlando alla Catholic Media Conference a Québec, nel 2017, Scorsese ha affermato “L’atmosfera in chiesa è qualcosa di molto pacifico. Il potere della chiesa era una sorta di balsamo”, contrapponendo l’esperienza della messa alla sua vita quotidiana tumultuosa nelle strade malfamate di Little Italy. Scorsese aveva addirittura considerato la possibilità di farsi prete, ma il progetto era fallito dopo un anno di seminario. 

    L’idea di un film sul profeta del cristianesimo si sarebbe consolidata a seguito della lettura del romanzo L’ultima tentazione di Cristo, avvenuta nel 1972, durante le riprese del suo secondo film, America 1929-Sterminateli senza pietà (1972). A consigliarglielo era stata la giovane attrice protagonista: Barbara Hershey. Il libro dello scrittore greco Nikos Kazantzakis aveva causato indignazione a causa della notevole distanza dalle vicende descritte dalla Bibbia, ma ciò non fece demordere il regista, che affidò la sceneggiatura del suo progetto al collaboratore Paul Schrader. 

    Dopo una falsa partenza nel 1983 sotto la Paramount Pictures (il tutto si interruppe a pochi giorni dall’inizio delle riprese a causa di proteste seguite all’annuncio della produzione), nel 1987 il regista riuscì a rimettere in piedi il progetto, sotto le insegne della Universal Studios e con limitazioni rispetto all’idea iniziale.

    Barbara Hershey, interprete di Maddalena, doveva ri-applicare da sola i propri tatuaggi, non essendoci abbastanza truccatori

    Scorsese stesso, nel corso degli anni, si era impegnato per raccogliere fondi, lottando con unghie e denti per dare luce ad un progetto a cui evidentemente credeva molto e che, di lì a poco, gli avrebbe creato non pochi problemi. Le difficoltà incontrate nella lavorazione, che emergono dallo stesso prodotto finito, non soffocano comunque il risultato finale: l’impegno del regista e l’interesse verso il soggetto emergono prepotentemente dalle immagini su schermo e dalla narrazione.

    ANIMA E CORPO: UN GESU’ UMANO 

    “Io sono un bugiardo. Un ipocrita. Ho paura di qualsiasi cosa. Non dico mai la verità perché non ho abbastanza coraggio. Quando vedo una donna io divento rosso e mi giro dall’altra parte. Io la vorrei, ma non la prendo, per Lui [Dio], e dopo sono così fiero di me, ma il mio orgoglio distrugge Maddalena. Io non uccido, non rubo e non combatto, e tutto questo non perché non lo voglia, ma perché ho paura” 

    (L’ultima tentazione di Cristo, 1988)

    Al centro di gran parte delle proteste nate da questo film c’è il personaggio di Gesù, interpretato da Willem Dafoe (che nell’anno d’uscita compiva proprio 33 anni). Il protagonista ci viene presentato come un essere in lotta con sé stesso, tormentato da una voce di cui non comprende l’origine ed intento, ironicamente, a fabbricare croci per i romani. Le prime immagini che abbiamo di lui rimandano già al destino che solo noi spettatori conosciamo: le braccia divaricate sulla croce, la schiena ricoperta di ferite (in questo caso autoinflitte); il viso ricoperto del sangue di un uomo crocifisso, schizzatogli addosso. 

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    Il percorso di questo Gesù verso la morte e risurrezione è già avviato, come la narrazione filmica ci fa intendere, ma diversamente dai classici racconti biblici noi spettatori siamo incerti riguardo al come ci arriverà.

    Il Gesù di Scorsese (e di Kazantzakis), infatti, non è un personaggio rassicurante, ma piuttosto un coacervo di contraddizioni, di incertezze, di paure e di difetti. Incerto riguardo alla propria natura (per buona parte del film questiona la paternità divina) e su come interpretare i segnali che riceve e gli avvenimenti che lo circondano, il Gesù di Scorsese si muove a tentativi nella speranza di compiere ogni volta il passo giusto, quello che lo porterà al compimento della volontà di Dio e, spera, alla pace. In ciò, viene coadiuvato dalle diverse idee che gli altri hanno riguardo al ruolo di Messia: Giuda (interpretato da Harvey Keitel) lo vorrebbe guerriero contro i romani, Giovanni Battista violento estirpatore del male morale. Dopo una prima fase di predicazione pacifica decide di cambiare rotta e assumere un atteggiamento molto più autoritario, ispirato da una visione di ambigua interpretazione. La sua strada, al contrario di quella di molti altri Gesù nella storia del cinema, non sembra spianata, e anche una volta assunta la consapevolezza di dover morire sulla croce cerca di rimandare il proprio destino, preferendo la morte in battaglia.

    È stata però soprattutto “l’ultima tentazione” del titolo a far montare il caso mediatico. Nella mezz’ora di film finale, infatti, Gesù sceglie, su consiglio di un ‘angelo custode’, di scendere dalla croce prima di morire e di condurre una vita da uomo comune, con tanto di mogli e figli. 

    L’angelo custode si scoprirà poi essere Satana e l’esistenza vissuta solo una visione che Gesù respinge per “tornare” sulla croce e compiere il proprio destino, ma nonostante ciò lo sdegno collettivo è rimasto.

    Nel prologo del libro, Kazantzakis, forse prevedendo le incomprensioni che sarebbero nate, racconta il proprio travagliato percorso di fede: “La mia principale angoscia e la fonte di tutte le mie gioie e i miei dolori dalla mia giovinezza in poi è stata l’incessante, impietosa battaglia tra lo spirito e la carne. (…) Amavo il mio corpo e non volevo che perisse; amavo la mia anima e non volevo che decadesse”. È dunque sulla propria battaglia personale tra spirito e corpo, tra sacro e profano, che lo scrittore basa la parabola del suo Gesù.

    Nel riprendere all’inizio del proprio film alcune delle parole dell’autore, Scorsese ci comunica di star assumendo la stessa visione. Il percorso del profeta verso il sacrificio finale e supremo non ha senso se a compierlo è un personaggio che non ha incontrato ostacoli lungo il proprio percorso, che non ha vissuto a pieno la propria umanità prima che la propria divinità, che in sostanza non ha sofferto la perdita di ciò che avrebbe potuto avere. Da qui la natura fondamentale di quest’ultima sezione, che rappresenta il completamento dell’arco narrativo di questo Gesù, il quale non è costretto ad immolarsi per l’umanità, ma sceglie liberamente questo destino a seguito di un percorso spirituale estremamente accidentato e offre, come Kazantzakis riassume bene, “un modello supremo all’uomo che soffre”

    La sua è, insomma, la storia di un uomo alla ricerca della traiettoria della propria vita.

    “Padre… Riprendimi con te. Voglio portare al mondo la salvezza! Sii felice del mio ritorno! Accoglimi, padre, voglio essere tuo figlio! Voglio pagare il prezzo! Voglio essere crocifisso e voglio risorgere! Voglio essere il Messia!”

    (L’ultima tentazione di Cristo, 1988)

    POOR JERUSALEM: UNA GALILEA NEL CAOS

    A questa rappresentazione molto più terrena di Gesù si accompagna una visione non idilliaca dei territori in cui la storia del profeta si consuma. La Palestina che Scorsese ci riporta è una terra lacerata da lotte intestine e contro l’oppressore romano, un contesto che è impossibile eliminare da qualsiasi adattamento dei Vangeli ma che forse mai come qui ci viene restituito nella propria violenza. 

    Il percorso spirituale di Gesù si intreccia sin dall’inizio con le politiche del suo paese, in primis per il legame con Giuda, membro di un’organizzazione ribelle, e in secondo luogo perché il ruolo autoimpostosi di “Messia” oscilla continuamente tra lo spirituale e il politico. Le diverse interpretazioni della figura messianica sono ben racchiuse da due figure in particolare.

    La prima è quella di Ponzio Pilato (interpretato da David Bowie). Durante il processo di Gesù, questi assume le funzioni di un burocrate in atto di giudizio, e si approccia al protagonista come a un qualsiasi rivoltoso, lasciando intendere che il colloquio sia per lui routine (“Abbiamo un posto anche per te, sul Golgota. Lassù ci sono già 3000 teschi, forse anche di più”). Non prova fascinazione per la sua figura o interesse per i suoi metodi, perché, come afferma lui stesso, “Non ci importa il modo in cui vuoi cambiare le cose. Non vogliamo che cambino, tutto qui”. Gesù viene dunque giudicato come una figura il cui intervento è prettamente politico, capace di incitare alla rivolta e capovolgere le strutture della società.

    La seconda figura è quella di San Paolo, che appare nella parte finale. Il protagonista lo incontra mentre sta raccontando la sua versione della vita del profeta, maggiormente aderente alla versione evangelica (crocefissione seguita da risuscitazione). Quando Gesù smentisce i fatti da lui raccontati, il predicatore dimostra comunque di voler riferire la propria verità perché è quella “di cui la gente aveva bisogno, quella a cui voleva credere”. Il ruolo di Gesù secondo Paolo, dunque, è quello di guida spirituale, di fonte d’ispirazione che possa dare conforto alla popolazione. Poco importa se questa visione sia reale o meno: il Messia per Paolo non è una persona in carne ed ossa ma un simbolo che può piegare a suo piacimento per dare speranza al popolo.

    I luoghi e gli eventi, anche quelli più straordinari e simbolici, lungi dall’avere la patina luminosa solitamente assunta dai prodotti tratti dalla Bibbia (specialmente quelli italiani), o la natura da kolossal dei film americani del cinema classico, vengono rappresentati in tutta la loro crudezza e natura spoglia, con una fotografia coadiuvante che mette in risalto il rosso del sangue, elemento ricorrente e fondamentale. 

    Il viaggio di Gesù, così, pur essendo costellato dall’iconografia cristiana tipica (i miracoli, le stimmate, i serpenti, il fuoco…) non assume dimensioni epiche o gioiose, ma piuttosto un tono inquietante e cupo perfettamente in linea con lo stato d’animo del protagonista e il contesto socio-storico. L’esempio più evidente di questa trasformazione delle icone religiose, assunte come positive dalla Chiesa ma dotate in realtà di una loro dimensione concreta molto più perturbante, è la scena in cui, riprendendo un’immagine del cattolicesimo controriformista (L’immagine-Cristo, Giammario Di Risio), Gesù si sfila il cuore dal petto e lo mostra ai propri discepoli. Una scena che, grazie anche alla musica e alla scelta delle luci, non sfigurerebbe in un film horror.

    A questi elementi si aggiungono poi alcune (probabili) invenzioni di Scorsese che contribuiscono a ibridare le icone classiche col tono molto più terreno della pellicola: durante l’ultima cena il vino si trasforma davvero in sangue, colando poi sul pane; Gesù e Maddalena (interpretata da Barbara Hershey), a seguito della mancata crocefissione, ricreano l’iconica Pietà di Michelangelo, in una situazione che terminerà poi in un rapporto sessuale.

    La Palestina de L’ultima tentazione di Cristo non è molto distante, così, dalla New York di Taxi Driver (1976) o di Quei bravi ragazzi (1990), popolata da figure poco raccomandabili e divorata dalla violenza, dalla corruzione e dalla politica. Non molto distante, insomma, dalla Little Italy dell’infanzia del regista.

    CONCLUSIONI

    Su L’ultima tentazione di Cristo si potrebbero spendere tante altre parole: non abbiamo avuto modo ad esempio di parlare della meravigliosa colonna sonora di Peter Gabriel, uno dei pochi aspetti riconosciuti come positivi già all’epoca dell’uscita, né dei personaggi secondari. Dimostrazione, questa, di quanto in realtà il film possa offrire, una volta scrostata l’aura scandalosa e superate le incertezze relative ad una visione molto più tetra delle vicende bibliche con cui il pubblico italofono sarà entrato a contatto almeno una volta. 

    Certo, non è un film perfetto (eccessivamente verboso in certi punti, con alcune interpretazioni non del tutto centrate, a volte incapace di nascondere dietro al proprio minimalismo la scarsità di mezzi). Forse, però, è proprio questa natura semi-riuscita ad affascinare: nella sua imperfezione è una dimostrazione della capacità adattativa e della maestria del regista, oltre che dell’enorme passione che lo ha spinto, alla fine, a portarsi a casa un eccellente risultato partendo da premesse affatto rosee. Alla fine vien da sorridere anche a noi assieme al protagonista, pensando che una visione simile esista, grazie alla fermezza di Scorsese e alla sua fede in un’idea: la perseveranza umana nella battaglia contro la sofferenza.

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  • LE MILLE LUCI DI NEW YORK, NEW YORK – SCORSESE E LA REVISIONE DEL MUSICAL

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    L’ETÀ DELL’INNOCENZA (DEL CINEMA)

    Già prima di New York, New York (1977), qualcosa degli echi e delle atmosfere del musical americano classico fa capolino nell’universo filmico di Martin Scorsese, precisamente nel prologo di Alice non abita più qui (1974): una bambina, mentre è richiamata con insistenza dalla madre in casa per la cena, canta soave e con fare sognante – del resto, porta il nome dell’eroina di Lewis Carroll – nel cortile di una fattoria che sembra fuoriuscita dalla fantasia escapista del Mago di Oz (1939), e immersa nei tramonti carichi e arrossati di Via col Vento (1939). Si tratta di un flashback rigorosamente fleminghiano della protagonista (la Ellen Burstyn de L’esorcista, 1973), una donna resiliente che, invecchiando, ha dovuto rinunciare ai sogni di gloria come artista, per far posto a una scialba esistenza di ambizioni ristrette. 

    È curioso e sintomatico che in questo woman film, immesso negli itinerari di nomadismo esistenziale della New Hollywood, in un registro di quotidianità prosaica e realismo psicologico, i ricordi personali e il “posto delle fragole” di Alice assumano i connotati formali e replichino mimeticamente la messa in scena dei generi del grande spettacolo del cinema classico: il musical e il melodramma (condensati nei loro capisaldi più iconici). 

    La materia con cui sono forgiati i sogni hollywoodiani in technicolor è qui per Scorsese un’affettuosa scenografia mentale, che rievoca un passato individuale e idealizzato fatto di memorie modellate primariamente dal cinema. Un serbatoio di reminiscenze rivissute attraverso la lente dell’immaginario (dell’infanzia), che non può trovare spazio vitale, sbocco e realizzazione compiuta nella dura e adulta realtà di una madre vedova intenta a sbarcare il lunario come Alice. 

    Dopo la discesa agli inferi nella fosca e interminabile notte metropolitana di Taxi Driver (1976), Scorsese, in New York, New York, riparte proprio da qui: dall’inestricabile e divorante antinomia tra l’onnipotenza del cinema – la ricostruzione di un magico mondo bigger than life, tanto potente e protettivo quanto fragile e illusorio -, e l’aspra, indocile dimensione disincanta della realtà pressante e impietosa, che in un coacervo di conflitti, ostacoli e compromessi complica, logora e guasta irrimediabilmente i rapporti umani. Osteggiando la possibilità di conquistarsi un agognato quanto impossibile happy end, se non a prezzo di una rinuncia al romance, sacrificato sull’altare del successo professionale. 

    QUEI BRAVI RAGAZZI (DEL MUSIC HALL)

    La storia prende il via all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e abbraccia l’incontro casuale tra l’irrequieto e imprevedibile sassofonista Jimmy Doyle (Robert De Niro) e la dolce e caparbia aspirante cantante Francine Evans (Liza Minnelli), sullo sfondo di un’affollatissima America festante e ottimista, che intasa le strade e si riversa scatenata a ritmo di swing in una gigantesca ballroom newyorkese. 

    Dopo un estenuante quanto invadente corteggiamento di lui, e un’ancor più goffa e rocambolesca fuga da un hotel, tra schermaglie e provocazioni reciproche i due si trovano a dividere una corsa in taxi, diretti a un piccolo club in cui Jimmy cerca un ingaggio, venendo assunto proprio grazie all’accompagnamento vocale di Francine, che convince il proprietario (il pezzo You Brought a New Kind of Love to Me di Maurice Chevalier rimanda esplicitamente a una scena di Monkey BusinessQuattro folli in alto mare (1931) dei Fratelli Marx). 

    Vinte le iniziali riserve per il temperamento sfacciato e assillante di Jimmy, assistendo ai suoi virtuosistici assoli al sax Francine comincia a innamorarsi del suo romanticismo di strada un po’ cialtrone un po’ maledetto: è l’inizio di un sincero ma turbolento sodalizio musicale, di un duetto esistenziale che si rincorrerà nel corso degli anni come un ostinato refrain continuamente spezzato e ricomposto. Un pazzo rapporto che cerca la fusione dell’accordo perfetto (quel major chord fatto di amore, musica e denaro di cui parla Jimmy, non sempre in quest’ordine), come la sublime armonia unificante di melodia e parole. Un impossibile equilibrio tra le ambizioni di celebrità di entrambi e il ritiro a vita privata nel sostegno di affetti autentici ma anonimi. 

    Prodotto da Irwin Winkler e Robert Chartoff, coppia d’oro fresca reduce dal trionfo dei tre Oscar di Rocky (1976) agli Academy Awards del 1977, sceneggiato da Mardik Martin e Earl Mac Rauch, e girato da un Martin Scorsese che, a trentaquattro anni, è all’apice della consacrazione internazionale (l’anno prima, Taxi Driver (1976) ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes), nonché vertice riconosciuto della New Hollywood, il film, uscito in USA il 21 giugno 1977, si rivela, un po’ inaspettatamente, un sostanziale fallimento al botteghino: da un budget di quattordici milioni di dollari (molto alto per l’epoca), in sala riesce a rastrellarne appena sedici e mezzo. 

    Tanto che, scottata dal flop, la distribuzione United Artists scorcia notevolmente la pellicola a una copia di 136 minuti (dai 153’ iniziali), e soltanto la riedizione del 1981 reintegra le scene tagliate e restaurate (su tutte, il bellissimo numero musicale Happy Endings, di cui restava solo una piccola porzione nel theatrical cut), consegnandoci il film nel fluviale splendore del suo final cut (164 minuti). 

    THE KING OF MUSICAL DRAMEDY

    New York, New York è al tempo stesso un tributo malinconico, una rievocazione nostalgica da cinefilo dotto e affettuoso, e una lucida e pungente critica revisionista del musical melodrama hollywoodiano, rivisto alla luce ombreggiata del pessimismo sociale contemporaneo (dell’epoca).

    Dall’avventura delle riprese in strada e in esterni di Taxi Driver, Scorsese approda a un film completamente girato in studio, con il cruccio di riprodurre la stessa abbagliante patina cromatica e visuale dei grandi musical del passato, con particolare attenzione all’MGM touch delle opere prodotte da Arthur Freed

    Non potendo disporre dell’originale Technicolor a tre bande (allora non più in uso), opta per una pellicola in Eastmancolor single-strip. Ricreando l’effetto cercato già prima di andare in stampa, con il magnifico lavoro sinergico della fotografia di László Kovács (DOP di Easy Rider (1969) e dei grandi registi della New Hollywood come Bob Rafelson e Peter Bogdanovich) e delle scenografie di Boris Leven (Oscar per West Side Story (1961) di Robert Wise), che “dipingono” vistosamente il set e “truccano” artigianalmente il profilmico fino a ottenere l’impasto visivo desiderato (fondamentale, allo stesso scopo, la resa dei costumi rinforzati di Theadora Van Runkle). 

    A partire dalla ripetizione del titolo, allitterato come un ritornello, emerge la doppia natura del film, come se in ogni frammento coesistessero e frizionassero, spalmate in un ideale negativo e positivo fotografico, due parti e due anime di New York, compenetrate l’una nell’altra: quella mitica, artificiosa e sfavillante, in un revival formale che si fa carico dell’omaggio sognante e cinefilo a un’epoca di produzioni ormai scomparse; e quella realistica di scottante attualità, che riporta – filtrata dietro l’ambientazione anni ’40 e ’50 -, un’atmosfera mesta di fine (della fabbrica) dei sogni e di brusco risveglio dalle illusioni di celluloide. In cui emergono il brulicare delle solitudini metropolitane e l’aggressiva esplosione dei conflitti dirompenti e autodistruttivi dei nuovi protagonisti dello spettacolo (e della vita cittadina). 

    C’è dunque un forte contrasto tra il look volutamente posticcio dei fondali artificiali (tersi crepuscoli aranciati, scheletri di alberi tra fiocchi di neve finta, come quella che cade in Incontriamoci a Saint Louis (1944) di Minnelli), i neon monocromatici (il rosso saturo come un allarme di cui è verniciato uno dei locali, restyling chic e ultrapop dell’infernale pub di Mean Streets, 1973), lo squillante décor anti-naturalista dei balletti, e le interazioni dei personaggi dialoganti in foreground, ritratti invece in uno stile cinematico di inquieta e vibrante modernità

    Imperniato su schegge di scabro e ombroso iperrealismo, sull’improvvisazione dei dialoghi e lo scontro dei caratteri in disordinata presa diretta. Pieni e vuoti di recitazione spontanea in un documentario di nevrosi attoriali che Scorsese mutua dal cinema d’autore europeo, e soprattutto dal cinema indipendente metropolitano dell’amato John Cassavetes.

    Ogni sequenza sembra contenere l’estetica della vecchia e della nuova Hollywood compresse nello stesso frame, in una coabitazione meta-testuale stridente che spiazzò la gran parte dei critici e del pubblico dell’epoca, decretando il fiasco del film. Oggi comprendiamo invece come questo brusco stacco tra sfondo e figure, riesca a stagliare e a dare ancor più rilievo alla profondità e alla verità dei personaggi agenti in una ricostruzione così marcatamente finta. L’operazione teorica di Scorsese è in anticipo sui tempi, precorre quella tendenza autoriflessiva del citazionismo postmoderno – che esploderà definitivamente negli anni ’80 e ’90 -, in cui il film si forma e ragiona intelligentemente sul precipitato di materiali, influenze e sonorità di cui è composto. 

    Sono ridotti al minimo i primi piani, che intervengono solo nei momenti appartati a più alta incandescenza emotiva (gli occhi di Francine allo specchio, dopo un bilancio esistenziale condotto in silenzio, risistemate le vecchie fotografie). Per il resto, la filologia figurativa di Scorsese ricalca fedelmente le inquadrature e i formati dei film della classicità che intende rievocare, vale a dire il medium shot (la mezza figura) e il piano americano. 

    Molte scene clou e quasi tutti i furenti bisticci della coppia avvengono in auto (chi dei due è alla guida dell’esistenza, e chi, al contrario, si fa trasportare dall’altro come un passeggero, sembra domandare Scorsese?). Persino le riprese dagli abitacoli, con la città all’esterno dell’auto che si srotola scorrendo dai finestrini, impiegano un trasparente rudimentale, decisamente anacronistico per le produzioni anni ‘70.

    A livello tematico, non deve ingannare una presenza maschile esorbitante, opprimente e vessatoria come quella incarnata del Jimmy Doyle di De Niro, sorta di famelico e ostinato lupo di Broadway Street. Come già accaduto in Alice non abita più qui, grazie soprattutto al magnetismo luminoso di Liza Minnelli, Scorsese si concentra piuttosto su un personaggio femminile complesso, sfaccettato e determinato come Francine, che resiste alle gabbie dei ruoli e alle etichette di genere riuscendo ad affermarsi clamorosamente, ben più della sua controparte, nella carriera artistica e imprenditoriale, senza esaurirsi in quei legami materni che pur accoglie, a differenza di Jimmy che li allontana con irresponsabile viltà infantile. 

    BANDS OF NEW YORK

    Jimmy e Francine (splendida l’alchimia allacciata da De Niro e la Minnelli), nelle loro dinamiche scoppiettanti, inscenano un duetto oppositivo tra due diversi modi di reinterpretare lo spirito (del tempo) newyorkese – e americano tout court, per estensione – attraverso la musica: Jimmy, con i suoi assoli sfrenati, imbizzarriti e fuori registro, rappresenta l’irruente sperimentalismo che scompagina le vecchie ballate rassicuranti. Francine è l’eccellente artista pop più legata alla struttura e allo spartito tradizionale della canzone old standard

    Per questo insieme sono perfetti e complementari, facendo appunto combaciare la musica (lui) e il testo (lei) di quel capolavoro immortale di Theme From New York, New York (scritta in realtà appositamente per il film da Fred Ebb e John Kander, verrà successivamente registrata e resa celebre da Frank Sinatra, restando tutt’ora, dopo il proclama ufficioso del sindaco Ed Koch nel 1985, inno simbolico della città). 

    Dal piano della relazione individuale, la vicenda di Jimmy e Francine slitta poi sul livello storico e cronologico, per fissare un epocale momento di transizione riguardante il panorama musicale statunitense, che si inserisce come una delle tessere del grande mosaico di Scorsese sulla Nazione americana in evoluzione (sonora): il rapido declino, nel secondo dopoguerra, dell’era delle big band. I grandi complessi orchestrali swing (come quello del trombonista Tommy Dorsey, visibile all’inizio del film), che avevano furoreggiato fin dagli anni ’30, ora in crisi con la chiusura e il calo di appeal delle grandi sale da ballo (qui mostrate con una serie di malinconiche dissolvenze, che contemplano dall’alto il progressivo svuotamento degli avventori in pista), soppiantate dall’avvento di nuovi generi e forme di spettacolo musicale più libere e aperte all’improvvisazione, come il bebop (Jimmy Doyle, in questo, è un precursore alla Charlie Parker) e, più tardi, il rock’n’roll di Elvis. 

    In questa oscillazione tra lo swing da sala e il jazz più innovatore, tra la hit popolare e la ricercatezza stilistica, Scorsese ritrova la dialettica in cui si dibatte la sua opera cinematografica in cerca di un pubblico, tra la natura commerciale e l’afflato artistico, nel dissidio che turba l’anima del regista tra l’essere shooter pop-mainstream o performer autoriale. 

    PLAY IT AGAIN, MARTIN

    La regia mobile, precisa e istintiva di Scorsese è già quella di un maestro alla perfetta sintesi di avanguardia e accademia, che sa giostrare le variazioni compositive, le scale sonore e la scaletta visuale di un film che scorre tra l’happening concertistico e la sua intermission (e intromission) nei drammi privati dietro le quinte. Alterna con sapienza mirabile le ampie scene di massa, con centinaia di comparse in studio, e le sceneggiate dell’intimità da camera, il passo a due della coppia (il bacio prolungato proteso dalla portiera del taxi è una tenera gag) e i balletti coreografici dei figuranti, gli assoli fulminanti di Jimmy (“doppiato” allo strumento dal musicista Georgie Auld) come le esibizioni velate e seducenti della chanteuse Francine (prima dell’esplosione finale con l’imperiosa Theme From New York, New York), lo show rapsodico e accelerato on stage e le pause di mesta e riflessiva solitudine celata alla ribalta. 

    La macchina da presa si aggira attorno al palcoscenico con trascinanti e fluidi movimenti in continuità, come un discreto ma fondamentale special guest del complesso che suona il suo spartito registico di ghost notes, seguendo l’andamento sincopato e improvvisato delle cavalcate jazzistiche. In un jam session stilistica tra le morbide incursioni del dolly e gli stacchi delle panoramiche a schiaffo, in cui anche i cut di montaggio “attaccano” a tempo sui cambi di ritmo – in crescendo o in levare – e sulle acciaccature della colonna musicale. 

    Un tipico e coinvolgente camerawork che Scorsese riproporrà subito nel doc L’ultimo valzer (The Last Waltz, 1978), sull’ultimo live del gruppo rock The Band, e nel ring di Toro Scatenato (Raging Bull, 1980), con la coreografia dei pugni e la danza dei corpi, nello scontro dei pugili, che vengono modulate dai ganci sonori della musica. E che negli anni perfezionerà sempre di più, fino all’apoteosi dell’artificio formalista di Casinò (1995): il punto terminale della sua riflessione – iniziata, forse, proprio con New York, New York –  sul romance cinico, umano e materialista del perdente di successo, bloccato in uno stato di possessiva pulsione infantile (sempre incarnato, non a caso, da Robert De Niro), che finisce risucchiato nelle sirene di un mondo artificiale di pura luce abbagliante, rinchiuso su se stesso e sulle proprie ossessioni, come in un enorme set cinematografico senza uscite di sicurezza. 

    MUSICA PER I TUOI SOGNI (INFRANTI)

    Sono molte le influenze cinefile e i prelievi diretti che Scorsese riversa in New York, New York. La stessa scelta come protagonista di Liza Minnelli – già spumeggiante ballerina del varietà e ragazza in dolce attesa che si dibatte tra amore, vizi e carriera in Cabaret (1972) di Bob Fosse (per cui vinse l’Oscar alla miglior attrice) -, da sola richiama un imprescindibile corpus di opere, una factory (meta)cinematografica e una legacy familiare che hanno fatto la storia della golden age del musical (tra il padre Vincente celebrato maestro e la madre incommensurabile diva ne Il mago di Oz e in È nata una stella (1954) di George Cukor). Mentre Robert De Niro trascina con sé l’irruenza veemente e le terribili fragilità del nervoso e instabile animale metropolitano, già esplorate nelle precedenti prove scorsesiane, con un personaggio sgradevole e esasperante modellato sul fumantino gestore di night club interpretato da Bing Crosby nella musical comedy Cieli azzurri (Blue Skies, 1946) di Stuart Heisler. 

    Lo spunto generale per il plot viene da Musica per i tuoi sogni (My Dream is Yours, 1949) di Michael Curtiz, romantic comedy musicale con la coppia di cantanti Doris Day e Lee Bowman, da cui si riprende il personaggio della vocalist di talento sconosciuta che cerca di sfondare sul palcoscenico, rivaleggiando con un partner invidioso e narcisista, e l’annesso tema delle relazioni private inasprite e disperse nel regime di concorrenza. È un film leggero e tutt’altro che memorabile, ma secondo Scorsese – come spiega in prima persona nel suo doc divulgativo Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese (1995) -, è esemplare di quel bitter mood del musical Warner del secondo dopoguerra che incrina l’atmosfera luminosa e rassicurante del genere, per evidenziare sottotraccia la crisi dei rapporti e un abisso di disillusione che serpeggia ovunque: quello stesso vento di smarrimento sociale e cupa amarezza che Scorsese registra nell’America degli anni del post-Vietnam e che infonde, camuffato in panni retrò, in New York, New York

    Per lo stesso motivo – illuminare le sfumature dissonanti e il lato oscuro di un genere tipicamente solare e speranzoso -, Scorsese fa reinterpretare a Liza Minnelli la canzone The Man I Love, proveniente dall’omonimo film di Raoul Walsh del 1947 (dove era cantata da Ida Lupino), come citazione che si fa latrice dell’elemento di disturbo e inquietudine noir infiltrato nel musical

    “MY LIFE IS LESS DRAMATIC, NOT REMOTELY CINEMATIC”

    Nel vorticoso e rutilante numero musicale Happy Endings (opera del songwriting team Fred Ebb – John Kander), inserito a due terzi buoni di film, Scorsese fa invece esplodere, per contrasto, tutta la sfarzosa e incontaminata potenza immaginifica e cromatica del musical lussuoso, levigato e luccicante come un diamante. Una salvifica e splendente isola felice che interrompe il flusso della narrazione, e ribadisce la capacità di evasione, la forza catartica del cinema di rendersi impermeabile e di sanare, almeno sul grande schermo, frustrazioni, conflitti e tensioni insopportabili che restano irrisolte nella realtà. 

    L’entusiasmante balletto è il climax visivo, la mise en abyme che replica la storia del film, il compendio narrativo che riepiloga la biografia e il soliloquio cantato dei sogni di gloria (ir)realizzati dalla protagonista. Modellata sul segmento Born in a trunk di È nata una stella (1954), presenta un florilegio traboccante di suggestioni visive, dalle geometriche coreografie floreali di Busby Berkeley (Donne di lusso, 1935) all’estetica della grande stagione del musical MGM di Stanley Donen (Cantando sotto la pioggia, 1952) e Vincente Minnelli. Proprio Minnelli appare come il nume tutelare più apprezzato da Scorsese: l’immagine notturna dall’alto, con Jimmy che suona il sax circonfuso dalla luce a effetto riflettore di un lampione stradale, richiama graficamente quella dell’esplosivo suonatore di tromba alla finestra di Spettacolo di varietà (The Band Wagon, 1953). 

    Lo stesso, metaforico cerchio di luce che racchiude il malinconico isolamento blues di Jimmy, viene successivamente acceso nel buio graduale di uno studio di incisione, per circoscrivere la conquista dello spot(light) di presenza scenica in solitaria, il “piedistallo” da solista che Francine riesce a conquistarsi salendo in cattedra e di tono sulle note alte di The World Goes Round: il carosello dell’amore, dopo mille giri a vuoto, sembra arrestarsi per fare posto alla consacrazione della fama. 

    “THESE VAGABOND SHOES… THEY ARE LONGING TO STRAY”

    New York, New York è racchiuso in una struttura circolare in cui il finale ritrova i luoghi e la strada degli inizi, ma nel tempo intercorso tutto appare rovesciato: Jimmy rivede Francine dalla platea della stessa ballroom in cui si erano incrociati la prima volta: lui la ammira seduto ai tavolini, ma lei è ormai regina incontrastata e inarrivabile, star del main stage presa a esibirsi nella magniloquente interpretazione della title track del film. Il mesto e imbarazzato rendez-vous che va in scena tra i due nei camerini, aperto con la bella immagine in profondità di campo che, per mezzo di un ideale split screen, riavvicina nel quadro due persone ormai distanti nella vita, è simile all’ultimo incontro, colmo di rimpianti, tra Deborah e Noodles in C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone. 

    Sfumato anche l’ultimo, disatteso appuntamento, non resta che il ritorno sul dettaglio iniziale delle scarpe di Jimmy sull’asfalto bagnato (come quelle del fantomatico Harry Lime de Il terzo uomo (1949) di Carol Reed): le impronte di tutto il cammino percorso per ritornare sui propri passi, coi piedi piantati per terra, parzialmente sconfitto. In un vicolo cieco della passione in cui nessuno balla più sotto la pioggia, e il sogno di far risuonare la nota sentimentale del major chord è definitivamente tramontato.

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  • #23 STRADE PERDUTE – I MUSICAL DELLA NEW HOLLYWOOD

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo ventitreesimo episodio di Strade Perdute Alessandro, Jacopo e il loro ospite Nicolò Cretaro parlano di tre musical della New Hollywood: Il Fantasma del Palcoscenico di Brian de Palma (1974), New York New York di Martin Scorsese (1977) e Un Sogno Lungo un Giorno di Francis F. Coppola (1982)

    Di seguito il minutaggio dei film trattati:
    – Il Fantasma del Palcoscenico (
    10:30)
    – New York New York (
    32:55)
    – Un Sogno Lungo un Giorno (66:00)

    Buon Ascolto!

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    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.

  • RECENSIONE SERGIO LEONE, L’ITALIANO CHE INVENTO’ L’AMERICA – IL NUOVO “ENNIO”?

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    Francesco Zippel, italiano che ha lavorato assieme a registi internazionali del calibro di Friedkin e Anderson, è alla sua ennesima prova nel genere documentaristico e alla seconda nell’ambito della filmografia del nostro paese e dei suoi mostri sacri. Oltre a Friedkin Uncut (2018) e Oscar Micheaux-The Superhero of Black Filmmaking (2021), infatti, ha lavorato anche ad un mediometraggio/intervista dedicata a Fellini, con protagonista Wes Anderson, Fantastic Mr Fellini (2020). 

    Sarebbe dunque sbagliato chiamare il suo ultimo film, dedicato a Sergio Leone e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Venezia Classici, un “ritorno alle origini”. Tuttavia, si tratta certamente di una naturale prosecuzione per la carriera del documentarista, filmmaker tra due mondi, dedicato a un artista che più di altri ha saputo far comunicare Italia e America.

    Sergio Leone-L’italiano che inventò l’America (alcune fonti riportano anche “l’uomo che inventò l’America” come titolo) è costruito tutto attorno agli interventi di personaggi che hanno lavorato col regista (Eastwood, Connelly, De Niro), che l’hanno studiato (Christopher Frayling), conosciuto e vissuto (i figli) o che sono stati ispirati dalla sua opera (tra i nomi citabili, Spielberg e Frank Miller).

    Il film rientra agevolmente all’interno di quel filone di documentari dedicati a figure del nostro cinema usciti negli ultimi anni. Si pensi solo a titoli come Fellinopolis (Silvia Giulietti, 2020), Django & Django (Luca Rea, 2021) o Ennio (Giuseppe Tornatore, 2021; trovate la nostra recensione qui. Con quest’ultimo in particolar modo il film di Zippel sembra avere delle somiglianze superficiali: a causa della collaborazione tra Leone e il compositore, infatti, diversi degli intervistati sono presenti in entrambe le pellicole (Tornatore, Eastwood, Tarantino, lo stesso Morricone…). Inoltre, si possono notare all’interno di tutti e due i film l’uso di alcuni (pochi) filmati uguali, oltre che, per ovvie ragioni, il ritorno a film già affrontati nel lavoro di Tornatore. Ma l’intento di fondo risulta completamente diverso. Se, infatti, Ennio voleva fungere, almeno da ciò che emergeva dalle parole del musicista, anche come forma di “redenzione” per un artista mai del tutto sicuro del valore della propria arte, qui abbiamo uno studio approfondito riguardante un maestro affermato e concretizzato visto da un punto di vista esterno.

    Già dal titolo, infatti, Sergio Leone-L’italiano che inventò l’America ci espone la sua missione: non è interessato a ripercorrere l’intimità e la mente dell’artista (come aveva fatto Tornatore con Ennio, portandoci come voce narrante lo stesso compositore), né a far riscoprire al pubblico mainstream un autore meno conosciuto (come aveva fatto il documentario dedicato a Corbucci, autore apprezzatissimo dai cinefili e appassionati ma certamente meno prominente nella memoria collettiva degli spettatori “casuali” rispetto a Leone). La presenza di appassionati che sappiano spiegare nel dettaglio la sua arte (tra tutti il più informato, a scapito di un Tarantino più loquace, è certamente Scorsese) e veri e propri esperti (i bolognesi riconosceranno Farinelli, direttore della Cineteca) permette la creazione di un dossier interessantissimo di informazioni attorno al suo processo creativo, alla sua maniera di fare western che sono, come ben espresso da Frayling, “la mitizzazione del mito” americano portato sullo schermo.

    Pertanto, alla storia della vita di Leone, trattata molto sommariamente, e alla cronologia dei suoi film, si alternano vere e proprie sezioni dedicate a singoli argomenti che abbracciano il processo del filmmaking nella sua completezza e che coinvolgono anche figure apparentemente “minori” come il rumorista o il sound mixer. Si rispolvera così anche un certo modo di far cinema, ormai superato dall’uso della tecnologia ma ancora estremamente affascinante. 

    Di nuovo, l’interesse non è per la cronologia o per una ricostruzione di tipo storico: spesso un film viene solo citato en passant per poi essere ripreso più avanti nel dettaglio, un altro viene nominato prima che gli venga dedicata una sezione intera… Ugualmente, c’è poco interesse nel restituire la figura umana: i figli appaiono poco (rispetto ad altri partecipanti al documentario) e l’aneddoto più interessante del Leone uomo viene raccontato non da loro ma da Jennifer Connelly, che ricorda la delicatezza con cui, ancora bambina, l’aveva diretta nella scena del bacio in C’era una volta in America. Anche quel poco che scopriamo della sua esperienza personale serve a completare il suo ritratto come regista: il trauma nazionale delle Fosse Ardeatine viene rievocato in una scena di Giù la testa, l’incontro coi “veri americani” post Liberazione, tanto diversi da quelli visti nei film, una delusione che si traduce su pellicola.

    Alle interviste e le clip tratte da film o dietro le quinte si alternano delle piccole scene raffiguranti set e scene tratte dai suoi lavori ricostruite in miniatura e con l’aiuto del digitale. Questi intermezzi sono certamente la parte debole del lavoro di Zippel: stonano col resto della narrazione e non sempre risultano ben realizzati a livello tecnico, con una CGI a tratti ovvia. Si tratta, comunque, di una piccolezza, una sbavatura per un film che, pur non virando mai in direzioni funamboliche o rivoluzionarie per il genere e non arrivando mai ai picchi di grandiosità di altri lavori (probabilmente non pretendendolo neppure), si merita un grande plauso per aver ricostruito in maniera interessante, senza scadere nella prolissità, l’arte di un Maestro del nostro cinema.

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  • SEPPELLITI DA UNA RISATA – 5 FILM PER SCOPRIRE LA STAND UP COMEDY

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    Negli ultimi anni le piattaforme hanno dedicato sempre più spazio all’interno dei propri cataloghi alla comicità, basti pensare agli speciali di stand up comedy che Netflix rende disponibili periodicamente. Questo non senza problematicità sia all’estero che in Italia, dove il fenomeno è da qualche anno in progressiva crescita e popolarizzazione. Se infatti per i comici internazionali si sta assistendo ad un boom di speciali paragonabile al boom comico di fine anni ‘80, quando spuntavano continuamente nuovi club con il rischio di saturare il mercato, c’è la preoccupazione che il luogo della stand up comedy si sposti progressivamente dai palchi al web. Per i comici italiani invece non si riesce a comprendere l’effettivo impatto di queste vetrine che sortiscono spesso un effetto limitato. 

    Rimane però innegabile l’impatto dei comici sull’industria dell’intrattenimento ed accade spesso che siano anche i soggetti più interessanti da mettere al centro di una pellicola, protagonisti ingombranti quanto ricchi di spunti proprio grazie alla tendenza a mettersi a nudo di fronte al pubblico, tra nevrosi personali e l’abbattimento di temi tabù. La stand up comedy è la forma teatrale più personale ed implica per un natura un coinvolgimento emotivo tra comico e pubblico ma l’esperienza si limita alla performance sul palco, i film in questo senso riempiono un vuoto tra quello che succede prima e dopo, regalando allo spettatore una prospettiva inedita rispetto a quella sperimentata nella realtà. Questa prospettiva è spesso in contrasto con il lato più leggero dell’intrattenimento ed offre uno spazio per esplorare anche la dimensione psicologica più oscura di chi vive rispetto cercando di  far ridere le persone.

    Accanto ai ritratti biografici si accompagnano film nei quali comici con alle spalle una carriera nell’industria decidono di rappresentare sullo schermo personaggi che abitano questo mondo, è il caso di Adam Sandler in Funny People, Chris Rock in Top Five e Jenny Slate in Obvious Child. Se la rappresentazione della vita di un comedian è stata spesso appannaggio della serialità -dal  grande show sul nulla di Jerry Seinfeld al recente successo di The Marvelous Mrs. Maisel- negli ultimi anni si è arricchita la lista di film che scelgono di rappresentare l’esperienza sul palco e fuori dal palco da una prospettiva sempre più personale. 

    Per seguire l’evoluzione di questo piccolo ma stimolante sottogenere, di seguito elencati gli esempi più virtuosi: 

    Lenny (Bob Fosse, 1974)

    Il film successivo a Cabaret di Bob Fosse è una rarità nel suo genere, un film autobiografico su un comedian -in questo su colui che viene considerato come il creatore della stand up comedy, Lenny Bruce- che non viene interpretato dal comedian stesso. Qui Dustin Hoffman, in un’interpretazione che gli valse la terza candidatura al Premio Oscar come miglior attore protagonista,  ripercorre diversi momenti della vita del comico, dall’esordio ai momenti finali della sua carriera quando le diverse infrazioni alle leggi dell’oscenità lo portano a sviluppare un complesso da messia diretto all’autodistruzione. 

    The King of Comedy (Martin Scorsese, 1982)

    Robert De Niro è Rupert Pupkin, un comico squilibrato che sogna di ottenere, senza successo, uno spazio in un talk show e decide di sequestrare un famoso presentatore per ottenere finalmente il suo momento di gloria. 

    Anche The King of Comedy è una voce peculiare all’interno di questa lista perchè questa dark comedy di Martin Scorsese, sempre più apprezzata negli anni, non racconta come sia la vita di un comedian ma è sicuramente uno dei più grandi esempi di rappresentazione della forza distruttiva della spasmodica ricerca di fama e popolarità in anni in cui ottenere uno slot in televisione poteva dare una svolta decisiva alla propria carriera. 

    Ape (Joel Potrykus, 2012) 

    Con questo film slacker low budget il regista Joel Potrykus attinge dalla sua esperienza personale di comedian in difficoltà a New York per raccontare un artista solitario e borderline al suo punto di rottura, opponendosi così alla romanticizzazione del lavoro dello stand up comedian in cui spesso ci si imbatte guardando commedie che trattano il tema.  Trevor Newandyke non riesce a sfondare nella stand up comedy e questa frustrazione lo accompagna anche sul palco, dove dovrebbe invece raccontare delle proprie insicurezze, alimentando una spirale autodistruttiva che lo intrappola nella sua stessa mediocrità. 

    Obvious Child (Gillian Robespierre, 2014)

    Nel suo debutto alla regia Gillian Robespierre si affianca alla stand up comedian Jenny Slate, per la quale aveva già diretto lo speciale Netflix Stage Fright, per presentare al Sundance una commedia romantica indie su una comedian che decide di abortire dopo un incontro occasionale di una notte. La commistione tra vita privata e monologhi sul palco qui non potrebbe essere più chiara con la protagonista che racconta quello che le sta accadendo al pubblico. 

    The Big Sick (Michael Showalter, 2017)

    The Big Sick è tra gli ultimi grandi successi di questo genere che ha visto l’esordio alla sceneggiatura per il comico Kumail Nanjiani, il quale ispirandosi alla sua esperienza autobiografica, ha ottenuto una candidatura come miglior sceneggiatura originale ai Premi Oscar del 2017. Questa pellicola segue la strada tracciata da Obvious Child sia nello sviluppo drammatico della commedia, quando la donna di cui si innamora va in coma a causa di una rara infezione, sia dal punto di vista della rappresentazione del comedian sul palco a cui viene dedicato sempre più spazio. La stand up comedy anche qui diventa un espediente vincente per permettere di conoscere al pubblico le emozioni del protagonista. 

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – IL COLLEZIONISTA DI CARTE

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

    Clicca qui per scoprire tutto quello che c’è da sapere sulla Mostra di Venezia.

    Scritto e diretto da Paul Schrader e presentato da Martin Scorsese, “Il collezionista di carte” racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. Schrader affronta ancora una volta il tema della redenzione e demolisce ciò che resta del sogno americano, in un film in cui nemmeno il denaro ha più importanza: non esiste conforto materiale per abbattere i propri fantasmi e lenire il senso di colpa per il male commesso. È un film disperato, nerissimo, in cui l’oscurità degli ambienti è rischiarata solo dalle luci al neon delle sale da gioco e delle slot machines. E se a un certo punto una via di scampo appare possibile e il mondo pare accendersi come un albero di Natale, Schrader va fino in fondo nel raccontare la possibilità della redenzione ma l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, figlio di errori passati impossibili da correggere. Se forse il discorso di fondo non è del tutto originale, la regia di Schrader è talmente sublime – tra grandangoli vertiginosi e piani sequenza fluidissimi – che è impossibile non restare ammirati.

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  • MARTIN SCORSESE: INTRECCIO TRA CINEMA E AUTOBIOGRAFIA

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    BIOGRAFIA

    Martin Scorsese è uno dei registi più importanti e influenti della storia del cinema.

    Nasce a Flushing, un quartiere del Queens (New York), ma i nonni sia paterni sia materni erano immigrati italiani, nello specifico della provincia di Palermo.

    Successivamente, la famiglia Scorsese si trasferisce dal Queens a Manhattan, in una delle vie principali di Little Italy. Qui il giovane vive un’adolescenza tormentata dall’asma e dalla sua piccola stazza che non gli permettono di praticare attività sportive o di inserirsi nelle gang del posto.

    Nel frattempo si appassiona sempre di più al mondo del cinema, una passione accompagnata da una forte fede religiosa. Inizialmente studia per diventare prete, ma decide di abbandonare l’idea per iscriversi alla scuola di cinematografia dell’Università di New York.

    ESPONENTE DELLA NEW HOLLYWOOD

    Esponente della New Hollywood e, insieme agli altri movie brats (i “ragazzini del cinema”: George Lucas, Francis Ford Coppola, Brian De Palma, Steven Spielberg), si afferma intorno agli anni Settanta. Sono anni in cui gli studios non possono permettersi di puntare solo su film ad alto budget, per questo i loro film siano spesso rivisitazioni di generi ormai consolidati (western, horror, fantascienza). Tuttavia, il loro cinema presenta una notevole consapevolezza grazie ai grandi autori del passato che continuano a considerare dei punti di riferimento; pensiamo a Lo squalo (1975), in cui Spielberg sfrutta il cosiddetto “effetto Vertigo”, inventato da Hitchcock per rendere il senso di vertigine del protagonista de La donna che visse due volte (1958): si tratta di un espediente che combina uno zoom in avanti con una carrellata all’indietro, o viceversa.

    Martin Scorsese, cresciuto con i film hollywoodiani e il neorealismo italiano, fu uno dei pochi registi che riuscì a coniugare l’ispirazione del cinema d’arte europeo con la tradizione hollywoodiana, Coppola per esempio ci riuscì solo per poco tempo. 

    Dopo vari lungometraggi e due film a basso costo, diventa noto al grande pubblico con Mean Streets (1973), Taxi Driver (1976) e Toro scatenato (1980). 

    Come su detto, i suoi film devono molto alla tradizione hollywoodiana: l’autore della colonna sonora di Taxi Driver è Bernard Hermann, ovvero il compositore di Hitchcock, mentre per prepararsi a girare New York, New York (1976) Scorsese studiò i musical hollywoodiani degli anni Quaranta. Allo stesso modo, i suoi film risentono dell’influenza cinema europeo: stacchi di montaggio ispirati a Godard, uno dei principali esponenti della Nouvelle Vague; ambiguità felliniane tra realtà e fantasia. 

    “È stato Fellini a spingermi verso il cinema. Ci sono pochi registi che hanno allargato il nostro modo di vedere e hanno completamente cambiato il modo in cui sperimentiamo questa forma d’arte. Fellini è uno di loro. Non basta chiamarlo regista, era un maestro.”

    In pochi anni modifica il suo stile e la sua caratteristica principale diventa l’iperrealismo, a tale scopo esibisce virtuosi movimento di macchina, costruisce scene d’azione spesso senza dialogo e con immagini ipnotiche. A differenza di altri movie brats, che attiravano lo spettatore con spettacolari effetti speciali, lui punta su uno stile dinamico e assolutamente personale.

    CINEMA E BIOGRAFIA: UN LEGAME INESTRICABILE

    In un mondo in cui la fede religiosa entra in contrasto con la criminalità organizzata, i suoi film raccontano spesso vite di personaggi violenti, tormentati dal senso di colpa, dal lutto. Non mancano film più spirituali come L’ultima tentazione di Cristo (1988) o Kundun (1997). 

    La città protagonista è indubbiamente New York, che analizza a fondo: dalla New York ottocentesca e teatro di violente lotte tra bande criminali di Gangs of New York (2002) allo stile di vita eccentrico ed esagerato di Mark Hanna in The Wolf of Wall Street (2013). 

    “New York può essere definita con tanti di quegli aggettivi – volgare, magica, spaventosa, dinamizzante, prosaica – che ogni volta che in un film la si deve evocare, anche solo incidentalmente, finisce per imporsi. Non accetta di essere solo un vago sfondo com’è Los Angeles in tanti film”

    Il cinema di Martin Scorsese è profondamente intrecciato con la sua biografia. Uno dei film più autobiografici è sicuramente Mean Streets (1973), ambientato nelle strade di Little Italy: vi sono chiari riferimenti alla sua adolescenza italo-americana e al condizionamento dall’educazione cattolica, la quale gli aveva provocato l’ossessione del peccato e senso di colpa. Il personaggio Charlie Cappa è un giovane di Little Italy che prova un profondo conflitto interiore tra la religiosità e la vita sregolata che conduce. Il cognome Cappa è lo stesso della madre di Scorsese e durante il film si notano poster ritraenti Palermo, Messina, Firenze, Napoli e Ustica.

    Con questo film inizia a mettere in scena il mondo della criminalità organizzata, che ritroveremo in Quei bravi ragazzi (1990), Casinò (1995) e The Irishman (2019).

    Taxi Driver (1976) è uno dei primi film che affronta la guerra del Vietnam attraverso il ventiseienne Travis Bickle, un ex marine reduce del Vietnam. Un personaggio solitario e disadattato, che non appartiene a nessun gruppo etnico o religioso e soffre di insonnia cronica, il che lo porterà a lavorare come tassista notturno.

    A proposito del film lo stesso Scorsese afferma: 

    “Penso che quando lessi la sceneggiatura [di Taxi Driver, ndr] il nesso immediato fosse l’ira, la rabbia, la solitudine, il non far parte di un gruppo. Sono sempre stato ai margini. Sono cresciuto in un quartiere dove essere un “uomo” significava, letteralmente, essere capaci di entrare in una stanza, stendere un po’ di persone a suon di pugni e uscirne vincitori,[…].

    Venendo da un ambiente così, incapace di farmi valere in strada come altri ragazzi, costretto a non dire mai niente, ciò che sentivo esplose sullo schermo in Mean Streets. In seguito, con Taxi Driver, sviluppammo l’idea di non essere del gruppo, di non far parte di nulla”

    Infine, Toro scatenato (1980) è ispirato all’autobiografia di Jake LaMotta, un pugile italo-americano dal carattere brusco che si impegna per emergere nel mondo del pugilato, per poi vedere la sua carriera e i suoi successi venire meni in seguito a problemi con la famiglia e i propri amici.

    La conseguenza di questo forte coinvolgimento personale nei suoi film è che al centro delle storie ci siano sempre personaggi deviati, addirittura ossessionati. Di questi antieroi, Scorsese ci racconta l’ascesa e il declino con un punto di vista estremamente introspettivo. 

    Le inquadrature soggettive, le immagini in ralenti dove tutto sembra scorrere e diventare solo uno sfondo mentre lo spettatore viene assorbito dal protagonista e persino la colonna sonora permettono un’identificazione con l’ex marine Travis Bickle, con Jake LaMotta, con Charlie Cappa e con tante altre icone del suo cinema.

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 2

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    THEA VON HARBOU

    Fritz Lang è unanimemente considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, nonché uno dei padri fondatori dell’Espressionismo cinematografico tedesco. Dietro alcuni dei maggiori capolavori della prima parte della sua carriera si cela però la collaborazione con una sceneggiatrice troppo poco ricordata e assai controversa, sua moglie Thea von Harbou. La von Harbou nasce nel 1888 a Tauperlitz, in Baviera, da una famiglia della piccola nobiltà. Riceve un’educazione ricca e, fin da giovanissima, domina diverse lingue e suona il pianoforte e il violino. Ma è la scrittura il suo vero talento e, appena tredicenne, pubblica dei racconti e una raccolta di poesie.

    In seguito la giovane decide di dedicarsi alla recitazione e diviene un’attrice teatrale, pur portando avanti la propria attività di scrittrice con racconti spesso ispirati alla mitologia tedesca e dal forte portato patriottico. Durante il primo conflitto mondiale, la von Harbou sposa l’attore cinematografico Rudolf Klein-Rogge (successivamente interprete del leggendario dottor Mabuse nell’omonimo film di Fritz Lang) e si avvia alla carriera di sceneggiatrice. Collabora dapprima con il regista austriaco Joe May, ma in seguito sceneggerà pellicole di grandi autori europei come Friedrich Wilhelm Murnau e Carl Theodor Dreyer. In breve tempo la von Harbou diviene un nome di punta dell’industria cinematografica tedesca.

    All’inizio degli anni ‘20 conosce Fritz Lang: i due, amanti della cultura indiana, adattano insieme il romanzo della von Harbou stessa “Misteri d’India” e il risultato è il copione de “Il sepolcro indiano” di Joe May (di cui poi Lang realizzerà un remake nel 1959). Da quel momento in avanti la von Harbou e Lang fanno coppia fissa, professionalmente e nella vita privata. Nel 1920 lei divorzia da Klein-Rogge e nel 1922 Lang rimane vedovo della prima moglie: pochi mesi dopo i due si sposano, suggellando il loro prolifico sodalizio artistico. A partire dal 1921 lei collabora alla sceneggiatura di tutti i principali film del marito, tra cui l’indimenticabile “Il dottor Mabuse” (1922) e l’ampio affresco epico “I nibelunghi” (1924).

    I massimi capolavori della coppia Lang-von Harbou sono però indiscutibilmente “Metropolis” (1927) e “M – Il mostro di Düsseldorf” (1931): il primo, ideato proprio dalla geniale sceneggiatrice bavarese, resta una pietra miliare della fantascienza distopica e l’icona del gigantismo cinematografico della UFA, la maggior casa di produzione tedesca e all’epoca tra le più importanti del mondo. “M”, invece, primo film sonoro di Lang, è un capolavoro di scrittura e messa in scena in cui il “mostro” (il protagonista è un pedofilo assassino, interpretato dal grande Peter Lorre) viene umanizzato e la pratica della giustizia viene problematizzata in maniera radicale.

    A inizio anni ‘30, però, il matrimonio della coppia comincia ad incrinarsi. Le molte infedeltà reciproche e la crescente simpatia della von Harbou per il movimento nazionalsocialista segnano la fine del sodalizio. Nel 1933 la coppia divorzia e Lang emigra all’estero per evitare di doversi compromettere con il neonato regime hitleriano. Poco dopo la von Harbou si risposa in segreto con il giornalista indiano Ayi Tendulkar (il matrimonio con persone di pelle scura era proibito dal regime).
    Durante la guerra la sceneggiatrice continua a lavorare e scrive decine di film, alcuni dei quali chiaramente ispirati all’ideologia nazista. A conflitto finito viene internata per un periodo in un campo di prigionia inglese. Per tutta la vita nega di aver mai avuto reali simpatie per il nazionalsocialismo. Tra il ‘45 e il ‘46 lavora anche come Trümmerfrau (erano così chiamate le donne che contribuivano a ripulire e ricostruire le città tedesche in macerie). Muore, sessantacinquenne, nel 1954, lasciando un ricco patrimonio di romanzi e sceneggiature.

    THELMA SCHOONMAKER

    Non tutti sanno che, dietro alla perfezione dei capolavori di Martin Scorsese, si nasconde la collaborazione più che quarantennale con la montatrice Thelma Schoonmaker. Nata ad Algeri nel 1940 (suo padre lavorava per una compagnia petrolifera), si trasferì negli Stati Uniti solo quindicenne. Studiò Scienze politiche con l’intenzione di avviarsi alla carriera diplomatica, ma per motivi ideologici (era contro la Guerra del Vietnam e favorevole alle lotte per i diritti civili degli afroamericani) le fu consigliato di cambiare ambito.

    Fu allora che iniziò a studiare cinema all’Università di New York, dove le capitò di occuparsi del montaggio di “Chi sta bussando alla mia porta” (1967), film d’esordio di un giovane regista ancora sconosciuto: Martin Scorsese. Fu l’inizio di una collaborazione eccezionale. La Schoonmaker ha montato tutti i film del genio newyorkese a partire da “Toro scatenato” (1980) e nel corso della sua carriera ha ottenuto tre premi Oscar (per il già citato capolavoro del 1980, per “The Aviator” e per “The Departed”) e altre cinque candidature, l’ultima nel 2020 per “The Irishman”.

    Nel 2014 le viene consegnato il Leone d’Oro alla Carriera presso la Mostra del Cinema di Venezia, mai assegnato prima ad un montatore. Questo premio è esplicativo della fondamentale influenza artistica dell’opera della Schoonmaker, maestra nel fare del montaggio non solo un passaggio necessario, bensì un autentico momento creativo, in cui il film viene plasmato e prende forma, tramite precise scelte del montatore e del regista. Scorsese stesso ha più volte detto che i giorni passati in sala di montaggio con la Schoonmaker sono i suoi preferiti nella lavorazione di un film, nonché i più significativi per il risultato definitivo.

    Thelma Schoonmaker nel 1984 sposò Michael Powell, regista inglese autore di capolavori assoluti come “Scarpette rosse”, “I racconti di Hoffmann” e “L’occhio che uccide”. Dalla morte di lui, avvenuta nel 1990, la Schoonmaker si è impegnata nella conservazione e nella celebrazione dell’opera filmica del defunto marito. Secondo una classifica realizzata nel 2012 dalla Motion Picture Editors Guild “Toro scatenato” è il film con il miglior montaggio della storia del cinema.

    MILENA CANONERO

    L’Italia vanta una lunga tradizione di costumisti cinematografici (l’opera di Piero Tosi e Danilo Donati, tra i tanti, è ancora oggi universalmente acclamata), ma nessuno può competere con la fama e l’ammirazione globali riservate a Milena Canonero.

    Torinese, classe 1949, studiò a Genova, prima di trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare nel mondo della pubblicità. Proprio nella capitale inglese fece l’incontro di una vita, con il regista che le avrebbe spalancato le porte del cinema: Stanley Kubrick. Egli affidò alla Canonero la realizzazione dei costumi di “Arancia Meccanica” (1971), che contribuirono fortemente alla fama imperitura del film: la bombetta di Alex e dei drughi, le bretelle bianche e il bastone da passeggio nero divennero immediatamente oggetto di culto e hanno contribuito ad affermare l’iconicità probabilmente senza pari del capolavoro kubrickiano.

    Nel 1975 la Canonero proseguì la sua collaborazione con il grande regista, firmando insieme alla svedese Ulla-Britt Söderlund i costumi di “Barry Lyndon”, vivida ricostruzione del ‘700 inglese. Gli abiti della Canonero, perfetti in ogni minimo dettaglio e ispirati a veri vestiti dell’epoca, contribuiscono fortemente all’atmosfera unica della pellicola e non si limitano a rievocare l’ambiente del diciottesimo secolo, bensì divengono espressione della psicologia dei personaggi protagonisti: basti pensare alla leggiadra Lady Lyndon, interpretata da Marisa Berenson, che nel corso del film pare ingrigire insieme agli abiti che indossa, sempre più cupi e slavati, lontanissimi dalla veste dal candore quasi etereo indossata nella scena del primo bacio al chiaro di luna con Redmond Barry. Per il capolavoro del 1975 la Canonero ottenne il suo primo Oscar.

    Per Kubrick firmerà ancora i costumi di “Shining”, collaborando nel frattempo con grandi autori quali Francis Ford Coppola, Sydney Pollack e Roman Polanski. Nel 1982 vinse il suo secondo Oscar per “Momenti di gloria” di Hugh Hudson.

    Negli ultimi decenni significative sono state le collaborazioni con Sofia Coppola e Wes Anderson. Per la prima ha firmato i costumi pop di “Marie Antoinette” (2006), che le hanno fruttato un terzo Oscar, mentre con Anderson porta avanti un sodalizio grandioso, che contribuisce fortemente all’imposizione di uno stile visivo unico ai film del regista, con le loro atmosfere fuori dal tempo. Per “Grand Budapest Hotel” (2014) ha vinto il suo quarto Academy Award, diventando una delle costumiste più premiate di sempre.

    Per leggere la prima parte, clicca qui.

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