Tag: mona fastvold

  • Cartoline dal Lido, giorni 6 e 7 – Portobello, The Testament of Ann Lee, The Smashing Machine, Marc by Sofia

     

    Portobello (Ep 1-2), di Marco Bellocchio – Fuori Concorso

    A cura di Silvia Strambi

    Per due generazioni di italiani, i nomi ‘Portobello’ ed ‘Enzo Tortora’ riporteranno alla mente allegri ricordi di serate trascorse di fronte alla televisione in compagnia di rubriche e personaggi variopinti, in attesa che un pappagallo verde ripetesse una parola magica. Altrettante persone ricorderanno lo scandalo mediatico legato a Tortora, mattatore di quello strano circo che era il programma Portobello, accusato di legami con la Camorra e detenuto ingiustamente per anni.
    Dopo averci raccontato la vicenda Aldo Moro in Esterno notte, Marco Bellocchio torna con una nuova serie assieme all’attore protagonista Fabrizio Gifuni. Gifuni è Tortora, affiancato nel cast da Lino Musella nel ruolo del suo accusatore principale, Giovanni Pandico, e da Romana Maggiora Vergano (C’è ancora domani) nei panni della sua amante, Francesca. I primi due episodi della serie sono stati presentati alla Mostra del Cinema di Venezia in questi giorni, in attesa dell’uscita della serie completa, prevista nel 2026 su HBO Max.
    Quello che si vede dalle prime puntate è decisamente promettente. Il primo episodio ci lascia più in compagnia di Pandico che di Tortora, introducendoci ai conflitti interni alla Camorra e alle turbe mentali del Pandico per farci comprendere le motivazioni alla base della sua denuncia. Ciò che riguarda Tortora, nel primo episodio, diventa uno specchio doloroso nel secondo: amato dal pubblico e dal suo staff, investito della carica di Commendatore, la fama e l’amore che riceve dalle telecamere si trasforma in condanna e pubblico lubridio all'alba dell’arresto.
    Dal poco che possiamo vedere, sembra che il discorso sulla responsabilità dei media nei casi mediatici proseguirà per il resto della serie. Allo stesso modo, possiamo ipotizzare un interesse nei riguardi della successiva carriera politica di Tortora e un commento attorno alla crasi tra figure del mondo dello spettacolo e della politica.
    Quello che abbiamo visto finora è comunque promettente e decisamente interessante e, ci permettiamo di dire con un po' di malizia, un’ottima strategia da parte di HBO Max per accalappiare abbonati.

    The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold – In concorso 

    A cura di Eva Sternai

    Mona Fastvold, regista di The World to Come (2020) e co-sceneggiatrice del più recente The Brutalist (2024), Leone D’Argento all’81 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, regala un biopic musicale maestoso ma non sorprendente.
    La voce narrante accompagna lo spettatore attraverso le fasi della vita di Ann Lee: leader del movimento religioso degli Shakers, diffusosi con reticenza nel XVIII secolo prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti in lotta per l’indipendenza.
    La fede viene professata lavorando duramente, astenendosi dall’avere rapporti sessuali e attraverso riti  di liberazione dell’anima visivamente coinvolgenti. I canti, elemento centrale della pellicola, sono riadattati dal compositore Daniel Blumberg (The Brutalist, The World to Come, Sotto le Nuvole) a partire dagli originali. Le coreografie, curate da Celia Rowlson-Hall (X, VoxLux), coordinano un turbinio di corpi liberi, grotowskiani, che riempiono in estasi lo schermo.
    Amanda Seyfried, che aveva già collaborato con Fastvold in The Crowded Room (2023), si cala completamente nel ruolo stremante di Mother Ann, la seconda figlia di Dio. L’opera, girata in 70mm, celebra una donna forte, ribelle e dimenticata, fondendo il genere musical a quello del film in costume e restando fedele ai canoni. È forse proprio a causa di questo rispetto dei canoni e della riproposizione di schemi già sperimentati che l’ambizioso progetto risulta essere meno impattante di quanto avrebbe potuto.

    The Smashing Machine, di Benny Safdie – In concorso

    A cura di Nicolò Cretaro 

    Arriviamo al film con i comprensibili pregiudizi. Dwayne Johnson, una delle personalità più potenti dello star system vuole costruirsi una solida credibilità artistica, e la ricetta è servita. La storia di un lottatore a richiamare la precedente carriera nel wrestling di The Rock, la presenza a Venezia dove aveva trionfato The Wrestler dando un ultimo sussulto di gloria a Mickey Rourke, il logo A24 all'inizio del film (non accolto dai consueti e sinceramente stancanti applausi), la mano di Benny Safdie.
    Nel film mancano i due elementi che si davano per scontati: l'Oscar Moment e la classica struttura da film sportivo, e forse il bello è proprio questo. The Rock è sorprendentemente sotto traccia per la maggior parte del film, interpretando un personaggio che trova la sua solidità emotiva nel momento in cui perde quella agonistica, nonostante le spalle gigantesche sempre inquadrate. Cerca una virilità che forse lui stesso non ha mai dato per scontato, contrastato da una Emily Blunt mai stata più esuberante. Forse l'apparente mancanza di lotta ci conduce verso l'equilibrio del protagonista. Ci è cresciuto dentro nelle ore successive, e i premi non sono un miraggio.

    Marc by Sofia, Sofia Coppola – Fuori Concorso

    A cura di Silvia Strambi

    Lo stilista Marc Jacobs organizza una sfilata di moda. La regista e sua amica di lunga data Sofia Coppola riprende il processo creativo.
    Basta questo per raccontare il nuovo documentario Marc by Sofia, non fosse che la regista è, appunto, Sofia Coppola. I due parlano dell’ispirazione creativa di Jacobs, della sua storia come stilista, dei suoi dubbi di artista. Ma dello stile distintivo di Coppola, nonostante la sua presenza fisica e di voce fuori campo che fa domande, non c’è nulla se non una singola inquadratura sul finale che ricorda il suo debutto e le sue ‘Vergini Suicide’. Così com’è, Mark by Sofia è un documentario alquanto semplice che svolge il suo lavoro bene, ma a mo' di compitino scolastico.
    Redazione.
  • RECENSIONE IL MONDO CHE VERRÀ – L’ATLANTE DELLE PASSIONI SCONFITTE

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    Il mondo che verrà (The World to Come, 2020) di Mona Fastvold, adattamento dell’omonimo racconto del 2017 di Jim Shepard (qui alla sceneggiatura con Ron Hansen, specialista di narrativa western), in concorso alla  77ª Mostra del Cinema di Venezia, sembra battere le stesse strade e affiancare il peculiare percorso di un cinema della nuova frontiera americana, che emerge – con toni, tempi, ruoli e sfumature diverse – in opere come Meek’s Cutoff (2010) e First Cow (2019) di Kelly Reichardt, e nel celebrato Nomadland (2020) di Chloé Zhao. Questione di cambio di prospettiva, dell’adozione di un angolo di visuale inedito e inconsueto, da parte femminile (dietro e davanti alla macchina da presa), per rivisitare sotto nuova luce e sensibilità esistenzialista l’iconico paesaggio geografico – mitico e antropologico – della conquista del West, codificato nell’epica storicizzata da registi come John Ford e Howard Hawks. Mona Fastvold confessa implicitamente la volontà di fissare un personale punto di vista sul mondo rappresentato non appena una delle due protagoniste, uscita di casa nel bel mezzo della notte, appostata all’esterno dell’abitazione della donna che ama, spiega di aver trovato, forse, «un punto panoramico di perfetta sicurezza» attraverso il quale spiarla voyeuristicamente.

    Ci troviamo nel XIX secolo, precisamente nel 1856, nel mezzo di un’arida waste land nella contea newyorkese di Schoharie (gli esterni sono in realtà filmati tra i Carpazi in Romania), dove le due donne Abigail (Katherine Waterston) e Tallie (Vanessa Kirby), entrambe frustrate dalla faticosa routine, costrette all’alienante ruolo di donne di casa dai rigidi e oppressivi mariti agricoltori (Casey Affleck e Christopher Abbott), si scoprono fatalmente attratte l’una dall’altra, costrette però a nascondere un sentimento proibito che mette in pericolo i loro destini. 

    Post-western desertificato, spogliato d’azione, stilemi e figure canoniche, mélo prosciugato d’enfasi ed eccessi romantici, il film della Fastvold si snoda in un’appartata e guardinga tela di seduzione disegnata in sottrazione, inammissibile e invisibile per il mondo – ma non per questo meno bruciante e totalizzante -, incentrata sui volti intensi e nei piccoli gesti rivelatori di Abigail e Tallie (grande prova di entrambe le attrici).

    La sussurrata voice over di Abigail punteggia puntualmente il narrato, ben illustrando il senso della scrittura diaristica e memoriale come vivido testimone di sensi ed emozioni soffocate, custodia protettrice per appropriarsi affettivamente della storia (dimensione negata nella fredda e meccanica trascrizione della vita nel libro mastro contabile del marito). Ma alla lunga risulta anche ridondante, con l’accavallarsi sempre più rapido e frequente di date, pagine e pensieri appuntati che smorzano la bellezza pittorica delle immagini, eloquenti nel loro lirismo in un tiepido e avvolgente 16mm, senza bisogno di troppe sottolineature dello stream of consciousness vergato da Abigail, nè di dotte citazioni scespiriane (il canto d’amore delle due donne imprigionate come uccelli in gabbia dorata, simili a Cordelia e Re Lear).  

    La regia di Mona Fastvold misura attentamente il desiderio trattenuto e gli slanci affettivi, il calore della prossimità e il senso di abbandono, le oscillanti temperature emotive di Abigail e Tallie come stagioni diverse che si succedono e trascolorano l’una nell’altra. Affidandosi alla forza contrastante degli elementi naturali, che dal brullo paesaggio si riflettono e crepitano nella dura corazza delle protagoniste, poco a poco disciolta: il bianco freddo del rigido inverno e il tepore limpido della primavera luminosa, il buio domestico e la luce che filtra dall’esterno come promessa di salvezza (tra l’aura salvifica della figura di Tallie e il magnetismo irresistibile dei suoi lussureggianti capelli ramati). La notte e il giorno, il gelo e le fiamme, il fuoco e il ghiaccio, il silenzio immobile e il rumore assordante del vento, il turbinio della bufera che disperde Tallie e l’incendio del focolare domestico che strappa la vita di una giovane della comunità, in un sinistro presagio. 

    Con misto di dolcezza, coraggio, pessimismo realista e secchezza di toni antiepici, Mona Fastvold guarda a un orizzonte in chiaroscuro nell’osteggiato percorso dell’identità femminile verso il riconoscimento e l’affermazione: il vero, insuperabile confine che resta da varcare. Se da un lato rintraccia sull’atlante geografico regalato ad Abigail (oggetto chiave) un’intima e preziosa mappa delle passioni libere e – per l’ottuso spirito del tempo – non convenzionali, dall’altro perlustra un viaggio di segno inverso, un attraversamento all’indietro – passatista (perfino per il 1856…), anti-pionieristico – della frontiera. La fuga nascosta della carovana di Tallie e Finney, per drastica decisione del marito tiranno, non è intrapresa guardando al futuro, diretta verso il progresso e la modernità, al mondo che verrà. Ma, anzi, ne rappresenta proprio la rinuncia, la negazione, l’ideologia oppressiva del patriarca che ritorna sui suoi passi, il mito sconfessato e abortito (simboleggiato anche dalla perdita prematura della figlia di Abigail) della fondazione di una civiltà edificata sull’armonia inclusiva. In un regressivo imbarbarimento atavico che riconduce la cellula coniugale a un isolamento quasi pre(i)storico, e la condizione della donna in un bruto rapimento possessivo di matrice fiabesca, con Abigail che tenta il disperato salvataggio dell’amata dall’orco della palude.

    Non sembra possibile – nel 1856, ma probabilmente anche nell’oggi – uno sbocco realmente compiuto della spinta amorosa verso la libera espressione. Così, alla scrittura emozionale di Abigail, in attesa di una giusta vendetta e di un rilancio dei sogni, non resta che il potere evocativo dell’immaginazione, i fantasmi del desiderio che le rimangono a fianco e la aiutano a vivere. 

    Il film è disponibile in streaming su CHILI e TIMVISION 

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