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  • Recensione 28 anni dopo: il tempio delle ossa

    Recensione 28 anni dopo: il tempio delle ossa

    Un seguito perfettamente funzionale

    Dopo il riuscito capitolo precedente, che vedeva non solo il ritorno in sala della saga a distanza di più di vent’anni ma soprattutto quella di Danny Boyle in cabina di regia, la saga riprende a distanza di sei mesi esattamente da dove si era interrotta: da un lato il Dottor Kelson continua la sua relazione con l’alpha Sansone presentando così un la possibilità di cambiare, forse una volta per tutte, le sorti degli infetti; dall’altro il giovane Spike, dopo l’incontro con Jimmy Crystal ed il suo esercito, si ritrova in un incubo che sembra senza via di scampo.

    La regia passa dalla mano di Boyle a quella di Nia DaCosta, che punta tutto su gore, violenza estremamente marcata e una forte dose di cringe humor. Rimane invece Garland alla sceneggiatura che, portando avanti la struttura già vista nel capitolo precedente, porta avanti due binari paralleli legati a doppio filo ai protagonisti di questa seconda parte ma anche, e soprattutto, alla nostra contemporaneità.
    Il dottor Kelson (Ralph Finnes) si trova coinvolto in una relazione sconvolgente con l’infetto di tipo alpha da lui ribattezzato Sansone (Chi Lewis-Parry), con conseguenze capaci di cambiare il destino del mondo, mentre l’incontro di Spike (Alfie Williams) con Jimmy Crystal (Jack O’Connell) si trasforma in un incubo senza via di scampo. In questo scenario, gli infetti non rappresentano più la principale minaccia alla sopravvivenza: è la disumanità dei sopravvissuti a rivelarsi l’aspetto più inquietante e terrificante.

    In continuità con il capitolo precedente – del resto i due film sono stati girati insieme – Il tempio delle ossa si apre ancora una volta sotto il segno di Jimmy Crystal, qui ormai cresciuto e affiancato da un vero e proprio esercito di “Jimmy”: mercenari che recluta e che vedono in lui il figlio del diavolo, tanto da essere ribattezzati tutti con il suo stesso nome. La prima immagine che ci viene mostrata è un cartello con la scritta “no children allowed”, in contrapposizione con l’incipit del precedente che si apriva con dei bambini (fra cui lo stesso Jimmy) davanti alla televisione prima di un attacco degli infetti. La macchina da presa lo oltrepassa, per poi inquadrare Spike, accerchiato dai Jimmy e costretto a lottare per la propria vita.

    Già da questo incipit, il film di Nia DaCosta – regista capace di muoversi con disinvoltura tra arthouse e grande blockbuster – dichiara apertamente le proprie intenzioni, che si discostano in modo netto dal tono comune alle altre opere della serie. La scelta di una tendenza al gore particolarmente marcata, inusuale persino per un film sugli zombie così mainstream, diventa la cifra attraverso cui la regista osserva la realtà post-apocalittica dell’Inghilterra devastata: un mondo raccontato non solo attraverso un’esibizione insistita di sangue e mutilazioni, ma anche mediante l’enfatizzazione della deriva del culto della personalità cui sono soggiogati i Jimmy.

    Le sequenze più estreme colpiscono per l’impatto visivo e per la crudezza con cui vengono messe in scena, risultando anche le più divertenti e quelle che spingono ulteriormente in avanti l’asticella della violenza rispetto ai capitoli precedenti. Tuttavia, una volta esaurito l’effetto adrenalinico – quando lo shock dello scuoiare dei contadini si attenua – emerge con chiarezza il limite di queste scelte: il loro valore finisce per ridursi alla reiterazione di un concetto già esplicitato fin dalle prime immagini del film, ovvero quel gioco di specchi con la nostra realtà contemporanea di cui i Jimmy appaiono come una caricatura neppure troppo distante dal plausibile.

    In sceneggiatura è infatti sempre presente Alex Garland che decide di impostare il racconto su due direttrici narrative principali, entrambe profondamente radicate nel nostro mondo contemporaneo. Da una parte troviamo una personalità, Jimmy, che costruisce attorno a sé un vero e proprio culto dell’ego, dando vita a una narrazione fascistoide fondata sulla prepotenza nei confronti dell’altro. Questa violenza, però, viene sempre giustificata, secondo la sua visione distorta, da un volere superiore o da circostanze sociali presentate come immutabili e critiche, tali da rendere, a suo dire, inevitabile e persino necessario l’uso di una violenza indiscriminata. Dall’altra parte c’è una popolazione — gli infetti, rappresentati da Sansone — che, in numero sempre crescente, viene colpita da una sorta di virus psicotico. Questa condizione li porta a percepire chiunque, persino i propri simili, come un nemico da eliminare. Tra i due poli si colloca il dottor Kelson, uno scienziato sopravvissuto grazie alla sua fiducia nella ragione e a una compassione profondamente radicata. È proprio questa umanità che lo spinge a instaurare un rapporto con Sansone: attraverso le iniezioni di morfina somministrate al gigante, Kelson riesce a comprenderne la sofferenza e, poco a poco, a intuire quale potrebbe essere una possibile cura per la follia omicida scatenata dal virus. 

    Accanto a queste riflessioni che si affidano al genere per dispiegarsi in maniera compiuta, però, Garland ripropone una forma simile a quella del precedente, che non è priva di criticità. La struttura narrativa usa uno schema già visto, in cui c’è una tensione drammatica costante, sempre sullo stesso livello, che non cresce davvero e non trova mai un vero rilascio. Questa scelta, accanto a quella di abbozzare solamente tutti i personaggi tranne Kelson e Jimmy Crystal, impedisce quella immedesimazione e accesso emotivo alla storia che era stata una delle costanti del franchise.

    DaCosta tenta di imprimere alla serie un segno autoriale riconoscibile, scegliendo l’eccesso come cifra stilistica: litri di sangue, una violenza ostentata e una marcata dose di cringe humor. È una strada che ambisce a porsi allo stesso tempo in continuità con il lavoro di Boyle/Garland e a rappresentare una rottura. Tuttavia, il risultato è solo parzialmente riuscito: la messa in scena non sempre è all’altezza del peso drammatico delle sequenze chiave e il ritmo frammentato finisce per indebolire la tensione, facendo rimpiangere la ferocia e l’impatto degli infetti dei capitoli precedenti.

  • Il reboot di Scream ci dice qualcosa sul rapporto tra horror e femminile

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    In breve: nel 2015 ci lascia a 76 anni il demiurgo del franchise di Scream, Wes Craven, e nel 2017 con il famoso articolo del New York Times scoppia lo scandalo di Harvey Weinstein che porta alla chiusura della sua casa di produzione e distribuzione Dimension Film. La Spyglass Media Group rileva i diritti della saga per realizzarne un reboot e nel 2022 esce Scream, definito un ‘requel’ dagli stessi protagonisti, crasi fra reboot e sequel, un nuovo inizio che riprende vecchi personaggi affiancati dai nuovi (e che per maggior chiarezza d’ora in poi sarà chiamato Scream-requel). Subito l’anno dopo Scream VI si pone come diretto seguito del quinto mantenendo la nuova identità del reboot, ma in un contesto seriale che guarda alla continuità con la saga originale. Entrambi i capitoli sono diretti dalla coppia Gillett – Bettinelli-Olpin, sceneggiati da quella Vanderbilt – Busick, e hanno ottima accoglienza al botteghino, con Scream VI che diventa addirittura il capitolo più remunerativo dopo il primo grazie ai suoi 169.1 milioni d’incasso. A scindersi è invece la critica cinematografica, perché una fetta meno lusinghiera evidenzia come Scream-requel calchi un po’ stancamente la trama del capitolo pilota, mentre una più entusiasta mette in luce la capacità di Scream VI di riprendere con originalità l’evoluzione della saga di Craven, rispettando l’ampliamento del setting uguale a Scream 2 (prima dalla fittizia Woodsboro al college di Windsor, ora da Woodsboro a New York), e le ‘regole’ del sequel: “Il numero dei morti aumenta; Gli omicidi sono sempre più elaborati con più sangue e più violenza; Mai e poi mai pensare che il killer sia morto”.

    La final girl in Scream

    Appurato che piazzandosi in una via di mezzo fra un sequel e un reboot la nuova saga-requel ripropone a grandi linee le linee narrative dei primi due capitoli, dovremmo chiederci: cos’è che rende Scream, appunto, un franchise? In altre parole: pur variando, qual è la costante immutabile che permette alla saga di sopravvivere nel tempo anche con tutti i difetti che può portarsi dietro? Cos’è che desta sempre nuovo interesse nel pubblico? A ben vedere, infatti, Scream si differenzia da altre saghe horror come quella di Nightmare (sempre di Craven, fra l’altro), perché la costante non è l’assassino mascherato (Ghostface, che cambia in ogni film), ma sono i protagonisti, su tutti Sidney Prescott e Gale Wathers nella prima saga, e Sam Carpenter e Tara Carpenter in quella requel: un fatto connette sempre il nuovo film agli assassini del precedente, anche quando non vengono coinvolti direttamente vecchi protagonisti del primo film. Scream appartiene al sottogenere horror dello slasher (quello dove un killer armato di lama uccide uno ad uno i personaggi avviando il celebre ‘body count’, il ‘conteggio dei corpi’ delle vittime), e gran parte della forza del franchise ha sempre risieduto nel carisma delle due ragazze protagoniste, a tal punto da aver segnato una svolta per la concezione del femminile nel sottogenere di appartenenza.

    Scream esce nelle sale nel 1996 e sin da subito gli viene assegnata l’etichetta di neo-slasher inaugurando una nuova era per il genere, quella dell’autoriflessione e dell’intertestualità della cultura horror popolare volte a svelare le regole del genere per poi contraddirle e decostruirle. Fra le varie riformulazioni di Scream c’è quella del topos della ‘final girl’, termine coniato dalla teorica femminista Carol J. Clover nel 1987 che, pensando al filone degli anni ‘70 e ‘80, la definisce come L’unico personaggio femminile che mentre viene inseguito, ferito o messo alle strette dall’assassino, è costretto a sopportare il trauma di trovare i corpi mutilati dei suoi amici, abbastanza a lungo da essere salvata o uccidere lei stessa il killer1. La final girl è l’eroina finale, insomma, le cui regole impostate dallo slasher classico sono riprese da Scream a partire dalle sue famose ‘tre regole’ per anticipare le mosse dell’assassino e sopravvivere: non si deve mai fare sesso (l’amplesso equivale a morte); mai ubriacarsi o drogarsi; non dire mai “Torno subito”. Negli anni ‘80 questi topoi narrativi trovavano giustificazione nelle politiche di Ronald Reagan che condannavano duramente chi prendeva parte al sesso libertino o consumava sostanze stupefacenti, intrappolando così la final girl nelle sue caste ma salvifiche virtù. Negli anni ‘90 i ‘movimenti femministi della terza ondata’ (nata grazie a opere letterarie come Il mito della bellezza di Naomi Wolf, o i due lavori di Judith Butler Questione di genere e Corpi che contano) ampliano la definizione di liberazione sessuale incoraggiando le donne a comprendere ed esprimere liberamente la propria identità di genere, per abbracciare così la sessualità come strumento di potere e di autodeterminazione. La società comincia ad acquisire una nuova sensibilità e con essa anche lo specchio del cinema, che in casi come Scream diviene prodotto e co-agente dei mutamenti culturali di fine millennio.

    Drew Barrymore, all’epoca ventunenne, sarebbe stata la final girl perfetta, famosissima fra la gen-X, sexy, innocente… peccato esca di scena dopo appena 5 minuti

    Scream ribalta infatti lo stereotipo della donna perennemente in pericolo, sessualizzata e stalkerizzata, risalente a un periodo in cui il genere horror – e in particolar modo lo slasher – era considerato appannaggio prevalentemente degli uomini, tanto per chi stava dietro alla macchina da presa (era pressoché impossibile trovare registe donne), quanto per chi si sedeva sulle poltrone dei cinema: prima del film di Craven la ragazza in pericolo era oggetto dello sguardo maschile e, per esempio, affinché prendesse corpo la magia dell’identificazione dovevano esserle proibiti i rapporti sessuali (eroismo e forza, sì, ma sempre da una prospettiva virile). Fra le varie riformulazioni di Scream la final girl non cambia solo qualitativamente, ma quantitativamente: per la prima volta non è più una sola ma sono ben due (Sidney Prescott e Gale Weathers). Dal punto di vista qualitativo agisce l’infrazione delle ‘tre regole’: il personaggio di Sidney (Neve Campbell) prima rifiuta il bacio del ragazzo Billy salvo poi perdere la verginità con lui verso il finale, proprio un attimo prima di scoprire la sua vera identità di killer mascherato. Craven sovverte quindi il topos della punizione del desiderio sessuale mostrandoci in prima istanza lo stereotipo classico di una Sidney piuttosto reticente, salvo poi prendere in contropiede lo spettatore sul finale lasciandola sopravvivere alla carneficina (nonostante il desiderio sessuale), e addirittura uccidere l’assassino con cui era appena stata a letto. Accanto a Sidney c’è la collaboratrice dell’uccisione del villain, Gale Weathers (Courtney Cox), presentata come una donna in carriera, indipendente, e sessualmente disinibita (intraprenderà anche una storia d’amore con il personaggio di Linus Riley), un’alleanza così atipica da venire addirittura definita “una sorta di politica di coalizione per la Terza Ondata”2, soprattutto se si pensa al gioco d’attesa iniziale dove l’icona della generazione X, Drew Barrymore (la bambina di E.T l’extra-terrestre), viene brutalmente uccisa per prima da Ghostface lasciando di stucco chiunque si aspettasse di trovarla nei panni dell’eroica final girl di turno. Wes Craven ha fornito una nuova rappresentazione di “girl power” e costretto di conseguenza i generi cinematografici a riformulare i loro canoni, specialmente il genere horror dove la ragazza era sempre oggetto voyeuristico del maschio: Scream problematizzava la definizione classica di ‘final girl’ teorizzata da Clover, cessando di essere la ragazzina innocente e sessualmente repressa per permettere un’identificazione, finalmente, anche femminile.

    My father was a murderer!: il lato oscuro delle nuove eroine

    Nella saga-requel di Scream le final girls sono le figlie di Billy Loomis, le sorelle Carpenter Tara (Jenna Ortega) e Sam (Melissa Barrera), che mantengono così la legacy del film con i predecessori e legano anche differenti generazioni di fan con la garanzia della continuità del franchise. Tara vorrebbe andare avanti con la vita e lasciarsi alle spalle il retaggio terrificante mentre Sam è tormentata dallo stigma dell’eredità maledetta, specialmente nel sesto film dove questa discendenza la rende responsabile agli occhi dei media degli omicidi avvenuti a Woodsboro l’anno prima, uno dei tanti fil rouge che unisce il personaggio di Sam a quello di Sidney (dal momento che Sidney in Scream 2 veniva ripetutamente accusata dai compagni di college di essere una delle cause degli omicidi di Woodsboro, cominciati proprio con l’uccisione di sua madre). La maledizione della discendenza di sangue con l’assassino permette non soltanto di richiamare i vecchi Scream ma anche di desumere come la saga-requel replichi, in realtà, un espediente comune a tanti e coevi reboot di film horror: la focalizzazione dell’attenzione su di un femminile con più ombre, meno tenero, più duro, più violento. Tre casi esemplari di remake sono usciti tutti nel 2013: quello de La Casa ha spostato l’attenzione da Ash al personaggio eroinomane di Mia, in Non aprite quella porta 3D (anche in questo caso un requel) la final girl Heather è cugina del serial killer Leatherface e decide addirittura di trascorrere il resto della sua vita con lui, mentre Lo sguardo di Satana – Carrie ha riportato sui grandi schermi una delle ragazzine più temute e pericolose della storia del cinema. Ma ancora: le streghe di The Neon Demon e di The Witch, l’alieno femminile di Under the skin, la ragazza cannibale di Raw – Una cruda verità, sono tutti personaggi con cui riusciamo sempre a empatizzare ma che non sappiamo se poter definire davvero ‘eroine’, avendo più cose in comune con i villain che con gli eroi, oltre che essere alimentate dalle loro trasgressioni passate, piuttosto che ostacolate da esse.

    Sulla destra la nuova final girl, Sam, ha appena trucidato il villain di turno indossando il costume di Ghostface. Affianco, la sorella Tara la osserva inquietata…

    My father was a murderer! tuona Sam alla fine di Scream VI dopo aver scaricato una raffica di pugnalate su uno dei villain di turno, Bailey (Dermot Mulroney). La legacy con Billy Loomis non poteva farsi più letterale di così, vedendo per la prima volta una delle final girl indossare il costume di Ghostface e ribaltare il finale canonico degli slasher, ossia il gioco del gatto e del topo, di vittima e di carnefice, in una scena in cui lo spettatore, anche se per un breve momento, assume il punto di vista del killer e teme invece la final girl – persino Tara proverà sgomento misto a spavento una volta terminata la furia di violenza della sorella. Questo nuovo aspetto del franchise ha l’intelligenza di recuperare il rifiuto del genere da parte della final girl che aveva teorizzato Clover mescolandolo con l’emancipazione e il ‘carattere agente’ delle ragazze introdotto da Scream. È per questo che Patricia Pisters afferma che l’horror contemporaneo non propone “final girls come vittime o come il loro opposto, ma come gamma di personaggi più complessi. […] Le eroine dell’horror contemporaneo non sono sempre ragazze gentili o personaggi con cui puoi simpatizzare perché sono vittime o supereroine. Solo quando accetteremo questa complessità emotiva e imperfetta ci sarà spazio per una rappresentazione femminile sullo schermo meno stereotipata3. In effetti Sam Carpenter è una final girl più coraggiosa e, soprattutto, più ambigua, minacciosa, violenta. “When I plunged the knife several times, I felt it was only flesh” dice il personaggio di Jason Carvey (Tony Revolori) all’inizio del sesto film: nella saga-requel la carne “è soltanto carne” ed è proprio il pedale pigiato sulla violenza un’altra caratteristica cardine del riavvio del franchise, che oltre a trovare giustificazione nel gioco metatestuale di scardinamento delle attitudini manieristiche dell’horror elevato contemporaneo, si rivela funzionale all’evoluzione dei personaggi delle final girls; la violenza più cruda e sporca azzera quasi del tutto l’ironia che ha sempre caratterizzato Scream, sia per un rinnovamento d’immagine (dopo che le varie parodie di Scary Movie o Shriek – Hai impegni per venerdì 17? avevano già sfruttato e portato al parossismo i vari espedienti comici della saga), sia per rendere meno sessualizzate ed erotiche le eroine finali.

    Infatti non si possono ignorare i riverberi di due fenomeni in particolare sulla rappresentazione del femminile al cinema: il movimento femminista #MeToo4 nato proprio a seguito dello scandalo riguardante il primo produttore di Scream, Harvey Weinstein, e l’emergere della cosiddetta ‘quarta ondata femminista’ che ha l’inclusione maschile tra i punti cardine più importanti nella lotta per l’emancipazione femminile: nella saga-requel di Scream lo spazio di congiunzione tra mondo maschile e femminile si situa anche al livello dei personaggi secondari come per esempio quello di Mindy Meeks (nipote del defunto Randy, altra legacy del film), il geek di turno incaricato di spiegare le ‘regole di sopravvivenza’; se fino a Scream 4 era sempre stato un maschio (prima Randy Meeks, poi Charlie Walker e infine Linus Riley), adesso Mindy dimostra che finalmente anche le ragazze possono essere vere appassionate di film horror, seguendo inoltre i cambiamenti culturali interni all’industria cinematografica stessa che già da un po’ di tempo vede emergere sempre più registe donne alla direzione di film dell’orrore, come Jennifer Kent (Babadook), Ana Lily Amirpour (A Girl Walks Home Alone at Night), Julia Ducournau (Titane), Nia DaCosta (Candyman), Veronika Franz (Goodnight Mommy), Karyn Kusama (Jennifer’s Body, The Invitation) e tante altre.

    Mindy mentre spiega le ‘regole’ del requel

    Enjoy that torch!. Il passaggio di testimone

    Per le modalità con cui il film affronta la sessualità, una delle eroine più analizzate dalle teorie femministe contemporanee è “Jay” Height di It Follows, che nel libro Final Girls, Feminism and Popular Culture (Palgrave Macmillan, 2020) è così commentata: “[la final girl del film] non diventa una “vendicatrice femminile, un’eroina femminista trionfante” (Clover 2015) che imbraccia le armi per sconfiggere aggressivamente i mostri. Jay trova semplicemente il modo di convivere con i suoi fantasmi, pur mantenendo da loro una distanza di sicurezza. Lei non è l’unica sopravvissuta, alla fine ha sua sorella Kelly e i suoi amici Yara e Paul come compagni nella battaglia continua contro la maledizione. Assieme al costante sviluppo della quarta ondata femminista, It Follows apre uno spazio per immaginare come potrebbe essere la Final Girl del ventunesimo secolo, in un clima culturale sempre più ostile alle richieste di uguaglianza delle donne e di altre minoranze5. Il discorso tracciato per Jaime Height è traslabile in tutto e per tutto anche alle nuove final girls della saga-requel di Scream, mettendone in rilievo due questioni essenziali. Innanzitutto viene sottolineato come le nuove eroine finali debbano continuare a “vivere con i loro fantasmi”, esattamente come Sam che dovrà continuare a lottare per cercare di tenere a bada il piacere derivante dalle uccisioni (come ammette in Scream VI nel colloquio con il suo psicologo), e accettare la maledizione che ha colpito la sua famiglia: elemento che sottolinea la necessità di una lotta femminile continua, mai definitiva, sempre in divenire, creando una cesura con il canone classico degli Scream dove ogni capitolo poteva considerarsi autoconclusivo al pari della battaglia delle final girls; il secondo punto essenziale è il carattere comunitario della lotta, dove l’eroina non è più una “sopravvissuta solitaria” ma può contare sull’aiuto di altri soggetti a lei vicini. Scream-requel è il film dove l’elemento collettivo è meglio esemplificato, perché se nei primi due capitoli avevamo una coppia di final girls, nel quinto ne abbiamo addirittura quattro, Sindy, Gale, Sam e Tara. Prendiamo in esempio la scena in cui uno dei Ghostface di turno, la giovane Amber (Mikey Madison), vorrebbe incastrare i protagonisti fingendosi ai media l’unica final girl superstite dei massacri: purtroppo Amber non ha fatto i conti con i cambiamenti culturali che non prevedono più soltanto un’eroina finale ed è punita da Gale, ricevendo subito tre pallottole in petto e morendo carbonizzata dal fuoco dei fornelli. Sidney guarda soddisfatta il corpo di Amber e le grida “Enjoy that torch!” (‘to pass the torch’ indica il passaggio di testimone), facendo riferimento alla frase “Time to pass the torch!” detta poco prima da Amber mentre cercava di soffocare Gale. Ma il testimone non si passa più singolarmente, soltanto in gruppo, non bastano più soltanto due final girls, ne servono ben quattro, tanto che non saranno due nemmeno in Scream VI dove Tara e Sam potranno contare sull’aiuto fondamentale di una terza final girl, Kirby Reed (Hayden Panettiere), presa in prestito direttamente da Scream 4.

    Anche in questo caso è utile volgere lo sguardo al panorama industriale contemporaneo perché Scream non è stato il primo franchise ad aumentare il numero delle final girls rispetto ai suoi capitoli precedenti: anche la nuova saga-sequel di Halloween diretta da David Gordon Green prevede l’aumento delle final girls con il ricongiungimento del nuovo e vecchio cast (la vecchia eroina Laurie Strode e la nipote Allyson), ed è lo stesso espediente utilizzato dal sequel di Non aprite quella porta diretto da David Blue Garcia, dove la memorabile final girl di Sally Hardesty combatte Leatherface insieme alla neo-entrata Lila.

    Due delle quattro final girls di Scream-requel, Sidney e Gale, osservano il corpo carbonizzato del Ghostface-Amber

    D’altronde cinema e società non sono due macrocosmi inscindibili? Nella loro costante interazione è difficile però stabilire chi eserciti maggiore pressione sull’altro. Essendo il cinema specchio della società è innegabile che sia proprio quest’ultimo a seguire i cambiamenti dei flussi culturali che, a loro volta, i film rendono immagine inscalfibile sul grande schermo sintetizzandone i valori e consacrandone un’iconografia: ogni scarto generazionale segue lo onde delle maree culturali e degli scenari sociali, comportando differenze sostanziali di approccio produttivo. Se le culture si rappresentano sempre in grandi narrative e il cinema, al pari degli altri mass media, è lo strumento di autorappresentazione con cui la società produce i riferimenti in cui potersi riconoscere6, allora ci si può domandare in che modo venga costruita la capacità delle saghe di continuare ad essere apprezzate nel corso del tempo grazie alla loro qualità intrinseca di emozionare e di coinvolgere anche pubblici futuri, mantenendo la validità e il significato dei loro topoi nel corso delle generazioni e senza che diventino obsoleti.

    Come anticipato in apertura, il box office della saga-requel ci testimonia che nel caso di Scream e la riformulazione della final girl, la scommessa della Spyglass è stata vincente. Tuttavia, la parentesi delle sorelle Carpenter si è rilevata piuttosto breve perché Melissa Barrera è stata licenziata da Spyglass dopo il suo aperto schieramento sui social in merito al conflitto israelo-palestinese, mentre poco dopo Jenna Ortega si è tirata fuori dal progetto per solidarietà nei confronti della collega e per continuare la seconda stagione della serie Mercoledì. Per ora è stato ufficialmente confermato un settimo capitolo che vedrà ancora una volta il ritorno di Neve Campbell nei panni di Sidney Prescott, e indiscrezioni suggeriscono possa ricomparire anche Courtney Cox in quelli di Gale Weathers. In cabina di regia e in sceneggiatura ci sarà Kevin Williamson, penna storica dei primi quattro capitoli e fedele collaboratore di Wes Craven. Sarà interessante seguire il percorso narrativo delle due attrici veterane e le traiettorie delle final girls in contesti produttivi e sociali sempre diversi, in costante evoluzione. In più,Scream 7’ riuscirà a replicare il successo al botteghino della saga-requel?

    Riferimenti bibliografici

    1 Clover, C.J., Men, Women, and Chain Saws: Gender in the Modern Horror Film, Princeton University Press, Princeton, 2015. pp. 35.

    2 Paszkiewicz, K., Rusnak, S., Final Girls, Feminism and Popular Culture, Palgrave Macmillan, Cham, 2020, pp. 127.

    3 Pisters, P., New Blood in Contemporary CinemaViolence and Female Agency: Murderess, Her Body, Her Mind, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2020, pp. 197.

    4 Per una prospettiva più approfondita dell’influenza del #MeToo sull’industria hollywoodiana si veda Luo, H., Zhang L., Scandal, Social Movement, and Change: Evidence from #MeToo in Hollywood. https://doi.org/10.1287/mnsc.2021.3982

    5 Paszkiewicz, K., Rusnak, S., Final Girls, Feminism and Popular Culture, Palgrave Macmillan, Cham, 2020, pp 130-131.

    6 Assman, J., La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Einaudi, Torino, 1997.

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • RECENSIONE CANDYMAN

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    Quando nel 1992 arrivò nelle sale Candyman – Terrore dietro lo specchio  diretto da Bernard Rose e tratto dal romanzo The forbidden  di Clive Baker (sì, il regista di quella perla che è il primo Hellraiser) tutti avevano buone aspettative, dovute soprattutto dai nomi dietro al  progetto. Quello che però gli spettatori visionarono fu un horror denso di retorica e filosofia e che, tra una testa mozzata ed uno schizzo di sangue, raccontava il grido di un popolo sottomesso e costretto a soffrire abusi e violenze.

    Se a distanza di circa trent’anni dovessi nominare un regista nel panorama horror che si è preso carico di raccontare questi temi si tratterebbe senza dubbio di Jordan Peele. Nel 2019, l’ex-attore comico ha deciso di ridare nuova linfa al personaggio di Candyman ed alla sua storia, curando la sceneggiatura e la produzione di una nuova pellicola, affidando però la macchina da presa alla regista newyorkese Nia DaCosta, anch’essa coinvolta in fase di scrittura. Causa Covid-19 si è dovuto però aspettare fino all’agosto 2021 per poter finalmente visionare la pellicola in sala. Saranno riusciti a riportare in auge il personaggio o si tratta soltanto di un grosso inciampo? 

    UNA VENDETTA DOLCEAMARA

    Il protagonista della pellicola è il pittore Anthony McCoy (interpretato da un ottimo Yahya Abdul-Mateen II), il quale viene a conoscenza delle origini del palazzo in cui vive con la fidanzata, che è stato costruito alla fine degli anni ’90 sulle fondamenta del complesso chiamato Cabrini-Green. Indagando sulla storia dell’edificio viene a conoscenza della storia di Helen Lyle (la protagonista della prima pellicola della serie) e di William Burke, scoprendo anche la storia di Candyman. Trovandosi in un blocco d’artista, Anthony decide di prendere questo personaggio leggendario come ispirazione per le sue opere, trascinando numerose persone in un vortice di morte e riportando in auge la leggenda ormai dimenticata dai più. 

    Già nella pellicola degli anni ’90 erano presenti diverse problematiche in fase di scrittura, con diverse situazioni poco chiare e molti elementi che, con l’intenzione di lasciare libera interpretazione allo spettatore, mostravano però il fianco a veri e propri buchi di trama. Il tutto però veniva compensato da un ottimo comparto tecnico e attoriale, creando così un film tutt’altro che perfetto ma comunque godibile.

    Situazione similare si incontra con questa di pellicola, nella quale la sceneggiatura risulta l’elemento più debole. Sembra quasi che Peele si sia lasciato eccessivamente sopraffare dalla tematica non curando la maniera in cui il tutto sarebbe poi stato messo in scena. Non parliamo di un disastro, però numerose scene richiedono un grosso (ai limiti dell’eccessivo) sforzo da parte dello spettatore di mettere insieme i pezzi. Ulteriori pecche della sceneggiatura sono le varie sottotrame, che risultano solamente abbozzate e concluse malamente e in maniera frettolosa, e l’ormai necessario inserimento del plot twist, favoloso e funzionale nelle sue pellicole precedenti, ma che qui risulta invece un po’ insipido e traballante. Dando a Cesare quel che è di Cesare, bisogna ammettere come il messaggio venga recepito in maniera molto forte dallo spettatore complice anche una riscrittura di alcuni elementi della storia di Candyman che permettono ulteriori spunti di riflessione sulla tematica del “Black Lives Matter” e degli abusi della polizia sulle persone afroamericane negli USA.

    UNA MERAVIGLIA TECNICA

    Se la scrittura del film risulta essere l’elemento più debole, la regia e la fotografia del film si assestano su livelli eccezionali. Bastano già i titoli di testa per capire come la regista (al suo secondo lungometraggio) avesse ben chiaro in mente lo stile e l’impronta che voleva donare alla pellicola, prendendo ispirazione da altri registi ed altri film, ma creando un suo stile già riconoscibile e caratteristico. Notevole soprattutto il modo in cui vengono messe in scena le sequenze più cruente e splatter, mostrate spesso da un punto di vista esterno alla scena (complice anche la presenza “fisica” di Candyman soltanto all’interno degli specchi) evitando l’utilizzo di cliché visivi e jumpscare inutili. 

    Sul versante degli attori, la recitazione si attesta su un ottimo livello per tutti i vari personaggi presenti, in particolar modo per il protagonista, che riesce a portare ottimamente in scena lo sgretolarsi pezzo per pezzo delle sue convinzioni e la sua continua trasformazione in mostro. Menzione d’onore per Tony Todd che ritorna nei panni di Candyman e riesce, a distanza di 29 anni, a mostrare lo stesso carisma e a mettere in scena il personaggio nella sua interezza, aiutato anche dalle scelte di regia e fotografia.

    Piccola nota a margine va fatta per l’utilizzo della CGI, che purtroppo si attesta su un livello mediocre, mostrando quindi il fianco in alcune sequenze (in primis quella dell’alter ego nello specchio). L’utilizzo è stato comunque relativamente poco, non trattandosi dunque di un elemento che rischia di rovinare l’intera visione del film.

    CONCLUSIONI

    A distanza di 29 anni, Jordan Peele e Nia DaCosta si sono imbarcati nella tutt’altro che semplice impresa di riportare al cinema il personaggio di Candyman. Nonostante una sceneggiatura problematica, la pellicola riesce a trasmettere un forte messaggio e ad innovare intelligentemente il personaggio e la sua storia. Registicamente e fotograficamente il film si attesta poi su alti livelli, con una messa in scena delle sequenze più concitate che riesce ad esulare dai classici cliché e che riesce a fare a meno di jumpscare. Una pellicola quindi non perfetta, ma comunque da recuperare possibilmente finché si trova ancora in sala, così da godere della bravura della DaCosta, che senza troppe remore sento di definire uno degli astri nascenti del panorama horror contemporaneo.

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