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  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • RECENSIONE DOCTOR STRANGE NEL MULTIVERSO DELLA FOLLIA – CINEFUMETTO D’AUTORE (?)

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    A circa cinque mesi dalla sua apparizione in Spiderman – No Way Home (Jon Watts, 2021), Benedict Cumberbatch torna a vestire i panni dello stregone Steven Strange nel secondo film a lui interamente dedicato. 

    Secondo la schedule originale, questo secondo capitolo doveva in realtà arrivare nelle sale molto prima, in quanto era stato pensato come il film che avrebbe introdotto lo spettatore al concetto di multiverso, tema che sarebbe stato poi approfondito con la serie Disney+ Loki ed il terzo film dedicato al tessiragnatele Peter Parker. Come ben sappiamo, però, c’è stata un’inaspettata pandemia di mezzo che ha portato Disney a pianificare da zero tutta la Fase 4 dell’MCU (che comprende tutti i prodotti audiovisivi targati Marvel in uscita dopo Spiderman – Far From Home (Jon Watts, 2019)). L’uscita di questo film viene fatta slittare, dunque, fino ad oggi, Maggio 2022. Altro grande cambiamento riguarda il regista: la direzione della pellicola è passata dalle mani di Scott Derrickson, regista del primo capitolo che ha deciso di lasciare la produzione per “divergenze creative”, a quelle di Sam Raimi, tornato a dirigere un cinefumetto Marvel dopo la sua trilogia (antecedente al Marvel Cinematic Universe) dedicata al personaggio di Spiderman interpretato da Tobey Maguire.

    Sarà riuscito Sam Raimi nell’impresa di unire la sua poetica con gli stilemi classici dell’MCU? 

    UN CLASSICO CINEFUMETTO

    Le vicende si aprono in medias res all’interno di una dimensione “magica”, con una variante di Strange intenta a combattere un misterioso demone assieme ad una giovane ragazza, anch’essa dotata di poteri. Ritrovatosi in pericolo, Strange sceglie – come siamo ormai stati abituati in tutte le sue apparizioni – il male minore cercando di rubare i poteri alla ragazza per poterli controllare e “salvare il multiverso”. Nulla va, ovviamente, nel verso da lui auspicato e la ragazzina, scopertasi essere la potentissima America Chavez capace di aprire varchi nel Multiverso, riesce a scappare teletrasportandosi in un altro universo, quello da noi finora conosciuto, dove assieme al “nostro” Doctor Strange e al fidato Wong partirà per un viaggio interdimensionale alla ricerca di un magico libro che può salvarle la vita e fermare i demoni che le danno la caccia.

    Una storia all’apparenza complessa e contorta, ma che si rivela essere estremamente semplice ripresentando i vari elementi tipici delle sceneggiature Marvel dell’ultimo periodo, con lunghi momenti didascalici e tanti “spiegoni” (forse troppi). Tuttavia si è lontani anni luce dalla pochezza narrativa dell’ultimo film su Spiderman. Qualche increspatura si trova anche in questa pellicola, ma è lodevole il tentativo da parte del team di sceneggiatori di non soffermarsi su una banale sequela di citazioni e varianti di personaggi dei vari multiversi, cercando di approfondire una certa caratterizzazione dei personaggi, con Strange che vuole risolvere a tutti i costi la situazione utilizzando anche metodi estremi (e questo vale per tutte le sue versioni seppur con le dovute differenze) e Wanda che – interpretata da una Elizabeth Olsen estremamente in parte – si imbarca in una morbosa ricerca dell’unità familiare, alla riscoperta anche del suo ruolo come “madre”. 

    Trovano spazio approfondimenti anche su America Chavez,  interpretata da una convincente Xochitl Gomez e che ci viene introdotta con semplici ma fondamentali nozioni sul suo passato, e Mordo, a cui presta le sembianze sempre Chiwetel Ejiofor con una nuova capigliatura ma che, purtroppo, si dimostra essere il meno interessante ed approfondito tra i personaggi secondari. 

    Il tutto, va comunque ricordato, viene esposto in fase di scrittura in un modo decisamente semplicistico. Viene naturale chiedersi se non fosse stato possibile investire maggiore attenzione e tempo in una caratterizzazione più approfondita di questi supereroi.

    IL RITORNO DI RAIMI

    Portata a termine la visione, l’istinto ci porta a gridare “Raimi is back!”, ma risulta doveroso fare una precisazione: qui non si è di fronte al nuovo film di Sam Raimi, bensì ad un nuovo film del MCU diretto da Sam Raimi. Come detto sopra, gli stilemi Marvel sono tutti presenti, soprattutto sul piano narrativo, imbrigliando il regista in uno schema già prefissato. Ciò non toglie, però, che la mano del regista è ben presente, soprattutto lì dove che ha avuto maggiore libertà creative: i fan delle sue opere passate troveranno moltissimo autocitazionismo, da zoom veloci ed improvvisi su porte che si chiudono improvvisamente, a morti che escono dal terreno fino alle tipiche inquadrature in piano olandese o all’utilizzo della “soggettiva del male”.

    Marcata è soprattutto la componente horror in cui, specialmente nella seconda metà del film, Raimi sembra aver spinto sull’acceleratore. Rimanendo nei canoni di un prodotto pensato per un pubblico prettamente giovanile (in America la pellicola è stata classificata PG-13), ci si ritrova davanti a numerosi momenti di tensione, anche grazie ad un sapiente uso delle luci e dei colori – ottima risulta infatti la fotografia curata da John Mathieson che passa da ambientazioni più calde e accese ad altre più fredde senza però risultare mai banale – e usufruendo di stilemi classici del cinema dell’orrore, come i jumpscare o la fuga dal mostro. Piccola parentesi va anche dedicata alla gestione dei vari camei, proposti come attrazione che farà felice più di un fan ma che Raimi decide di gestire in una maniera decisamente “bizzarra”, e all’utilizzo geniale della colonna sonora curata da Danny Elfman, storico collaboratore del regista.

    CONCLUSIONI

    Con Doctor Strage nel Multiverso della follia ci si ritrova davanti ad uno dei prodotti più interessanti della nuova fase dell’universo Marvel, che però è al contempo uno tra i capitoli più divisivi. La classica struttura narrativa Marvel, con tutte le varie problematiche che si trascina dietro, affiancata ad un regista che mette tutto sé stesso (letteralmente) all’interno della pellicola, porta alla nascita di un prodotto che molti ameranno ma che altrettanti disprezzeranno. Uno spartiacque che, una volta conclusa la visione, vi porterà a due opzioni: accettare che la Marvel sia questa e che, se accompagnata e guidata da personalità autoriali, può donare prodotti sicuramente non perfetti ma comunque estremamente godibili, oppure dirle definitivamente addio e chiudere i rapporti con essa. 

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  • RECENSIONE MORBIUS – VAMPIRISMO CLAUDICANTE

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    4 Ottobre 2018: Venom, diretto da Ruben Fleischer, esce nelle sale raccontando una storia con protagonista il simbionte già visto come villain dello Spiderman 3 di Raimi, ma qui in veste decisamente diversa. Topher Grace è stato sostituito da Tom Hardy nei panni del reporter Eddie Brock e da villain l’alieno diviene qui non soltanto protagonista, ma addirittura anti-eroe, cattivo ma non troppo, con tanto di scambi di battute tra Eddie ed il simbionte dalla vena marcatamente comica. Stroncato dalla critica, ma amato dal pubblico, il film convince la Sony che il progetto di un universo condiviso (come va tanto di moda oggi) composto da pellicole con protagonisti i nemici dell’Amichevole Spiderman di quartiere potesse effettivamente funzionare.

    Arriva così anche Venom 2 – La furia di Carnage, che viene completamente distrutto, stavolta anche da buona parte del pubblico, ma l’universo ormai è stato lanciato ed un passo falso, in fin dei conti, lo si concede a tutti. Successivo progetto degli studios Sony vede come protagonista non più un alieno venuto dallo spazio, ma il malaticcio dottor Morbius che, sperimentando con il sangue dei pipistrelli, finisce per diventare un vero e proprio vampiro. Programmato inizialmente per il Luglio 2020 e poi successivamente rimandato per diverse volte è finalmente arrivato in sala in data 31 Marzo 2021.

    UN VAMPIRO SENZA SANGUE

    Il film si apre in Amazzonia, dove il dottor Morbius, affetto da una rara malattia ematica che intacca la sua produzione di sangue fin da bambino, ruba illegalmente dei pipistrelli da una grotta per poi portarli nel suo laboratorio a New York dove, dopo un flashback in cui vediamo il giovane Michael conoscere quello che diventerà il suo migliore amico e futuro finanziatore Milo, comincia ad eseguire esperimenti con il sangue per cercare di curare la sua malattia. Con una spiegazione 

    simil-fantascientifica, ma comunque funzionale, il dottore sviluppa un siero che decide di iniettarsi, finendo per diventare un vampiro affamato di sangue.

    La prima cosa che salta all’occhio è che, per essere un film su un vampiro che si nutre di sangue e del quale ha costantemente bisogno per sopravvivere, il film ne mostra ben poco. Fatta eccezione per un paio di scene e delle sacche di sangue artificiale dalle quali il dottore si nutre per non dover uccidere, infatti, il sangue non è presente, il tutto per motivazione di censura, senza dubbio, ma rimane una scelta che lascia comunque interdetti. La storia del nostro vampiro continua poi su binari visti e rivisti, ma che comunque si lasciano attraversare senza portare alla noia eccessiva. I personaggi sono piuttosto banali e stereotipati, su tutti il villain vero e proprio, inserito soltanto per non far dire alla gente “ma il protagonista è il cattivo” e che perciò presenta una caratterizzazione quasi nulla. Rimangono forse le interpretazioni attoriali di Jared Leto e Matt Smith, che nonostante la piatta scrittura dei loro personaggi, riescono a donare un po’ di colore alla pellicola.

    La regia si pone su un livello discreto, senza infamia e senza lode raggiungendo forse i punti di massima in quelle rare sequenze più improntate all’horror ma comunque decisamente “classiche”, che risulta però affossata completamente da un montaggio sconclusionato e che rende confuse anche le scene più semplici, per non parlare delle scene d’azione, oltre che da un comparto CGI veramente sottotono (ricordando non poco quello di Venom 2), con particellari ed effetti visivi che diventano presto fastidiosi e visi vampireschi decisamente troppo finti, quasi da sembrare dei veri e propri filtri sviluppati per un social come Instagram. Proprio su quest’ultimo punto piange un po’ il cuore, in quanto per evitare questo risultato sarebbe semplicemente bastato tornare al buon vecchio make up, troppo poco considerato in quest’epoca così tecnologica. 

    UN MARKETING AI LIMITI DELLA TRUFFA

    La recensione potrebbe tranquillamente concludersi qui, in quanto non resterebbe granché da aggiungere, ma risulta doveroso soffermarsi su un importante fattore di vendita del film: i trailer. E’ infatti nel 2020 che arriva il primo trailer, nel quale oltre a mostrare alcune informazioni sul personaggio e sulle sue vicende, due cose attirano l’attenzione dei fan: un murales nel quale viene ritratto lo Spiderman di Tobey Maguire coperto parzialmente dalla scritta “murderer” (assassino) ed una breve sequenza di dialogo tra il protagonista ed Adrian Toomes, aka L’Avvoltoio, storico villain dell’arrampicamuri ma che impreziosiva la vicenda in quanto interpretato da niente di meno che Michael Keaton, che già aveva prestato le proprie fattezze al personaggio in Spiderman: Homecoming (Jon Watts, 2017).

    Partono quindi le speculazioni dei fan: Morbius è quindi forse ambientato nello stesso universo dei film di Sam Raimi? Ma come fa un personaggio del MCU ad essere nel film? Si tratta forse di una variante come quelle introdotte nella serie tv Loki?

    Arrivati ad Ottobre 2021 e dopo numerosi rinvii del film, Sony pubblica un nuovo trailer, con alcune sequenze già viste nel precedente ma anche con qualche scena nuova, tra cui una panoramica sulla skyline di New York nel quale può essere distinto chiaramente il logo della Oscorp, riprendendo però il font presente dei due The Amazing Spiderman diretti da Mark Webb rispettivamente nel 2012 e 2014. Alle domande dei fan se ne aggiunge quindi un’altra: siamo forse nell’universo dello Spiderman interpretato da Andrew Garfield? Ed in tutto questo Venom esiste nell’universo di Morbius oppure no? Non resta quindi che aspettare pazientemente l’uscita del film per avere una risposta a queste domande. 

    Invece no: nella versione finale della pellicola approdata al cinema infatti quasi tutti questi elementi sono stati cancellati. Ad esclusione dei riferimenti a Venom, il logo Oscorp ed i riferimenti a Spiderman sono stati tutti eliminati, lasciando tutti quelli arrivati in sala con l’obiettivo di trovare una risposta a questi misteri completamente, è quasi il caso di dirlo, truffati.

    È inoltre il caso di parlare delle scene post credit (ovviamente si tratta di una breve analisi con spoiler, da leggere a vostro rischio e pericolo), in quanto si dimostrano un ulteriore problema. Nella prima vediamo aprirsi nel cielo uno squarcio viola come quelli apparsi sul finale di Spiderman No Way Home, portando il personaggio di Adrian Toomes dal MCU all’universo di Morbius. Non esistendo in questo universo e non avendo quindi precedenti penali, viene scarcerato per poi ricomparire nella seconda scena, in cui lo vediamo arrivare con una tuta estremamente simile a quella in cui l’avevamo già visto in Homecoming ed approcciarsi a Morbius per chiedergli di collaborare per sconfiggere Spiderman. Oltre al fatto che questo distrugge completamente la caratterizzazione del dottore, che per tutto il film viene mostrato come un mostro che però cerca di domare i propri istinti omicidi e che qui sembra completamente accondiscendente nel voler uccidere un personaggio che nemmeno dovrebbe conoscere, ancora una volta mostra come la pellicola sia stata bersaglio di pesanti tagli, rimontaggi e fasi di re-shooting, per cercare di collegare le varie pellicole fra loro, finendo però per creare ancora più dubbi e perplessità, considerando anche come tutto ciò che ci viene qui mostrato viola le leggi spiegate da Doctor Strange a Spiderman.

    CONCLUSIONI

    Dopo due film su Venom, l’universo condiviso di Sony si arricchisce di una nuova pellicola con protagonista un antieroe vampiro, che non riesce però ad eccedere in nulla. La regia basilare e il tentativo da parte di Leto e Smith di caratterizzare un minimo i loro personaggi si scontra con un montaggio confuso, una CGI abbastanza scadente ed una sceneggiatura decisamente troppo banale e scontata. Un mix che finisce per rendere Morbius il film perfetto per una noiosa domenica pomeriggio, in cui volete soltanto spegnere il cervello ed impegnarvi per un paio d’ore con un film semplice, con sì diversi problemi ma che comunque non vi lascerà annoiati.

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  • RECENSIONE SPIDERMAN NO WAY HOME – COME NON SCRIVERE UN FILM SULL’UOMO RAGNO

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    Parlare di questo Spiderman: No Way Home è tutt’altro che semplice, come lo è allo stesso modo portare, ancora una volta, sullo schermo una pellicola il cui protagonista è l’amichevole arrampicamuri di quartiere. Ben 19 anni fa usciva infatti Spiderman diretto da Sam Raimi, un film che sarebbe presto divenuto un cult dei cinefumetti, portando alla consacrazione di un supereroe già famoso e da quel momento vera e propria icona di milioni di bambini e ragazzi. Il successo portò, come tutti ben sappiamo, prima a due seguiti diretti sempre da Sam Raimi, con un secondo capitolo quasi ai limiti della perfezione ed un terzo invece di una qualità nettamente inferiore, e successivamente ad un reboot della saga, intitolato Amazing Spiderman, con Andrew Garfield protagonista e Mark Webb dietro la macchina da presa. Una nuova trilogia che venne però interrotta al secondo capitolo, ritrovandosi sulle spalle il peso di aver raccontato una storia che, nonostante i vari aspetti positivi, sapeva di già visto (abbiamo di nuovo le origini, con Peter morso dal ragno e la successiva morte di zio Ben; a questo si aggiunge una costruzione dei villain tutt’altro che impeccabile). Contemporaneamente nasce e si sviluppa il Marvel Cinematic Universe, che comincia a spopolare portando alla ribalta eroi già conosciuti al cinema (come Hulk) ed altri che nessuno pensava potessero funzionare su pellicola. La soluzione si palesa davanti agli occhi di Sony (produttrice e distributrice dei film sull’uomo ragno): una collaborazione con i Marvel Studios, facendo gestire a quest’ultimi il personaggio di Spiderman. Arriviamo così ad oggi, con l’ultimo capitolo della nuova trilogia dell’Uomo Ragno, questa volta diretta da Jon Watts e con Tom Holland nei panni del protagonista, di cui non vediamo le dirette origini quanto piuttosto la crescita ed il suo diventare, passo dopo passo, un vero supereroe. Qualcosa, però, è andato decisamente storto.

    FANSERVICE CONFUSO

    Riprendendo direttamente da dove la post credit di Far From Home si era interrotta, la pellicola comincia con il dramma della svelata identità di Spiderman, con immediate conseguenze e problematiche sia per Peter stesso, che per la sua famiglia ed amici, portando così il diciassettenne a chiedere aiuto allo stregone Doctor Strange. Il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch, infatti, convinto a modificare un incantesimo più volte nel corso dell’esecuzione, perde il controllo, aprendo dei portali che attirano, da altre dimensioni, tutti coloro che sono a conoscenza dell’identità segreta del supereroe. Così il film motiva la presenza di ben cinque supercattivi, arrivati direttamente dalle precedenti pellicole di Spiderman mantenendo le stesse fattezze, tranne nel caso dell’Electro interpretato da Jamie Foxx. Già qui l’enorme castello di carte messo su da Sony e Marvel comincia a crollare.

    E’ necessario, però, soffermarsi prima sull’unico aspetto positivo della pellicola: la recitazione. Partendo da Holland e passando per Zendaya e Marisa Tomei, fino ad arrivare ai villain di Dafoe, Molina, Foxx e compagnia, ci si ritrova davanti a personalità che sanno fare il loro mestiere e riescono ad interpretare ottimamente i loro personaggi, il tutto nonostante la scricchiolante caratterizzazione dei loro alter ego, su cui ci si soffermerà più avanti. Se per i grandi nomi ciò era una garanzia, la vera sorpresa della pellicola è proprio Tom Holland, che mette il cuore nella sua interpretazione del personaggio e che dimostra un palese salto di qualità rispetto alle precedenti interpretazioni.

    Tocca ora parlare del problema più grande della pellicola: la scrittura. In questo film, infatti, non torna nulla. Se ad una prima occhiata il plot di partenza può sembrare interessante, si dimostra già dopo poco insulso e pieno di problemi, portando ad una sequenza di eventi che sembrano legati tra di loro da un filo sottilissimo in procinto di spezzarsi. Spiderman si comporta come un ragazzino egoista ed ingenuo, andando a rendere vano tutto ciò che era stato fatto nei capitoli precedenti; Strange è completamente istupidito e reso ridicolo rispetto alle versioni mostrare in precedenza; i villain della storia, venduti dalle interviste come l’apice della scrittura dei loro personaggi, sono in realtà la pallida ombra di ciò che erano nelle loro pellicole d’origine; aggiungiamo inoltre una comicità eccessiva messa in bocca a tutti i personaggi secondari, che riesce sì a strappare qualche risata, ma che risulta soverchiante e finisce per distruggere i momenti di pathos. 

    Proprio su quest’ultimo punto va inoltre detto qualcosa: questo film infatti non ha colpi di scena, o meglio li ha per uno spettatore candido, che non ha mai visto un film in vita sua, poiché solo in quel caso i plot twist non sarebbero riconoscibili fin da subito. Ma è proprio qui che il film crolla ancora una volta su sé stesso, perché questa non è una pellicola per novizi, ma per la vecchia guardia, per chi è cresciuto con quei vecchi Spiderman, con le ragnatele organiche di Maguire ed il discorso di zio Ben o con il dolore della morte di Gwen. 

    Se da un lato si ha quindi una scrittura piatta e banale, che punta soltanto all’effetto nostalgia, dall’altro si ha un lato tecnico disastroso. Se si salva la computer grafica, che riesce comunque a fare la sua ottima figura (anche se le vere braccia meccaniche di Octavius degli originali saranno sempre un gradino sopra), non si può assolutamente dire lo stesso della regia di Watts, confusa e tremolante, che rende incomprensibili e da mal di testa la quasi totalità delle scene d’azione, dove si palesa un montaggio mal realizzato. 

    CONCLUSIONI

    Costruita come un’opera di puro fan service, questo No Way Home si dimentica che non basta riportare sullo schermo le fattezze dei personaggi che hanno popolato i film passati, ma che c’è anche la necessità di costruire una storia che funzioni e di caratterizzare nel modo giusto i personaggi. Tutte cose che le precedenti pellicole, chi più chi meno, riuscivano a fare diversamente rispetto a questa, che caratterizza con un’eccessiva comicità tutti i personaggi pur volendo raccontare una storia toccante, non riuscendo però nemmeno a creare la giusta epicità nelle scene d’azione a causa di una regia ed un montaggio disastrosi. 

    Un’occasione sprecata, crollata sotto il peso di voler necessariamente soddisfare i fan senza far quadrare il tutto, che rimangono però per primi amareggiati da questo prodotto pieno di buchi di trama e problemi. Non ci resta che sperare che ciò sia soltanto un episodio isolato, puntando ora i nostri occhi sul seguito di quel Into the Spider-Verse che tanto fece battere il cuore dei fan ed in arrivo nel 2022.

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  • HAWKEYE LA SERIE – PRIME IMPRESSIONI

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    A tre mesi da What If…? e a due settimane da Eternals, che ha raccolto numerosi giudizi positivi di critica per poi spaccare a metà il pubblico, Marvel torna sulla sua piattaforma Disney+ pubblicando i primi due episodi di Hawkeye, serie incentrata sull’eroe omonimo e che avrà anche lo scopo di introdurre una nuova eroina al roster supereroistico del MCU.

    Parliamo in questo articolo quindi proprio di questi primi due episodi, analizzando gli elementi positivi e quelli negativi. Il tutto rigorosamente senza spoiler.

    BUDDY MOVIE NATALIZIO

    La serie si apre con un flashback ambientato nel 2012, dove vediamo una giovanissima Kate Bishop perdere il padre durante la battaglia di New York mostrata nel film The Avengers (Joss Whedon, 2012), per poi mostrare, attraverso dei bellissimi titoli di testa animati, la crescita della ragazza e la sua dedizione verso sport come il tiro con l’arco, scherma e difesa personale nelle quali vince numerosi premi e trofei. Si passa poi al presente (che ricordiamo essere il 2024, tenendo conto del salto di cinque anni avvenuto in Avengers Endgame), dove la serie ci mostra la situazione di partenza dei due protagonisti: la giovane Kate torna dall’università a New York in occasione delle vacanze natalizie, dove Clint Barton ha portato i suoi tre figli per una gita in città per un paio di giorni. I due finiscono ovviamente per incontrarsi, anche se in questi episodi introduttivi il loro rapporto risulta ancora molto acerbo e distaccato, nonostante l’intenzione da parte di Kate di avvicinarsi sempre di più al suo Avengers del cuore.

    I due sono infatti personalità molto diverse: Clint è “riservato e tenebroso”mentre Kate si mostra sempre pronta a fare battute per sdrammatizzare la tensione (qui si sente l’influenza vincente di un personaggio come Spider-Man) e a non guardare in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vuole.

    Le interpretazioni dei protagonisti sono ottime, perfettamente calati nella parte sia per Jeremy Renner, che torna nel ruolo per (probabilmente) l’ultima volta, sia per Hailee Steinfeld, che riesce a donare una buona espressività e carattere al personaggio già in queste prime puntate. Altro nome da non tralasciare è quello di Vera Farmiga, che interpreta Eleanor, direttrice della Bishop Security e madre di Kate. Nonostante il suo ruolo (apparentemente) secondario, Farmiga è ormai una garanzia e non si può che applaudire nuovamente ad un’ottima interpretazione.

    Punto più alto della produzione è sicuramente la regia, curata da Rhys Thomas e che riesce a donare alla serie alcune delle sequenze d’azione migliori mai viste in una serie Marvel Studios, con movimenti di macchina fluidi ed emozionanti che permettono all’adrenalina di quelle scene di schizzare alle stelle.

    Non si può invece dire lo sesso della sceneggiatura, la quale si dimostra un po’ debole in questi primi due episodi. L’intenzione è palesemente quella di creare un buddy movie, come in Arma Letale o nei film di Bud Spencer e Terence Hill, inserendolo in un’atmosfera natalizia, ma per quanto riguarda questi primi episodi il tutto viene salvato soltanto dalla buona chimica tra i due attori. Parlando della scrittura, infatti, il tutto parte in maniera estremamente lenta e piatta, eccezion fatta, per l’appunto, per quanto riguarda le scene d’azione. 

    Non è però il caso di disperarsi, in quanto questo è soltanto l’inizio e la serie può tranquillamente ingranare la marcia negli episodi successivi, con la speranza di ritrovarsi di fronte ad uno di quei prodotti seriali che, avanzando con gli episodi, riesce a centrare il bersaglio.

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  • RECENSIONE ETERNALS – ORIGINALITÀ IN CASA MARVEL

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    Dopo tre film indipendenti ma di grande successo, la dominatrice degli ultimi premi Oscar Chloé Zhao torna al cinema dando una svolta singolare alla propria carriera con il nuovo capitolo di uno dei progetti cinematografici più incredibili -non tanto per qualità, quanto come fenomeno pop e progetto di marketing- della storia. Una pellicola, a differenza di molte altre interne al Marvel Cinematic Universe, che risulta essere assolutamente godibile nella sua completezza anche da chi non ha visto i precedenti film, inserendo però comunque diversi richiami che strizzano l’occhio anche ai fan della saga.

    Il nuovo film dell’ MCU narra la storia degli Eterni, un gruppo di eroi sovrumani, creati da esseri cosmici chiamati i Celestiali. Gli Eterni, oltre ad avere una vita virtualmente infinita, hanno forza e poteri incredibili e vengono inviati sulla Terra per proteggere l’umanità dalle minacce dei Devianti, creati a loro volta dai Celestiali e divenuti loro acerrimi nemici. Sarà una battaglia che andrà avanti per migliaia di anni al fine di sancire il dominio di una delle due razze sull’altra.

    Il prologo si apre con uno spiegone a scritte di starwarsiana memoria, introducendoci i nuovi eroi e mostrando immediatamente un approccio diverso rispetto agli altri film Marvel: più cupo, serio e maturo. Un approccio dove, almeno inizialmente, non c’è spazio per battutine pronte a stemperare la tensione.

    Il tocco di Chloé Zhao si nota immediatamente nella realizzazione delle scene in ambienti naturali (e, finalmente oserei dire,  con uno scarso utilizzo di ambienti digitali), nella delicatezza e nella liricità della messa in scena delle interazioni degli Eterni con gli uomini. La giovane regista si permette anche di autocitarsi, con alcune location che sembrano uscite dal suo film The Rider – Il sogno di un cowboy. La fotografia, di altissimo livello, a tratti ricorda quella della precedenti opere della Zhao, nonostante in questo caso sia realizzata da Ben Devis, un collaboratore storico  dell’ MCU.  La Zhao dimostra di essere estremamente a suo agio nelle scene d’azione, più violente e meno edulcorate del solito, che mostrano anche del sangue (caso raro nel mondo Marvel), e che vengono realizzate con ottime coreografie, estremamente chiare nelle dinamiche. Menzione speciale a un sound design sopraffino, capace di trasmettere la forza e la potenza dei poteri dei supereroi. 

    Essendo una buona parte del minutaggio realizzato in ambienti naturali, gli effetti visivi non si dimostrano spesso all’altezza, in primis nella realizzazione dei Devianti, che stilisticamente  ricordano gli alieni di Edge of Tomorrow di Doug Liman, e anche nella costruzione di alcune ambientazioni come l’antica Babilonia. Convincono appieno invece i mastodontici Celestiali, soggetti di inquadrature di grande potenza visiva da godersi sul grande schermo.

    La maturità del film viene fuori sotto diversi aspetti. Se da un lato, per la prima volta, vengono mostrate scene di sesso, dall’altro viene introdotto nell’MCU finalmente anche un personaggio centrale dichiaratamente omosessuale. Durante il lungo, forse troppo, minutaggio, c’è anche spazio per trattare indirettamente temi come la demenza senile e le sue amplificate problematicità se applicate a un supereroe.

    Allo stesso tempo si parla di evoluzione dell’uomo, del male e del bene che lo contraddistinguono, di genocidi di massa sui quali vengono poste questioni etiche e non mancano riferimenti alla rovina del mondo a causa del cambiamento climatico e ad alcuni dei momenti più bui della storia della nostra razza.

    La comicità tipica dell’MCU viene ampiamente ridotta, con la presenza in ogni caso di siparietti che intervengono non sempre nei momenti giusti. Durante la pellicola viene dato spazio anche al metacinema e a citazioni ai colleghi della DC, mentre il processo di creazione degli Eterni viene preso a piene mani dall’acclamata serie Westworld.

    Un film denso di contenuti, ma che mostra il fianco al modo con cui vengono messi in scena, rappresentati in maniera estremamente didascalica, con una narrazione in cui tutto viene spiegato e nulla viene mostrato o fatto intuire. L’intreccio stesso risulta essere tutto sommato molto semplice e dimenticabile e lascia non poche perplessità la gestione di una determinata scelta compiuta dagli Eterni sul finale, che solleva non pochi dubbi a livello etico e che viene trattata in maniera estremamente semplicistica. Nota positiva la gestione dei flashback, con continui balzi tra presente e passato che donano dinamicità alla narrazione.

    La forza principale della pellicola sono i personaggi, impersonati in maniera convincente da un cast d’eccezione costituito tra gli altri da Gemma Chan, Richard Madden, Salma Hayek, Angelina Jolie e Kit Harington. Questi nuovi eroi sono personaggi grigi, che si pongono a metà tra il bene e il male, scelta apprezzabile che si discosta dagli stereotipi dei vari Captain America e co. Nonostante l’alto numero di protagonisti, quasi tutti vengono caratterizzati in maniera adeguata e sono ben dosati durante l’intera pellicola.

    A conti fatti il film risulta essere godibile e merita l’apprezzamento per lo sforzo realizzato di creare un’opera che porti una ventata d’aria fresca nel panorama stagnante dei cinecomic, risultando una delle opere migliori dell’MCU. Tuttavia, da Chloé Zhao era lecito aspettarsi di più e il senso di occasione parzialmente  mancata è inevitabile alla fine dei di titoli di coda.

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  • RECENSIONE VENOM 2: LA FURIA DI CARNAGE – UN FILM FUORI TEMPO MASSIMO

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    Dopo il grande successo dei cinecomic e, in particolare, del personaggio di Spiderman, l’arrivo di Venom, suo acerrimo nemico nella versione cartacea, era inevitabile. Arrivò così il 2007, anno in cui uscì il terzo capitolo della trilogia dedicata all’arrampica muri diretta da Sam Raimi, pellicola che inizialmente doveva vedere nel personaggio di Sandman (Uomo Sabbia per la nostra penisola) il nemico principale, ma in cui la produzione inserì a forza proprio il simbionte alieno per creare “ciò che i fan avrebbero voluto”. Purtroppo tutti sappiamo come questa manovra causò al film diversi problemi, trasformandolo da “capitolo preferito per i fan” al “capitolo che i fan vogliono dimenticare”. Con l’addio di Raimi e la creazione di una nuova serie di film dedicati all’universo Amazing, il personaggio di Venom venne lasciato da parte.  Fino al 2018, quando un nuovo film raggiunse le sale e a sorpresa di tutti si trattava di una pellicola stand alone dedicata al simbionte, che non era il villain, bensì il protagonista delle vicende.

    La pellicola fu un enorme successo di pubblico, ma non si trattava certo di ciò che la gente si aspettava: Venom non era più un villain, bensì un antieroe caratterizzato da un carattere molto più scherzoso della sua controparte cartacea. Un cambiamento che molti fan faticarono a digerire, creando schieramenti opposti tra chi apprezzava la pellicola ed il cambio di toni e chi invece accusava Sony di aver rovinato il personaggio nel tentativo di creare il loro “Deadpool” personale. 

    In questa battaglia si inserisce poi la critica specializzata, che critica aspramente la pellicola, bocciandola su quasi tutti i fronti.

    Ma le critiche passarono presto in secondo piano, visto il più che positivo esordio ed il grande successo al botteghino che sarebbe continuato per parecchie settimane. Notizie estremamente positive per i produttori, che cominciarono a vagliare la possibilità di creare un loro universo condiviso (formato da diversi antieroi dei fumetti Marvel) e di dare un seguito al film. Si arriva così all’autunno 2021, in particolare al mese di ottobre, nel quale è arrivato in sala il nuovo capitolo dedicato a Venom, questa volta caratterizzato dalla presenza di un altro famoso simbionte: Carnage. Purtroppo però, non tutto è andata per il verso giusto ed il film che è arrivato nei cinema è tutt’altro che il seguito sperato. Vediamo quindi dove la pellicola ha sbagliato questa volta.

    UN FILM SENZ’ANIMA

    La pellicola inizia poco dopo la fine del capitolo precedente: Eddie Brock (Tom Hardy) e Venom condividono la loro vita, caratterizzata da improvvisi sbalzi d’umore e litigi, mentre cercano di portare a termine un reportage su Cletus Kasady (Woody Harrelson), serial killer rinchiuso in carcere e che, per qualche misterioso motivo, sembra avere un’ossessione proprio per Brock. Dopo alcune sequenze che mettono ben in chiaro l’intenzione di creare un’atmosfera chiaramente scanzonata e tutt’altro che seria, entra in scena il personaggio di Carnage, il quale da inizio alla sua carneficina attirando, però, su di sé l’attenzione di Venom.

    Non approfondisco ulteriormente la trama della pellicola poiché quasi nient’altro è presente nel film, soprattutto a causa di una scrittura che probabilmente non sapeva proprio cosa raccontare. Le vicende che dovrebbero portare la trama ad una vera e propria partenza non generano altro che caos, dovuto alla struttura del racconto. Se inizialmente il film si presenta come un poliziesco con elementi da film di supereroi, magari un po’ scanzonato, continua invece presentando una sequenza di gag quasi sconnesse tra di loro, nel quale lo spettatore fatica a trovare un nesso logico o un collegamento e che, inoltre, finiscono per creare in lui un senso di disagio ed imbarazzo (cringe, usando un termine del web). Questo anche perché tutti i personaggi risultano eccessivamente stereotipati e sono caratterizzati da comportamenti talmente assurdi da risultare fuori luogo perfino in un film di questo genere.

    Le scene di combattimento vengono relegate ad una decina di minuti per la prima ora della pellicola e vengono affidate esclusivamente al personaggio di Carnage, in quanto Venom non è protagonista di nessuna scena d’azione fino allo scontro finale, estremamente confusionario sia a livello registico (firmate da un Andy Serkis estremamente moscio e fuori forma) che a livello di gestione dei personaggi e dei loro rapporti di potere e che arriva decisamente troppo presto, rimarcando come il film abbia dei problemi di gestione dei tempi. Continuando sull’aspetto visivo bisogna inoltre sottolineare come la CGI funzioni finché nascosta dalla fotografia particolarmente scura della pellicola, poiché quando interagisce con l’elemento umano in live action mostra pesantemente il fianco.

    Risulta doveroso spendere due parole sulla scena post-credit della pellicola (saranno quindi presenti spoiler in questo paragrafo. In caso non siate interessati all’analisi della scena in questione potete saltare direttamente alle conclusioni), con cui non solo ci viene introdotta la questione della vastissima conoscenza di cui dispongono i simbionti, ma che soprattutto catapulta (letteralmente) Eddie e Venom dentro l’MCU portando a pensare alla presenza dei due nello Spiderman: No Way Home in arrivo a dicembre. Resta comunque da scoprire se si tratterà soltanto di un breve cameo o di un ruolo importante all’interno della pellicola, valutando anche l’ipotesi di una possibile riscrittura del personaggio vista l’atmosfera estremamente seria che sembrava caratterizzare il trailer del film uscito negli scorsi mesi.

    CONCLUSIONI

    Con questo seguito, Sony presenta al pubblico un film pieno di problemi, a partire dalla scrittura delle vicende che si risolvono in una sequela di gag particolarmente sconnesse tra loro e che termina in uno scontro finale che arriva troppo velocemente e caratterizzato da una grossa confusione sia a livello di scenografie che a livello registico, con il quale Andy Serkis raggiunge il suo risultato peggiore. Una pellicola che ridicolizza eccessivamente tutti i personaggi ed in primis Venom, mettendo loro in bocca battute pessime e spesso cringe, che portano lo spettatore in un costante senso di imbarazzo. Una pellicola che sembra essere nata fuori tempo massimo, che poteva forse funzionare negli anni ’90, ma sicuramente non oggi e non dopo lo standard fissato dai numerosi cinecomic usciti in questi anni.

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  • RECENSIONE SHANG-CHI: LA LEGGENDA DEI DIECI ANELLI

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    Arrivati alla fine della Saga dell’Infinito con il fenomeno mondiale che fu Avengers Endgame  e conclusa la fase tre con il secondo film da solista dello Spiderman di Holland, il mondo Marvel si è ritrovato a dover ripartire quasi da zero puntando ad approfondire personaggi secondari che gli spettatori già conoscevano e ad introdurre nuovi eroi. Causa Covid-19 non solo i cinema sono rimasti chiusi per mesi, ma anche il calendario di pubblicazione dei nuovi film dell’MCU ha subito vari cambiamenti e rinvii. 

    Se ufficialmente la Fase 4 è partita con l’uscita sulla piattaforma streaming Disney+ con WandaVision  ed al cinema con Black Widow  (Cate Shortland, 2021), si può tranquillamente affermare senza troppe remore che è con il personaggio di Shang Chi che l’universo supereroistico nato dalla penna di Stan Lee e Steve Ditko raggiunge veramente la nuova fase. Vediamo quindi assieme perché Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli  è una pellicola che merita di essere recuperata in sala al più presto.

    UN MISCUGLIO ETEROGENEO

    Si può partire subito col dire che questa pellicola, a differenza di molte altre interne all’MCU, è assolutamente godibile nella sua completezza anche da chi non ha visto i precedenti film, inserendo però comunque diversi richiami o cameo che strizzano l’occhio anche ai fan della saga. L’introduzione ai dieci anelli ed alla famiglia del protagonista avviene attraverso un flashback (il primo di molti) che mette subito in mostra i muscoli della pellicola sul lato dei combattimenti, con una battaglia campale degna dei migliori film orientali sulle arti marziali. Successivamente viene introdotto Shang Chi (o Shaun, se vogliamo utilizzare il suo nome americano), ragazzo che vive una normalissima vita nella media finché non viene richiamato alle sue origini quando gli uomini del padre tentano di ucciderlo e rubargli un medaglione. Da qui partono le avventure del protagonista, alla riscoperta della sua persona e dell’affrontare una famiglia ed un passato da cui era scappato, ma che torna inesorabilmente a tormentarlo.

    Il primo atto del film si può racchiudere in una sequela di combattimenti coreografati in maniera impeccabile, alternati a brevi sequenze più tranquille dove brilla il personaggio di Katy (interpretato da un Awkwafina al top), comic relief della pellicola che risulta ben dosata, non essendo quindi mai stucchevole o fuori luogo. Il protagonista, interpretato da Simu Liu, non si presenta sicuramente come uno dei personaggi più carismatici dell’universo condiviso supereroistico, ma risulta comunque un buon personaggio che regge perfettamente la scena e riesce a proporre bene i vari scontri interiori a cui va incontro, soprattutto nel secondo atto, che risulta molto più tranquillo e calmo del primo e che introduce lo spettatore al passato del protagonista e al personaggio di Wenwu (interpretato da Tony Leung Chiu-Wai), il padre di Shang conosciuto ai più come Mandarino. A discapito di quanto può trasparire ad una prima distratta visione, il villain del film risulta essere uno dei meglio caratterizzati tra quelli presenti nelle varie pellicole, con un obiettivo ed una moralità sua che viene messa in contrasto con il suo amore per la moglie e la sua famiglia. 

    Concluso l’approfondimento, la pellicola presenta poi il terzo ed ultimo atto, che risulta la perfetta commistione dei precedenti, unendo efficacemente ulteriori approfondimenti sul mondo in cui le vicende si svolgono a combattimenti sempre più belli da vedere, con uno scontro finale veramente spettacolare.

    UNA BELLEZZA ORIENTALE

    Sul lato tecnico, il film si presenta come una delle pellicole più belle dell’universo Marvel. La regia di Destin Daniel Cretton si attesta su un buon livello, permettendo al film di godere di ottimi scorci nelle scene più tranquille e riesce a mettere in scena combattimenti sempre molto chiari, con movimenti di macchina che seguono i corpi dei personaggi, donando alle scene una fluidità assente in numerosi altri cinecomic. Non si può inoltre non elogiare la fotografia curata da William Pope, che riesce a trasporre le varie ambientazioni in maniera sempre unica, con diversi luoghi che rimarranno nella mente degli spettatori anche diverso tempo dopo la visione del film. 

    Un plauso va fatto anche alla CGI che, se già nei film precedenti raggiungeva risultati strabilianti, qui riesce a mettere in scena soprattutto animali e “mostri” in maniera eccezionale, senza sbavature e senza risultare mai eccessiva o posticcia.

    Dovendo trovare qualche difetto al film, oltre a qualche piccolo difetto di sceneggiatura nella scrittura di alcuni personaggi o alcuni momenti che però riesce a non inficiare negativamente sul prodotto complessivo, la stessa cosa non si può dire della eccessiva quantità di flashback, che può risultare a tratti stucchevole e pesante per alcuni spettatori, e della durata del film, 132 minuti che si fanno sentire soprattutto nel secondo atto della pellicola.

    CONCLUSIONI

    Con Shang Chi  si può dire effettivamente aperta la Fase 4 dell’MCU, introducendo un nuovo eroe ben caratterizzato, inserito in un contesto che il film riesce a spiegare con cura e mostrato con una regia ed una fotografia strabilianti. Le scene di combattimento sono tra le migliori viste in un cinecomic, complici ottime coreografie ed una CGI veramente  di ottimo livello e ben caratterizzati risultano anche i comprimari ed il villain del film. Una pellicola sicuramente non perfetta, ma che merita senz’altro di essere vista e goduta, soprattutto in sala.

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  • RECENSIONE THE SUICIDE SQUAD – LA VIOLENTA GIOSTRA DELLA DC COMICS

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    Anche se non è mai stato definito ufficialmente tale, The Suicide Squad di James Gunn ha, fin dai primi annunci, assunto sempre più la forma di un soft reboot del quasi omonimo film di David Ayer piuttosto che di un sequel canonico, con tanto di articolo determinativo nel titolo che conferisce al film una sorta di status definitivo non ufficiale. Con il film del 2016 condivide alcuni personaggi e la premessa di base, ma per fortuna se ne distacca completamente nel tono e nella scrittura.

    La violentissima scena pre-credits è tutta un programma, un macabro carosello che si prende gioco delle nostre aspettative e ci introduce a Gunn e al suo gusto per la violenza splatter. Dopo questa introduzione, la trama entra nel vivo: la Suicide Squad è chiamata a ristabilire l’ordine sull’isola di Corto Maltese governata da uno spietato dittatore anti-americano. Ma, come la squadra scoprirà nel corso della missione, c’è di più; nello specifico un complotto che coinvolge uno scienziato pazzo (Peter Capaldi), orripilanti esperimenti e un alieno gigante a forma di stella marina.

    Già questo breve riassunto del plot rende l’idea di un tipo di lungometraggio semplice e old school, in cui questa squadra di mercenari alla A-Team (solo più violenti) si trova coinvolta in un conflitto tra militari cattivissimi e nobili rivoluzionari, e dà il peggio di sé senza preoccuparsi troppo di danni collaterali. Come nel film di David Ayer la squadra, capitanata dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), è formata da un male assortito gruppo di super-villains, tra cui Bloodsport (Idris Elba, in un ruolo simile al Deadshot di Will Smith ma più scanzonato) e Harley Quinn (Margot Robbie) che agiscono sotto minaccia della perfida Amanda Waller (Viola Davis). L’approccio da parte di James Gunn è invece l’esatto opposto: laddove il primo film non risolveva mai la contraddizione tra una premessa fondamentalmente assurda e la serietà con cui è stata sviluppata, The Suicide Squad abbraccia tutta l’assurdità di un mondo di pittoreschi personaggi in calzamaglie colorate, senza scadere mai nella farsa. Atteggiamento incarnato in particolare dall’iperpatriottico Peacemaker (un divertente John Cena) e soprattutto da Harley Quinn, di gran lunga il personaggio migliore del DCEU grazie anche al carisma e alla bravura di Margot Robbie. Per quanto riguarda Harley Quinn sorprende tra l’altro vedere che non è stato abbandonato lo sviluppo intrapreso in Birds of Prey.

    La regia di James Gunn è iper-dinamica, con tanto di vertiginose carrellate alla Sam Raimi. Il regista è molto abile nel gestire le scene d’azione nonché a dare a ciascun personaggio un tempo adeguato -anche se tende ad eccedere in flashback-, compresi quelli minori come King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone) e Polka-Dot Man (David Dastmalchian). Non mancano gli sviluppi emotivi, come il rapporto simil-paterno tra Bloodsport e Ratcatcher II (Daniela Melchior), né bordate all’arrogante politica estera USA: nel quadro complessivo sono semplici pennellate per dare colore alla storia, ma si seguono nella loro piacevole prevedibilità.

    Lo zampino di Gunn è visibile in quasi ogni sequenza, dalla costruzione delle gag ai suddetti momenti emotivi alle scelte di casting che comprendono i sodali Michael Rooker, Sean Gunn e pure Nathan Fillion in un cameo… che fa cadere le braccia. Ma c’è di più dell’impronta autoriale di Gunn: è palese che il ragazzo prodigio della Troma si sia divertito come un matto nello scrivere la storia di questi bastardi dal cuore d’oro, senza freni morali o produttivi di sorta, e nel muoverli in un mondo in cui le classiche didascalie extradiegetiche sono formate da elementi dell’ambiente come colonne di fumo, radici nel terreno, sangue e cervella.

    Questo divertimento non funziona sempre, e gli fa spesso sfuggire di mano le redini della narrazione: come si diceva, il suo ricorso a flashback per approfondire i singoli personaggi è spesso controproducente per il ritmo della storia che presenta numerosi cali, e non tutti i subplots raggiungono una conclusione soddisfacente. Ma al netto di tutte le sue imperfezioni, The Suicide Squad è forse il cinecomic che più si avvicina all’idea di “fumetto al cinema”. Mentre nel cinema “scultoreo” di Zack Snyder questa fedeltà al medium di partenza si risolve spesso in scelte puramente estetizzanti, James Gunn riesce a rendere compiuto il passaggio dalla carta allo schermo, richiamando l’estetica del primo e rispettando la specificità del secondo.

    Rispetto ai precedenti exploits di Gunn nel genere con i due Guardiani della Galassia, soprattutto il primo, The Suicide Squad è un film meno coeso ma più personale, liberatorio per il suo autore che esprime fino in fondo la sua sensibilità folle e il suo amore per i fumetti. Inoltre è di gran lunga il miglior film DCEU: chi disprezza i cinecomic difficilmente cambierà idea con questo film, ma se il genere è solo una “giostra cinematografica”, The Suicide Squad è una giostra dannatamente divertente.

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  • RECENSIONE BLACK WIDOW

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    Mentre attendiamo con ansia l’arrivo dei nuovi capitoli, sbirciando le fugaci foto di Tom Holland rubate dal set e speculando sul possibile ruolo del Dr. Strange come suo prossimo mentore e su nuove storie con supereroi inediti, si apre la fase quattro del Marvel Cinematic Universe, con un film interamente dedicato alla nostra Vedova Nera.

    Era ormai giunto il momento di conoscere un po’ di più del passato della misteriosa Natasha Romanoff. Prima di essere agente dello S.H.I.E.L.D. e successivamente Avengers, era un’assassina del KGB, ma le informazioni su chi fosse erano nulle, salvo che per qualche accenno ai traumi subiti, ai trattamenti disumani e ai nostalgici ricordi su vecchie missioni a Bucarest che condivide con Clint.

    Con la sua nuova famiglia a pezzi dopo gli accordi di Sokovia (Captain America: Civil War) e considerata una fuggitiva, Nat si troverà catapultata in un passato che credeva ormai superato, ritrovando vecchie conoscenze che la riporteranno alla sua infanzia, e affrontando incubi e demoni interiori da cui pensava di essere riuscita a fuggire tanti anni fa.

    Il film è all’altezza del resto delle produzioni Marvel, se non uno dei punti più alti. 

    Riesce ad elevarsi maggiormente dallo strato di superficialità che caratterizza solitamente i film supereroistici, anche se ciò non vuol dire che non ci sia la leggerezza tipica dei prodotti Marvel, ma che il film abbia la capacità di toccare più nel profondo le corde dell’animo umano, probabilmente grazie alla protagonista di questa pellicola. La supereroina interpretata da Scarlett Johansson è infatti diversa dai suoi colleghi: capace di azioni incredibili e con abilità fuori dal normale, resta pur sempre una persona umana dalla storia più terrena e vicina a noi, per quanto molto particolare.

    Non mancano di certo super soldati o scene d’azione adrenaliniche, ma la si percepisce come meno estranea e surreale di altre pellicole passate.

    Ma per quanto eccellente non è esente da qualche stortura.

    Tutti i personaggi introdotti sono interessanti, per quanto restino troppo poco sviluppati, come a fare da contorno alla protagonista, e anche la stessa Nat è dipendente dal profilo che lo spettatore ha disegnato su di lei con i film precedenti. Essere a conoscenza della saga nel suo completo è quindi necessario per apprezzare a pieno ogni più piccolo dettaglio, dalla situazione in cui la Vedova Nera si trova all’inizio del film fino ai particolari sparsi nel mezzo della pellicola.

    Scarlett Johansson ha nuovamente successo nell’interpretare un ruolo ormai decennale, ma dispiace non averla vista in una veste diversa: la personalità di Natahsa non si distacca troppo da come siamo stati abituati a vederla, e sarebbe stato interessante vedere un cambiamento molto più radicale nel suo modo di agire, nel momento in cui rivive la parte peggiore del suo passato, magari con qualche informazione in più della sua personale esperienza nella famosa Stanza Rossa, luogo principale per l’addestramento delle Vedove, spesso citata ma mai mostrata.

    In ogni caso non è obbligatoria una cultura completa sulle trame della saga sviluppate fino ad ora per godersi la pellicola. Presa individualmente resta comunque un lavoro eccezionale, sia a livello registico che attoriale. Dimenticando per un attimo il nome della protagonista, ciò che vediamo è la storia di una giovane donna che fin dall’infanzia è stata selezionata e controllata affinché adempiesse a un destino scelto da altri, costretta a lottare fino allo stremo per autodeterminarsi e trovare un posto da chiamare casa. I temi che affronta hanno un carattere universale: le lotte contro le sue paure e i demoni che la tormentano sono un qualcosa in cui tutti si possono identificare, e Black Widow cerca di mostrare questa parte dell’animo umano.

    Oltre a Scarlett anche il resto del cast è degno di nota: un’ottima prova attoriale da parte di tutti gli attori, che riescono a dare comunque una certa profondità in uno spazio che avrebbe potuto essere maggiore.

    Anche la colonna sonora aiuta ad impreziosire l’opera, in particolare in alcuni momenti dove ci viene mostrata l’infanzia della protagonista, quando era ancora innocente ma già promettente agli occhi dei capi sovietici.

    Del gruppo di vendicatori della vecchia guardia erano rimasti solo in due a non aver ricevuto un film a loro dedicato (Nat e Clint Burton), e non è impossibile pensare che sia in cantiere qualcosa per Occhio di Falco, dato anche il suo forte legame con la Vedova.

    In definitiva Black Widow è un prodotto di qualità, un ottimo superhero movie e un meritato riconoscimento ad uno dei personaggi più iconici del MCU. Resta qualche piccolo rimpianto dato solo dall’alta aspettativa dovuta alla voglia di conoscere qualcosa di più del retroscena della vita di un personaggio così amato e dall’apertura della nuova fase dell’universo cinematografico dei supereroi figli di Stan Lee, soprattutto dopo l’epico epilogo dello scontro col pazzo Titano.

    Come per ogni altro film della saga se ne consiglia la visione solo avendo alle spalle qualche informazione pregressa dei film precedenti (in particolare il già nominato Captain America: Civil War e il filone degli Avengers), e come sempre, ricordatevi di restare seduti anche dopo i titoli di coda.

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