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  • Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    Recensione: camp miasma – l’intrattenimento che si riappropria di sé

    È difficile trovare un argomento più attuale per il mondo del cinema degli onnipresenti reboot. Camp Miasma (“Teenage sex and death at Camp Miasma”) di Jane Schoenbrun affronta apertamente questa piaga del mercato presentando, prima ancora che le protagoniste, sé stesso: il franchise Camp Miasma, una saga di horror slasher in piena regola, in declino dopo ben trent’anni di videocassette, DVD, action figures. In poche parole, l’Enigmista della situazione. Nel disperato tentativo di rinfrescargli l’immagine, la produzione affida il reboot alla giovane regista Kris Williams (Hannah Einbinder). Kris, fan della saga fin dall’infanzia, decide di contattare l’attrice che aveva interpretato la sopravvissuta nel film originale, Billy Presley (Gillian Anderson). Si ritrova ospite a casa della donna, che vive da reclusa a Camp Tivoli, il campeggio sperduto nelle montagne dove erano stati girati i primi film. Inizia così non solo la sua avventura alla scoperta delle origini del franchise e del vero killer che ne ha ispirato il cattivo, ma anche la sua storia d’amore con Billy. 

    Jane Schoenbrun cerca di tenere insieme tantissimi discorsi che si intrecciano in continuazione: questo film è una satira, uno slasher, una commedia surreale, oltre che una storia d’amore che tratta il delicatissimo tema dell’oggettificazione di sé: Kris e Billy condividono il destino di essere donne, per di più queer, dentro un film horror americano. 

    Hollywood, lo spauracchio del woke e gli anni Ottanta 

    Non c’è un sottotesto elaborato a suggerire che Hollywood si adegua ai cambiamenti culturali solo nel momento in cui vuole alzare i numeri al botteghino: Kris è stata scelta apposta in quanto persona queer, perché bisogna riscrivere le parti apertamente transfobiche del Camp Miasma originale. Quasi nulla viene lasciato all’interpretazione del pubblico, ma la buona notizia è che questa e tante altre nozioni vengono presentate in un dialogo abbastanza divertente. Il divario generazionale tra le due protagoniste non viene particolarmente approfondito perché Billy stessa non è interessata a parlare di lavoro, insiste per tenere Kris nel qui e ora: in questo campeggio dove il tempo sembra essersi fermato (per fortuna, perchè gli anni Ottanta sono di moda) e dove forse un killer le sta osservando davvero. 

    Schoenbrun critica, senza nemmeno troppa cattiveria, l’industria cinematografica e al contempo ne celebra i miti: le immagini sono fitte di citazioni, è una vera e propria caccia al tesoro per cinefili. Tutto, dagli omaggi a David Lynch a Videodrome, è rimesso in scena con i colori iper saturi e l’atmosfera surrealista che avevamo già visto nel suo precedente lavoro, I saw the TV Glow (2024). Ad eccezione di una sequenza un po’ troppo lunga che rovina la tensione verso la metà, il resto è tenuto insieme in modo sufficientemente coerente. I molti piani di realtà si fondono con il film “originale” e con dei panorami a volte reali, a volte dipinti ad acquerello: è impossibile sapere dove ci troviamo, si può solo prendere atto di quello che succede. 

    Guardarsi ed essere guardate. 

    Parallelamente al discorso metacinematografico sul film in sé, la regista ne porta avanti un altro sul desiderio, tema tutt’altro che estraneo nell’horror. Anche qui si nota la scelta di scoprire subito le carte in tavola, carte che in questo caso hanno la forma del pollo fritto più suggestivo che sia mai stato ripreso. Di nuovo, una volta annunciato chiaramente di cosa stiamo parlando, quello che viene dopo è quasi solo intrattenimento

    [Attenzione: spoiler da qui in avanti]

    Billy accompagna Kris alla scoperta di quello che lei aveva imparato di sé recitando nel primo film: la possibilità di guardarsi da fuori, essere spettatrice del proprio spettacolo, ovvero, essere il killer che ti guarda mentre sei anche la vittima. Questa scoperta per Billy è stata fondamentale per la capacità di godere del proprio corpo, e la giovane regista decide di intraprendere lo stesso percorso, dato che fino a quel momento l’intimità le risultava complicata. L’argomento di per sé è potenzialmente drammatico, ma qui viene trattato come Billy esorta Kris a trattarlo: niente di grave, è solo intrattenimento, in questo caso lo spettacolo di sé stesse dentro le proprie fantasie, e se essere un personaggio diventa troppo difficile si può sempre spegnere il video. 

    Questa è la parte veramente originale del lavoro di Schoenbrun: il punto di vista di una donna queer che è cresciuta amando il cinema horror, ma vedendosi rappresentata in esso sempre e solo come una vittima. Kris non voleva più abbandonarsi al desiderio diessere cercata e guardata, perché credeva di doverlo fare senza partecipare da protagonista.Alla fine invece si fa inseguire dal killer sapendo di poterne prendere il posto, si lascia guardare non da un pubblico qualunque ma da sé stessa, per il proprio piacere anziché quello altrui. Allo stesso modo il killer, al livello metacinematografico del discorso, si gode le videocassette delle sue stragi. La metafora è realizzata in modo abbastanza palese, ma il film è talmente fitto di cambi di prospettiva e immagini surreali da non risultare mai banale.

    Menzione speciale al nome del killer di Camp Miasma: Little Death. Al di là dell’effetto comico di avere un cattivo del genere in un film in inglese, la petite mort indica lo stato di semi-incoscienza che può sopraggiungere durante o subito dopo un orgasmo molto intenso. Niente di grave insomma.

     “Hai scritto Psycho dal punto di vista della tenda della doccia.” – Billy a Kris 


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione: rosebush pruning – una satira poco riuscita

    Recensione: rosebush pruning – una satira poco riuscita

    Il nuovo film del regista Karim Aïnouz, presentato alla Berlinale e in anteprima al Mubi Fest, è liberamente ispirato aI pugni in tasca” di Bellocchio e vuole essere una satira delle famiglie americane di ceto elevato. Ma per quanto visivamente spettacolare, ha ben poco dello spessore psicologico del film del ’65. Tutta la sua forza si concentra in una grandiosità formale e coloristica che accompagna un avvicendarsi di situazioni familiari atipiche, fatte di eccessi e depravazione. Però, nonostante queste premesse, l’occasione di esplorare dinamiche familiari complesse non viene sfruttata, e ci si ferma ad un livello piuttosto superficiale

    Una ricca famiglia americana -i due genitori e quattro fratelli- si trasferisce in Spagna. Pochi anni dopo la madre (Pamela Anderson) scompare, apparentemente divorata dai lupi della zona. Il padre, non vedente, ha costante bisogno di aiuto da parte dei suoi figli. I fratelli sono tutti caratterizzati da perversioni e atteggiamenti morbosi gli uni nei confronti degli altri. Il maggiore, Jack (Jamie Bell), pur con le sue anomalie è il più sano tra i familiari. Jack ha una relazione con Martha (Elle Fanning), e dei suoi fratelli sembra il più avviato verso una vita “normale” al di fuori della casa. Ma le dinamiche interne al nucleo familiare sono così perverse e soffocanti che a Jack viene impedito di compiere qualsiasi passo serio all’interno del suo rapporto con Martha. È una situazione senza via d’uscita, o almeno una via d’uscita sana. Più che raccontare una storia, Rosebush Pruning dipinge un un ritratto di relazioni familiari soffocanti, sadiche, corrotte e malvage. Questa stasi può essere interrotta solo da una catena di violenza.

    De “I pugni in tasca” Aïnouz riprende solo alcuni dei ruoli svolti dai personaggi, pur reinterpretandoli molto liberamente. Ma la profondità dell’opera del regista italiano, che spesso si manifesta nei dialoghi e monologhi dei protagonisti in cui sentimenti, meccanismi sociali e moti interiori vengono scandagliati, viene completamente meno. Al suo posto, un susseguirsi di eccessi e aberrazioni che più che Bellocchio ricordano il Lanthimos di Dogtooth (e hanno forse qualcosa anche di Saltburn). Tutto il ritmo della narrazione si basa su un’alternanza di sospensione e attrito, oppressione e reazione. Le situazioni orribili che i protagonisti (volenti o nolenti) devono vivere portano all’innescarsi di ulteriori conseguenze ma non sono quasi mai lo spunto per una riflessione compiuta e consapevole su quanto stia avvenendo. Certo, la storia ci viene raccontata da Ed (Callum Turner), per cui da spettatori noi siamo al corrente dei suoi pensieri e delle sue impressioni, e lui è pienamente consapevole della problematicità della sua famiglia. Tuttavia questa consapevolezza rimane distaccata e a tratti ironica, probabilmente per volontà di veicolare un senso di distorsione della realtà, che tuttavia viene recepito come un tentativo non del tutto riuscito. 


    Gaia Fanelli

    Redattrice

  • recensione: l’inconnue -L’assurdità dell’esistenza raccontata dal corpo fisico 

    recensione: l’inconnue -L’assurdità dell’esistenza raccontata dal corpo fisico 

    L’Inconnue, terzo lungometraggio di Arthur Harari, è stato presentato in concorso al festival di Cannes e in anteprima al Mubi Fest a Napoli il 5 luglio. Si tratta della trasposizione cinematografica della graphic novel scritta da Harari stesso e da suo fratello Lucas, e l’uscita del film nelle sale francesi è prevista per il 26 agosto 2026. 

    L’inconnue è un film evanescente, una riflessione alienante sul concetto di identità, di anima e sul rapporto con il corpo; sul disagio di accettare caratteristiche fisiche che non si sentono proprie e sul significato di personalità. È interamente basato su due protagonisti principali (per quanto sia estremamente complesso individuare i personaggi coinvolti in un racconto simile): Eva (Léa Seydoux) e David Zimmerman (Niels Schneider, l’Alain di “Coupe de chance” di Woody Allen e protagonista di “Diamant Noir” dello stesso Harari).

    David Zimmerman è un fotografo introverso e dedito al suo lavoro, che una sera viene convinto da un’amica ad andare ad una festa. Qui incrocia lo sguardo di una donna sconosciuta (Léa Seydoux), con cui poco dopo ha un rapporto sessuale. A seguito di ciò,  l’anima, (l’identità? La mente?) di David passa nel corpo della donna, che si scoprirà in seguito chiamarsi Eva. Dopo l’atto, David (nel corpo di Eva) si addormenta, mentre Eva (nel corpo di David) si alza e va via. Seguono momenti di panico per David, completamente spaesato e ignaro di cosa stia succedendo e di come tornare “in sé”. Deve trovare Eva, solo così in qualche modo potranno scambiarsi di nuovo. Quando finalmente riesce a individuare il suo corpo David è felicissimo, ma sorge un altro problema: non è più Eva ad abitarlo. Chiunque fosse stato in lui aveva avuto un rapporto con un’altra giovane, Malia, che dunque ormai era in David. Una volta insieme David/Eva e Malia/David cercano di trovare una soluzione al loro problema raccogliendo informazioni su fenomeni simili e su altre persone che avessero avuto la stessa esperienza, ma a tratti sembrano arrendersi e cercare invece di stabilire familiarità con il loro nuovo aspetto fisico. 

    È facile pensare ad una correlazione non solo con l’esperienza trans del non riconoscere il corpo ma anche con il macrotema del corpo che cambia e la difficoltà dell’accettare le proprie evoluzioni, soprattutto da parte di ragazze molti giovani (come Malia nel corpo di David, che da che era una sedicenne si ritrova ad essere un uomo di quarant’anni). Tuttavia, nonostante si tratti di temi molto complessi, gli aspetti del racconto che li toccano sono raramente approfonditi. C’è una chiara scelta registica da parte di Harari di mantenere (soprattutto nella prima metà del film) un senso di vaghezza e quasi di incomunicabilità che a tratti ricorda il Lynch di Mulholland Drive e a tratti lo stile di Antonioni, ma, forse per paura o semplice incapacità, sono pochi i momenti in cui i protagonisti si confrontano per davvero con i loro nuovi corpi e con la prospettiva di -potenzialmente- viverci per sempre. 

    [Attenzione! Da qui in poi la recensione contiene spoiler] 

    Questi toni sospesi e surreali permangono per tutta la narrazione, fino ad una conclusione che propone un esito irrazionale fortemente radicato nella filosofia dell’assurdismo: non serve cercare una spiegazione a quanto avvenuto, la vita va semplicemente così, tanto vale accettare questa mancanza di senso. La conclusione de l’Inconnue è una riflessione sul concetto di personalità, e su cosa porti a formare un’identità. Un corpo svuotato può davvero esistere o c’è comunque qualcosa al suo interno? È questo che si intende con anima? Se un corpo senza anima è in grado di piangere è davvero vuoto? Un finale apparentemente sospeso nel nulla e senza un significato reale ma che lasciando lo spettatore così spiazzato a fronte di un epilogo “assurdo” porta a riflettere su questioni su cui non abbiamo una risposta e forse mai l’avremo. Allora forse, così come sembrano pensare anche i personaggi in diversi momenti, l’unica soluzione è accettare che le cose stiano così e andare avanti.


    gaia fanelli

    Redattrice