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  • RECENSIONE SPIDERMAN NO WAY HOME – COME NON SCRIVERE UN FILM SULL’UOMO RAGNO

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    Parlare di questo Spiderman: No Way Home è tutt’altro che semplice, come lo è allo stesso modo portare, ancora una volta, sullo schermo una pellicola il cui protagonista è l’amichevole arrampicamuri di quartiere. Ben 19 anni fa usciva infatti Spiderman diretto da Sam Raimi, un film che sarebbe presto divenuto un cult dei cinefumetti, portando alla consacrazione di un supereroe già famoso e da quel momento vera e propria icona di milioni di bambini e ragazzi. Il successo portò, come tutti ben sappiamo, prima a due seguiti diretti sempre da Sam Raimi, con un secondo capitolo quasi ai limiti della perfezione ed un terzo invece di una qualità nettamente inferiore, e successivamente ad un reboot della saga, intitolato Amazing Spiderman, con Andrew Garfield protagonista e Mark Webb dietro la macchina da presa. Una nuova trilogia che venne però interrotta al secondo capitolo, ritrovandosi sulle spalle il peso di aver raccontato una storia che, nonostante i vari aspetti positivi, sapeva di già visto (abbiamo di nuovo le origini, con Peter morso dal ragno e la successiva morte di zio Ben; a questo si aggiunge una costruzione dei villain tutt’altro che impeccabile). Contemporaneamente nasce e si sviluppa il Marvel Cinematic Universe, che comincia a spopolare portando alla ribalta eroi già conosciuti al cinema (come Hulk) ed altri che nessuno pensava potessero funzionare su pellicola. La soluzione si palesa davanti agli occhi di Sony (produttrice e distributrice dei film sull’uomo ragno): una collaborazione con i Marvel Studios, facendo gestire a quest’ultimi il personaggio di Spiderman. Arriviamo così ad oggi, con l’ultimo capitolo della nuova trilogia dell’Uomo Ragno, questa volta diretta da Jon Watts e con Tom Holland nei panni del protagonista, di cui non vediamo le dirette origini quanto piuttosto la crescita ed il suo diventare, passo dopo passo, un vero supereroe. Qualcosa, però, è andato decisamente storto.

    FANSERVICE CONFUSO

    Riprendendo direttamente da dove la post credit di Far From Home si era interrotta, la pellicola comincia con il dramma della svelata identità di Spiderman, con immediate conseguenze e problematiche sia per Peter stesso, che per la sua famiglia ed amici, portando così il diciassettenne a chiedere aiuto allo stregone Doctor Strange. Il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch, infatti, convinto a modificare un incantesimo più volte nel corso dell’esecuzione, perde il controllo, aprendo dei portali che attirano, da altre dimensioni, tutti coloro che sono a conoscenza dell’identità segreta del supereroe. Così il film motiva la presenza di ben cinque supercattivi, arrivati direttamente dalle precedenti pellicole di Spiderman mantenendo le stesse fattezze, tranne nel caso dell’Electro interpretato da Jamie Foxx. Già qui l’enorme castello di carte messo su da Sony e Marvel comincia a crollare.

    E’ necessario, però, soffermarsi prima sull’unico aspetto positivo della pellicola: la recitazione. Partendo da Holland e passando per Zendaya e Marisa Tomei, fino ad arrivare ai villain di Dafoe, Molina, Foxx e compagnia, ci si ritrova davanti a personalità che sanno fare il loro mestiere e riescono ad interpretare ottimamente i loro personaggi, il tutto nonostante la scricchiolante caratterizzazione dei loro alter ego, su cui ci si soffermerà più avanti. Se per i grandi nomi ciò era una garanzia, la vera sorpresa della pellicola è proprio Tom Holland, che mette il cuore nella sua interpretazione del personaggio e che dimostra un palese salto di qualità rispetto alle precedenti interpretazioni.

    Tocca ora parlare del problema più grande della pellicola: la scrittura. In questo film, infatti, non torna nulla. Se ad una prima occhiata il plot di partenza può sembrare interessante, si dimostra già dopo poco insulso e pieno di problemi, portando ad una sequenza di eventi che sembrano legati tra di loro da un filo sottilissimo in procinto di spezzarsi. Spiderman si comporta come un ragazzino egoista ed ingenuo, andando a rendere vano tutto ciò che era stato fatto nei capitoli precedenti; Strange è completamente istupidito e reso ridicolo rispetto alle versioni mostrare in precedenza; i villain della storia, venduti dalle interviste come l’apice della scrittura dei loro personaggi, sono in realtà la pallida ombra di ciò che erano nelle loro pellicole d’origine; aggiungiamo inoltre una comicità eccessiva messa in bocca a tutti i personaggi secondari, che riesce sì a strappare qualche risata, ma che risulta soverchiante e finisce per distruggere i momenti di pathos. 

    Proprio su quest’ultimo punto va inoltre detto qualcosa: questo film infatti non ha colpi di scena, o meglio li ha per uno spettatore candido, che non ha mai visto un film in vita sua, poiché solo in quel caso i plot twist non sarebbero riconoscibili fin da subito. Ma è proprio qui che il film crolla ancora una volta su sé stesso, perché questa non è una pellicola per novizi, ma per la vecchia guardia, per chi è cresciuto con quei vecchi Spiderman, con le ragnatele organiche di Maguire ed il discorso di zio Ben o con il dolore della morte di Gwen. 

    Se da un lato si ha quindi una scrittura piatta e banale, che punta soltanto all’effetto nostalgia, dall’altro si ha un lato tecnico disastroso. Se si salva la computer grafica, che riesce comunque a fare la sua ottima figura (anche se le vere braccia meccaniche di Octavius degli originali saranno sempre un gradino sopra), non si può assolutamente dire lo stesso della regia di Watts, confusa e tremolante, che rende incomprensibili e da mal di testa la quasi totalità delle scene d’azione, dove si palesa un montaggio mal realizzato. 

    CONCLUSIONI

    Costruita come un’opera di puro fan service, questo No Way Home si dimentica che non basta riportare sullo schermo le fattezze dei personaggi che hanno popolato i film passati, ma che c’è anche la necessità di costruire una storia che funzioni e di caratterizzare nel modo giusto i personaggi. Tutte cose che le precedenti pellicole, chi più chi meno, riuscivano a fare diversamente rispetto a questa, che caratterizza con un’eccessiva comicità tutti i personaggi pur volendo raccontare una storia toccante, non riuscendo però nemmeno a creare la giusta epicità nelle scene d’azione a causa di una regia ed un montaggio disastrosi. 

    Un’occasione sprecata, crollata sotto il peso di voler necessariamente soddisfare i fan senza far quadrare il tutto, che rimangono però per primi amareggiati da questo prodotto pieno di buchi di trama e problemi. Non ci resta che sperare che ciò sia soltanto un episodio isolato, puntando ora i nostri occhi sul seguito di quel Into the Spider-Verse che tanto fece battere il cuore dei fan ed in arrivo nel 2022.

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  • RECENSIONE ETERNALS – ORIGINALITÀ IN CASA MARVEL

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    Dopo tre film indipendenti ma di grande successo, la dominatrice degli ultimi premi Oscar Chloé Zhao torna al cinema dando una svolta singolare alla propria carriera con il nuovo capitolo di uno dei progetti cinematografici più incredibili -non tanto per qualità, quanto come fenomeno pop e progetto di marketing- della storia. Una pellicola, a differenza di molte altre interne al Marvel Cinematic Universe, che risulta essere assolutamente godibile nella sua completezza anche da chi non ha visto i precedenti film, inserendo però comunque diversi richiami che strizzano l’occhio anche ai fan della saga.

    Il nuovo film dell’ MCU narra la storia degli Eterni, un gruppo di eroi sovrumani, creati da esseri cosmici chiamati i Celestiali. Gli Eterni, oltre ad avere una vita virtualmente infinita, hanno forza e poteri incredibili e vengono inviati sulla Terra per proteggere l’umanità dalle minacce dei Devianti, creati a loro volta dai Celestiali e divenuti loro acerrimi nemici. Sarà una battaglia che andrà avanti per migliaia di anni al fine di sancire il dominio di una delle due razze sull’altra.

    Il prologo si apre con uno spiegone a scritte di starwarsiana memoria, introducendoci i nuovi eroi e mostrando immediatamente un approccio diverso rispetto agli altri film Marvel: più cupo, serio e maturo. Un approccio dove, almeno inizialmente, non c’è spazio per battutine pronte a stemperare la tensione.

    Il tocco di Chloé Zhao si nota immediatamente nella realizzazione delle scene in ambienti naturali (e, finalmente oserei dire,  con uno scarso utilizzo di ambienti digitali), nella delicatezza e nella liricità della messa in scena delle interazioni degli Eterni con gli uomini. La giovane regista si permette anche di autocitarsi, con alcune location che sembrano uscite dal suo film The Rider – Il sogno di un cowboy. La fotografia, di altissimo livello, a tratti ricorda quella della precedenti opere della Zhao, nonostante in questo caso sia realizzata da Ben Devis, un collaboratore storico  dell’ MCU.  La Zhao dimostra di essere estremamente a suo agio nelle scene d’azione, più violente e meno edulcorate del solito, che mostrano anche del sangue (caso raro nel mondo Marvel), e che vengono realizzate con ottime coreografie, estremamente chiare nelle dinamiche. Menzione speciale a un sound design sopraffino, capace di trasmettere la forza e la potenza dei poteri dei supereroi. 

    Essendo una buona parte del minutaggio realizzato in ambienti naturali, gli effetti visivi non si dimostrano spesso all’altezza, in primis nella realizzazione dei Devianti, che stilisticamente  ricordano gli alieni di Edge of Tomorrow di Doug Liman, e anche nella costruzione di alcune ambientazioni come l’antica Babilonia. Convincono appieno invece i mastodontici Celestiali, soggetti di inquadrature di grande potenza visiva da godersi sul grande schermo.

    La maturità del film viene fuori sotto diversi aspetti. Se da un lato, per la prima volta, vengono mostrate scene di sesso, dall’altro viene introdotto nell’MCU finalmente anche un personaggio centrale dichiaratamente omosessuale. Durante il lungo, forse troppo, minutaggio, c’è anche spazio per trattare indirettamente temi come la demenza senile e le sue amplificate problematicità se applicate a un supereroe.

    Allo stesso tempo si parla di evoluzione dell’uomo, del male e del bene che lo contraddistinguono, di genocidi di massa sui quali vengono poste questioni etiche e non mancano riferimenti alla rovina del mondo a causa del cambiamento climatico e ad alcuni dei momenti più bui della storia della nostra razza.

    La comicità tipica dell’MCU viene ampiamente ridotta, con la presenza in ogni caso di siparietti che intervengono non sempre nei momenti giusti. Durante la pellicola viene dato spazio anche al metacinema e a citazioni ai colleghi della DC, mentre il processo di creazione degli Eterni viene preso a piene mani dall’acclamata serie Westworld.

    Un film denso di contenuti, ma che mostra il fianco al modo con cui vengono messi in scena, rappresentati in maniera estremamente didascalica, con una narrazione in cui tutto viene spiegato e nulla viene mostrato o fatto intuire. L’intreccio stesso risulta essere tutto sommato molto semplice e dimenticabile e lascia non poche perplessità la gestione di una determinata scelta compiuta dagli Eterni sul finale, che solleva non pochi dubbi a livello etico e che viene trattata in maniera estremamente semplicistica. Nota positiva la gestione dei flashback, con continui balzi tra presente e passato che donano dinamicità alla narrazione.

    La forza principale della pellicola sono i personaggi, impersonati in maniera convincente da un cast d’eccezione costituito tra gli altri da Gemma Chan, Richard Madden, Salma Hayek, Angelina Jolie e Kit Harington. Questi nuovi eroi sono personaggi grigi, che si pongono a metà tra il bene e il male, scelta apprezzabile che si discosta dagli stereotipi dei vari Captain America e co. Nonostante l’alto numero di protagonisti, quasi tutti vengono caratterizzati in maniera adeguata e sono ben dosati durante l’intera pellicola.

    A conti fatti il film risulta essere godibile e merita l’apprezzamento per lo sforzo realizzato di creare un’opera che porti una ventata d’aria fresca nel panorama stagnante dei cinecomic, risultando una delle opere migliori dell’MCU. Tuttavia, da Chloé Zhao era lecito aspettarsi di più e il senso di occasione parzialmente  mancata è inevitabile alla fine dei di titoli di coda.

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