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  • Recensione Odissea: Ulisse secondo Nolan

    Recensione Odissea: Ulisse secondo Nolan

    Nota: questa recensione non contiene spoiler ma riflessioni sui significati della trama: se si volessero evitare anticipazioni si consiglia di rinviare la lettura a dopo la visione.

    Dopo tanta attesa e anche più polemiche, finalmente Odissea di Christopher Nolan è al cinema. Come avrà trattato il poema omerico? Cosa c’entra il cavallo di Troia? Il casting è azzeccato? Premessa: no, non è fedele all’Odissea che avete studiato a scuola, ma è la personale rivisitazione del racconto fondativo dell’occidente da parte di un regista con una visione molto forte su temi, contenuti e, soprattutto, sullo spettacolo cinematografico. L’ideale sarebbe fruire le straordinarie scene d’azione sullo schermo per cui l’autore le ha ideate, ovvero l’IMAX 70mm: ogni immagine è costruita per essere totale, enorme e monumentale.

    Odissea è un colossal epico e grandioso, muscoloso e muscolare, che rilegge il poema omerico in chiave moderna, adattandolo alla sensibilità contemporanea e ai temi del cinema di Nolan. Il sentimento portante non è la volontà di ritorno a Itaca, ma il senso di responsabilità e lo stress post-traumatico di Ulisse per la guerra di Troia, segnando il film di oscurità e cinismo. Il cavallo di legno perciò è il cardine dell’intera trama. La storia è ricostruita fedelmente alla struttura del poema originario (meno agli eventi specifici), con esordio in medias res: la progressione delle disavventure di Ulisse si alterna con le linee narrative di Telemaco e Penelope a Itaca, nonché coi numerosi flashback di Troia che scandiscono il ritmo.

    Una guerra, un uomo, un inganno

    L’adattamento di Odissea assomiglia a un ricordo a memoria degli eventi del poema, tagliuzzati e ricuciti secondo convenienza. Si tratta della maniera più filologica per adeguare il racconto che gli aedi trasmisero oralmente per secoli prima che venisse stabilizzato per iscritto: così Nolan ri-colleziona gli episodi con grande coerenza rispetto alla sua personale interpretazione. La scelta dell’autore è la lettura quasi psicanalitica del senso di responsabilità e controllo dell’illustre veterano di Troia. Egli è stato vincitore della guerra grazie al più grande inganno della storia, e ora predica il ritorno onorando vincoli che lui stesso ha tradito. Allo stesso tempo, il figlio Telemaco deve riconoscere nelle dicerie un padre che non ha mai conosciuto per trovare se stesso. Nella trama, poi, si innesta un evento storico reale che ebbe un enorme impatto socio-culturale sul mondo greco, cioè la venuta dei popoli del mare che sovvertiranno tutto: se Nolan è fedele alla sua tipica costruzione a scatole cinesi, proprio intorno alla loro venuta si crea il grande segreto della trama, svelato solo nel finale.

    Il plot segue abbastanza i punti indicati da Omero. La storia inizia con la Telemachia, ovvero la ricerca di Ulisse da parte del figlio Telemaco, stufo della presenza dei Proci pretendenti di Penelope alla rocca di Itaca: il suo viaggio lo conduce da Menelao in cerca di informazioni sul padre, con un’indagine segmentata per intersecarsi alle vicende di Ulisse. L’eroe invece si trova da tempo immemore sull’isola di Calipso, e inizia il suo racconto delle imprese passate: Ciclope, Lestrigoni, Circe, Ade, Sirene, Scilla e Cariddi, sequenze rese una più spettacolare dell’altra nella messinscena. Mancano all’appello alcuni episodi omerici, tra cui Lotofagi e Feaci, che vengono assorbiti da Calipso. Troia, invece, puntella l’intera trama come un’impalcatura al dramma di Ulisse.

    Ogni scena potrebbe essere approfondita a sé, per la maestria con cui si combinano horror, suspence e azione, e per la sensazionale cooperazione di montaggio, colonna sonora e comparti artistici. Interessante la scelta del canto delle Sirene, che viene sostituito da un mistico mix audio, ma dove manca qualsiasi elemento di sensualità: d’altra parte, l’eros è del tutto assente anche nelle scene di Circe e Calipso che dovrebbero ospitarlo. Le creature mitologiche sono mostrate in maniera intrigante, come esseri primigeni al grado zero di caratterizzazione estetica, che suona perfettamente allineata con il tono del film: è interessante anche come vengano realizzati, con effetti pratici potenziati dal digitale. Spesso a legare le sequenze è il sonoro, con l’incredibile contributo musicale di Ludwig Göransson che martella a ingranaggio scena per scena e che modula melodie bronzee e sonorità sperimentali fuori dal tempo.

    Parlare in modi che comprendiamo

    Né più né meno che in Oppenheimer, il cast di Odissea è una parata di star: a parte i veri e propri protagonisti, compaiono tutti molto poco. E quindi perché proprio Lupita Nyong’o per Elena di Troia? Probabilmente anche per l’intensità richiesta al ruolo gemello di Elena, Clitemnestra. L’obiettivo di Nolan è evidentemente mostrare un mondo riconoscibile al pubblico (statunitense), diversificato etnicamente, in maniera comunque differente dalla composizione etnica del mondo mediterraneo di tremila anni fa. Sorte simile per Benny Safdie nei panni di Agamennone, presentato come semi-dio ieratico dal volto coperto ma silenzioso per il totale ed esiguo minutaggio. Pure Charlize Theron / Calipso e Zendaya / Atena sono ruoli modesti. È probabile che, tra i tantissimi personaggi grandi e piccoli dell’Odissea, il regista abbia scelto dei volti riconoscibili affinché il pubblico potesse identificarli con facilità, assumendo tratti noti per ruoli noti (se non fosse Elliot Page il personaggio di Sinone si terrebbe a mente?).

    Ma alcuni personaggi sono assegnati anche con criterio meta-cinematografico, a partire dai primi due presentati a inizio film. L’aedo Travis Scott funziona perché è realmente un cantore che richiama una tradizione di trasmissione orale, e senza forzatura introduce la dimensione di racconto che indirizza direttamente a Omero. Elliot Page è Sinone, uomo tra gli uomini, anonimo tra gli anonimi, spogliandosi di qualsiasi connotazione di genere e affrancandosi in quanto tale. E più di tutti Matt Damon è colui che da sempre Hollywood cerca di portare a casa (Salvate il soldato Ryan, Interstellar, The Martian), ora finalmente artefice egli stesso del proprio ritorno. Il suo Ulisse è forse più uomo d’azione che uomo d’ingegno, fisicato ma lacerato, determinato ma straziato, colui che porta sulle spalle la responsabilità degli uomini di Itaca, dei Greci, dei Troiani e del mondo intero. Menzione speciale ai ruoli femminili (più alla recitazione che alla scrittura, sempre carente in Nolan), in particolare ad Anne Hathaway / Penelope, energica ed inespugnabile regina limitata solo dal tempo in cui visse. Anche Samantha Morton, spogliata della sensualità di Circe, è una maga audace e quasi femminista, che condanna la bestialità lasciata implicita da Omero degli uomini di Ulisse.

    Sfidare gli dei

    Ancora più che un adattamento necessariamente fedele, ciò che interessava a Nolan era che Odissea risultasse uno spettacolo colossale e immersivo, ragione per cui l’ha girato interamente in IMAX 70mm per un totale di 610 chilometri di pellicola. Il formato IMAX 70mm (la cui risoluzione è paragonabile a un 18K digitale) presenta però un limite in entrata e uno in uscita: per quanto riguarda il set, le cineprese incredibilmente rumorose rendono impossibile la registrazione di dialoghi, mentre la fruizione è resa complicata dalla scarsa reperibilità dei componenti che costituiscono i proiettori appositi, dismessi da sessant’anni (e infatti solamente 41 sale al mondo proiettano esattamente così). Di fatto, Odissea è il primo film girato interamente in IMAX, perché Nolan ha spinto gli ingegneri a risolvere la prima questione, creando una sorta di armatura chiamata “Blimp” in grado di assorbire il baccano prodotto dalle cineprese.

    Tuttavia la scelta impone un vincolo tecnico che poi pesa sul film: per i limiti fisici della pellicola è possibile girare per un tempo massimo di circa tre minuti. Il risultato è che Odissea (come altri film di Nolan che usano l’IMAX solo parzialmente) devono avere per forza un montaggio serrato, perché i singoli take sono molto brevi. Anche se il regista ha abituato il pubblico a questo ritmo frenetico, probabilmente non era il modo migliore di trattare ogni scena del racconto omerico, che più volte avrebbe giovato di una maggiore distensione, soprattutto nei dialoghi iniziali e in generale nelle scene più profonde ed emotive. Fanno da contrappunto i combattimenti, soprattutto verso il finale, che invece risultano lunghi ed estenuanti proprio a causa del susseguirsi di tagli. 

    Il potere del sacrificio sta nel prezzo della persona che lo compie

    Evidentemente Nolan ha fatto propria la materia dell’Odissea, convertendo i fatti dell’epica in uno spettacolo della contemporaneità traducendone i temi. Certe caratteristiche del poema appaiono molto naturali nell’opera del regista: il ritorno, l’ossessione, la cronologia alternata, il rapporto con il padre, le figure femminili infide, il timore di un’epoca a venire. È riuscito a inserire anche i suoi totem: per esempio la spilla di Atena, simbolo del legame tra Ulisse e Penelope che ricorda anche la trottola di Inception, sostituisce il letto ricavato nel tronco di ulivo del poema. E soprattutto, Nolan conserva l’attenzione al “dispositivo” e alla scatola cinese.

    Se la prima metà di film chiama più direttamente Omero, la seconda è un più esplicito cenno alla filmografia di Nolan, che viene ricordata per vari elementi. La trama di esplorazione a linee narrative intersecate è Interstellar, la Telemachia è la origin story di un eroe mitico come Batman Begins (o Spider-Man…); il climax adopera moduli da thriller da Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, mentre il rapporto di Ulisse con le donne e con Calipso in particolare è vicino a quello di Cobb e Mal in Inception. E soprattutto, nel finale, Ulisse si riconosce come un nuovo Oppenheimer, l’uomo responsabile del grande inganno che sovverte l’ordine.Il cavallo di legno è la bomba atomica dell’antichità. Così, se fino a Tenet Nolan narrava un mondo sull’orlo dell’Apocalisse, con Oppenheimer e Odissea ha iniziato a raccontare il mondo già sovvertito a causa della creazione del singolo e dell’irresponsabilità della massa. Allora forse gli ultimi due film di Nolan hanno hanno lo stesso protagonista: Prometeo, l’uomo dall’immane responsabilità di aver compiuto un atto che ha cambiato per sempre il mondo.

    Edoardo & Enrico Borghesio

    Caporedattori

  • Approfondimento: Cosa dobbiamo aspettarci dall’Odissea di Christopher Nolan

    Approfondimento: Cosa dobbiamo aspettarci dall’Odissea di Christopher Nolan

    Cantami o Musa dell’uomo dal multiforme ingegno

    Manca poco all’uscita di Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan e uno dei titoli più attesi dell’anno. Dopo l’Oscar per l’epica a stelle e strisce Oppenheimer, Nolan “torna” al racconto ancestrale per eccellenza, all’origine della cultura occidentale. 

    È risaputo che prima di affidargli la trilogia del Cavaliere Oscuro, Warner Bros avesse considerato Nolan per la regia di Troy. Perciò Omero è un ritorno (come quello di Ulisse) a topoi che in realtà il regista ha sempre frequentato per tutta la sua carriera: il ritorno, il rapporto tra padri e figli, il viaggio, la mitologia intesa come esaltazione delle icone dei tempi, la missione dell’eroe, la fatalità dei ruoli femminili, il racconto che procede in modo non cronologico. Non da meno, inciderà il suo universo visivo e narrativo, con un’estetica moderna, spogliata e “metallica”, montaggio narrativo complesso e spettacolari scene d’azione

    Come verranno espresse queste istanze nel film? In che modo verrà distribuita la materia narrativa ed epica già insita nel racconto originale? Si incrociano due universi: la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata, e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Proviamo a interrogarci su qualche aspetto, in particolare sulla possibile struttura temporale della narrazione e sull’adattamento culturale operato da Nolan, per capire cosa dobbiamo aspettarci da Odissea. 

    La promessa: tempo come struttura 

    L’Odissea di Omero, composta come collezione di canti orali nell’VIII secolo a.C., è stata codificata in 12 libri. Dal I al IV si svolge la Telemachia, ovvero il viaggio di Telemaco, il figlio di Ulisse che era appena bambino quando il padre partì per la guerra; ora ha circa 20 anni e la reggia di Itaca è tormentata dai Proci, che vorrebbero che Penelope scegliesse uno di loro come nuovo marito; Telemaco parte per cercare informazioni del padre e Menelao gli rivela che si trova sull’isola di Calipso. Dal V all’VIII libro Ulisse riesce a partire da Ogigia, l’isola di Calipso, e viene accolto nella terra dei Feaci. Durante un banchetto un cantore narra della caduta di Troia, e per le sue lacrime Ulisse viene riconosciuto e invitato a raccontare la propria storia. Dal IX al XII libro c’è una grande analessi-flashback in cui Ulisse narra le sue peregrinazioni dopo Troia: lotofagi, il ciclope Polifemo, il dio del vento Eolo, Lestrigoni cannibali, Circe, Aldilà, Sirene, Scilla e Cariddi, la mandria del sole e infine Calipso. Dal XII al XXIV libro si racconta il rientro di Ulisse a Itaca, non riconosciuto, che viene aiutato dal porcaio Eumeo, vari incontri e agnizioni, e infine la strage dei Proci e il ricongiungimento con Penelope.

    Si potrebbe quasi dire che Omero sia l’inventore del montaggio narrativo complesso di cui Nolan si è reso maestro nella modernità, e comunque sarà affascinante vederlo alle prese con una storia già di per sé tanto strutturalmente ricca. È ovvio che la materia narrativa sarà abbondante, tanto da riempire facilmente le circa tre ore di durata del film. Ma come si incroceranno le vicende? Dalle interviste promozionali pare che il regista abbia ritenuto di narrare l’Odissea come una storia familiare incentrata sulle tre linee narrative di Ulisse, Penelope e Telemaco, coerentemente con il poema che dedica a ciascuno uno spazio specifico. E anche la semplice trattazione lineare degli eventi dell’originale consentirebbe uno svolgimento “alla Nolan”. 

    L’adattamento indugerà particolarmente sulle scene spettacolari della caduta di Troia, che tecnicamente non sono parte del racconto, e su altri grandi sequenze: la caverna di Polifemo, le tempeste, il canto delle Sirene, ecc.. È anche possibile che il film insisterà maggiormente sul viaggio sacrificando in parte la tensione e la solennità riservate all’epilogo su Itaca, scene che tuttavia potrebbero benissimo reggere un’ampia narrazione (come visto in Itaca: il ritorno di Uberto Pasolini con Ralph Fiennes). Nei trailer si è vista anche l’alternanza tra Argo cucciolo e anziano, il cane di Ulisse che spira appena dopo aver riconosciuto il ritorno a casa del padrone (XVII libro): questo dettaglio implica la possibilità che nel film saranno presenti anche scene precedenti alla partenza per Troia, oppure in qualsiasi caso un uso disinvolto di flashback anche in altri momenti del film.

    La svolta: tempo come cultura 

    Ogni trailer di Odissea è stato accompagnato da una polemica diversa sulle criticità nell’adattamento, chissà all’uscita del film cosa accadrà. A parte le questioni di fedeltà storiografica riguardanti elementi scenografici e di abbigliamento, sono state contestate diverse scelte di casting, in primis quella di Lupita Nyong’o come Elena di Troia, la donna più bella del mondo antico. E poi il rapper Travis Scott nei panni di un aedo, l’antico cantore che farà da ponte fra la tradizione della poesia orale dell’antica Grecia e il moderno hip hop. Si è chiacchierato anche della problematicità di Elliot Page nei panni di Achille, l’invincibile guerriero di Troia reso noto con le sembianze di Brad Pitt in Troy. Benché sia stato poi accertato che Page interpreterà il prigioniero greco Sinone, sarebbe stato ironicamente più interessante vederlo nei panni di Achille, che è una figura assai più sfumata della percezione binaria moderna: secondo il mito, infatti, prima di recarsi a Troia, Achille venne mandato dalla propria madre alla corte di Sciro travestito da donna per sfuggire al reclutamento e alla morte ineluttabile. Questo antefatto sfuggirebbe sicuramente dagli episodi dell’Odissea, ma il casting di Elliot Page sarebbe stato, nel caso, perfettamente calzante.

    Qualunque considerazione si voglia fare sul casting (e poi Tom Holland è la scelta più adeguata per Telemaco? E Matt Damon per Ulisse?), ormai a Hollywood sovente si scelgono i nomi di richiamo a prescindere dall’appartenenza al possibile typecast dei ruoli, e infatti il discorso si potrebbe estendere anche ad altre produzioni (vedi i Beatles di Sam Mendes). Più che l’aspetto, verrebbe da interrogarsi sui contenuti: quando Telemaco nel trailer dice “My dad is coming home” può stonare, ma può avere un senso. Ulisse per Telemaco dovrebbe essere chiamato, in versione più filologica, come “Father” / “Padre”, un ruolo sociale e istituzionale: “Dad” / “Papà” invece veicola una relazione affettiva, che probabilmente è uno scopo non involontario dell’adattamento di Nolan. Sembra che l’autore si sia basato su una traduzione dall’Odissea di Omero pubblicata nel 2017 da Emily Wilson, la prima donna della storia ad aver tradotto il poema in inglese. Questa versione enfatizza la dimensione psicologica dei personaggi, in particolare illuminando alcune mentalità femminili altrimenti solitamente lasciate funzionali sullo sfondo (Penelope, Elena di Troia, Circe, le Sirene). È una scelta discutibile? D’altra parte, il pubblico non sarebbe disorientato ad osservare un adattamento documentaristico e più vicino alla sensazione libresca dell’opera?

    È pur vero che, al di là della fedeltà storiografica, ci sono elementi culturali confusi. La nave di Ulisse e i suoi sembra una Drakkar vichinga (e lo è, in effetti: si tratta della Draken Harald Hårfagre, una vera nave vichinga moderna affittata per le riprese). Polifemo ha un aspetto da Gollum, glabro e mefistofelico, mento piccolo e fronte bassa, come una creatura cinematografica fantasy, molto distante dall’apparenza barbuta e abbruttita tipica delle rappresentazioni di Polifemo e della barbarie tipica invece dell’iconografia greca (basandosi sulle fonti contemporanee ai Greci, ossia, essenzialmente, i vasi dipinti). Il mostro, la nave e anche i colori della pelle, alla fine, non sono un problema tanto di fedeltà storiografica, ma semmai di de-culturalizzazione della cultura greca, che si diluisce in una generica rappresentazione di passato hollywoodiano, senza particolare riverenza a nessuno, nemmeno al contesto del poema che fa da base del racconto. 

    Nonostante la potenziale aspettativa che Odissea di Christopher Nolan fosse una sorta di adattamento definitivo, totale e perfetto dell’Odissea di Omero per i tempi moderni, in realtà, invece, (come per quasi tutti i film che trattano materia storica, più o meno verosimile che sia) sarà semplicemente una rappresentazione dell’Odissea, una delle tante possibili. È offerta a questi tempi di generale ricerca di uguaglianza in cui le differenze culturali vengono piallate sull’altare della parità, e ne sono risvolti la spettacolarizzazione e l’appiattimento della profondità. In ciò, evidentemente, sarà comunque un adattamento perfetto dell’Odissea per il momento esatto in cui sarà uscita.

    Il prestigio: tempo come Nolan 

    Curiosamente, benché l’Odissea omerica sia uno dei raconti fondativi dell’occidente, l’Odissea di Nolan è stata chiacchierata molto per le caratteristiche tecniche dell’IMAX e per le pruriginosità culturali. Sembra che il contenuto sia meno importante del contenitore, almeno nella narrazione preventiva dell’opera. Forse dipende anche, appunto, dalla difficoltà ad immaginare l’incontro fra la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Potrebbero offrire alcuni spunti di previsione plausibile le ultime opere del regista del Cavaliere Oscuro.

    Comunemente le trame dei film applicano una fabula, ovvero un ordine cronologico degli eventi, ad un intreccio, ossia il racconto specifico dell’opera secondo la struttura cronologica scelta. Christopher Nolan è maestro nella manipolazione di intreccio e fabula, fino all’esperimento estremo di Tenet di raddrizzare l’intreccio al servizio della fabula e della sua inversione. Odissea potrebbe cercare di far convergere le tre linee narrative e temporali di Ulisse, Penelope e Telemaco con un sontuoso montaggio alternato che raggiunge per tutti e tre la medesima destinazione. La struttura in tre atti è già tipica di Nolan, si veda in The Prestige (promessa, svolta e prestigio) e nella trilogia di Batman. E ciascuno dei personaggi verrebbe a rappresentare un moto specifico dell’agire umano: Penelope è la tenuta, Telemaco la scoperta, e Ulisse il compimento della missione, incastrandosi come quando Murph e Cooper scoprono di esistere nello stesso istante in Interstellar

    Suona macchinoso? Eppure Christopher Nolan è un regista della tecnica e dell’ingranaggio, parla sempre di scienza e di un incastro che si aggancia e si sgancia. Cosa succede alla tecnica nell’era della pre-tecnica, arena dell’Odissea? Quale motore o ingranaggio, concreto o metaforico, viene attivato (o disattivato) per aprire le porte di Troia e per acciecare il ciclope? Come tenderà Ulisse l’arco per annientare i Proci? In Oppenheimer lo scopo principale del protagonista è costruire la bomba atomica, tuttavia tale processo è il cuore ma non il fine ultimo del film: come si applicherà la stessa formula in Odissea? Qual è lo scopo principale del personaggio Ulisse? Probabilmente il ritorno a Itaca, fatto che nel poema originale avviene nel XIII di 24 libri, a metà: così l’atto di rientrare in patria è il cuore ma non il fine ultimo del film, esattamente come in Oppenheimer, dove si raccontano le conseguenze della missione dell’eroe.

    Il poema omerico è diviso simmetricamente in due: metà viaggio, metà casa per il compimento dell’opera. L’intenzione spettacolare, inevitabilmente, prediligerà le scene d’azione monumentali della prima metà: l’assalto di Troia, l’inganno del cavallo di legno, le grandi scene di navigazione per l’oceano, le lotte con i giganti, la caverna di Polifemo, il canto obnubilante delle Sirene, l’attacco di Scilla e Cariddi. Gran parte di queste sequenze, in verità, si svolge perlopiù in silenzio, siccome Ulisse e i suoi devono tacere per contrastare la minaccia, o sono scene d’azione nel quale non c’è spazio per dialoghi. Più che la parola, in quelle scene ci sarà rumore. Mare e rumore, pochi dialoghi, ricordano Dunkirk: un film blindato, rigoroso nell’impostazione cronologica; allo stesso tempo intriso di umanità ma asciutto di qualsiasi contatto di umanità; immersivo ed esperienziale, tanto più con l’IMAX, poco narrativo. Che Odissea segua quello stesso binario, di un viaggio dentro la pancia del cavallo, tra i flutti del mare, esasperantemente coinvolgente, ma altrettanto silenzioso, asciutto, strumentale, tecnico?

    L’attesa della risposta a tutti questi interrogativi è di per sé materia di speculazione infinita. I primi commenti parlano di un film sontuoso con una grande regia, scene d’azione indimenticabili, interpretazioni eccezionali, ecc. Resta il dubbio di come tutto questo sarà presentato: in che ordine, con quali valori, secondo quale indirizzo. E non da meno, che forma avranno l’inizio e la fine della storia, spesso formulaici e intrecciati nelle narrazioni di Christopher Nolan. L’incontro tra l’opera millenaria e l’autore contemporaneo sembra così naturale, a compimento di una carriera di ricerca nei temi del ritorno, della missione-ossessione e della predestinazione. Si potrà essere più o meno soddisfatti delle scelte di adattamento, ma è difficile immaginare un’ambizione alternativa a quella di Nolan per cimentarsi in una storia tanto grossa e tanto capitale, quasi come se fosse il regista stesso a sovrapporsi al protagonista della sua opera.

    Cantami o Musa dell’uomo dal multiforme ingegno

    Edoardo Borghesio

    Capo-redattore

  • Recensione Piccole cose come queste – Un dramma raccontato in penombra

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    Una camera segue costantemente un uomo e i suoi silenzi, tra pochi luoghi e tanta oscurità: così si sviluppa Piccole cose come queste, l’ultimo film di Tim Mielants presentato in concorso al Festival di Berlino del 2024.

    Tratto dall’omonimo romanzo di Claire Keegan e sceneggiato da Enda Walsh, il lungometraggio racconta dei soprusi perpetrati nelle case Magdalene, istituti religiosi irlandesi nei quali venivano mandate giovani donne con una condotta giudicata “peccaminosa”. Il tema era stato toccato nel 2002 da Peter Mullan con Magdalene, vincitore del Leone d’oro a Venezia, a sua volta ispirato al documentario del 1998 Sex in a cold climate di Steve Humphries. Mielants però ne parla in una forma molto più intimista, accompagnandoci in una storia in cui le parole risultano superflue e le immagini non necessitano di didascalie.

    Ambientata nel Natale del 1985 nella Contea di Wexford, la vicenda si focalizza su Bill Furlong (Cillian Murphy), un venditore di carbone che abita con la moglie (Eileen Walsh) e cinque figlie. Ritrovatosi a effettuare una consegna presso il convento locale, assisterà involontariamente agli abusi compiuti dalle suore e vivrà un dissidio interiore ripensando alla sua infanzia.

    La recitazione di Murphy (che figura come produttore insieme a Matt Damon e Ben Affleck) rappresenta il fulcro di tutta la narrazione: Bill sospira continuamente, ha l’espressione persa nel vuoto e i pensieri rivolti a un tempo lontano in cui sua madre avrebbe potuto subire la stessa sorte toccata alle ragazze maltrattate. I dialoghi sono volutamente scarni, e lo spettatore deve osservare il protagonista e guardare attraverso i suoi occhi, aspettando l’esito di un conflitto morale che si fa largo passo dopo passo.

    Il fantasma dei Natali passati bussa alla porta del carbonaio, trattenendolo in un precario equilibrio tra la sua giovinezza e il suo presente. Dickens torna due volte, sia con Canto di Natale che con David Copperfield, proprio perché probabilmente Piccole cose come queste vuole essere una parabola minimalista, delicata e semplice, pur trattando un argomento tanto doloroso.

    La fotografia, curata da Frank van den Eeden, è particolarmente cupa, tra stanze chiaroscure e ambienti notturni, perfettamente in linea con l’angoscia e la sensazione di impotenza vissute dal personaggio principale.

    Le spalle e la testa di Bill vengono inquadrate in penombra mentre osserva dalla finestra la sua cittadina, nella quale l’omertà si sostituisce all’onestà e i buoni sentimenti di facciata non corrispondono alle azioni. L’ignoranza e la superficialità regnano in una comunità in cui la chiesa è al vertice e Furlong non riesce ad attenersi al cinismo dal quale è circondato.

    Tornato da una giornata di lavoro lava meticolosamente le mani nere, come per pulire una colpa che non è sua, come per scacciare la memoria di un periodo sbiadito ma ancora indelebile.

    La superiora Suor Mary (Emily Watson) finge benevolenza con uno sguardo spiritato, illuminata dalla sola luce del camino. La breve apparizione dell’attrice (che ha vinto l’Orso d’argento per questo ruolo) risulta parecchio efficace, quasi una presenza infernale che si impone emanando un senso di inquietudine e di allerta.

    Nonostante il dramma affrontato, il regista mantiene un livello di calma illusoria in tutte le sequenze, inducendoci ad attendere i flashback, unici momenti in cui ritroviamo un guizzo imprevisto.

    Per tale ragione solo il Bill bambino è in grado di scuotere l’animo dell’adulto, conducendolo in un viaggio sommesso nella sua coscienza.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • TRAILER AIR: IL FILM DI BEN AFFLECK E MATT DAMON SULLA NIKE

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    Dopo pochi giorni dall’annuncio, MGM presenta il trailer di Air, il nuovo film di Ben Affleck & Matt Damon sulla nascita delle Air Jordan della Nike. Air, con la regia di Ben Affleck, è il primo prodotto della neonata etichetta Artists Equity, fondata dal duo Damon-Affleck dopo le numerose collaborazioni come Will Hunting – Genio ribelle e The Last Duel

    Come svelato dal il trailer, Air racconta la storia di Sonny Vaccaro, il genio del marketing che a metà degli anni ’80 spinse Nike Inc. ad inseguire l’atleta più eccezionale del mondo, Michael Jordan. L’imprenditore, la cui storia è già stata raccontata nel documentario Sole Man, sarebbe stato ricordato per sempre nel settore per aver convinto la superstar del basket a firmare il suo primo contratto di sneakers in quella che è la partnership di marketing di maggior successo di sempre. Ma la storia del film sarà ambientata prima di quei giorni, quando Vaccaro non era altro che un uomo d’affari con un grande sogno nel cassetto, esaudito grazie ai suoi contatti con le persone vicino al campione NBA.

    TRAILER ORIGINALE

    L’imponente cast del progetto vede la partecipazione di Matt Damon nel ruolo dell’intraprendente dirigente Nike Sonny Vaccaro e Ben Affleck nel ruolo del co-fondatore del brand Phil Knight, e in altri ruoli legati al mondo del basket e dell’abbigliamento sportivo, in particolare la dirigenza di Nike, gli attori Jason Bateman (Rob Strasser, dirigente marketing), Matthew Maher (Peter Moore, designer delle Air Jordan 1), Chris Messina (David Falk, l’agente di Michael Jordan), Marlon Wayans (George Raveling, uno dei più importanti allenatori di pallacanestro del tempo), Chris Tucker (Howard White, presidente di Jordan Brand per Nike), Gustaf Skarsgård (Horst Dassler, della famiglia di imprenditori dell’abbigliamento sportivo che ha lanciato Adidas, Puma e Arena, rivali di Nike), Viola Davis e Julius Tennon (rispettivamente Deloris e James Jordan, i genitori di Michael).

    Ben Affleck è il regista di Air; Alex Convery è autore della sceneggiatura, ripescando il soggetto dalla Black List (l’indice degli script rifiutati da Hollywood che viene pubblicato annualmente) del 2021. Producono David Ellison, Jesse Sisgold, Jon Weinbach, Affleck e Damon, Madison Ainley, Jeff Robinov, Peter Guber e Jason Michael Berman; i produttori esecutivi includono Dana Goldberg, Don Granger, Kevin Halloran, Michael Joe, Drew Vinton, John Graham, Peter E. Strauss e Jordan Moldo. 

    Matt ed io siamo molto entusiasti che il pubblico veda Air e siamo orgogliosi che sia il primo prodotto di Artists Equity”, ha dichiarato Ben Affleck in un comunicato. “Il film è stata un’esperienza straordinaria in cui abbiamo avuto l’onore di lavorare con alcuni dei migliori cast e troupe del settore, i quali hanno portato passione, tenacia e creatività in uno sforzo collettivo per ricreare una storia straordinaria e ambiziosa. Apprezzo la fiducia di Jen Salke nella nostra capacità di realizzare un film di cui siamo orgogliosi, così come l’incredibile supporto continuo suo e di Sue Kroll per il film. Amazon Studios, Skydance e Mandalay sono stati tutti fondamentali per ottenere questo risultato e il film non avrebbe potuto essere realizzato senza di loro. Apprezziamo i passi compiuti da ciascuna delle loro parti per realizzarlo e vogliamo ringraziarli. Questa è stata la migliore esperienza creativa e personale della nostra vita e non vediamo l’ora di vederne molte altre simili”.

    La biopic avrà distribuzione cinematografica cinematografica negli Stati Uniti a partire dal 5 aprile 2023 per poi uscire anche in streaming in esclusiva su Prime Video; non è ancora stato comunicato se in Italia debutterà nelle sale oppure direttamente in streaming.

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  • AIR – IL FILM DI BEN AFFLECK e MATT DAMON SULLA NIKE USCIRÀ AD APRILE

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    Dopo Will Hunting – Genio ribelle e The Last Duel, Ben Affleck & Matt Damon hanno deciso di fondare una propria casa di produzione indipendente per finanziare i progetti che più li interessano, chiamata Artists Equity. Il primo prodotto dell’etichetta sarà Air, film incentrato su Sonny Vaccaro, ex dirigente della Nike responsabile dello storico accordo con la star del basket Michael Jordan che lanciò le famosissime Air Jordan, da cui il titolo del film.

    La biopic avrà distribuzione cinematografica globale a partire dal 5 aprile 2023 per poi uscire anche in streaming su Prime Video. Oltre a produrre, Ben Affleck e Matt Damon sono anche gli autori della sceneggiatura, il cui soggetto è stato ripescato dalla Black List (l’indice degli script rifiutati da Hollywood che viene pubblicato annualmente) del 2021. Entrambi reciteranno nel film, e Ben Affleck ne è il regista. L’ispirazione della pellicola viene da Sole Man, documentario del 2015 dedicato all’imprenditore italo-americano Sonny Vaccaro. 

    La trama seguirà l’operazione del dirigente Nike Sonny Vaccaro (Matt Damon) insieme al co-fondatore di Nike Phil Knight (Ben Affleck), finalizzato all’ingaggio di Michael Jordan a metà anni ‘80. Coinvolgere il testimonial pareva un’impresa impossibile all’epoca, ma fu realizzata grazie al venditore di scarpe sportive anticonformista e ai suoi contatti con le persone vicino alla superstar del basket. 

    L’accordo rappresentò la collaborazione più significativa e redditizia di sempre tra uno sportivo e un marchio. Oltre a rendere la Nike un’azienda multimiliardaria, l’operazione rivoluzionò per sempre il mondo delle sneakers, trasformando le Air Jordan in un vero e proprio status symbol. Nike sfidava il regolamento di NBA facendo indossare a Michael Jordan delle scarpe con colori diversi da quelli della sua divisa: pagando una multa per ogni uscita in campo dell’atleta con le scarpe sovversive, il brand sportivo accrebbe la propria immagine proprio grazie all’infrazione delle regole precostituite.

    A proposito del film, Ben Affleck ha dichiarato: “Matt e io siamo entusiasti che il pubblico veda Air e orgogliosi che sia la prima uscita di Artists Equity. Il film è stato un’esperienza straordinaria in cui abbiamo avuto l’onore di lavorare con alcuni dei migliori cast e troupe del settore, che hanno portato passione, perseveranza e creatività in uno sforzo collettivo per ricreare una storia straordinaria”.

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  • RECENSIONE THE LAST DUEL DI RIDLEY SCOTT

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    1977, Festival di Cannes. Ridley Scott vince il premio per la miglior opera prima con I Duellanti, film in costume ambientato nella Francia napoleonica che racconta la rivalità decennale tra due nobili ufficiali della Grande Armée. Con  questo esordio folgorante, che lancia la carriera del regista inglese e lo rende immediatamente uno dei nomi più in vista del panorama hollywoodiano, Scott apre un percorso che avrebbe continuato in futuro con pellicole come Le Crociate – Kingdom of Heaven, Il Gladiatore e Robin Hood, e che porta avanti ancora nel 2021 con The Last Duel, che pare davvero chiudere – molto romanticamente – un cerchio iniziato, appunto, con un duello. Nonostante il regista britannico sia noto per la sua versatilità, avendo affrontato molti generi nel corso della sua lunghissima carriera, si può affermare tranquillamente che questo tipo di racconto storico sia tra i filoni di maggior  successo dell’intera produzione scottiana e che con questo The Last Duel ci si trova di fronte a uno dei prodotti più convincenti e riusciti della filmografia post-2000 del regista

    Il film, che racconta la storia vera di un processo e del Duello di Dio (l’ultimo legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo) che ne conseguirà, presenta la vicenda attraverso il punto di vista di tutti e tre i personaggi principali, ovvero l’accusatore Jean de Carrouges (Matt Damon), l’accusato Jacques Le Gris (Adam Driver) e la moglie del primo, Marguerite de Carrouges (Jodie Comer), vittima del delitto di violenza carnale in questione. Ciò che rende veramente notevole narrazione è che essa venga strutturata secondo la forma classica, almeno a livello di immaginario cinematografico, dei processi giudiziari: il primo atto rappresenta l’arringa dell’Accusa, il secondo quella della Difesa e il terzo la deposizione del testimone chiave, che sfocia poi nella Sentenza-Duello finale. 

    Questa costruzione dell’intreccio funziona perfettamente senza risultare pesante o ridondante e permette allo spettatore di rivivere le stesse sequenze più volte, notando tutti i piccoli cambiamenti causati dalla distorsione della percezione e della memoria di chi racconta. 

    Nel realizzare questa struttura narrativa, che sulla carta sarebbe potuta apparire eccessivamente ripetitiva, Scott è aiutato da un cast stellare in ottima forma: Jodie Comer ruba indubbiamente la scena, regalando un’interpretazione straordinariamente intensa, soprattutto nella seconda parte della pellicola, e affermandosi come vera e propria protagonista morale della storia. Notevole anche la prova attoriale di Ben Affleck nei panni del Conte Pierre, un personaggio davvero ben scritto: tragicomico, a tratti grottesco, funziona molto bene e dà respiro allo spettatore, spezzando il tono drammatico del film. 

    Valutazioni opposte, invece, per quanto riguarda i due rivali: se Matt Damon riesce ad essere in parte dall’inizio alla fine, fornendo nel complesso un’ottima interpretazione, lo stesso non si può dire di Adam Driver, che nonostante abbia sicuramente il physique du role giusto, risulta il meno convincente del quartetto. 

    Per quanto riguarda il comparto tecnico, Ridley Scott si conferma una garanzia di qualità per quanto riguarda la messa in scena che è, come al solito, eccezionale, dimostrando ancora una volta il suo incredibile talento visivo. 

    La fotografia è eccellente e coerente con le ambientazioni: tutti gli esterni presentano colori fortemente desaturati, in cui sono i toni dei grigi e dei blu a farla da padroni, in un paesaggio costantemente gelido e innevato (chi scrive, dopo mezz’ora di film, si è dovuto rimettere la giacca come “percependo” il freddo trasmesso dalle immagini) che contrasta fortemente, però, con gli interni illuminati da calde e morbide luci di candele e camini. Oltre alla direzione della fotografia magistrale di Dariusz Wolski, però, è necessario lodare anche il reparto scenografico, che riesce a creare degli ambienti estremamente dettagliati e credibili, che trasportano immediatamente lo spettatore nel mondo medievale del XIV secolo, anche grazie a straordinarie vedute in esterna ricostruite in CGI, che restano sempre coerenti con il lessico visivo del film ed evitano quel fastidioso effetto “videogioco” a cui, purtroppo, si assiste ormai troppo spesso. 

    Ciò che, però, rende veramente notevole a livello tecnico questa pellicola sono le scene di combattimento, girate con una sicurezza e una maestria che pochi altri registi oltre a Scott possono vantare.

    Prendendo a piene mani dalle sue fatiche precedenti (su tutte Il Gladiatore e Le Crociate), il regista regala sequenze di guerra davvero strabilianti, la cui unica pecca è – forse – la durata troppo breve, in quanto del materiale così ben diretto avrebbe meritato sicuramente qualche minuto di schermo in più. Minuti che non vengono lesinati, invece nella scena finale del duello, certamente una delle migliori del film e, probabilmente, una delle migliori sequenze di combattimento viste in un prodotto audiovisivo negli ultimi anni, nella quale Scott riesce a far immergere totalmente lo spettatore in uno scontro terribile, facendo percepire tutta la fatica dei duellanti, il peso delle armature in ferro, la violenza dei colpi di spada e ascia, mantenendo costantemente altissima la tensione e il pathos che una sequenza del genere comporta. 

    Oltre alle grandissime scene che possono essere definite d’azione, la regia risulta molto efficace anche nelle sequenze più intime e drammatiche, che colpiscono quando devono colpire ed emozionano quando devono emozionare.

    Per quanto riguarda, invece, il contenuto tematico dell’opera, il film si fa notare per l’importanza e l’attualità del messaggio e per il coraggio nel raccontarlo, senza risultare mai retorico o inutilmente didascalico. In una Hollywood scossa, ormai da qualche anno, dal caso Weinstein e dalla nascita del movimento MeToo, Scott e i suoi sceneggiatori (gli stessi Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener) realizzano una pellicola che punta dritta al cuore della questione, raccontando una storia che, prima che una dichiarazione politica, è un dramma fortemente umano, che problematizza alcuni tra i temi chiave della società contemporanea, in cui spesso le vittime di abusi e violenze vengono colpevolizzate e inquisite. 

    The Last Duel, in sintesi, ricorda al mondo come ancora oggi, purtroppo, ci voglia un coraggio eroico per denunciare, nonché forza e caparbietà per ottenere giustizia, e come chiedere a una vittima di stupro cosa indossasse, che cosa avesse bevuto o se possa aver in qualche modo provocato il suo aguzzino restino domande medievali, che non dovrebbero più essere poste nell’Anno del Signore 2021 d.C. 

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  • RECENSIONE LA RAGAZZA DI STILLWATER

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    È uscito nelle sale l’ultimo lavoro di Tom McCarthy, un thriller con protagonista Matt Damon in un caso giudiziario ispirato al caso Knox, con il quale però condivide solo alcuni punti superficiali.

    Seguiamo la storia di Bill Baker (Matt Damon, appunto), un umile lavoratore dell’Oklahoma che si trova ad andare oltreoceano per far visita alla figlia (Abigail Breslin) detenuta in un carcere a Marsiglia ormai da 5 anni, accusata di un omicidio che continua a sostenere di non aver commesso. Nel disperato tentativo di dimostrare la sua innocenza in una terra straniera, senza conoscere la lingua e senza alcun sostegno da parte delle giustizia che ritiene il caso chiuso ed impossibile da riaprire, Bill incontra Virginie (Camille Cottin) e la piccola Maya (Lilou Siavaud), che riusciranno a fargli intravedere la possibilità di costruirsi una vita ed una famiglia senza però dimenticare il suo obbiettivo, che lo tormenta costantemente: trovare il modo di dimostrare l’innocenza della figlia Allison.

    Il film, presentato fuori concorso alla 74esima edizione del Festival di Cannes, ha riscosso un grande successo riconfermando le grandi abilità di Tom McCarthy, già conosciuto per lavori amati dalla critica come Il caso Spotlight, con cui ha vinto anche l’Oscar per la sceneggiatura.

    La struttura narrativa è solida e ben scritta, sostenuta da un reparto tecnico semplice ma efficace. Le scelte registiche sono chiare ed essenziali e la fotografia non presenta sbavature.

    Un grande plauso va alla prova attoriale di tutto il cast, in particolare alla giovanissima attrice nei panni di Maya e ad un Matt Damon superlativo che riesce a trasmettere pienamente l’essenza del film e del suo personaggio, quello di un uomo intrappolato in una società e in una cultura a lui estranea. Il film si sofferma, infatti, sullo scontro culturale che i personaggi vivono costantemente. Bill Baker è un americano al 100%, quasi stereotipato, e lo dimostra in tutto: dalla postura al modo di pensare. Sarà costretto ad affrontare le difficoltà di interagire con una Marsiglia chiusa e ostile con lo straniero per cercare di salvare la figlia.

    Per quanto le premesse sembrino mostrare il lato investigativo come principale, in realtà la storia che ci viene mostrata ha ben altri obiettivi, tra cui la già citata voglia di mostrare la diffidenza verso l’altro (non solo nei confronti del protagonista ma anche verso comunità minori) e un costante desiderio di redenzione e riempimento dei vuoti nelle vite dei personaggi. Il rapporto incrinato con la figlia Allison porterà Bill a vedere in Maya e Virginie, in cerca di una figura paterna per la figlia e di un compagno per la madre, una perfetta seconda chance, una possibilità di redimersi dagli errori passati e ricominciare da zero. Ma per quanto possa provarci non può lasciarsi alle spalle il suo passato.

    Il punto focale del film è proprio l’interazione tra i personaggi che mostrano con evidenza la differenza tra due mondi, quello americano e quello europeo, sia negli aspetti più semplici come lo stile di vita quotidiano, sia nel profondo andando a mostrare la tradizione e il pensiero politico che contraddistinguono i due continenti, con un America trumpiana molto più decisa e pronta a ottenere con ogni mezzo ciò che vuole e un Europa, nello specifico una piccola comunità della Francia, diffidente nei confronti dei modi di fare dello straniero statunitense.

    L’autore riesce a valorizzare ogni dettaglio della storia, tutto è coordinato e trasmette bene l’idea che il regista vuole comunicare, dalle ambientazioni agli sguardi degli attori. La ragazza di Stillwater è in definitiva un ottimo lavoro, soprattutto grazie alle abilità del suo autore, che riesce ad usare lo scheletro di un thriller investigativo per analizzare un contesto multiculturale più generale attraverso la storia drammatica di un singolo individuo.

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