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  • Etica e gender role nelle narrazioni mediali – La trasformazione dei personaggi ne Il diavolo veste Prada e Breaking Bad

    Durante gli anni 2000 nei media e soprattutto nelle serie televisive, un grande spazio viene riservato alla figura dell’antieroe: Dr. House, Tony Soprano, Carrie Bradshaw e Dexter Morgan sono solo alcuni esempi di una tendenza per cui, in questo periodo, dei protagonisti non convenzionalmente buoni e poco legati ad un’etica comune, risultano più interessanti agli occhi del pubblico. I motivi del perché delle narrazioni incentrate su eroi “cattivi” siano avvincenti sono tanti, alcuni da ricercare nella storia economica della serialità televisiva, altri che si astraggono da spazio e tempo e dalla specificità dei mezzi, e si legano alla psicologia umana e all’interesse nell’osservare da vicino i processi mentali di personaggi alternativi e la loro relazione con la morale.
    Due prodotti mediali, entrambi risalenti alla metà del primo decennio del nuovo millennio, rispecchiano (uno in maniera esplicita, l’altro di riflesso) questa tendenza, ognuno in modo molto personale.

    Nel 2008 viene trasmessa la prima puntata di Breaking Bad, serie per eccellenza incentrata su un antieroe e che anzi rende questa specificità proprio il fulcro della narrazione.
    La serie ci racconta due anni di vita di Walter White, un professore di liceo che dopo aver scoperto di essere malato di cancro inizia a produrre metanfetamina sfruttando le sue abilità con la chimica per poter lasciare dei soldi in eredità alla propria famiglia. Se in superficie la trama sembra limitarsi a questo, in realtà Breaking Bad esplora il lento cambiamento di stato di Walt, che episodio dopo episodio diventa sempre più spietato, arrivando a compiere gesti di cui non sarebbe stato capace in passato. La sua morale, all’inizio forte e importante per lui, col tempo si deteriora lasciando spazio a sentimenti che erano stati repressi per tutta la sua vita: orgoglio, superbia e arroganza, desiderio di affermarsi per il suo talento, la volontà di indipendenza (economica e non).

    Grazie ai flashback di cui la serie fa spesso uso, veniamo infatti a conoscenza di chi era Walt prima: un chimico altamente qualificato con prospettive di lavoro floride in un’azienda che era destinata ad arricchirsi, un uomo dalle larghe vedute in termini di spese per i propri comfort e soprattutto un grande appassionato del suo lavoro. Gli eventi della vita lo avevano però costretto a lavorare come insegnante in una scuola con un part time in un autolavaggio. La frustrazione accumulata nel corso degli anni emerge prima piano e poi in maniera dirompente quando iniziano ad arrivare le prime soddisfazioni con le vendite di meth e il rispetto del suo raffinato prodotto da parte dei grandi distributori.

    L’attenzione allo sviluppo psicologico del personaggio è essenziale, e noi spettatori lo seguiamo nella sua trasformazione arrivando insieme a lui a non sorprenderci più quando compie gesti atroci, poiché col passare delle stagioni ogni cosa che fa è sempre in linea con la sua personalità. Se nella prima stagione vuole solo dare sicurezza finanziaria ai suoi figli, nell’ultima stagione desidera rimanere il primo produttore di metanfetamina del New Mexico, vuole che i suoi nemici lo temano e che la sua figura venga rispettata per via del suo talento. Vuole riconoscimento.

    Facendo qualche passo indietro, nel 2006 vediamo uscire nei cinema un film destinato a diventare un cult del suo tempo. Il diavolo veste Prada (David Frankel), con un eccezionale cast composto da Anne Hathaway, Meryl Streep, Emily Blunt, Stanley Tucci e molte comparse del mondo della moda (in particolare la supermodella Gisele Caroline Bündchen e lo stilista Valentino), racconta la storia di Andrea Sachs, una giovane giornalista interessata a temi politici e sociali che decide di trascorrere un periodo lavorando nella famosa rivista di moda Runway per aggiungere punti in più al suo curriculum. Poco pratica con le ultime tendenze, Andrea vive un primo impatto traumatico nella sede del giornale, circondata da ragazze bellissime ed estremamente curate, ma anche gratuitamente cattive nei suoi confronti e superficiali. La direttrice Miranda Priestley (personaggio ispirato ad Anna Wintour e interpretato da Meryl Streep) le dà una possibilità di dimostrare la sua bravura come assistente, ma non senza farla sentire inadeguata per i suoi capelli scompigliato e i vestiti semplici, abbinati con poco criterio.

    È chiaro per Andrea di non essere nell’ambiente adatto a lei, che vorrebbe scrivere dei sindacati dei lavoratori e dare poco peso al suo aspetto fisico per concentrarsi di più sul suo lavoro, ma sceglie comunque di tentare l’esperienza, per un tempo limitato. La protagonista viene messa a dura prova soprattutto nel primo periodo di lavoro, sopraffatta da ritmi insostenibili, richiesta di disponibilità h24, lo sguardo giudicante delle altre ragazze e vere e proprie vessazioni da parte di Miranda. Trova rifugio nel collega Nigel, che la aiuta (seppur dovendo un po’ insistere) a cambiare il suo look per essere più integrata. Il momento in cui Andrea abbandona il suo vecchio aspetto e abbraccia timidamente l’alta moda è un nodo centrale della narrazione, e da quel momento in poi il suo personaggio evolverà in una maniera inaspettata per lei e i suoi amici. Andrea arriva non solo ad inserirsi perfettamente nell’ambiente di Runway, ma spicca sulle altre agli occhi di Miranda per la sua prontezza, spirito d’iniziativa, dedizione al lavoro e ovviamente eleganza e gusto.

    Un ruolo importante nella vita di Andy è esercitato dal suo fidanzato Nate e dai suoi amici Lily e Doug, tutti fondamentalmente allineati a quella che era la sua personalità prima di iniziare a lavorare per Miranda. Non sorprende quindi che avvengano screzi e incomprensioni nel momento in cui la protagonista sembra abbracciare uno stile di vita diverso che spesso la porta a dover rinunciare alle uscite insieme per lavorare o per presenziare ad eventi importanti. Nonostante le sue buone intenzioni Andy appare snob e altezzosa agli occhi del suo gruppo. Nate in particolare le fa spesso pesare quanto sia cambiata e le dice chiaramente come ormai lei non gli piaccia più.

    La sua metamorfosi raggiunge il picco quando viene costretta ad accettare un’occasione lavorativa (un viaggio a Parigi) che sarebbe spettata ad una sua collega. Infine, dopo aver assistito alla corruzione e alla mancanza di rapporti sinceri del mondo di cui ormai era parte, Andy decide di fare un passo indietro e rinunciare al lavoro per recuperare un’integrità morale che sentiva di aver perso.

    Mettendo a paragone Breaking Bad e Il diavolo veste Prada, i primi elementi che risaltano sono i punti essenziali della trama. Nel primo caso abbiamo un uomo che diventa cattivo perché produce droga, mente ai suoi cari, uccide un grande numero di persone, costruisce bombe e armi da fuoco, distrugge la sua famiglia. Nel secondo caso abbiamo una giovane ragazza che tenta una carriera lavorativa con ritmi intensi che la portano a trascurare il suo fidanzato.

    C’è una grandissima differenza tra le due storie, sicuramente anche nelle intenzioni. Tuttavia in entrambi i casi ci viene mostrato un processo di cambiamento “in peggio” che viene sottolineato con i suoi punti salienti. E lo sguardo negli occhi di Skyler quando scopre che suo marito è un narcotrafficante è lo stesso di Nate quando Andy fa tardi al suo compleanno. Nell’analisi dell’evoluzione di questi due personaggi il genere (gender) gioca un ruolo fondamentale. Se Walt fosse stato una donna forse la serie avrebbe comunque mantenuto il suo fascino, perché gli eventi raccontati sono estremi, indipendentemente da un protagonista maschile o femminile. Certamente seguendo lo stereotipo, un uomo sembra più adatto ad una serie come Breaking Bad, soprattutto per l’enfasi posta su alcune caratteristiche tipicamente maschili quali l’imperativo di essere un provider per la propria famiglia e la necessità tossica di affermare il proprio individualismo. Con una donna sarebbe stata diversa, ma comunque avvincente.

    Se mettiamo un uomo al posto di Andy, la struttura narrativa portante de Il diavolo veste Prada crolla irrimediabilmente. Il pathos dei momenti salienti in cui Andrea si interroga su quella che è diventata la sua etica non avrebbe affatto lo stesso effetto. Risulta molto più difficile immaginare una fidanzata svalutare l’impegno del proprio ragazzo sul posto di lavoro, lamentarsi con toni infantili di quanto è cambiato e cercare di attirare attenzioni con un silenzio punitivo.
    I media sono specchio delle visioni della società, ma concorrono anche a rafforzare le medesime concezioni, per cui una donna che trascura la famiglia (o in questo caso fidanzato e amici) viene associata a qualcosa di cattivo e le viene chiesto di cambiare.
    C’è un caso rilevante nella storia del cinema in cui vediamo un protagonista fare carriera ed evolversi. Si tratta di Jordan Belfort in The wolf of wall street, che fin dall’inizio del film viene supportato da sua moglie Teresa nel suo sogno di diventare milionario, nonostante tutte le implicazioni del caso. Niente sbuffi boriosi e niente passivo-aggressività, e se i due divorziano è a causa di uno stile di vita eccessivo di Belfort, e in particolare di un’amante di cui lui si innamora, non certo per come il suo lavoro “l’abbia reso una persona peggiore”.

    Il senso di tradimento provato da Nate non è neutro, ma è il risultato morale di circa due secoli che hanno visto la donna dedita all’accudimento degli altri: la prospettiva di una carriera è quindi pensabile solo a patto che questo aspetto non venga meno.

    Tornando a Breaking Bad, vediamo come a Walt venga data la possibilità di abbracciare fino alla fine il suo nuovo Io e non rinnegarsi, nonostante i vari momenti in cui era convinto che avrebbe davvero chiuso con la meth. È vero, in questo caso la sua volontà è precisa, mentre Andy in realtà non abbandona mai il sogno di occuparsi di politica. La verità però è che lei non sta male mentre lavora per Miranda, a un certo punto le piace. Accetta i rischi, ma si gode anche i pregi di un mestiere inaspettato che sta scoprendo, perché è giovane e sta testando le possibilità della vita. Non sono i fatti in sé a farle cambiare idea, ma i discorsi colpevolizzanti da parte di un fidanzato frustrato e i punzecchiamenti malvagi della direttrice che le fa notare come abbia voltato le spalle ai suoi amici. Queste voci sono espressione di un sentire comune, e arrivano a dipingere una ragazza sveglia e volenterosa, che sta effettivamente tastando un terreno nuovo intorno a sé, come un’egoista workaholic che ha perso sé stessa.
    Possiamo quindi vedere come Breaking Bad e Il diavolo veste Prada ci raccontino due storie entrambe focalizzate su un processo di cambiamento riprovevole. Nel primo caso è un negativo reale e assoluto, in cui il protagonista rimane artefice del suo destino all’interno della sua trasformazione; nel secondo, è un negativo socialmente costruito, che in verità di nocivo ha ben poco e tra le righe dimostra le molteplici difficoltà in più che una donna deve affrontare per ottenere dei successi, partendo in primis dalle pretese dei suoi affetti.

    Riflettere su come film e serie tv abbiano rappresentato la società nel corso del tempo aiuta a comprendere meglio chi siamo oggi e chi siamo stati; al contempo ci dà la possibilità di non accettare passivamente come stereotipi di genere vengano perpetuati, ma di giudicarli con occhio critico pur godendo del buono delle storie che riempiono la nostra quotidianità.

    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • CHARLIE KAUFMAN – LA MENTE È UN LABIRINTO DEGLI SPECCHI, SENZA USCITA

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    (il presente articolo contiene spoiler di Synecdoche, New York e Sto pensando di finirla qui)

    Entrare nella mente di Charlie Kaufman è come attraversare la porticina per un universo bizzarro, surreale e talvolta oscuro. Fin da quando il burattinaio interpretato da John Cusack ha scoperto un passaggio per la mente di John Malkovich in Essere John Malkovich, il cinema dello sceneggiatore newyorchese è un cinema labirintico che richiama in egual misura Svevo, Kafka e Borges, con delle pennellate di un Lewis Carroll ancora più cerebrale.

    Una storia (a)tipica di Charlie Kaufman prende di solito le mosse da uno spunto abbastanza eccentrico – una porta per la mente inconsapevole di un celebrato attore premio Oscar, un teatro grande come una città, un presentatore di programmi spazzatura che diventa un navigato agente della CIA -, che da solo denota l’atmosfera di irrealtà delle sue storie, per poi immergersi nel labirinto di ansie, paranoie e ossessioni esistenziali dei suoi protagonisti. La mente umana diventa il terreno inesplorato e il centro dell’indagine artistico-esistenziale. A volte diventa letteralmente l’ambientazione principale del film: vedi Se mi lasci ti cancello, la sceneggiatura che gli valse l’unico Oscar nel 2005.

    Nelle analisi dei film di Charlie Kaufman, quella psicanalitica -e, in certi casi, anche psichiatrica- è quindi la strada più battuta; una sfaccettatura altrettanto conosciuta ma forse meno appariscente è invece l’esplorazione della condizione umana attraverso il rapporto con l’arte. Il protagonista tipico di un film di Kaufman è un artista, almeno nel suo campo: che sia un burattinaio, un regista teatrale, uno sceneggiatore o semplicemente un appassionato osservatore di finzioni, il senso dell’arte è un aspetto non indifferente di alcuni dei suoi migliori film, come quelli di cui si parlerà qui.

    IL LADRO DI ORCHIDEE – SOPRAVVIVERE (GRAZIE) ALL’ARTE

    Durante la lavorazione di Essere John Malkovich, Charlie Kaufman si trova in crisi: gli è stato commissionato l’adattamento del romanzo non-fiction Il ladro di Orchidee, della scrittrice e giornalista Susan Orlean, sull’orticoltore criminale John Laroche. Il problema è che Kaufman non sa proprio da che parte prenderlo. Deluso e frustrato dal blocco dello scrittore, ritrova proprio in questo l’ispirazione per scrivere finalmente Il ladro di Orchidee, che esce nel 2002. La storia, infatti, è quella di… Charlie Kaufman (Nicolas Cage), a cui viene commissionato l’adattamento del romanzo non-fiction Il ladro di Orchidee, della scrittrice e giornalista Susan Orlean (Meryl Streep), sull’orticoltore criminale John Laroche (Chris Cooper). Il problema è che Kaufman non sa proprio da che parte prenderlo. Deluso e frustrato dal blocco dello scrittore, ritrova proprio in questo l’ispirazione per scrivere finalmente Il ladro di orchidee, anche grazie all’inaspettato aiuto dell’ingombrante fratello Donald (sempre Cage), a sua volta aspirante sceneggiatore senza troppo talento.

    Quello del rispecchiamento (non troppo) fedele della realtà nella finzione, è un gioco di Pirandelliana memoria a cui Charlie Kaufman si presterà in numerose occasioni -e ci ritorneremo fra poco-. Qui il rispecchiamento assume la forma di una dolorosa e forzata compenetrazione, dovuta quasi più alle circostanze che non al “genio” artistico del protagonista. Questa autocritica assume una connotazione spesso perfida e velenosa nel ritratto della propria paralizzante ansia e del disprezzo di sé stesso. Il blocco dello scrittore di Kaufman è anche un blocco esistenziale, una palude della mente in cui si trova incastrato per colpa della sua arte e da cui riuscirà a uscire grazie alla sua arte, e al ritrovamento di uno spirito primitivo e ingenuo che anima il semplice piacere delle storie.

    L’arte di raccontare storie è croce e delizia dell’essere umano, necessità fisiologica e naturale e allo stesso tempo buco nero di distruzione e annullamento di sé: ma, almeno per questa fase della sua filmografia, soprattutto ancora di salvezza dello spirito.

    SYNECDOCHE, NEW YORK – TUTTO IL PALCOSCENICO È UN MONDO, PURTROPPO

    Dopo aver scritto le sceneggiature di cinque film (diretti da Spike Jonze, Michel Gondry e George Clooney) e dopo l’oscar nel 2005, Charlie Kaufman esordisce alla regia nel 2008 con Synecdoche, New York, e da qui il suo universo si fa più fosco e contorto che mai.

    L’arte, come ne Il ladro di orchidee, diventa scialuppa di salvataggio e tempesta, rimedio e veleno della vita; rispetto al film di Spike Jonze, tuttavia, il discorso sull’arte è qui ancora più centrale, e sbilanciato nella sua natura intrinsecamente limitata e legata alla morte e alla propria inevitabile fine. Come quella di Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore, la storia del regista teatrale Caden (Philip Seymour Hoffman) è segnata dal costante avvicinamento della morte, dal progressivo annullamento del sé. Il teatro è come la vita: ma la vita è una casa perennemente in fiamme, che finisce con l’uccidere chi ci abita.

    Lo sforzo ossessivo e totalizzante di Caden nel realizzare il suo magnum opus teatrale è mirato a riprodurre la vita, nella sua interezza e nelle sue brutture, in un teatro grande come una città e abitato da una folla di attori che è una popolazione a sé stante. Ma questo sforzo è inutile: la realtà fuori e dentro il teatro, fuori e dentro Caden, finisce con il disgregarsi.

    Il confine tra realtà e finzione viene artificialmente abbattuto, un mattone alla volta, nello spasmodico tentativo di trovare un senso alla vita che un senso non ha. La nostra esistenza è solo una breve parentesi, quella scansione di tempo tra il momento in cui il sipario viene alzato per la prima volta e il momento in cui viene calato.

    STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – SCENE DI UNA RELAZIONE

    Dopo lo splendido lungometraggio d’animazione in stop-motion Anomalisa, basato sul suo omonimo radiodramma, Charlie Kaufman scrive e dirige Sto pensando di finirla qui.

    La storia è concettualmente più semplice dei precedenti film: un viaggio in auto di due fidanzati, Jake (Jesse Plemons) e una ragazza senza nome (Jessie Buckley); l’incontro con gli stravaganti genitori di lui e l’ultimo giorno di un anziano bidello (Guy Boyd), che osserva vite altrui ritratte a teatro – con la messa in scena del musical Oklahoma! nella scuola in cui lavora (o sullo schermo) nella forma di una commedia romantica diretta, nella finzione, da Robert Zemeckis – e tira le somme sulla propria esistenza.

    La giovane donna vorrebbe porre fine alla relazione con Jake, ma il suo viaggio sentimentale attraversa una serie di scene sconnesse temporalmente tra passato, presente e futuro. La sua stessa persona si fa sempre più incerta, diventa scomposizione prismatica di tante ragazze diverse, mai esistite davvero perché filtrate da un’immaginazione maschile nutrita di relazioni immaginarie.

    La realtà interiore e immaginata dal bidello, mutuata dal musical scolastico e dal finto film di Zemeckis, mutua a sua volta un illusorio lieto fine, una recita in cui i protagonisti applaudono un altrettanto illusorio momento di gloria, che riscatta (per finta) una vita trascorsa all’ombra delle possibilità perdute. L’arte è ricettacolo di speranze e illusioni di felicità: ma la felicità immaginata dall’arte è fatta di maschere posticce.

    Oltre a Sto pensando di finirla qui, nel 2020 esce anche il suo primo romanzo, Antkind: la storia di un critico alle prese con un film lungo tre mesi, che potrebbe essere l’ultima speranza di bellezza dell’umanità. L’essere umano per Charlie Kaufman si rispecchia ancora una volta nell’arte, cercando una speranza di chiarimento, e ci trova solo un labirinto che è quello della propria mente. Un labirinto da cui non può distogliere lo sguardo.

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  • LIVE #13 – IL CINEMA DEGLI ANNI ’90 DI CLINT EASTWOOD

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    I nostri due Alessandri (Catana e Corrao) ci parlano di tre opere magistrali dirette dal maestro Clint Eastwood negli anni ’90.

    Indice:
    03:00 – Gli Spietati
    26:45 – Un mondo perfetto
    52:20 – I ponti di Madison County

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  • RECENSIONE DON’T LOOK UP – UNA CONSACRAZIONE MANCATA

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    L’industria cinematografica hollywoodiana, si sa, vive di momenti, di mode e di tendenze che, in un attimo, possono catapultare un artista semisconosciuto nel mondo glitterato dello star system, davanti ai flash dei più importanti red carpet del mondo. Allo stesso modo, però, molto spesso la velocità dell’ascesa verso l’Olimpo del jet set è direttamente proporzionale alla rapidità della caduta nell’abisso del dimenticatoio e chi era divo ieri non può mai essere assolutamente sicuro di restare tale anche domani. 

    Un regista che, invece, ha saputo e sa cavalcare abilmente l’onda del successo, dimostrando di essere in costante ascesa da ormai quasi 7 anni, è Adam McKay, che dopo una serie di pellicole minori di carattere marcatamente comico, si guadagna i riflettori grazie a La Grande Scommessa nel 2015 e nel 2018 conferma la svolta artistica intrapresa con il film precedente con il meraviglioso Vice – L’Uomo nell’Ombra

    Dopo un dittico di questo calibro e ben 6 nomination agli Oscar (tra cui anche un premio per la migliore sceneggiatura non originale per La Grande Scommessa) l’attesa per l’ultimo progetto firmato McKay -ovvero questo Don’t Look Up- che sarebbe dovuto essere la definitiva consacrazione dell’artista, non poteva che essere alle stelle, visto anche il cast eccezionale annunciato mesi prima dell’uscita. 

    Il film racconta la storia del Dottor Randall Mindy (Leonardo Di Caprio) e della sua dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) che, durante un controllo astronomico di routine, scoprono un’enorme cometa che si dirige verso la Terra. Nel tentativo di salvare il mondo da questa Apocalisse annunciata, scopriranno che il vero scoglio da superare non è la cometa stessa, ma la società nella quale vivono. 

    Va detto fin da subito che Don’t Look Up appare come la naturale conclusione di un’ideale trilogia tematica: dopo aver trattato l’ambiente dell’alta finanza ne La Grande Scommessa e le sordide macchinazioni politiche in Vice, McKay presenta qui una commedia satirica che vuole essere una critica – nemmeno troppo leggera – al mondo della comunicazione mediatica e dei social network. 

    Laddove nei due film precedenti, però, la narrazione filmica rimaneva legata ad eventi reali e li utilizzava come solida base sulla quale applicare poi lo stile unico ed irriverente del regista, in questa pellicola il soggetto è totalmente originale e si basa su “Fatti realmente possibili” come da tagline del film. Questa mancanza di concretezza di fondo è, probabilmente, uno dei punti deboli più evidenti dell’opera che, purtroppo, presenta una storia apertamente didascalica nel suo essere grottesca e satirica, creando una narrazione che risulta fin da subito artificiale, finta e costruita. 

    Nonostante la sceneggiatura sia ben scritta, al netto di qualche problema di ritmo nel primo atto, si nota un cambio di rotta abbastanza importante rispetto ai due film precedenti, con un tono che si muove in un territorio di gran lunga più comedy se confrontato con Vice e La Grande Scommessa. Qui, infatti, i dialoghi appaiono spesso intenzionalmente grotteschi e divertenti e fanno perdere quella gravitas di base che era fondamentale nei progetti antecedenti. In questo Don’t Look Up, dunque, manca quell’equilibrio tra commedia e dramma che aveva caratterizzato gli ultimi due lavori di McKay, nei quali i momenti satirici e comici erano indubbiamente importantissimi, ma venivano meglio bilanciati all’interno della narrazione.

    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, va sottolineato come lo stile estremamente peculiare di McKay sia assolutamente riconoscibile e presente, ma venga utilizzato in maniera sicuramente più contenuta e leggera: la regia è, al solito, tecnicamente impeccabile, ma manca forse dei guizzi geniali che avevano caratterizzato e reso unici La Grande Scommessa e Vice, incanalando il film su dei binari  largamente più classici rispetto ai precedenti. Mancano, o sono utilizzati molto poco, alcuni degli elementi più distintivi del vocabolario filmico del regista, su tutti l’uso delle didascalie, la rottura sistematica della quarta parete con la quale i personaggi si rivolgevano direttamente allo spettatore.

    Allo stesso modo il montaggio – altro grandissimo marchio di fabbrica di McKay – perde parte della sua centralità artistica e, nonostante sia assolutamente un editing di livello, non ha la portata e la potenza geniale che aveva invece nei film precedenti (basti pensare al famosissimo amo da pesca in Vice) e si “limita” a scandire un ritmo tutto sommato ben gestito, soprattutto nella seconda parte della pellicola. Totalmente convincente, invece, la colonna sonora che contribuisce enormemente a creare e mantenere l’atmosfera tipica e incalzante dei film di McKay, regalando anche una canzone già in aria di Oscar come Just Look Up di Ariana Grande.

    Uno degli aspetti più positivi del film è, sicuramente, il cast stellare presente e sapientemente diretto da McKay, già ormai largamente abituato ad utilizzare un gruppo di attori corale così vasto ed importante.

    Su tutti spiccano in maniera particolare l’eterna e magnifica Meryl Streep, la quale interpreta una presidente degli Stati Uniti totalmente grottesca e folle, caricatura non particolarmente velata del sentimento populista che ormai sembra aver preso piede nella politica contemporanea, e la coppia Leonardo Dicaprio – Jennifer Lawrence, che regalano delle interpretazioni notevoli di personaggi decisamente sopra le righe e stravaganti, ma che sono perfetta rappresentazione della impotenza della persona comune rispetto ai grandi poteri che governano la società.

    Molto convincenti anche le prove dei comprimari come Cate Blanchett, che interpreta la bellissima conduttrice di un notiziario TV e attraverso la quale McKay denuncia tutto il mondo dell’informazione mediatica contemporanea, che pure davanti alla certezza di un’Apocalisse imminente preferisce intervistare la cantante Pop del momento per aumentare l’audience, o Mark Rylance nelle vesti di un CEO di una multinazionale tecnologica che fa palesemente il verso a figure della contemporaneità come Elon Musk, criticando pesantemente la narrazione pionieristica-evolutiva con la quale questi individui si presentano e dietro alla quale si nascondono, in realtà, meri interessi economici.   

    Breve menzione anche per Jonah Hill, capo di gabinetto della presidente, nonché suo figlio, eccezionalmente comico nel suo piccolo ruolo di raccomandato totalmente incapace e non all’altezza della posizione che ricopre. 

    Per concludere, con questo Don’t Look Up, McKay firma un lavoro sicuramente interessante e che porta avanti in maniera coerente il percorso tematico del regista, ma che forse perde nel tono eccessivamente comico e satirico la forza critica e di denuncia socio-politica che era stata la pietra angolare dei due film precedenti. Per questo, nonostante sia un film estremamente godibile e ben riuscito nelle sue intenzioni, non ha il peso specifico de La Grande Scommessa e di Vice, risultando quindi il capitolo meno convincente di questa ideale trilogia, ma che offre comunque importanti spunti di riflessione su alcune dinamiche tipiche del mondo contemporaneo, che avrebbero meritato, però, più spazio e un focus più approfondito. 

    Per la definitiva consacrazione di McKay tra i grandissimi della sua generazione, dunque, bisognerà ancora aspettare, nella speranza che continui a portare avanti il proprio stile unico come ha fatto in questi anni, con l’ambizione e l’irriverenza che lo hanno sempre contraddistinto. 

    Quindi, Adam, Just Look Up: continua a guardare verso l’alto.

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  • RECENSIONE LASCIALI PARLARE – CON MERYL STREEP

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    “Si tratta di un errore molto comune: la gente pensa che l’immaginazione dell’autore sia sempre all’opera, che egli inventi costantemente un’infinita serie di avvenimenti ed episodi. Che semplicemente immagini le sue storie partendo dal nulla. Nella realtà, è vero l’opposto. Quando le persone scoprono che sei uno scrittore, sono loro a portarti i personaggi e gli eventi. E fin tanto che conservi la capacità di osservare e ascoltare con attenzione queste storie continueranno a […] cercarti nel corso della tua vita. A colui che ha spesso raccontato le storie degli altri, molte storie saranno raccontate.”

    Così all’inizio di Grand Budapest Hotel, Wes Anderson spiega il mestiere dello scrittore. O meglio chi sono gli scrittori.

    Un autore, così presentato, sembra essere una persona attenta, in grado di unire esuberanza e capacità di restare nell’ombra ad osservare. Uno scrittore non crea dal nulla, ma rielabora ciò che lo circonda. È attratto dalle deviazioni, dalle anomalie della vita di cui viene a conoscenza. Queste colpiscono la sua attenzione, si fissano nella sua mente, e germogliano ramificandosi, espandendosi e dando vita a splendidi nuovi fiori.

    “Perché pensare per figure e personaggi? Perché queste sintesi si presentano a noi come risposte emergenti e vive, come nascite o novità a venire, come un avvenire del pensiero. Perciò il pensiero inventa come evolve la vita e come procede il mondo”

    (Michel Serres, Il mancino zoppo)

    Gli scrittori sono ladri poetici e silenziosi. Alice Hughes è tutto questo.

    Lasciali parlare (Steven Soderbergh, 2020) è la storia di una rinomata scrittrice, Alice Hughes, appunto, interpretata da Meryl Streep, che dall’America si imbarca su una nave diretta in Inghilterra per ricevere un premio. Alice sta scrivendo il suo nuovo libro, di cui nessuno sa nulla, e la speranza del suo editore è che si tratti del sequel del suo successo “You always/You never”. Sulla nave con lei ci sono, sotto sua richiesta, due sue vecchie amiche dell’università, Susan e Roberta, e suo nipote Tyler. Nell’imbarcazione è però presente anche un’altra sua conoscenza, la sua agente, salita sulla nave a sua insaputa per ricercare informazioni riguardo al manoscritto.

    La vicenda fondamentale si svolge sulla nave, con pochi cambi di ambientazione. Qui verrà progressivamente definitivo, in diversi modi e tempi, il rapporto tra le tre amiche. In particolare il film si concentra sulla costante tensione tra Alice e Roberta. L’accusa, da parte di quest’ultima ad Alice, è quella di aver “rubato” la storia del suo matrimonio e di averla sfruttata per scrivere il suo libro, danneggiando la sua vita proprio pubblicando quella storia. Alice risponde alle accuse (mentendo, non sappiamo in che percentuale) dicendo che tutti i suoi personaggi parlano di se stessa. Le due amiche non riusciranno a comunicare realmente per gran parte del film, quasi cercando di contenere un problema che prima o poi le avrebbe portate inevitabilmente a un confronto diretto.

    Una sempre elegantissima Meryl Streep riesce ad interpretare alla perfezione un personaggio profondamente sensibile, intimamente legato ai suoi affetti e affascinato da ciò che accade nel mondo esterno. Allo stesso tempo, però, Alice presenta un muro che la separa dagli altri: è chiusa in sé, non riesce a esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni e appare totalmente presa dal suo lavoro e dai libri che legge.

    La si vede rispettare una solida routine di scrittura e nuoto. La si vede spesso, infatti, uscire dalla piscina della nave con fierezza e distensione, come se quell’atto fosse terapeutico per lei.

    Una simpatica side story è invece quella del nipote Tyler e del suo rapporto con Karen, l’agente di Alice. I due si conoscono perché la donna lo prega di ottenere delle informazioni sul manoscritto e su sua zia. Questo il punto di partenza di un legame che si instaura con risvolti non scontati.

    Il personaggio di Tyler inoltre rappresenta un fulcro ironico della vicenda, perché non solo viene incaricato da Karen di tenere d’occhio Alice, ma anche da Alice di controllare le sue amiche per accertarsi che si divertano, e infine da Roberta al fine di cercare informazioni su un uomo a cui potrebbe essere interessata. Tutto ciò avviene con una benevolenza e ingenuità da parte di Tyler che non possono non far sorridere.

    Uno degli elementi da lodare di più è la schiettezza che accompagna i fatti narrati. Nulla viene edulcorato, i personaggi sono credibili, con pregi e difetti. Un’orchestrazione dinamicamente equilibrata di diversi tipi umani e dei loro rapporti, che non si separa troppo dalla realtà.

    Un’orchestrazione che però, paradossalmente, non c’è stata: il film è stato girato in soli dieci giorni, dando agli attori una breve descrizione dei fatti, e lasciando la scena a un’improvvisazione quasi completa. Un tempo da record per un’opera cinematografica della portata qualitativa di Lasciali parlare.

    Un ultimo elemento, secondario ma comunque importante, sono le musiche di Thomas Newman. Sembrano quasi richiamare le note di Angelo Badalamenti nella colonna sonora di Twin Peaks (David Lynch, 1990), contribuendo certamente a creare l’atmosfera caratteristica di questo film.

    Questo film è disponibile nei migliori siti di streaming per il noleggio o l’acquisto.

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